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di Aldo Paparo

Il capoluogo piemontese è stato al centro della recente vita politica nazionale. Il successo della Appendino contro Fassino al ballottaggio delle comunali di sei mesi fa ha segnato, assieme al più rilevante ma anche più annunciato caso romano, un momento di svolta decisivo nella storia di questa legislatura.

L’onda lunga dei successi M5s alle comunali e delle sconfitte del Pd è arrivata ad abbracciare il referendum costituzionale che ha ratificato, a livello nazionale e con il Primo Ministro in campo personalmente, quella crisi di consensi che la sua parte politica aveva manifestato sei mesi or sono in molti contesti locali.

Analizzando i flussi elettorali fra politiche 2013 e il referendum, possiamo osservare numerose occorrenze interessanti. Innanzitutto partiamo dal risultato: a Torino il NO ha prevalso di 5 punti, il 38% contro il 33% del SI sul totale degli aventi diritto. Il restante 29% degli elettori torinesi si è invece astenuto. Quest’ultimo gruppo è il più facile da connotare: si tratta per la stragrande maggioranza di astenuti del 2013, anche se si segnalano due ingressi significati: dal M5s, pari a un sesto dei pentastellati 2013, e dal Pdl (quasi uno su quattro). In entrambi i casi si tratta del 3% degli elettori circa, ovvero un torinese su 30.

Anche il fronte del SI è formato da pochi, riconoscibili gruppi. Poco più del 40% proviene dal Pd 2013, di cui due elettori su tre hanno votato per confermare la riforma. Vi è poi un 30% circa proveniente dall’area di Monti, che ha votato in blocco per confermare la riforma. Se a questi sommiamo quanti avevano votato Pdl nel 2013 e hanno scelto il SI (circa uno su 4, potrebbero essere ascrivibili a Ncd) scopriamo che oltre 4 voti a favore della riforma su 5 provengono da partiti che sostengono il governo. Il SI si dimostra poi anche capace di intercettare consensi al di fuori dell’area di governo, ma pochi. In particolare si segnala un ingresso verso il SI dai partiti alla sinistra del Pd (Sel e Rc, che si sono spaccati a metà fra SI e NO), così come dal centrodestra. Infatti, come già osservato, i pochi elettori 2013 Lega si sono sostanzialmente divisi a metà fra SI e NO, mentre quanti avevano votato partiti minori della galassia berlusconiana sembrano avere massicciamente votato per la riforma. Ma sono pochi voti, e nessun ingresso si segnala dai ben più voluminosi bacini del non voto 2013 e del M5s.

Il fronte del NO è quello più composito. La porzione più numerosa, attorno al 40%, è costituita da elettori 2013 del M5s: cinque elettori del Movimento su sei hanno votato NO. Due porzioni abbastanza simili, pari a circa il 6/7% dell’elettorato torinese, che pesano circa un quinto l’una del totale dei voti al NO, provengono da elettori che nel 2013 avevano scelto i due ex grandi partiti. La metà degli elettori del Pdl e un terzo di quelli del Pd hanno votato per il NO. Per essere esatti, questi ultimi sono, di poco, più numerosi. Vi sono poi diversi altri rivoli che convergono sul NO. I più pesanti sono quello dovuto alla rimobilitazione di elettori che nel 2013 si erano astenuti, e quello formato da elettori di partiti di sinistra: entrambi pesano circa il 3% dell’elettorato, poco meno del 10% del totale del NO. Infine, la totalità degli elettori di Fdi e dei partiti fuori dalle coalizioni principali, oltre che la metà di quelli leghisti, ha scelto il NO.

Fig. 1 – Mappa circolare dei flussi fra elezioni politiche 2013 e referendum costituzionale 2016

torino

Riassumendo, il quadro che emerge nel capoluogo torinese è quello della spaccatura politica fra partiti a favore e partiti contro la riforma. Il SI contiene la maggioranza Pd, l’area montiana e l’Ncd. Il ridotto elettorato leghista del 2013 è quello che più si è diviso. Il NO è formato da M5s, Fi e minoranza Pd. Interessante in conclusione rilevare come, almeno a Torino, questa sia risultata decisiva. Se Renzi non avesse perso per strada il sostegno di una parte della base del suo partito, la riforma sarebbe stata approvata da una maggioranza degli elettori torinesi. Sarebbe anche bastato che si astenessero, invece di votare contro.

Riferimenti bibliografici:

Goodman, L. A. [1953], Ecological regression and behavior of individual, «American Sociological Review», 18, pp. 663-664.

Paparo, A. e M. Cataldi [2016], La mutazione genetica porta all’estinzione? I flussi elettorali fra primo e secondo turno a Torino, in Emanuele, V., N. Maggini e .A Paparo (a cura di) «Cosa succede in città? Le elezioni comunali 2016», Dossier CISE (8), Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 155-158.


Nota metodologica: le analisi dei flussi elettorali qui mostrate sono state ottenute applicando il modello di Goodman corretto dall’algoritmo Ras ai risultati elettorali delle 919 sezioni del comune di Torino. Il valore dell’indice VR è pari a 4,0. 

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Aldo Paparo (1984) è Campbell National Fellow presso la Hoover Institution a Stanford, dove conduce una ricerca sulla identificazione di partito in chiave comparata. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze, con una tesi sugli effetti del ciclo politico nazionale sui risultati delle elezioni locali in Europa occidentale. Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze politiche all'Università di Firenze, discutendo una tesi sulle elezioni comunali nell’Italia meridionale. Le sue principali aree di interesse sono i sistemi elettorali, i sistemi politici e il comportamento elettorale, con particolare riferimento al livello locale. Ha co-curato numerosi volumi dei Dossier Cise; e ha pubblicato sui Quaderni dell’Osservatorio Elettorale e su Monkey Cage. È stato inoltre co-autore di un capitolo in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014). È membro dell’APSA, della SISP e della SISE.