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Matteo Renzi ha vinto le primarie del Partito Democratico, affermandosi nettamente (70%[1]) nei confronti dei suoi due avversari, Andrea Orlando (19,5%), attuale Ministro della Giustizia, e Michele Emiliano (10,5%), governatore della Puglia. Un distacco molto ampio rispetto al secondo (50,5 punti) e in linea con il differenziale della precedente tornata in (49,8) in cui a sfidarsi erano stati Renzi e Gianni Cuperlo. A livello di elettorato si conferma quanto emerso nel voto nei circoli (a cui partecipavano gli iscritti), ossia la preponderanza dell’ex-Presidente del Consiglio rispetto ai principali contender e la marginalità della cosiddetta minoranza. Se le gerarchie interne all’interno del PD si sono ristabilite, dopo la fase sussultoria all’indomani della sconfitta nel referendum e della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, in cui il partito è uscito fortemente ridimensionato per lo meno nelle proprie aspirazioni maggioritarie, più complicata è la questione della mobilitazione dell’elettorato.
In questa tornata difatti i votanti sono stati circa 1.850.000: nonostante una stima prudenziale indicasse in un milione la quota minima per ritenere soddisfacente queste elezioni, il PD ha perso circa un milione votanti rispetto a quattro anni or sono.

Le precedenti primarie

La Tabella 1 indica i precedenti storici delle primarie per la selezione del segretario del PD e del candidato Presidente del Consiglio dal 2007 ad oggi: se si esclude la tornata 2005 – un unicum spiegabile con il fattore novità a livello nazionale (vari esperimenti a livello locale erano già stati introdotti) e con l’ampiezza della coalizione di centro-sinistra – le altre primarie hanno gradualmente visto una smobilitazione sempre crescente da parte dell’elettorato affine al PD e ai suoi partiti alleati. Una simile considerazioni vale per gli iscritti al partito (Tabella 2).

In termini comparativi le primarie di coalizione per la scelta del candidato Primo Ministro hanno visto un calo del 28% dal 2005 al primo turno del 2012 e del 35% rispetto al secondo turno. Anche in termini di elettorato il rapporto tra votanti (Selectors, “S”) ed elettori si è assottigliato passando dall’8,7% del 2005 al 5,6% del secondo turno del 2012. Tuttavia, questi due paragoni sono meno rilevanti rispetto al dato sulla partecipazione alle primarie per la scelta del segretario: anche in questo caso comunque il PD ha visto calare la mobilitazione.

Dal 2007 al 2009, il calo in termini di partecipazione è stato del 13%; dal 2009 al 2013, il calo si è ridotto (-9%), ma non si è arrestato. A quattro anni di distanza il calo è ancora più marcato (-34%).

Certamente tanto nel 2007 quanto nel 2013 l’ambiente esterno – o, per usare una metafora metereologica, il “clima politico” – arrideva al nascente al partito (2007) e alla nuova leadership di Matteo Renzi (2013). In quest’ultimo frangente, le difficoltà del partito durante la parentesi del governo di grande coalizione con il PDL (2011-2013) ed il deludente risultato del PD alle elezioni politiche del 2013, avevano agevolato un cambio di leadership, accompagnato da un forte messaggio di rottamazione della precedente classe politica. Gli oltre 2,8 milioni di elettori che avevano garantito a Renzi una solida maggioranza, erano in linea con le aspettative del partito. Al contrario, il PD che ha appena portato i suoi elettori alle urne, si trova al governo con il terzo Primo Ministro proveniente dalle sue fila in quattro anni e, nonostante non vi siano state fibrillazioni nella maggioranza di governo dopo la rottura del Patto del Nazareno, le dimissioni di Renzi da Primo Ministro e segretario del partito con la successiva scissione di una parte del partito, hanno contribuito a smorzare gli entusiasmi pre-voto. Rispetto quindi alle premesse non incoraggianti, la partecipazione totale può essere considerata dalla élite del partito parzialmente soddisfacente. 

Tab. 1 – Partecipazione alle elezioni primarie a livello nazionale del Partito Democraticovittori1Procedendo con l’analisi degli iscritti si può notare come – al di là delle probabili oscillazioni dovute alla non univocità dei dati a disposizione – la quota degli iscritti sia andata diminuendo costantemente nel corso dei dieci anni di storia del PD, con una seppur lieve ripresa quest’anno. Rispetto agli allora Democratici di Sinistra e Margherita, il Partito Democratico ha perso oltre 520.000 militanti, pur avendo recuperato rispetto al 2015 (395.574).

Tab. 2 – Iscritti al Partito Democraticovittori2

Da sottolineare come la quota della partecipazione all’ultima consultazione fra gli iscritti sia stata poco al di sopra del 59% (266.054 voti espressi). Oltre ai numeri, il dato politico emerso dal voto degli iscritti è il distacco in termini percentuali tra il primo e secondo candidato: sia nel 2009 che nel 2013, Dario Franceschini e Gianni Cuperlo, avevano abbondantemente superato il 35% delle preferenze segnando un distacco rilevante nel primo caso (18 punti nel primo caso) e più contenuto nel secondo (circa 6 punti). Quest’anno nel voto fra gli iscritti la distanza tra Renzi è Orlando è stata di oltre quaranta punti percentuali, dato questo che testimonia la non contendibilità della leadership da parte delle variegate tendenze politiche – sarebbe scorretto definirle fazioni – all’interno del partito. In termini assoluti – e nonostante il calo della partecipazione di circa il 10% rispetto al 2013 – Renzi ha aumentato il proprio consenso fra gli iscritti di oltre 42.000 voti (+32%). Se nel 2013, la scarto tra il voto degli iscritti e quello dell’elettorato aveva agevolato Renzi – dando manforte alle interpretazioni politologiche che vedono negli iscritti un nucleo di votanti tendenzialmente più “radicale” rispetto alla leadership e agli elettori – questa ultima tornata ha, da un lato, confermato il maggiore appeal di Renzi sugli elettori e, dall’altro, smentito quanto accaduto nel 2013: proprio gli iscritti difatti hanno garantito al neo-segretario una chiara maggioranza dentro il partito. Per quanto manchino recenti analisi longitudinali sull’evoluzione delle preferenze politiche degli iscritti al PD, una superficiale analisi rivela come ci sia stato un mutamento rilevante nei confronti di quello che viene considerato il candidato sì più spendibile in termini elettorali, ma anche quello più politicamente più “moderato” e divisivo nei confronti di potenziali alleati a sinistra del PD. La famigerata “ditta” cui faceva spesso riferimento l’ex-segretario Bersani, pur essendo numericamente più ridotta, in questo congresso ha espresso un chiaro sostegno al progetto politico di Renzi.

Tab. 3 – Risultati nel voto fra gli iscritti e nelle primarie per l’elezione del segretario del PDvittori3

La geografia del voto

Una seconda, e più breve, analisi la merita certamente la geografia del voto. Se si assumesse – e possiamo farlo senza intenti che vadano al di là della speculazione – che il referendum costituzionale sia stato un referendum sull’operato di Renzi, allora dovremmo desumere che il Sud abbia bocciato l’operato dell’ex Primo Ministro. Con un candidato come Michele Emiliano – sì poco competitivo, ma fortemente radicato nel meridione e ostile a Renzi – queste tendenze avrebbero dovuto farsi sentire anche nell’elettorato di centro-sinistra. Così non è stato: i risultati ancora non definitivi indicano che Renzi abbia tenuto a distanza agli altri contendenti, seppure Emiliano riesca ad imporsi nella “sua” Puglia con il 50% dei votanti, rispetto al 35% di Renzi. Per quanto i dati su base regionale siano molto parziali, ancora una volta la cosiddetta Zona Rossa (Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Umbria) si conferma uno zoccolo duro per il PD: le quattro regioni hanno totalizzato circa 515.000 votanti, quindi più del 25% del totale.

Conclusioni

I dati delle primarie del PD indicano una chiara e costante diminuzione nella partecipazione a fronte di una scarsa competitività tra i candidati, dato che il candidato favorito (Veltroni, Bersani e Renzi) ha sempre vinto con largo margine. Tuttavia, la selezione del candidato segretario e del candidato Primo Ministro ha attratto l’attenzione dell’elettorato del centro-sinistra sin dall’esperimento delle primarie di coalizione del 2005, allargando la partecipazione (formale) ben al di là dei semplici iscritti. Quanto tale partecipazione si stabilizzerà o decrescerà nel prossimo futuro è difficile stabilirlo: certamente l’effetto novità sembra ormai tramontato e i numeri assoluti delle prime tornate appaiono difficilmente replicabili. Come strumento di legittimazione politica della leadership, le primarie appaiono ancora in grado di mobilitare una fetta non trascurabile di elettori democratici. Su quali effetti in termini di qualità della deliberazione spetta a ciascun elettore stabilirlo sulla base delle proprie preferenze.


[1] I dati riportati sono ancora ufficiosi.