SHARE

di Vincenzo Emanuele

Si è appena concluso il primo turno delle elezioni amministrative. In attesa di conoscere i risultati definitivi che saranno analizzati in articoli successivi, ci concentriamo qui sull’analisi della partecipazione al voto.

Nel turno elettorale che si è appena concluso si è registrato un nuovo tracollo della partecipazione. Considerando i 16 comuni capoluogo al voto l’affluenza è stata del 56,2%, con una perdita di 19,2 punti rispetto alla tornata precedente. Anche allargando lo sguardo fino a comprendere l’insieme dei 92 comuni superiori ai 15.000 abitanti la sostanza non cambia: 60,5% di affluenza e un calo di 16,2 punti.

E’ sulla base di questi primi numeri che giornalisti e addetti ai lavori stanno parlando in queste ore di una diminuzione di affluenza assolutamente senza precedenti. Eppure è necessario guardare attentamente tra le pieghe di questi dati per comprendere che la realtà è più complessa di queste prime frettolose rappresentazioni.

Innanzitutto è fuorviante il termine del confronto. Nella maggior parte dei comuni al voto (57 su 92, fra i quali soprattutto Roma e altri 7 capoluoghi) lo scorso turno di elezioni amministrative era caduto in concomitanza delle elezioni politiche, il 13 e 14 aprile del 2008, beneficiando così di un fortissimo traino che aveva garantito in tali comuni un surplus di partecipazione rispetto a quella ipotizzabile in assenza del voto politico. I restanti 35 comuni (di cui 8 capoluoghi) avevano invece votato successivamente (tra il 2009 e il 2012) e in occasione di semplici tornate amministrative. Risulta perciò evidente che il confronto con il passato per quanto concerne i comuni al voto nel 2008 è assolutamente fuorviante e falsa il dato aggregato complessivo, mentre il confronto con il voto passato fra i 35 comuni che sono tornati alle urne prima della scadenza naturale della legislatura è appropriato perché riguardante condizioni di partecipazione in contesti simili.

Tab. 1 Confronto fra partecipazione 2013 e alle ultime comunali nei diversi aggregati.

 

E infatti, dallo studio di questi dati, emergono differenze nette: come vediamo nella Tabella 1, nei 57 comuni che avevano votato contestualmente alle politiche del 2008 la partecipazione è stata del 58,8%, con un calo di ben 18,3 punti. Guardando poi al solo dato degli 8 capoluoghi il crollo è stato di ben 20,6 punti. Una enormità.

Osservando invece l’altro insieme, quello dei 35 comuni che avevano votato fra il 2009 e il 2012, i numeri raccontano un’altra storia: la partecipazione diminuisce, è vero, ma “solo” di 8,6 punti raggiungendo il 66,8%. Considerando il solo sottoinsieme degli 8 capoluoghi, l’affluenza cresce leggermente (68,5%) e si registra un calo di 8,2 punti rispetto all’ultima tornata. Intendiamoci, un calo di 8 punti è comunque un dato assolutamente rilevante, ma in continuità con il recente passato. Alle amministrative dell’anno scorso, infatti, nei 26 comuni capoluogo al voto la diminuzione dell’affluenza fu esattamente la stessa (8,2 punti) e la partecipazione complessiva fu del 63,5%[1] . Andando ancora più indietro, nella tornata amministrativa del 2011 (quella che coinvolgeva città come Milano, Napoli e altri 21 capoluoghi) la partecipazione fu del 65,3%.

Sono numeri simili a quelli registrati in questa tornata. In particolare se consideriamo un secondo elemento che tende a fuorviare il dato. Si tratta del comune di Roma, che da solo comprende il 57,5% degli elettori dell’aggregato includente i 92 comuni e addirittura il 73,3% di quello comprendente i 16 comuni capoluogo. Il peso di Roma sull’aggregato totale è dunque immenso e il dato di partecipazione della Capitale tende inevitabilmente a condizionare quello complessivo. A Roma si è registrata la minore affluenza fra i 16 capoluoghi (52,8%) e una fra le più basse dell’intero insieme dei comuni superiori. Ecco quindi che scorporando Roma dai restanti comuni il dato relativo all’affluenza cambia considerevolmente: nei 15 capoluoghi diventa il 65,6%, praticamente la stessa della tornata 2011 e superiore di 2 punti rispetto al 2012. Nei 91 comuni superiori invece sale al 66,8%. Certo, parliamo sempre di cifre di partecipazione modeste, soprattutto se confrontate con la tradizione italiana, storicamente caratterizzata dalla presenza di tassi di affluenza più alti rispetto a quelli di altre grandi democrazie (fra le quali ad esempio Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Spagna) non solo alle politiche ma anche alle cosiddette “elezioni di secondo ordine” (europee, regionali, comunali). In ogni caso, però, l’enfasi posta da molti commentatori sul tracollo di partecipazione va un po’ ridimensionata.

Tab. 2 Partecipazione al voto nei 16 comuni capoluogo.

 

Scendendo nel dettaglio della partecipazione dei comuni capoluogo (Tabella 2), oltre al crollo clamoroso di Roma (-20,9 punti), le perdite maggiori rispetto al passato si registrano a Pisa (-24,2 punti), Sondrio (-20,2) e Brescia (-19,4). In tutti questi casi si trattava però di comuni che avevano votato nel 2008. Fra i capoluoghi che invece avevano votato tra 2009 e 2012 la diminuzione più consistente è quella di Lodi (-11,5 punti), mentre al Sud gli scarti sono più contenuti: vi sono circa 5 punti di scarto ad Avellino e a Isernia, mentre a Barletta si registra addirittura la stessa partecipazione dello scorso turno, che è anche la più alta fra i 16 capoluoghi (77,1%).

Considerando invece l’intero campione dei 92 comuni superiori ai 15.000 abitanti è possibile fare alcuni confronti relativi alle differenze fra le Zone geopolitiche e le classi di dimensione demografica.

Alle precedenti comunali la partecipazione a livello nazionale era stata del 76,7%. Questo dato nascondeva una certa differenziazione territoriale, con il Centro-Nord nettamente più partecipe rispetto al Mezzogiorno: mentre infatti l’affluenza media nei comuni meridionali era stata del 75,6%, nella Zona rossa e nel Nord era attorno all’ 80% (Figura 1). In questa tornata le differenze territoriali sembrano appianarsi: il calo della partecipazione al 60,5% nazionale appiattisce la distanza fra il Sud e il resto del paese, tanto che adesso sono i comuni della Zona rossa quelli con la più bassa partecipazione (59,9%), seguiti a breve distanza da quelli meridionali (60,2%), mentre le città settentrionali mantengono un livello leggermente superiore (62,5%).

Questo dato potrebbe risultare sorprendente, poiché le regioni rosse sono storicamente caratterizzate da alti livelli di civismo e altissimi tassi di partecipazione al voto. Eppure quest’ultima caratteristica sembra essere rimasta intatta solo per quanto concerne le elezioni politiche, mentre negli altri contesti la Zona rossa sembra essere attraversata da un trend di distacco dalle urne: già alle regionali 2010 fu l’area con la minore affluenza, mentre alle amministrative dello scorso anno fece registrare il calo più alto (11,3 punti) fra le tre aree del paese. Di contro, il recupero delle città meridionali non deve stupire: gli elettori del Sud sono infatti tradizionalmente più sensibili quando si tratta di scegliere il sindaco e il consigliere comunale della propria città e attribuire un voto che è decisamente più “personale” (o candidate-oriented) che “politico”.

Fig. 1 Affluenza nei 92 comuni superiori disaggregati per Zona geopolitica.

Passando infine alla dimensione demografica, dividendo l’insieme dei 92 comuni in tre categorie (15-50 mila abitanti, 50-500 mila e oltre 500 mila) di cui l’ultima costituita dalla sola città di Roma che per dimensione deve necessariamente essere tenuta separata dagli altri comuni, notiamo una netta tendenza verso un decremento della partecipazione al crescere della grandezza del comune. Tale tendenza era già presente alle scorse comunali, ma molto meno accentuata. Allora nei comuni compresi fra 15 e 50.000 abitanti e in quelli con oltre 50.000 abitanti la partecipazione era sostanzialmente identica (79%), mentre solo a Roma diminuiva di oltre 5 punti (vedi Figura 2). Oggi le distanze fra le tre categorie si approfondiscono: nei comuni fino a 50.000 abitanti, infatti, l’affluenza è stata del 68% a fronte del 65,6% nei comuni superiori ai 50.000, mentre, come abbiamo visto, a Roma ha votato appena il 52,8%.

Fig. 2 Affluenza nei 92 comuni superiori disaggregati per categorie di dimensione demografica.


[1] Vedi in particolare l’articolo di Emanuele [2012, 49-50] all’interno del Dossier CISE 1.

SHARE
PrecedenteComunali 2013: il quadro delle alleanze nei comuni capoluogo
SuccessivoComunali 2013: le percentuali di coalizioni e partiti nei comuni capoluogo
Vincenzo Emanuele (1986) è post-doctoral fellow presso la LUISS Guido Carli di Roma dove insegna il corso di Italian Political System. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze con una tesi sul processo di nazionalizzazione del voto in Europa occidentale e le sue possibili determinanti. La sua tesi ha recentemente vinto il Premio ‘Enrico Melchionda’ conferita alle tesi di dottorato in Scienze Politiche discusse nel triennio 2012-2014 e il Premio ‘Celso Ghini’ come miglior tesi di dottorato in materia elettorale del biennio 2013-2014. Ha pubblicato articoli su Party Politics, Italian Political Science Review, Contemporary Italian Politics, Meridiana - Rivista di Storia e Scienze Sociali e Quaderni dell’Osservatorio Elettorale. È inoltre co-autore di capitoli in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014), Il PD secondo Matteo (BUP 2014), Perdere vincendo (Franco Angeli 2013), Le primarie da vicino (Epoké 2013). Ha curato (con Lorenzo De Sio) il Dossier CISE 3 (Un anno di elezioni verso le politiche 2013, CISE, 2013) e (con Lorenzo De Sio e Nicola Maggini) il Dossier CISE 6 (Le Elezioni Europee 2014, CISE 2014), e l'e-book The European Parliament Elections of 2014 (CISE 2014). Con Lorenzo De Sio, Nicola Maggini e Aldo Paparo ha curato l'e-booke The Italian General Election of 2013. A dangerous stalemate? (CISE 2013). Infine, è autore di diverse note di ricerca pubblicate nella serie dei Dossier CISE.