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di Stefano Rombi (Università di Cagliari)

La media logic che innerva l’intero dibattito politico contemporaneo non ha risparmiato le recenti elezioni amministrative italiane e, meno che mai, un ambito che in verità dovrebbe guardare molto semplicemente ai numeri. Così, i media, tradizionali e non, hanno finora discusso del voto di preferenza con la telecamera puntata sulle performance di candidati più o meno celebri: dall’ex soubrette Simona Tagli al nipote del celeberrimo Aldo Biscardi. Per quanto divertente e sicuramente in grado di catturare l’attenzione del pubblico, questo genere di trattazione non aiuta in alcun modo a comprendere le dimensioni e la distribuzione del voto di preferenza. Questo breve articolo proverà a colmare questa lacuna.

Tanto per cominciare, in base alla legge 215 approvata nel novembre del 2012, nei comuni con più di 5000 abitanti l’elettore può esprimere fino a due preferenze, a condizione che siano attribuite a candidati di genere diverso, pena la nullità della seconda preferenza. Il passaggio dalla preferenza unica alla doppia preferenza di genere – applicata a livello comunale per la prima volta nel 2013 – incide sulla procedura di calcolo dell’indice di preferenza (IP). Esattamente come per le elezioni europee (Rombi 2014), IP è dato dal rapporto tra il numero di voti di preferenza effettivamente espressi e il numero di voti di preferenza potenzialmente esprimibili. Data la previsione delle due preferenze, il denominatore non può che corrispondere al doppio dei voti validi. Ovviamente, l’indice varia tra un minimo di 0 – nessun voto di preferenza – e un massimo di 1 – tutti gli elettori hanno utilizzato le due preferenze a disposizione.

Prima di addentrarci nell’analisi dei dati, è opportuno chiarire che l’indagine include tutti i comuni capoluogo, con la sola eccezione di Villacidro, situato nella provincia sarda del Medio Campidano, escluso a causa di una popolazione inferiore ai 15.000 abitanti. Nel complesso, quindi, saranno considerati 24 comuni: sette settentrionali (Milano, Torino, Trieste, Novara, Varese, Savona e Pordenone); quattro collocati nell’Italia centrale (Bologna, Ravenna, Rimini e Grosseto); 13 meridionali e insulari (Roma, Napoli, Cagliari, Salerno, Latina, Brindisi, Caserta, Cosenza, Crotone, Benevento, Olbia, Carbonia e Isernia).

Data l’articolazione dell’offerta elettorale, è importante chiarire che tutte le elaborazioni discusse in questo articolo escludono le liste civiche, ad eccezione dei casi in cui siano esplicitamente espressione di partiti politici. Da questo punto di vista, il Partito Democratico (PD), il Movimento 5 Stelle (M5S), la Lega Nord (LN), Forza Italia (FI) e Fratelli d’Italia (FDI) non pongono particolari problemi. Più complessa è la situazione relativa ai partiti centristi e a quelli della sinsitra cosiddetta radicale. Raramente, infatti, le forze politiche appartenenti a queste aree politiche si sono presentate con i loro simboli ufficiali, viceversa hanno spessissimo preferito collocare propri candidati all’interno di liste formalmente civiche. Talvolta, come nel caso del Nuovo Centro Destra (NCD) e di Scelta Civica (SC), si è trattatato di liste civiche diffuse in gran parte del territorio nazionale, talaltra  loro presenza è stata limitata al livello locale.

Chiarite le questioni di metodo, il primo fattore da mettere in luce riguarda la distribuzione territoriale del voto di preferenza. Nonostante gli epocali mutamenti che da molti anni stanno interessando la politica italiana (e non solo), vi è un elemento capace di opporsi strenuamente a qualunque cambiamento significativo: la natura tipicamente meridionale del voto di preferenza (benchè, rispetto al passato, nel resto del paese via sia qualche segnale di crescita). Come testimoniato dall’IP medio, anche in questo caso il Sud rappresenta l’area del paese in cui maggiormente si utilizzano le preferenze (IP = 0,49). Le città meridionali sono seguite da quelle settentrionali (IP = 0,29) e, infine, da quelle centrali (IP = 0,25).

La Figura 1 ci consente di entrare maggiormente nei dettagli, mostrando la distribuzione dell’indice su base regionale.

Fig. 1 – IP medio a livello regionale

Fig. 1 rombi 2016

 

Come si vede, il Molise (IP = 0,58) e l’Emilia-Romagna (IP = 0,21) costituiscono i due casi estremi. Il Molise è rappresentato dalla sola città di Isernia, mentre il valore dell’Emilia-Romagna deriva dalla media dell’IP registrato a Rimini (0,24), Bologna (0,20) e Ravenna (0,18)[1]. Non sorprendentemente, le prime cinque regioni appartengono tutte all’area meridionale e insulare: oltre al Molise, si notano Calabria, Puglia, Campania e Sardegna. Peraltro, se si considerano le 13 città meridionali, tutte, con la sola eccezione di Napoli, presentano gli indici di preferenza più elevati. Il record appartiene a Benevento (0,68), seguita da Cosenza (0,63) e Caserta (0,60). L’unica regione del Sud con un indice di preferenza medio relativamente contenuto è il Lazio (0,31) che include le città di Latina e Roma. Il valore laziale è fortemente influenzato da quello della capitale, dove l’indice di preferenza (0,17) è il più contenuto tra i capoluoghi esaminati. Oltre a Roma, le altre due città con l’IP più basso sono Torino (0,18) e Ravenna (0,18).

I valori di Roma e Torino suggeriscono di indagare la possibile relazione tra l’utilizzo del voto di preferenza e la dimensione demografica delle città. A parità di altre condizioni, i crescenti fenomeni di micropersonalizzazione (Calise 2013), associati all’utilizzo del voto di preferenza, sembrano tanto più probabili quanto più le relazioni tra l’elettore e il candidato al consiglio comunale possono assumere la forma del rapporto diretto e personale. Se è così, è chiaro che città di dimensioni ridotte dovrebbero favorire il ricorso al voto di preferenza. In effetti, i dati confermano questa ipotesi. Mediamente, le città con una popolazione inferiore ai 100.000 abitanti presentano un IP pari a 0,50, questo valore scende a 0,37 nei capoluoghi con una popolazione compresa tra i 100.000 e i 200.000 abitanti e, infine, si ferma ad appena 0,23 nei sei centri che superano i 200.000 abitanti (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Trieste). Questa tendenza è omogenea lungo l’intero territorio nazionale. Pertanto, sebbene in proporzioni diverse, in tutte le tre aree del paese – Nord, Centro e Sud – il voto di preferenza è tanto più impiegato quanto più la dimensione demografica della città è contenuta.

Anche in questo caso, dunque, le preferenze si sono rivelate come un fenomeno prevalentemente meridionale e diffuso nelle città piccole o medie. Se questo è il quadro dal punto di vista della distribuzione territoriale, resta da esaminare la diffusione del voto di preferenza tra gli elettori delle diverse forze politiche. Innazitutto vale la pena osservare l’indice di preferenza medio dei diversi partiti su scala nazionale[2]. La Figura 2 è particolarmente utile allo scopo.

Fig. 2 – IP totale delle diverse forze politiche

Fig. 2 rombi 2016

 

Nel complesso, emerge chiaramente come gli elettori dei partiti di centro e del Partito Democratico siano quelli più propensi a servirsi del voto di preferenza. Ma il confronto più interessante, vista la centralità che questi partiti hanno assunto nel sistema partitico, è certamente quello tra lo stesso PD e il Movimento 5 Stelle. Come si vede, se si esclude la poco decifrabile nuvola centrista, il partito guidato da Renzi (Pasquino e Venturino 2014) e quello fondato da Grillo (Corbetta e Gualmini 2013; Lanzone e Rombi 2014) rappresentano i due casi estremi. Nel primo, l’indice di preferenza calcolato su scala nazionale è pari a 0,44 mentre nel secondo si ferma a 0,26. Oltre a questo, c’è un altro dato meno visibile e meno ovvio: democratici e pentastellati sono molto simili nel differenziare le modalità di raccolta del consenso elettorale in base all’area geografica del paese, fenomeno che, in misura diversa, riguarda peraltro tutti i partiti italiani. Più precisamente, per ogni voto di preferenza al Centro-Nord gli elettori meridionali del PD ne esprimono circa due, mentre quelli del M5S addirittura poco più di tre. Insomma, è come se esistessero almeno due PD e, ben più sorprendentemente, due M5S[3].

Oltreché guardando al dato complessivo, l’analisi dell’utilizzo del voto di preferenza tra le varie forze politiche può essere condotta osservando i dati più significativi a livello cittadino. Sotto questo profilo, vale la pena segnalare come, considerando i 24 capoluoghi esaminati, gli elettori che più hanno fatto ricorso al voto di preferenza sono stati quelli della lista centrista Cosenza Popolare (IP = 0,76), seguiti a stretto giro da quelli del PD di Benevento e Cosenza, con un IP uguale in entrambi i casi a 0,74. Sul fronte opposto, troviamo il M5S. Gli elettori pentastellati a Milano, Roma e Torino hanno fatto segnare i tre indici di preferenza più contenuti in assoluto, mostrando come soprattutto nelle grandi città il voto dei cinque stelle sia quasi completamente slegato dai candidati al consiglio comunale.

Questi dati suggeriscono di osservare con maggiore profondità l’andamento del voto di preferenza nelle cinque principali città chiamate a rinnovare la propria amministrazione. A questo proposito, le elaborazioni della Tabella 1 sono di un certo interesse.

Tab. 1 – L’indice di preferenza nelle cinque principali città al voto

Tab.1 rombi 2016

Tanto per cominciare, anche considerando solo Bologna, Milano, Napoli, Roma e Torino i partiti centristi continuano a riportare l’IP più elevato (IP = 0,31). Si confermano particolarmente propensi al voto personale anche gli elettori delle compagini collocate a sinistra del PD (Rombi 2015), con un IP uguale a 0,28. Tra queste, si segnalano le tre liste di sinistra presenti a Napoli e, in particolare, il Partito Socialista Italiano – che ha appoggiato Valeria Valente – con un indice di preferenza pari a 0,47. Tutt’altro che trascurabile è stato l’IP fatto registrare dalle due liste di sinistra a sostegno di Luigi de Magistris: Napoli in Comune a Sinistra – che includeva candidati di Sinistra Italiana (SEL inclusa) e Possibile – e Verdi hanno riportato un indice di preferenza pari, rispettivamente, a 0,44 e 0,37.

Guardando alle singole città emerge, in primo luogo, come i partiti centristi abbiano l’IP più elevato a Bologna, Napoli e Roma, mentre a Milano e Torino questo record spetta, rispettivamente, a Fratelli d’Italia (IP = 0,25) e alla lista Torino in Comune – La Sinistra (IP = 0,31), che sosteneva Giorgio Airaudo. Stabilito che, con la sola eccezione di Bologna, gli elettori del M5S sono quelli che meno ricorrono al voto di preferenza, vale la pena segnalare come nelle grandi città l’elettorato del PD abbia una propensione relativamente meno marcata al voto per i singoli candidati al consiglio comunale. Se, infatti, la Figura 2 segnala che complessivamente gli elettori democratici si classificano secondi per grado di utilizzo del voto personale, la Tabella 1 mostra chiaramente come nelle grandi città siano sempre scavalcati dai sostenitori di altri partiti (solo i pentastellati presentano in tutti i cinque casi un IP più basso dei democratici), e non soltanto da coloro che simpatizzano per le forze centriste.

Abbiamo già detto della scarsa tendenza degli elettori del M5S ad utilizzare il voto di preferenza. Resta ancora da capire se le percentuali di voto ottenute dal Movimento 5 Stelle siano correlate positivamente o meno con il relativo indice di preferenza. Innanzitutto, va evidenziato come nei 24 capoluoghi sotto indagine il M5S abbia ottenuto, in media, il 15,6% dei voti. Nei comuni in cui la sua prestazione è stata superiore alla media, l’indice di preferenza è pari, mediamente, a 0,19; al contrario, laddove la percentuale di voti è inferiore alla media l’IP è uguale a 0,33. Ciò sembra indicare una relazione inversa tra prestazione elettorale e spinta del Movimento a ottenere voti personali. Si tratta di un dato particolarmente interessante che suggerisce come i pentastellati puntino sui candidati locali solo laddove il loro insediamento elettorale è meno radicato. Peraltro, si tratta di una dinamica comune anche al PD e alla Lega Nord. Questi, dunque, non sono partiti costitutivamente fondati sul voto di preferenza, ma se ne servono quando hanno necessità di sopperire a deficit strutturali della loro organizzazione. Accade l’opposto in Forza Italia, Fratelli d’Italia, nei partiti riconducibili all’area di Sinistra e, in misura straordinariamente superiore rispetto agli altri tre casi, nei partiti centristi.

Per chiudere questa breve indagine sul voto di preferenza, potrebbe essere utile comprendere se esista un effetto trascinamento del PD sui suoi alleati. Per farlo possiamo agevolmente concentrarci su due aree politiche costituite da partiti e liste caratterizzate da strategie differenziate rispetto al rapporto con il partito del Presidente del Consiglio: i centristi e la sinistra radicale. Insomma, la ricerca di voti personali è effettivamente influenzata dalla loro inclusione nell’alveo del PD?

Fig. 3 – Indice di preferenza e alleanza con il Partito Democratico

Fig. 3 rombi 2016

La Figura 3 sembra suggerire che sì, quando sono alleati con il PD i partiti di centro e quelli che si collocano alla sinistra dei democratici sono indotti a ricercare con maggiore forza il voto di preferenza. Questa propensione vale per entrambe le aree politiche e, soprattutto, presenta una sola, limitata, eccezione sul piano territoriale. Infatti, l’unica area del paese in cui l’IP dei partiti centristi e di sinistra è minore in caso di alleanza con il PD è rappresentata dai capoluoghi settentrionali. Al contrario, sia al Centro sia, soprattutto, al Sud accade il fenomeno opposto.

 

Riferimenti bibliografici

Calise, M. (2013), Fuorigioco. La sinistra contro i suoi leader, Laterza, Roma-Bari.

Corbetta, P. e Gualmini, E. (a cura di) (2013), Il Partito di Grillo, il Mulino, Bologna.

Lanzone, M.E. e Rombi, S. (2014), Who Did Participate in the Online Primary Elections of the Five Star Movement (M5S) in Italy? Causes, Features and Effects of the Selection Process, “Partecipazione e Conflitto”, vol. 7 (1), pp. 170-191.

Pasquino, G. e Venturino, F. (a cura di) (2014), Il Partito Democratico secondo Matteo, Bononia University Press, Bologna.

Rombi, S. (2014), Il voto di preferenza: tra meridione, neo-democristiani e intellettuali, in L. De Sio, V. Emanuele e N. Maggini (a cura di), Dossier CISE n. 6 – Le Elezioni Europee 2014, CISE, Roma, pp. 153-157.

Rombi, S. (2015), Il voto di preferenza nelle sette regioni, in A. Paparo e M. Cataldi (a cura di), Dopo la luna di miele: Le elezioni comunali e regionali fra 2014 e 2015, CISE, Roma, pp. 241-245.

[1] L’indice di preferenza di ogni città è dato dalla media degli IP fatti registrare dalle forze politiche in competizione.

[2] Prima di commentare le elaborazioni, è necessario chiarire la composizione dei gruppi “Partiti centristi” e “Partiti di sinistra”. Le forze che costituiscono l’insieme centrista sono: Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (presente a Napoli con il proprio simbolo e a Cosenza nella forma di due liste civiche); Centro Democratico; il Popolo della Famiglia; Italia dei Valori; Nuovo Centrodestra (in dodici occasioni nella forma della lista civica che associa il nome della città all’aggettivo “popolare”); Popolari per l’Italia; Rivoluzione Cristiana; Scelta Civica (in undici occasioni nella forma Cittadini per Bologna, Cagliari, ecc.); Unione di Centro.

Le liste che compongono il gruppo della sinistra sono: Cosenza in Comune; Crotone Bene Comune; Dipende da Noi; Insieme a Sinistra; Milano in Comune; Napoli in Comune a Sinistra; Partito Comunista d’Italia; Partito Socialista Italiano (Psi); Pordenone in Comune; Ravenna in Comune; Rete a Sinistra; Rimini in Comune Diritti a Sinistra; Rimini People; Sì – Sinistra per Trieste; Sinistra per Milano; Sinistra Ecologia Libertà (SEL); Sinistra per Brindisi; Sinistra per Isernia; Sinistra Unita; Sinistra per Rimini; Sinistra per Roma; Torino in Comune – La Sinistra; Verdi.

[3] Va precisato che Forza Italia e Lega Nord presentano, come il PD, un rapporto vicino a 1:2 tra le preferenze espresse al Centro-Nord e quelle espresse al Sud. Per ciò che riguarda le altre forze politiche, tale rapporto è uguale a: 1:1,7 per i partiti della sinistra; 1:1,5 per i partiti centristi; 1:1,3 per Fratelli d’Italia.