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di Roberto D’Alimonte

Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15 settembre 2016

Esiste una differenza sostanziale tra un giurista e un politologo. Il primo ragiona sulle norme. Il secondo sui dati. E’ questo che spiega in buona parte la diversa valutazione dell’Italicum tra me e Onida. I dati ci dicono che le coalizioni di governo, che per Onida non sono sempre un male, da noi non funzionano. I governi della Prima Repubblica sono durati in media meno di un anno. Quelli della Seconda Repubblica meno di due anni. Per la precisione 628 giorni. Questo è un problema o no?  Se uno pensa che la stabilità dei governi non sia un problema si giustifica la preferenza per sistemi elettorali proporzionali o  comunque per sistemi che non siano ‘decisivi’, cioè majority assuring. Si vota e dopo il voto i partiti trattano sulla formazione del governo. In Spagna è dieci mesi che trattano. Che poi i governi durino poco e non riescano a attuare i loro programmi poco importa. Chi scrive pensa invece che la stabilità sia molto importante, soprattutto di questi tempi. Senza di essa non si può governare efficacemente. Non solo. La stabilità è una condizione necessaria della responsabilità di chi governa. Governi instabili sono governi irresponsabili.

Ma come favorire la stabilità?  Il sistema elettorale è il meccanismo cruciale, anche se non il solo.  Nessun sistema proporzionale può oggi favorire la formazione di governi stabili nel nostro paese. Basta farsi due conti. Ci vuole un sistema disproporzionale. E già l’uso di questo aggettivo disturba molti in un paese di radicata cultura proporzionalista. In alcuni paesi l’obiettivo è perseguito con i collegi uninominali a un turno o a due turni. C’è chi da noi vorrebbe tornare ai collegi della Mattarella e chi vorrebbe sperimentare quelli a due turni della Francia. Anche Onida cita la Francia. Lo fa ricordando il sistema in vigore per le legislative che prevede un secondo turno semi-aperto e dimentica quello in vigore per le presidenziali che invece è simile al ballottaggio dell’Italicum. Ma il punto è un altro. In un contesto tripolare o multipolare l’uso dei collegi uninominali può portare a una forte sotto-rappresentazione di alcuni partiti, e non solo i più piccoli. Alle ultime elezioni in Gran Bretagna il partito di Farage ha ottenuto un seggio con il 14% dei voti. Alle prossime elezioni legislative francesi è possibile che il Fronte Nazionale ottenga il 30% dei voti e il 5% dei seggi, poco più o poco meno.  Una eventuale quota di seggi proporzionali può non essere sufficiente a risolvere il problema, a meno di non essere tanto grande da compromettere l’effetto maggioritario complessivo del sistema elettorale.

L’Italicum è diverso. A chi vince vanno 340 seggi. A chi perde 278. Con questo sistema si realizza un punto di equilibrio soddisfacente tra governabilità, favorita da premio di maggioranza e ballottaggio, e rappresentatività assicurata da una sostanziosa quota di seggi destinati ai perdenti e da una soglia bassa (il 3%). Certo, l’Italicum è un sistema perentorio. Chi vince ottiene sempre e comunque la maggioranza dei seggi. E sono gli elettori a decidere. L’Italicum esalta la sovranità popolare.  Questo preoccupa molto i custodi della forma di governo parlamentare. Eppure, fatti i conti, basteranno 25 deputati della maggioranza su 340 a sfiduciare il governo eletto ‘direttamente’ dal popolo, visto che la soglia di maggioranza è 316 e la nostra sarà comunque una democrazia parlamentare anche dopo la riforma costituzionale. L’ “uomo solo al comando” dipenderà dunque da una piccola minoranza di deputati del suo partito.

Ma al ballottaggio che deciderà il governo del paese potrebbero accedere due liste che hanno ricevuto una bassa percentuale di voti al primo turno. Una delle due al ballottaggio dovrà ottenere il 50% dei voti per vincere. Questo va da sé, ma non basta ai critici dell’Italicum.  La loro preoccupazione è che vadano a votare pochi elettori. Su quale base empirica sia fondata questa preoccupazione non è dato sapere. Visto che a Onida piace la Francia faccio notare che a Parigi a partire dal 1965 in un solo caso alle presidenziali l’affluenza alle urne al secondo turno è stata inferiore al primo. E alle legislative nello stesso periodo ci sono state modeste oscillazioni tra i due turni. Qualche volta si è votato di più al primo, altre volte al secondo. E la Francia non è mai stata un sistema bipartitico.  La cosa si spiega. Gli elettori percepiscono chiaramente che la posta in gioco al secondo turno è elevata e che la scelta che hanno davanti è netta e si comportano di conseguenza. Non si può assumere a priori che in Italia sia diverso.

Né si può ragionare come se le seconde preferenze espresse dagli elettori che vanno a votare non siano le loro ‘vere’ seconde preferenze. Un ragionamento simile equivale a introdurre un ulteriore e inusuale criterio di democraticità: la soddisfazione che l’elettore ricava dal voto che esprime. E che vuol dire poi che un elettore vota ‘contro’?  Questa è una espressione giornalistica, non un concetto scientifico. I francesi che alle presidenziali del prossimo anno voteranno a favore del candidato repubblicano- qualunque esso sia-  voteranno a suo favore o contro Marine Le Pen?  Le seconde preferenze sono seconde preferenze e basta. E una competizione a due con una elevata posta in gioco e una chiara visibilità tende a favorire l’espressione di una seconda preferenza. Ed è un bene in un sistema democratico che gli elettori si abituino a votare in base a un criterio di “second best”, invece di delegare la scelta ai partiti. La democrazia è compromesso.

Né è empiricamente fondata la tesi che un ballottaggio a livello nazionale nel nostro paese rischi di ‘rafforzare posizioni tendenzialmente estreme’. I secondi turni, proprio per la loro natura e soprattutto quando non sono aperti, tendono a favorire competizioni di tipo centripeto. La tesi di Onida nasconde sotto sotto il vero timore di chi oggi vuole cancellare il ballottaggio. Si chiama M5s. E questo perché non si è capito che il M5s non è percepito dagli elettori come una forza estremista. Il vero vantaggio competitivo dei cinque stelle è proprio quello di essere un movimento “acchiappatutti”, che pesca a sinistra, a destra e al centro. Ma chi non conosce i dati queste cose non le sa. Il M5s va sconfitto sul suo terreno e non cambiando in corsa le regole del gioco condannando il paese a una perenne instabilità.