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di Roberto D’Alimonte

Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 2 giugno

L’effetto Renzi non c’è stato. La Lega Nord è il primo partito del centro-destra. Il M5s è ancora il secondo partito italiano. L’astensionismo continua a salire. Sono questi i dati più significativi di questa tornata di elezioni regionali aldilà del cinque a due.

Per il Pd è un risultato ambiguo. Poteva andare meglio se avesse vinto in Liguria. Ma poteva andare peggio se avesse perso anche in Campania. Tanto più che ora sappiamo che avrebbe potuto perdere anche in Umbria. E’ un risultato comunque diverso da quello delle Europee. Non c’è stato un ‘effetto Renzi’ e non poteva esserci. Chi si aspettava una cosa simile aveva fatto male i conti. Un ‘effetto Renzi’ c’è stato alle Europee perché lì il candidato era lui, perché all’epoca era un personaggio nuovo e perché la competizione era a livello nazionale. Dopo un anno difficile di governo con una crisi economica che continua a mordere aspettarsi che il premier potesse avere un forte impatto su queste elezioni era fantapolitica. Senza l’effetto Renzi i candidati regionali del Pd hanno dovuto contare sulle proprie forze. Hanno vinto nelle regioni del Centro dove esiste ancora un residuo di tradizione di sinistra e una struttura di partito a livello locale. Hanno vinto in Campania e Puglia perché Emiliano e De Luca sono figure con un seguito personale notevole. Hanno perso male in Liguria e Veneto per scelte sbagliate e divisioni suicide.

In particolare in Liguria i dati dicono inequivocabilmente che il Pd unito avrebbe potuto vincere. E vincendo lì sarebbe cambiata l’interpretazione mediatica di questo risultato, anche se la sostanza delle cose sarebbe rimasta la stessa. E la sostanza è che a livello nazionale quando il Pd può contare su Renzi ha una possibilità di uscire dal perimetro del suo elettorato tradizionale mentre a livello locale con la sua attuale classe dirigente questo non succede. Il caso del Veneto è clamoroso da questo punto di vista. La questione settentrionale e la questione della riforma del partito si intrecciano e costituiscono un problema di non facile soluzione per il premier.

La Lega Nord ha sorpassato Forza Italia. Prima lo dicevano i sondaggi. Adesso lo dicono i voti. Solo la vittoria di Toti in Liguria, grazie alla Lega, può mascherare il fatto che l’attuale Forza Italia è ormai diventata un attore marginale. Il sorpasso è avvenuto al Nord e al Centro. Non ancora al Sud. In questa area il partito di Salvini era presente solo in Puglia e qui il risultato è stato molto modesto (2%). Nelle regioni meridionali un partito che si chiama Lega Nord fa fatica ad affermarsi anche se camuffato con la sigla ‘noi con Salvini’. Nelle altre regioni la Lega è andata invece molto bene sopravanzando largamente il partito di Berlusconi. Arrotondando le percentuali, in Liguria è finita 20 a 13 a favore di Salvini ; in Veneto 18 a 6; in Toscana 16 a 9 ; nelle Marche 13 a 9; in Umbria 14 a 9.   .

La Lega Nord è diventata dunque il maggior partito del centro-destra, ma l’ambizione di Salvini di guidare questo schieramento si scontra con due limiti oggettivi. La Lega Nord non è ancora un partito nazionale. E’ un partito del Centro-Nord. Ed è un partito in cui c’è molta più destra che centro. Infatti la sua crescita si deve in larga misura alla capacità del suo leader di far leva sulle ansie e sulle paure di un elettorato anti-europeo e anti-immigrati. Molti di questi elettori una volta votavano Forza Italia. Adesso si sono trasferiti. L’interscambio di voti tra il partito di Berlusconi e quello che una volta era il partito di Bossi è cosa nota. Tra i due elettorati c’è sempre stata, e c’è ancora, una notevole sovrapposizione. Ma Forza Italia rappresentava anche un elettorato moderato di centro che oggi si è largamente dileguato. Elettori delusi dal Cavaliere e non convinti da Salvini. Sono rimasti a casa e qualcuno è finito tra le fila di Grillo. E così queste elezioni, per quanto rappresentino un test limitato, confermano che a destra c’è un vuoto che la Lega Nord solo in parte riesce a colmare. Né lo fanno i vari Ncd, Udc o Fratelli d’Italia. Mutatis mutandis, siamo tornati al 1994 quando solo la discesa in campo del Cavaliere riuscì a dar voce a un elettorato moderato disorientato dalla perdita dei suoi punti di riferimento, Dc e Psi. Una delle differenze è che allora il maggior partito della destra era il Msi-An oggi è la Lega Nord.

La Lega Nord però non è il secondo partito italiano. Se queste fossero state elezioni nazionali al ballottaggio contro Renzi sarebbe andato il candidato di Grillo (chi?) e non Salvini. Il M5s non è quella meteora della politica italiana che molti pensavano. Non è più il primo partito del paese come fu nel 2013 ma non è scomparso. Tiene benissimo la seconda posizione. E non più solo a livello di elezioni politiche nazionali ma anche a livello di amministrative, e questo non era scontato. Inoltre, a differenza della Lega Nord, è un partito nazionale. Anzi, è il solo partito nazionale dopo il Pd. Crisi economica, disoccupazione giovanile,scandali, polemiche sui candidati impresentabili continuano a sostenerne il consenso alimentando la protesta di elettori sempre più lontani dalla politica tradizionale. Per molti di loro il M5s rappresenta la sola vera alternativa radicale. E’ il vero partito anti-sistema. E finchè i suoi elettori continueranno a percepire che il ‘sistema’ non cambia continueranno a votarlo. Senza questa componente di ‘arrabbiati’, cui il partito di Grillo dà voce, è molto probabile che l’astensionismo sarebbe ancora più alto.

In conclusione, questa consultazione conferma l’evoluzione recente del nostro sistema politico, tanto più che le sette regioni costituiscono dal punto di vista elettorale un campione rappresentativo dell’intero paese. Come si nota nella tabella, i poli del sistema sono stabilmente tre. Il fatto interessante è che, nonostante tutto quello che è successo dal 2010 a oggi, centro-sinistra e centro-destra sono ancora in equilibrio. Entrambi possono contare all’incirca sul 38% dei consensi. Molti meno rispetto al 2010 ma il loro rapporto di forze è rimasto lo stesso. Il centro-destra però non è un polo unitario mentre il centro-sinistra, pur con le divisioni interne al Pd, lo è. E lo è anche il M5s. Per questo non è affatto prevedibile oggi quale sarà lo sfidante di Renzi alle prossime politiche. Il sistema partitico non si è ancora stabilizzato. In questa situazione di accentuata volatilità vedremo certamente molti altri cambiamenti. E sarà soprattutto l’economia a dirci in quale direzione.

Tab. 1 – Risultati aggregati nelle 7 regioni, voti per partiti e coalizioni