di Federico De Lucia

Coerentemente con la propria eccentricità culturale, la Regione speciale della Valle d’Aosta si configura come abbastanza anomala rispetto alle altre (sia ordinarie che speciali) dal punto di vista del proprio assetto istituzionale. Infatti, assieme alla Provincia autonoma di Bolzano, è l’unico ente territoriale subnazionale italiano che non prevede l’elezione diretta del proprio vertice monocratico. Gli elettori eleggono il Consiglio regionale, che poi elegge, fra i suoi membri, il Presidente della Regione, a maggioranza assoluta e con scrutinio segreto. Il Presidente propone al Consiglio una giunta di assessori, che deve essere approvata da una seconda votazione dell’assemblea. Il Presidente può essere sfiduciato, ma solo da una mozione di sfiducia costruttiva: la mozione di sfiducia coincide cioè con il voto di fiducia ad un nuovo esecutivo, che entra immediatamente in carica al posto di quello sfiduciato. Al contrario che altrove quindi, la caduta dell’esecutivo non comporta automaticamente il ritorno alle urne (quest’ultimo si verifica solo nel caso in cui il Presidente si dimetta e il Consiglio non riesca a sostituirlo entro due mesi). Il sistema elettorale è un proporzionale con premio di maggioranza. Tale premio di maggioranza è eventuale, nel senso che esso scatta solo nel caso in cui la coalizione vincente non abbia ottenuto da sola la maggioranza assoluta dei seggi (se questo poi avviene in un contesto in cui la coalizione vincente ha preso meno della metà dei voti è previsto addirittura un ballottaggio). È prevista una soglia di sbarramento molto alta, pari a al 5,7% dei voti (i 2/35 dei voti validi, ovvero due quozienti interi). Questo assetto istituzionale è entrato in vigore a partire dalla scorsa legislatura regionale, quella iniziata con le elezioni del 2008, ed ha preso il posto di un sistema basato ancora sui criteri puramente concertativi operanti sin dalla Prima Repubblica.

Alle elezioni del 2008, le prime in cui in Valle si è sperimentata la competizione fra coalizioni pre-elettorali, si erano presentati tre blocchi politici. Sulla destra, la lista unica formata da PDL e Lega Nord, debolissima a livello di elezioni regionali. Al centro, la coalizione autonomista, imperniata attorno al partito di raccolta valdostano, l’Union Valdotaine (UV), e composta anche dai moderati cattolici e autonomisti di Stella Alpina (SAlp) e dai laici di Federation Autonomiste (FA). A sinistra, il centrosinistra locale, composto da PD e Sinistra Arcobaleno (SA), che si alleò con un gruppo di autonomisti fuoriusciti dall’UV, gli ecologisti di Autonomie-Libertè-Partecipation-Ecologie (ALPE). Nonostante questa scissione, il centro autonomista vinse con un risultato molto lusinghiero, vicino al 62% dei consensi, mentre i progressisti si fermarono ad un 27% scarso. Nonostante questo gap apparentemente incolmabile, un confronto con i dati precedenti rendeva già allora chiaro che gli incentivi introdotti dal nuovo assetto istituzionale avrebbero condotto ad una progressiva strutturazione del bipolarismo. E i risultati delle regionali 2013, mostrati nella tabella 1, lo dimostrano in modo inequivocabile: durante la legislatura sono sorte nuove e ancor più drammatiche rotture nel grande corpo politico dell’UV, e poco prima del voto si è consumata una nuova scissione, che ha dato vita (replicando un’operazione già avvenuta nei primi anni 70) all’Union Valdotaine Progressiste (UVP), nuovo soggetto politico che non ha tardato ad accordarsi con la coalizione di centrosinistra in occasione delle regionali.

Tab. 1 – Elezioni regionali in Valle d’Aosta: confronto 2008-2013

 

L’erosione elettorale che ha subito l’UV a favore dell’UVP è molto sensibile. Il partito di raccolta ha perso 11 punti percentuali di consenso, e la coalizione centrista/autonomista 14 punti. Lo schieramento al governo è riuscito ad ottenere la riconferma, nonostante sia sceso addirittura sotto il 50% dei voti. Il ballottaggio è stato evitato di un soffio, solo perché nella distribuzione dei seggi UV e SAlp sono riuscite ad ottenere già a livello proporzionale la quota minima di 18 seggi. Il gap che separava centristi e progressisti è calato di 28 punti percentuali: dai quasi 35 punti del 2008 ai poco più di 7 del 2013. Ad oggi, per la prima volta anche a livello di elezioni regionali, possiamo finalmente parlare di bipolarismo valdostano. L’UVP è divenuto di colpo il secondo partito della Valle e si candida a rappresentare il nuovo polo aggregatore di un centrosinistra locale in grado di puntare alla vittoria. Per il resto, i cambiamenti nelle prestazioni delle singole liste sono relativi: confermano le proprie prestazioni la SAlp, l’ALPE e il PD, che riescono a confermare i propri seggi. Scendono sotto soglia invece, i laici di FA (evidentemente penalizzati dalla nascita dell’UVP) e il PDL, che subisce un brutto colpo, e rimane, clamorosamente, addirittura fuori dal Consiglio.

Per finire, il Movimento 5 Stelle, al suo debutto in Valle, ottiene il 6,6% dei consensi, supera di poco la soglia ed elegge due consiglieri. Si tratta di un risultato al di sotto delle attese, specie se si pensa al dato che i grillini avevano registrato alle politiche di febbraio: 13.400 voti assoluti, pari al 18,5% del totale dei validi. Tuttavia, vale per le regionali valdostane lo stesso discorso fatto per le comunali: scendendo a livello locale i candidati grillini, spesso sconosciuti e ancora molto poco radicati, perdono molto dell’appeal elettorale che la lista grillina aveva invece in occasione delle politiche, quando, spinta da Grillo, serviva a lanciare un messaggio molto preciso ai partiti al governo nazionale. Questa distinzione fra i due agoni vale a maggior ragione in un contesto come questo, in cui le dinamiche politiche locali si configurano come quasi del tutto slegate da quelle generali.

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