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di Aldo Paparo

Con il sondaggio dell’Osservatorio Politico del Cise svolto nelle scorse settimane, è possibile ricominciare ad indagare le evoluzioni nell’intenzione di andare a votare o meno in caso ci fossero le elezioni politiche. Nelle ultime rilevazioni avevamo interrotto questo monitoraggio, dal momento che si svolgevano nelle immediate prossimità temporali della precedente o successiva elezione di carattere nazionale, quindi la il divario fra partecipazione dichiarata e reale era chiaramente inferiore.

Oggi, però, ci troviamo di fronte ad un 40% di rispondenti che non dichiara la propria intenzione di voto in caso di elezioni politiche immediate. Siamo quindi di nuovo nella spiacevole condizione di sapere che una porzione non trascurabile di questi rispondenti andrà poi alle urne, senza però potere con precisione indicare quali, né tantomeno cosa voteranno. Naturalmente si tratta di un problema tutt’altro che trascurabile se si desidera utilizzare le risposte sull’intenzione di voto come un possibile risultato elettorale.

In questo articolo indaghiamo questa porzione dell’elettorato – che non dichiara una intenzione di voto -, confrontandola con quella che invece esprime un’intenzione di voto valida. Per comprendere al meglio la questione che andiamo ad affrontare, nella figura 1 riportiamo un diagramma che mostra la distribuzione percentuale del nostro campione fra le diverse possibili opzioni di voto. Come possiamo osservare, il 61% dichiara l’intenzione di votare un partito

A ben guardare, non si tratta di uno squilibrio eccessivo rispetto a quella che potrebbe essere la presumibile affluenza in caso di elezioni politiche, specie in considerazione del fatto che queste si svolgerebbero dopo una campagna elettorale che certamente aiuterebbe alcuni elettori a formarsi una chiara idea su cosa votare. Avendo ormai a disposizione una certa serie storica, possiamo dire che ci troviamo assai vicini alla situazione della primavera del 2011, quando ancora il governo Berlusconi era in vigore, Monti non esisteva e Grillo festeggiava risultati vicini al 7%. Quando, insomma, lo scenario bipolare dei precedenti quindici anni sembra ancora essere l’architrave del sistema politico.

Ecco, allora nei successivi dodici mesi assistemmo ad uno smottamento che portò oltre il 60% degli elettori a non sapere cosa votare. Uno contesto straordinariamente aperto a nuovi soggetti politici e sfruttato, più o meno brillantemente, dal M5s e da Scelta Civica. Oggi sembra del tutto fuori luogo prevedere un simile rivolgimento, ma alcune considerazioni giustificano per lo meno lo sforzo di continuare questo monitoraggio. In effetti nella primavera del 2011 ci trovavamo intorno alle metà circa del ciclo politico nazionale, in quello che al momento sembrava un sistema politico piuttosto strutturato. In questo senso, una certa smobilitazione degli elettori in tale momento del ciclo appare del tutto fisiologica. Del tutto anomalo è quello che è successo dopo, in termini di smottamento e ricomposizione. Ma oggi ci troviamo in un momento molto diverso. Le elezioni politiche si sono svolte un anno e mezzo fa e da allora lo scenario politico è stato in continua fibrillazione. Appena sei mesi fa, inoltre, si sono tenute le elezioni europee, un competizione fortemente nazionalizzata. Eppure, a così breve distanza, già registriamo una notevole volatilità nell’elettorato.

Fig. 1 – Distribuzione del campione fra le diverse possibili risposte alle domande del sondaggio relative alle intenzioni di voto

Guardiamo quindi alla distribuzione dei due gruppi di rispondenti –  a seconda che dichiarino o meno una intenzione di voto – in base ad alcune variabili classiche degli studi elettorali. A cominciare da alcune fondamentali caratteristico sociodemografiche (tab. 1). Come possiamo osservare, una prima notevole sproporzione si registra in merito al genere. Se infatti, contrariamente alla popolazione elettorale, i maschi sono la maggioranza fra quanti esprimono una intenzione di voto, il 57% dell’area grigia è formato da donne.

Differenze meno marcate si segnalano con riferimento all’età e al titolo di studio. Nell’area grigia sono leggermente sovrarappresentate le fasce dai 30 ai 55 anni, mentre i più giovani ed i prossimi alla pensione sono più rappresentati nel bacino del voto valido. Coloro che hanno un titolo di studio inferiore al diploma sono più numerosi nell’area grigia, mentre chi ha almeno il diploma pesa di più nel gruppo di coloro che dichiarano l’intenzione di votare un partito. Ma si tratta di differenze davvero minime ed in nessun caso statisticamente significative.

Qualcosa di più rilevante si osserva in merito alla collocazione geografica dei rispondenti. Se sia la zona rossa che il sud sono sostanzialmente rappresentati egualmente nei due gruppi, si registra una notevole sproporzione fra nordovest e nordest. Quest’ultima area del paese pesa un terzo del voto valido, ma appena un terzo dell’area grigia. Al contrario, il nordovest vale meno di un decimo del voto validi ma oltre un ottavo dell’area grigia. In questi due casi si tratta di differenze significative.

L’ultimo dato riportato dalla tabella 1 segnala un forte squilibrio fra i due gruppi, ma appare del tutto comprensibile considerato la variabile in questione. Si tratta infatti dell’interesse verso la politica, che è naturalmente assai più alto per chi esprime la propria intenzione di voto. Così, quanti hanno un interesse basso compongono il voto valido esattamente nella stessa misura di chi ha un  interesse alto, mentre invece quanti dichiarano di interessarsi molto o abbastanza sono appena un quarto del totale dell’ara grigia.

Tab. 1 – Caratteristiche sociodemografiche dei due gruppi di rispondenti classificati in base alle loro intenzioni di voto: chi dichiara l’intenzione di votare un partito e chi no

Veniamo adesso a vedere se ci sono differenze fra i due gruppi con riferimento agli atteggiamenti verso gli oggetti politici (tab. 2).  Cominciamo col dire che nel voto valido sono nettamente sovrarappresentati gli elettori di destra e sinistra. Questi ultimi valgono il 44% del voto valido e solo un quarto dell’area grigia. Gli elettori che si definiscono di destra costituiscono la categoria del voto validi per un terzo, mentre pesano un quinto nell’area grigia. Non sorprende che i non collocati sull’asse ideologico siano maggiormente rappresentati fra coloro che non esprimono una intenzione di voto – sono infatti tradizionalmente sovrarappresentati nell’astensione reale -; merita invece di essere sottolineata la notevole sovrarappresentazione degli elettori di centro nell’area grigia. Ne costituiscono, infatti, un terzo, contro il quinto del voto valido.

Se guardiamo ai ricordi di voto e anche ai ptv, l’unica categoria sovrarappresentata nell’area grigia è quella dell’astensione. Possiamo però sviluppare alcune considerazioni interessanti guardando alle sottorappresentazioni dei diversi partiti. In particolare, se guardiamo alla più alta propensione di voto dichiarata dagli elettori dell’area grigia, ci accorgiamo come il Pd sia sempre il primo partito, con il 34% dei ptv massimi esclusa l’astensione. Al secondo posto, però, non si colloca né il M5s né Fi. Ma la Lega, che ha il 15% delle propensioni di voto massime verso un partito. Si tratta di ulteriore conferma del buon momento attraverso dal partito guidato da Salvini. Si segnala poi il terzo posto di Sel: il 13% dei rispondenti dell’area grigia il cui ptv massimo non è per l’astensione danno al partito di Vendola la propensione più alta. Appaiati al quinto posto, con il 12% delle prime ptv valide M5s e Fi. Questo potrebbe indicare che Sel e Lega hanno maggiore possibilità di crescere nei prossimi mesi di quante ne non abbiamo M5s e Fi, per lo meno in termini relativi, vista anche la minore dimensione dei partiti di Vendola e Salvini. Naturalmente queste considerazioni sono legate alla rimobilitazione dal non voto: nulla esclude che M5s o Fi registrino una notevole crescita dovuta a elettori conquistati negli elettorati altrui.

Le valutazioni economiche indicano che quanti considerano negativa la situazione economica sono più frequentemente privi di una intenzione di voto. Sia che ci riferisca alla performance economica passata o a quella futura. Analogamente, si segnala una notevole sproporzione fra i due gruppi in merito ai giudizi circa l’operato del governo Renzi. Se infatti fra coloro che dichiarano l’intenzione di votare un partito i giudizi positivi e negativi si equivalgono, il quadro è assai diverso nell’area grigia. In questo gruppo, appena un terzo scarso dei rispondenti giudica il governo positivamente. Questo sembrerebbe indicare, unitamente anche al risultato nei ptv più alti (sempre assai lusinghiero, ma significativamente inferiore a quota 40%) che il potenziale elettorale del Pd di Renzi sia molto vicino ad essere stato raggiunto. E che difficilmente in futuro ci possiamo aspettare nuovi guadagni elettorali. D’altronde, sarebbe difficile immaginare una ulteriore crescita: lo stesso primo ministro, crediamo, sarebbe ben felice di ottenere alle prossime politiche il risultato delle europee, o quello leggermente inferiore attribuito al suo partito dal nostro sondaggio.

Tab. 2 – Atteggiamenti politici dei due gruppi di rispondenti classificati in base alle loro intenzioni di voto: chi dichiara l’intenzione di votare un partito e chi no

Come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, una porzione non marginale dell’attuale area grigia andrà in effetti alle urne alle prossime politiche. Questi elettori, al momento non convinti da nessun partito, potrebbero essere i più facili obiettivi della prossima campagna elettorale per tutti i partiti. Chi sarà più bravo nel convincerli potrebbe avvantaggiarsi in misura tutt’altro che trascurabile, visto anche il perdurante calo dell’affluenza.

Riassumendo, possiamo provare a tracciare il profilo degli elettori che non dichiarano il partito che voterebbero in caso di elezioni politiche immediate come segue. Si tratta principalmente di donne, con una certa prevalenza di elettori del nordovest del paese. Come è più che lecito aspettarsi, sono per lo più scarsamente interessati alla politica e non collocati ideologicamente, anche se si segnala una notevole presenza di elettori di centro in cerca di collocazione. Di nuovo non pare sorprendente che quanti percepiscano più negativamente la situazione economica – passata o futura – siano più propensi a disertare le urne, in quanto magari sfiduciati verso la capacità della politica di fornire soluzioni. Potrebbe in qualche modo essere inquadrata in una simile prospettiva, appare comunque interessante, in conclusione, rilevare la notevole sovrappresentazione nell’area grigia di elettori insoddisfatti dell’operato del governo Renzi.

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Aldo Paparo (1984) è assegnista di ricerca alla LUISS - Guido Carli. Dopo il conseguimento del dottorato è stato Campbell National Fellow presso la Hoover Institution a Stanford, dove ha condotto una ricerca sulla identificazione di partito in chiave comparata. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze, con una tesi sugli effetti del ciclo politico nazionale sui risultati delle elezioni locali in Europa occidentale. Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze politiche all'Università di Firenze, discutendo una tesi sulle elezioni comunali nell’Italia meridionale. Le sue principali aree di interesse sono i sistemi elettorali, i sistemi politici e il comportamento elettorale, con particolare riferimento al livello locale. Ha co-curato numerosi volumi dei Dossier Cise; e ha pubblicato sui Quaderni dell’Osservatorio Elettorale, su Contemporary Italian Politics e su Monkey Cage. È stato inoltre co-autore di un capitolo in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014). È membro dell’APSA, della MPSA, della ESPA, della ECPR, della SISP e della SISE.