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Taranto e Lecce vanno entrambi al ballottaggio con il centrodestra avanti. Se per Lecce è quasi una formalità, dati gli alti risultati e la tradizione politica della città, per Taranto è un’inversione rispetto alla giunta di centrosinistra uscente. Al secondo turno però le coalizioni partiranno alla pari, avendo ottenuto entrambi scarsi risultati dovuti all’offerta elettorale frastagliata. Male invece il Movimento 5 Stelle che si piazza solo quarto in entrambe le città.

Tabella 1 – Risultati Comune di Taranto dal 2012 al 2017[1]taranto tableu

Taranto è andata al voto dopo l’esperienza della giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Ippazio Stefano. L’affluenza si è attestata ad un livello di poco inferiore al dato nazionale (58,51% contro il 60,07%), in calo altresì rispetto alle amministrative 2012 (62,4%) e alle politiche del 2013 (62,9%), ma in risalita rispetto alle europee del 2014 (42,2%).

L’offerta elettorale è stata particolarmente frastagliata, con ben dieci candidati sindaco per un totale di 37 liste. A raccogliere più voti è stata la coalizione di centrodestra, capeggiata per la carica di primo cittadino da Stefania Baldassarri. La candidata sindaca andrà al ballottaggio forte appena del 22,27% dei voti, come mostra la Tabella 1. All’interno della coalizione, la forza di maggior successo è Forza Taranto, lista civica che nasconde la presenza di Forza Italia, con il 6,74%. Le restanti liste a sostegno sono tutte civiche, ad eccezione di Direzione Taranto, che si rifà al partito di Fitto (2,53%). In totale la coalizione ha raccolto il 25,99%, quindi circa 3,7 punti percentuali in più rispetto alla candidata sindaca, che non sembra quindi essere particolarmente attrattiva. Ad ogni modo, il risultato della coalizione rispetto a cinque anni fa è migliorato: allora infatti essa si classificò solo quarta. Rimane invece sulle stesse percentuali il partito berlusconiano: 6,8% nel 2012; 6,7% nel 2017. La differenza con le elezioni politiche ed europee è netta, rispettivamente -18,9% e -10%.

Chi invece esce sconfitto è senza dubbio il centrosinistra, che aveva governato la città nella precedente tornata. All’epoca andò al ballottaggio mancandogli solo lo 0,48% dei voti per vincere al primo turno. Quest’anno non riesce nella stessa imprese ottenendo appena il 17,92% dei consensi e collocandosi quindi secondo. A trainare l’alleanza vi è il Pd, che raccoglie l’11,81%; gli altri, tra cui i centristi e il Psi, si distribuiscono tra lo 0,74% e il 2,18%. Interessante notare come anche in questo caso la coalizione acquisisca più voti del candidato sindaco sostenuto (20,58%). Il tonfo del Pd è quindi fragoroso: -4,2% rispetto alle amministrative 2012; -9,9% rispetto alle politiche del 2013; -25% rispetto alle europee del 2014.

Arriva terzo, restando fuori dal ballottaggio, Mario Cito, cinque anni fa al ballottaggio per la destra, oggi invece capeggiando un’unica lista civica. Solo quarto il Movimento 5 Stelle, con appena il 12,43% del suo candidato sindaco e il 9,97% della lista. Migliora sì rispetto al 2012 (1,9%), ma registra una caduta vertiginosa rispetto al 2013 (27,7%) e al 2014 (25,4%). Gli altri sei candidati hanno ottenuto un consenso che va dall’1,11% al 9,76%.

A Taranto, quindi, l’offerta politica atomizzata non restituisce l’idea di un chiaro vincitore. Può in parte sorridere il centrodestra, che centra il ballottaggio come prima forza, migliorando i risultati del 2012. Male invece per il centrosinistra, che arriva al secondo turno molto debolmente, e per il Movimento 5 Stelle, addirittura quarto.

Dai flussi di Taranto si evince come l’elettorato non sia riuscito a indirizzarsi verso un candidato specifico e si sia diviso almeno tanto quanto si è dimostrata frastagliata l’offerta politica per la conquista della carica di primo cittadino. Infatti, se confrontato il voto di domenica 11 giugno con quello delle politiche 2013, sono pochi gli elettori che confermano il candidato espressione della stessa area. L’apice è raggiunto dal 31,1% di elettori che confermano il voto al M5S, che sappiamo però essere arrivato quarto al primo turno. Il restante 69,9% è stato indirizzato per poco più di un terzo al candidato di centrosinistra Melucci e per quasi un altro terzo verso il non voto. Ciò che rimane va in misura maggiore alla candidata di centrodestra (10,1%). Gli elettori berlusconiani del 2013 mostrano un comportamento altresì sorprendente: ben il 46,7% si rifugia nel non voto. Solo l’11,6% sceglie la candidata naturale Baldassari, addirittura meno del candidato civico (di destra nel 2012) Cito, scelto dal 18% dei berlusconiani 2013. Ma anche l’elettorato di centrosinistra appare diviso. Fatto 100 quello di Bersani del 2013, solo il 26,1% ha scelto Melucci. Evidente appare la frattura a sinistra, con due candidati (Sebastio e Bitetti), che insieme raccolgono il 30,8% di quel bacino elettorale. Ad una tornata di forte astensione, però, sorprende come nel non voto defluisca solo il 9%, mostrando come questo sia preso meno in considerazione dall’elettorato tarantino di centrosinistra, a differenza del 46,7% berlusconiano, 44,4% montiano e 21,3% grillino. Infine ben il 72,9% di chi si era astenuto nel 2013 ha continuato a disertare le urne. La parte restante ha scelto maggiormente la candidata di centrodestra (14,1%).

Tabella 2 – I flussi elettorali di Taranto tra Politiche 2013 e Comunali 2017, destinazioniflussi taranto destVolgendo invece lo sguardo ai flussi di provenienza per ogni candidato, notiamo come il dato più singolare sia probabilmente rappresentato dall’elettorato di Melucci. Questo, infatti, è composto solo per il 42,6% da chi votò Bersani nel 2013 e da addirittura il 41,7% da chi aveva scelto il Movimento 5 Stelle. Questo mostra come a Taranto, in linea teorica, il voto grillino sia più un voto di centrosinistra e, così, dovrebbe essere più semplice per Melucci contare su questo bacino di consensi per il secondo turno. La sfidante Baldassari, invece, ha ottenuto più voti da chi non era andato a votare nel 2013 (45,1%), mentre nettamente inferiore è il consenso derivante da chi votò Berlusconi nel 2013 (15,9%). È invece nuovamente Cito che fa della base dell’ex Cavaliere la roccaforte del proprio consenso. Ben il 44,2% dei propri voti proviene da lì; solo il 26,1% dal non voto e addirittura il 19,1% da quelli di Bersani 2013. Chi invece riflette con maggior coerenza il voto 2013 è il Movimento 5 Stelle. Fatto 100 l’elettorato di Nevoli, ben il 74,8% aveva votato la lista di Grillo quattro anni fa. Infine una considerazione sul non voto: il 65,6% di chi si è astenuto l’11 giugno si era astenuto nel 2013. La forza politica però che più sembra aver risentito di questo fenomeno è quella berlusconiana: infatti il 18% dei non votanti scelsero Berlusconi nel 2013. Combinando i dati delle due tabelle, quindi, nel centrodestra è occorso un fatto singolare: che aveva votato Berlusconi quattro anni fa ha preferito maggiormente astenersi nel 2017 e non votare Baldassari; chi ha votato Baldassari quattro anni fa aveva deciso di astenersi e solo in minima parte aveva preferito Berlusconi.

Tabella 3 – I flussi elettorali di Taranto tra Politiche 2013 e Comunali 2017, provenienzeflussi taranto provFigura 2 – I flussi elettorali a Lecce fra Politiche 2013 e Comunali 2017 (percentuali sull’intero elettorato, clicca per ingrandire)flussi taranto fig

Lecce mostra un’affluenza elettorale particolarmente alta, soprattutto se confrontata con la media nazionale e con le precedenti consultazioni referendarie ed europee. Il 70,16% del corpo elettorale si è presentata ai seggi, un risultato lievemente in calo rispetto al 2012 quando votò il 73,8%, ma superiore al 60,07% degli altri comuni di questa tornata, al 63,73% del 4 dicembre e al bassissimo 46,7% del 2014 (Tabella 4).

Tabella 4 – Risultati Comune di Lecce dal 2012 al 2017[1]lecce tableu

La città da quando è stata introdotta l’elezione diretta, salvo un periodo dal 1995 al 1998, è sempre stata amministrata dal centrodestra. Nel 2012 Paolo Perrone rivinse le elezioni al primo turno con il 64,3% dei consensi, lasciando poco spazio ai competitor. Quest’anno, avendo completato il doppio mandato, per la coalizione berlusconiana si è presentato Mauro Giliberti. Il risultato è buono, ma non paragonabile al precedente. Il centrodestra, quando manca ancora una sezione al termine dello spoglio, rimane prima coalizione, ma sarà necessario un ballottaggio per assegnare la carica di sindaco, dato che l’alleanza forzista ha ottenuto il 45,22% dei voti. Chi ha avuto un ruolo guida, però, è stato il partito fittiano Direzione Italia conquistando il 17,45% delle preferenze, seguito dalla lista civica Grande Lecce con il 10,56%. Solo terza Forza Italia con l’8,93%. È questo un risultato decisamente basso, specialmente se confrontato con le elezioni precedenti in cui la sua percentuale (Pdl) si attestava al 27,8%. Da allora il calo è stato progressivo: 25% alle politiche e 22,7% alle europee. Bene invece la parte alla destra, che con Fratelli d’Italia raccoglie il 5,65%, incrementando

i consensi rispetto alle precedenti elezioni. Meno bene Lecce Popolare, ferma al 2%. Interessante infine notare la discrepanza tra il voto alle liste e quello al candidato sindaco, testimonianza di un discreto utilizzo del voto disgiunto. Ebbene, se Giliberti avesse ottenuto tanti consensi quanti quelli delle liste a lui candidato, sarebbe stato eletto sindaco al primo turno con il 52,03% dei voti. Questo testimonia probabilmente una scarsa attrattività del candidato in questione.

Chi riesce ad approdare al secondo turno è il centrosinistra di Carlo Salvemini, ottenendo il 28,97% dei voti. È un risultato migliore rispetto a quello di cinque anni fa per quanto riguarda la coalizione, all’epoca ferma al 25,84%, ma anche rispetto alle politiche, quando ottenne il 27,7%. Quest’anno il centrosinistra si presentava con il Pd e quattro liste civiche. Lecce Città Pubblica e Pd sono le formazioni politiche che hanno raccolto più consensi (attorno all’8,5%, quando si sono scrutinate 101 sezioni su 102). Se la coalizione cresce, però, il Pd cala. Era al 10,6% nel 2012, al 20% nel 2013 e al 37,6% nel 2014. Salvemini registra l’effetto opposto rispetto a Giliberti. Raccoglie 4,3 punti percentuali in più rispetto alle liste a lui collegate, dimostrando come la sua candidatura sia in parte apprezzata anche fuori i confini della sua coalizione.

Al terzo posto si colloca la coalizione di centro guidata dall’Udc, con un buon 16,9%. Questo è un risultato quattro volte superiore rispetto al 2012 e forse anche per questo motivo si è reso necessario il doppio turno. L’Udc singolarmente prende grosso modo la stessa percentuale del 2012, ma è la coalizione di liste civiche alleate che permette, insieme, di arrivare a questo ottimo risultato.

Come a Taranto, così anche a Lecce il Movimento 5 Stelle si classifica quarto, dimostrando la difficoltà riscontrata su tutto il territorio nazionale in questa tornata amministrativa. Al candidato Fabio Valente è andato il 6,3% dei consensi, mentre la lista è ferma al 5%. È vero che migliora rispetto al 2012, ma la caduta rispetto a politiche ed europee è forte: si tratta rispettivamente del -20,7% e del -18,9%.

Infine, per quanto riguarda i flussi, alcuni dati sono particolarmente interessanti da analizzare (tabelle 5 e 6). Fatto 100 l’elettorato dei vari candidati sindaco, il 54% di quello di Salvemini proviene da chi nel 2013 aveva votato Bersani, mostrando quindi una discreta coerenza di scelta. Così come capita a Valente per il M5S, il cui 66% proviene da quel serbatoio di voti, a cui si aggiunge un 28% proveniente dal non voto: è così chiaro come il Movimento sia per nulla attrattivo nelle restanti parti dell’elettorato. I voti di Giliberti, invece, provengono per il 43% da chi votò Berlusconi nel 2013, ma anche per il 31% da chi votò il M5S, mostrando come questo movimento non collocabile sull’asse sinistra-destra a Lecce prese maggiormente i voti dalla destra. Questo risultato è riscontrabile anche facendo 100 l’elettorato grillino del 2013 e vedendo come il 55% di esso si sia spostato proprio su Giliberti. Infine interessante notare come il 59% di chi votò Monti nel 2013 abbia scelto Salvemini nel 2017 e 0 Giliberti, il quale invece pesca più di tutti tra i non votanti delle politiche (25%).

Tabella 5 – I flussi elettorali di Lecce tra Politiche 2013 e Comunali 2017, destinazionilecce dest

Tabella 6 – I flussi elettorali di Lecce tra Politiche 2013 e Comunali 2017, provenienzelecce prov

In conclusione, Lecce rimane una città di centrodestra, la cui coalizione però non è riuscita a realizzare lo stesso risultato della rielezione di Perrone. Una vittoria al secondo turno è però decisamente probabile, anche guardando l’appoggio alle liste di Giliberti. Migliora il centrosinistra che riesce ad arrivare al ballottaggio, ma è lontano da una possibilità di vittoria. Bene il centro, quasi al 17%, mentre male per il Movimento 5 Stelle che, pur migliorando i risultati del 2012, si classifica quarto ben lontano dalla doppia cifra.

Figura 2 – I flussi elettorali a Lecce fra Politiche 2013 e Comunali 2017 (percentuali sull’intero elettorato, clicca per ingrandire)lecce figura flussi

Riferimenti bibliografici:

Corbetta, P.G., A. Parisi e H.M.A. Schadee [1988], Elezioni in Italia: struttura e tipologia delle consultazioni politiche, Bologna, Il Mulino.

Goodman, L. A. (1953), Ecological regression and behavior of individual, «American Sociological Review», 18, pp. 663-664.

Plescia, C., e L. De Sio (2017), An evaluation of the performance and suitability of R× C methods for ecological inference with known true values, «Quality & Quantity», pp.  1-15.


NOTA METODOLOGICA

I flussi riportati sono stati calcolati applicando il modello di Goodman alle oltre 100 sezioni elettorali del comune di Lecce e 191 sezioni di Taranto. In entrambe le analisi abbiamo eliminato le sezioni con meno di 100 elettori (oggi o nel 2013), nonché quelle che hanno registrato un tasso di variazione superiore al 20% nel numero di elettori iscritti (sia in aumento che in diminuzione).  Il valore dell’indice VR è pari a 14,8 a Lecce e 8,3 a Taranto.


[1] Nella parte superiore di ciascuna tabella sono presentati i risultati al proporzionale; nella parte inferiore si usano i risultati maggioritari (per le comunali).

Sinistra è la somma dei risultati ottenuti da candidati (comunali) o partiti (politiche ed europee) di sinistra ma non in coalizione con il Pd;

il Centro-sinistra somma candidati (comunali) del Pd o le coalizioni (politiche ed europee) con il Pd;

Il Centro è formato da candidati (comunali) o coalizioni (politiche ed europee) sostenuti o contenenti almeno uno fra Udc, Ncd, Fli, Sc, Dc, Adc, Api, Udeur;

il Centro-destra somma candidati (comunali) sostenuti da Fi (o Pdl) o coalizioni (politiche ed europee) contenenti Fi (o Pdl) o Direzione Italia, Gs, Mpa;

la Destra è la somma di candidati (comunali) sostenuti da  Lega, Fdi o La Destra o coalizioni (politiche ed europee) contenenti almeno uno di questi.

Criteri per l’assegnazione di un candidati a un polo: se un candidato è sostenuto dal Pd o dal Pdl (o Fi) è attribuito al centro-sinistra e al centro-destra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno. Se un candidato è sostenuto solo da liste civiche è un candidato civico. Se una coalizione è mista civiche-partiti, questi trascinano il candidato nel loro proprio polo se valgono almeno il 10% della coalizione, altrimenti il candidato resta civico. Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo Pd e Pdl che hanno la priorità), si valuta il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).