Comunali 2011, il voto ai partiti a confronto con il 2010: boom delle civiche, flop di Pdl e Idv

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di Vincenzo Emanuele e Aldo Paparo

Per valutare l’andamento dei principali partiti nazionali in queste elezioni amministrative risulta utile, oltre che interessante, confrontare i risultati (espressi in valori assoluti e percentuali, come riportati nella Tabella 1) aggregati dei partiti presentatisi al primo turno nei 23 comuni capoluogo con quelli degli stessi partiti ottenuti alle elezioni regionali di un anno fa.

TAB. 1 Confronto 2010-2011 dei risultati dei partiti, valori assoluti e percentuali.

Il vero vincitore di queste elezioni comunali sembra essere l’aumento della frammentazione, dovuto alla sovrabbondante proliferazione di liste civiche, soprattutto al Sud. Prova ne sia che il numero di partiti in Italia, calcolato con l’indice di Laakso e Taagepera (1979), il Nepe (Numero effettivo di partiti elettorali) cresce dai 5,4 del 2010 ai 7,6[1] di quest’anno. Nel 2010 la somma di tutti i partiti nazionali (considerando fra questi, come esposto nella Tabella, anche Ps, Udeur e Movimento 5 Stelle) raggiungeva l’89,1%: solo un voto su 10 si indirizzava verso forze politiche minori o liste civiche. Nelle elezioni del 15 e 16 Maggio i partiti nazionali raggiungono tutti insieme il 77,1%: quasi un voto su 4 è andato a forze inesistenti sul piano nazionale. Liste civiche e micro partiti totalizzano insieme il 22,9% dei consensi (336.358 voti in più rispetto al 2010), una cifra che permette di definirli (provocatoriamente) il secondo partito del paese. Un dato che dovrebbe farci riflettere sulla tenuta del nostro sistema partitico e sulla natura del voto amministrativo, una competizione nella quale lo spazio per imprenditori politici e liste “fai da te”, oltre che per l’esercizio del voto di scambio, è massimo.

Se è vero che manca un partito che possa considerarsi realmente vincitore della partita amministrativa, è però chiaro chi sono gli sconfitti: il Pdl e l’Idv.

Il Popolo della Libertà subisce un tracollo di consensi, passando dal 31% del 2010 all’odierno 22,8%. Perde 118 mila voti e non è più il primo partito del paese (lo era sempre stato sin dalla sua nascita, nel 2008).

L’Italia dei Valori scende al 4%, lasciando per strada 3,2 punti percentuali rispetto alle regionali e oltre 61.000 voti. Il partito di Di Pietro paga l’aumento della concorrenza tra le forze politiche che si situano a sinistra del Pd: la Sel, il partito che migliora di più in termini percentuali, dal momento che cresce di 1,6 punti (dal 3 al 4,6%) divenendo il quarto partito italiano e il Movimento 5 Stelle, che passa dal 3,1 al 3,8%. Queste due forze insieme ottengono 79 mila voti in più delle regionali, una cifra ben superiore a quella persa dall’Idv e solo in minima parte riconducibile alla flessione della Federazione della Sinistra (dal 2,8 al 2,3% e 3600 voti in meno).

E’ evidente, dunque, che vi è stato uno spostamento di consensi verso sinistra (oltre che, come abbiamo appena visto, un rimescolamento interno), che pure non ha danneggiato il Partito democratico. Questo, sebbene ceda un punto rispetto alle regionali (un fatto quasi fisiologico, visto l’aumento delle liste civiche) è il partito che cresce di più in voti assoluti (oltre 53 mila). Soprattutto, per la prima volta da quando è nato, supera il Pdl e diventa la prima forza politica italiana con il 26,2%.

Altra sconfitta di questa tornata elettorale è la Lega Nord. Dopo che i sondaggi fino all’inverno la stimavano in crescita galoppante, attorno al 12% e a un passo dal divenire il primo partito del Nord, la realtà è una secca battuta d’arresto (-2,2 punti e quasi 33.000 voti in meno rispetto al 2010), ancor più bruciante per Bossi perché inattesa. Mai, nella Seconda Repubblica, la Lega e il Pdl avevano perso consensi contemporaneamente: quando uno saliva, l’altro scendeva. Quest’anno, per la prima volta, sia Berlusconi che Bossi hanno perso voti. Un dato che testimonia ulteriormente il complessivo spostamento a sinistra dell’elettorato italiano.

Infine, alcune considerazioni sul Terzo Polo. In alcune città unito, in altre diviso. Un risultato non brillante, per certi versi deludente. L’Udc è sostanzialmente stabile al 4,2% (-0,3 punti) così come l’Api di Rutelli (0,8%), mentre Futuro e Libertà, alla sua prima apparizione sulle schede elettorali, risulta fortemente ridimensionata rispetto alle euforiche aspettative iniziali (tutti i sondaggi, anche i più pessimistici, la stimavano sopra il 3%): è appena all’1,1% e il suo record non migliora di molto nemmeno se le sommiamo parte di quell’1,5% della voce “Altre liste a sostegno di candidati del Terzo Polo” (al cui interno è presente la lista “Nuovo Polo per Milano” che sosteneva il candidato sindaco di Fli, Palmeri, nel capoluogo lombardo). Nel complesso, l’esperimento del Terzo Polo non va del tutto bocciato: anche se il risultato delle sue liste è insoddisfacente, i voti di questa aggregazione sono decisivi in molti comuni al ballottaggio. Meglio sospendere il giudizio su Casini & co. e riprenderlo alle prossime politiche, quando il Terzo Polo soffrirà in misura minore (quantomeno al Senato, con questa legge elettorale) la pressione maggioritaria e il voto strategico che in queste amministrative gli hanno tarpato le ali.


[1] Il Nepe è stato calcolato escludendo dal computo tutti i voti delle liste “Altre”, “Altri Cd”, “Altri Cs”, “Altri Tp”. Pertanto la cifra di 7,6 sottostima il numero di partiti di queste comunali.

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Vincenzo Emanuele è ricercatore in Scienza Politica presso la LUISS Guido Carli di Roma. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze con una tesi sul processo di nazionalizzazione del voto in Europa occidentale e le sue possibili determinanti. La sua tesi ha vinto il Premio 'Enrico Melchionda' conferita alle tesi di dottorato in Scienze Politiche discusse nel triennio 2012-2014 e il Premio 'Celso Ghini' come miglior tesi di dottorato in materia elettorale del biennio 2013-2014. È membro del CISE, di ITANES (Italian National Election Studies) e co-coordinatore del Research Network in Political Parties, Party Systems and Elections del CES (Council of European Studies). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle elezioni e i sistemi di partito in prospettiva comparata, con particolare riferimento ai processi di nazionalizzazione e istituzionalizzazione. Ha pubblicato articoli su Comparative Political Studies, Party Politics, South European Society and Politics, Government and Opposition, Regional and Federal Studies, Journal of Contemporary European Research, oltre che sulle principali riviste scientifiche italiane. La sua monografia Cleavages, institutions, and competition. Understanding vote nationalization in Western Europe (1965-2015) è edita da Rowman and Littlefield/ECPR Press (2018). Sulle elezioni italiane del 2018, ha curato la Special Issue di Italian Political Science ‘Who’s the winner? An analysis of the 2018 Italian general election’. Clicca qui per accedere sito internet personale. Clicca qui per accedere al profilo su IRIS.