Il sistema partitico italiano tra cambiamento e stabilizzazione su basi nuove

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di Alessandro Chiaramonte e Vincenzo Emanuele

Il sistema partitico italiano è ormai da qualche anno in uno stato di accelerata de-istituzionalizzazione (Chiaramonte e Emanuele 2014), caratterizzato dal disallineamento tra elettori e partiti e dunque da una forte fluidità nei comportamenti di voto (e di non voto). Lo abbiamo visto in modo eclatante in occasione delle elezioni politiche del 2013, quando il Movimento 5 stelle si è affermato a scapito dei partiti mainstream conquistando oltre 8 milioni e mezzo di nuovi elettori. Ne abbiamo avuto un’ulteriore conferma con le elezioni europee del 2014, che – certo – non sono elezioni politiche, ma che altrettanto indiscutibilmente sono state molto influenzate dalle dinamiche interne.
Dopo il clamoroso risultato elettorale del 2013, dalle elezioni del 2014 ci si sarebbe potuti aspettare un consolidamento dei rapporti di forza allora delineati, ovvero un riflusso allo status quo ante. La prima ipotesi avrebbe prefigurato una sorta di re-istituzionalizzazione del sistema partitico su basi diverse dal passato e quindi lontano dall’assetto tipicamente bipolare della Seconda Repubblica. La seconda ipotesi avrebbe invece relegato il dato del 2013 ad uno shock episodico, ossia ad una sorta di deviazione temporanea da un tracciato prestabilito. Nessuna delle due ipotesi regge in realtà al riscontro empirico, sia pure tenendo conto della diversa posta in gioco, del diverso livello di partecipazione al voto e del diverso sistema elettorale delle europee rispetto alle politiche.
In effetti, i rapporti di forza tra i partiti sono stati nuovamente e consistentemente alterati, ma non sono affatto mutati nella direzione di un ritorno alla fase precedente al 2013. Il Movimento 5 stelle ha sì subito un lieve arretramento, ma con oltre il 21% dei voti ha di fatto riaffermato la sua rilevanza all’interno del sistema partitico italiano. Il centro-destra ha più o meno conservato la quota di voti ricevuta l’anno prima, ma – complice il sistema elettorale proporzionale – si è presentato alquanto diviso e privo di un orizzonte unitario. Il Pd ha aumento significativamente i suoi consensi sia in termini assoluti (2,5 milioni di voti in più), sia in termini relativi (+15,4 punti percentuali), superando il livello del 40% dei voti che in tre sole precedenti occasioni era stato raggiunto da partiti italiani in elezioni nazionali (la Dc nel 1948, nel 1953 e nel 1958). Di converso Scelta europea di Monti è precipitata a meno dell’1% da oltre il 10% ottenuto nelle politiche del 2013.
Per evidenziare le caratteristiche del nuovo sistema partitico e misurare l’entità del cambiamento rispetto al passato facciamo ricorso ad una serie di indicatori. Il primo elemento da prendere in considerazione è certamente l’indice di volatilità che misura il cambiamento aggregato netto di voti tra due elezioni successive (Pedersen 1979; Bartolini 1986) e si misura sommando le differenze nelle percentuali di voti che i partiti ottengono fra un’elezione e la successiva. La volatilità è quindi una misura della stabilità (e dell’instabilità) di un sistema partitico. Nel corso degli ultimi 20 anni l’indice di volatilità ha seguito un andamento altalenante, toccando per due volte livelli impressionanti in corrispondenza con le due elezioni “critiche ” del periodo (1994 e 2013) e riabbassandosi nella fase centrale (1996-2008) di strutturazione del sistema dei partiti emerso dopo il 1994. La Tabella 1 mostra il valore di volatilità totale prodottosi nel confronto tra le elezioni politiche 2013 e le europee 2014 e tra queste ultime e le precedenti europee del 2009. Nel confronto fra elezioni europee il tasso di cambiamento aggregato netto è altissimo (35,2) e ricalca quello – da record – realizzatosi tra le politiche 2008 e le politiche 2013 . Tra 2009 e 2014 il nostro sistema è cambiato considerevolmente, almeno per tre motivi: la nascita del Movimento 5 Stelle, il processo di frammentazione che ha colpito la destra italiana e il Pdl nello specifico; l’inverso processo di concentrazione del voto di centrosinistra sul Pd (con la scomparsa dell’Idv). Ma il dato ancora più significativo appare il livello di volatilità nel confronto fra 2013 e 2014: in appena un anno il livello di cambiamento è del 18,2%, una cifra che in altri sistemi partitici sarebbe già considerata dirompente. Rispetto al “terremoto elettorale” (Chiaramonte e De Sio 2014) prodottosi un anno fa il cambiamento più significativo ha riguardato la crescita del Pd e il contemporaneo svuotamento del polo di centro. Non a caso il valore di volatilità di blocco (15,7%) è notevolissimo e dimostra che quasi tutto il cambiamento di voto ha riguardato passaggi tra i blocchi piuttosto che fra partiti di uno stesso blocco. I flussi elettorali realizzati dal CISE in diverse città confermano che i due fenomeni sono collegati: Renzi ha conquistato l’elettorato montiano senza perdere alla sua sinistra (Tsipras, Verdi e Idv hanno gli stessi voti presi da Sel e Rivluzione Civile nel 2013 nonché la stessa marginalità politica), portando di fatto il Pd verso il centro del sistema, un partito di centro-centrosinistra con il potenziale per diventare un partito dominante del sistema (ma è troppo presto per avventurarci su una simile previsione). Di certo si può dire che le sue due opposizioni (Grillo e Berlusconi) non sono sommabili e perfino nel campo della destra le varie anime (Lega, Fdi, Forza Italia ed Ncd-Udc) appaiono oggi meno facilmente aggregabili.
Alla altissima fluidità elettorale si affianca un altro indicatore molto importante per rilevare il livello di destrutturazione, ossia il tasso di innovazione partitica, che misura la percentuale di voti raccolta da partiti genuinamente nuovi o comunque da liste che presentano simboli e denominazioni che non erano presenti sulla scheda nella elezione precedente. Questo secondo aspetto, relativo alla volatilità dell’offerta partitica è un fenomeno ricorrente del caso italiano e unito alla volatilità dal lato della domanda (le scelte di voto degli elettori) contribuisce a tenere alta l’instabilità del sistema. Nel 2014 la percentuale di voti raccolta da partiti “nuovi” rispetto al 2013 è stata del 31,4%, mentre rispetto al 2009 ha raggiunto – grazie al cospicuo contributo del M5S – addirittura il 52,5%. In altre parole i partiti presenti sulla scena da almeno 5 anni oggi raccolgono meno della metà dei voti.
Tab. 1 – Indicatori del sistema partitico: elezioni del 2009, 2013 e 2014 a confronto

Indicatori del sistema partitico

Volatilità Totale 2014-2013

18.2

2014-2009

35.2

Volatilità di Blocco 2014-2013

15.7

Tasso di Innovazione partitica 2014-2013

31.4

2014-2009

52.5

Indice di bipartitismo

2009

62.4

2013

51.0

2014

62.0

Numero effettivo di partiti elettorali

2009

4.5

2013

5.3

2014

4.0

Liste sopra l’1% dei voti

2009

9.0

2013

10.0

2014

7.0

Nazionalizzazione del voto (Indice sPSNS)

2009

0.829

2013

0.859

2014

0.868

Fonte: elaborazioni su dati ufficiali.

Se la volatilità e il tasso di innovazione confermano la portata storica del cambiamento in atto, altri indicatori mostrano un’inversione di tendenza rispetto al trend mostrato nel recente passato. Il successo senza precedenti del Partito democratico fa risalire l’indice di bipolarismo sui livelli del 2009 (62%), dopo il crollo al 51% del 2013. Più di 6 voti su 10 si concentrano sui due maggiori partiti, una quota simile a quella osservabile nelle altre grandi democrazie europee. Per converso, la frammentazione partitica, un male che storicamente affligge il sistema partitico italiano, risulta piuttosto contenuta. Il numero effettivo di partiti elettorali (Laakso e Taagepera 1979) ci fornisce una misura sintetica del numero di partiti presenti nell’arena elettorale. E’ un indicatore efficace per contare i partiti tenendo conto della rispettiva forza elettorale. Ad esempio, in caso di sistema perfettamente bipartitico, con due liste che ottengono entrambe il 50% dei voti, l’Indice fa 2. Nel 2014 l’indice fa segnare il livello di 4, in netta diminuzione rispetto al 5,3 del 2013 (e lontanissimo dal massimo storico di 7,6 raggiunto nel 1994). Allo stesso tempo, il numero di liste con una quota di voti rilevante (>1%) scende a 7, contro le 9 del 2009 e le 10 del 2013.
L’ultimo indicatore di cui ci serviamo per analizzare le caratteristiche del sistema partitico italiano fa riferimento al livello di omogeneità territoriale del consenso raccolto dai partiti italiani. Bisogna cioè valutare se i partiti siano ancora in larga misura capaci di rappresentare gli interessi e le preferenze degli elettori su scala nazionale, ovvero se il loro raggio di azione tenda a rinchiudersi in ambiti territoriali più limitati, favorendo così l’affermarsi di una competizione elettorale geograficamente differenziata.
Per farlo facciamo ricorso al concetto di nazionalizzazione del voto , definibile come il livello di omogeneità del consenso ai partiti fra le diverse unità territoriali di un paese. L’indicatore che lo misura è lo standardized Party System Nationalization Score (sPSNS) sviluppato da Bochsler (2010). Esso varia tra 0 e 1 e a valori alti dell’indice corrisponde un’alta omogeneità territoriale del voto. In fondo alla Tabella 1 sono riportati i valori dell’indice per il 2009, il 2013 e il 2014. Si nota un chiaro trend di omogeneizzazione territoriale del consenso. Nel 2009 il sistema partitico italiano appariva piuttosto regionalizzato, grazie alla presenza della Lega Nord che, con il suo 10,2% dei voti contribuiva fortemente a territorializzare il livello complessivo dell’indice. Nel 2013 lo sPSNS cresce soprattutto grazie al contributo del M5S che emerge come grande partito nazionale, in grado di ricevere consensi trasversali. Il suo livello di nazionalizzazione è altissimo (.912), mentre il principale partito regionale, la Lega, precipita al 4,1% dei consensi. In queste elezioni europee l’indice è cresciuto ancora, nonostante l’accresciuta meridionalizzazione di Forza Italia (.877, contro il .916 del Pdl 2009) e del M5S (.895). I motivi sono essenzialmente due. Il primo è il fatto che il Pd mostra un livello di omogeneità territoriale straordinario, soprattutto considerando il fatto che tradizionalmente il principale partito della sinistra ha sempre mostrato una concentrazione del consenso nelle regioni appenniniche (la ex Zona rossa) accompagnata da una inveterata debolezza in altre aree (il Nord est e la Sicilia in particolare). Il valore di .919 del Pd (che mostrava un valore di .878 appena 5 anni fa), ha solo due precedenti nella Seconda Repubblica (Forza Italia e la Margherita alle elezioni del 2001). La seconda ragione per cui la nazionalizzazione del voto in queste europee appare in crescita è la diminuzione della territorialità del voto leghista. Il principale partito regionalista italiano ha presentato liste in tutta Italia ottenendo un discreto consenso anche al di fuori delle regioni settentrionali (2,1% nella circoscrizione Centro e l’1% nelle Isole). Il partito di Salvini presenta un valore di .524, molto superiore al .403 del 2013.
In conclusione, nell’accidentato percorso di cambiamento che il sistema partitico italiano sta vivendo ormai da tempo le elezioni europee del 2014 ci forniscono indicazioni contrastanti. Da un lato, la riduzione della frammentazione e l’aumento della nazionalizzazione sembrano escludere, almeno per ora, una (ulteriore) de-istituzionalizzazione del sistema partitico connessa all’atomizzazione delle sue unità costituenti e/o alla centrifugazione territoriale dei rispettivi consensi. Dall’altro lato, la permanente fluidità dei comportamenti di voto e dell’assetto competitivo esclude anche ipotesi di (incipiente) re-istituzionalizzazione. Il processo di cambiamento del sistema partitico è dunque ancora in corso e in uno stato che non consente di prefigurarne gli esiti.

Riferimenti bibliografici
Bartolini, S. (1986), La volatilità elettorale, in «Rivista Italiana di Scienza Politica», vol. 16, pp. 363-400.
Bochsler, D. (2010), Measuring party nationalisation: A new Gini-based indicator that corrects for the number of units, in «Electoral Studies», vol. 29, pp. 155-168.
Caramani, D. (2004), The nationalization of politics: the formation of National electorates and party systems in Western Europe, Cambridge, Cambridge University press.
Casal Bértoa, F. (2014), Party systems and cleavage structures revisited: A sociological explanation of party system institutionalization in East Central Europe, in «Party Politics», vol. 20, pp. 16-36.
Chiaramonte, A. e De Sio, L. (a cura di), Bipolarismo Addio? Il Sistema Partitico tra Cambiamento e De-Istituzionalizzazione, Bologna, Il Mulino, in corso di pubblicazione.
Chiaramonte, A. e Emanuele, V. (2014), Terremoto elettorale. Le elezioni politiche 2013, in A. Chiaramonte e L. De Sio (a cura di), Bipolarismo Addio? Il Sistema Partitico tra Cambiamento e De-Istituzionalizzazione, Bologna, Il Mulino, in corso di pubblicazione.
Emanuele, V. (2013), Vote (de)-nationalization and party system change in Italy (1948-2013), paper discusso al RISP Workshop Politics and policies in times of economic crisis, Siena, 14 giugno 2013.
Huntington, S. (1968), Political Order in Changing Societies, New Haven, Yale University Press.
Key, V. O. (1955), A Theory of Critical Elections, in “The Journal Of Politics”, vol. 17, p. 3-18.
Laakso, M. e Taagepera, R. (1979), “Effective” Number of Parties: A Measure with Application to West Europe, in «Comparative Political Studies», vol. 12, pp. 3-27.
Pedersen, M.N. (1979), The Dynamics of European Party Systems: Changing Patterns of Electoral Volatility, in «European Journal of Political Research», vol. 7, pp. 1-26.
Sikk, A. (2005), How unstable? Volatility and the genuinely new parties in Eastern Europe, in «European Journal of Political Research», vol. 44, pp. 391-412.