Regionali 2015: verso un’effettiva contendibilità in Umbria?

di Luca Carrieri

Le elezioni regionali in Umbria rappresentano una delle principali sorprese dell’ultimo election day. Infatti, mai prima d’ora la coalizione di centrodestra era riuscita a contendere il governo della regione al centrosinistra e lo spoglio elettorale è avvenuto in un clima di forte incertezza, segnalando un tendenziale equilibrio tra i due principali candidati. Soltanto a tarda notte la presidente uscente del centrosinistra, Catiuscia Marini (Pd), ha avuto la certezza della riconferma, superando il concorrente del centrodestra, Claudio Ricci. Ad ogni modo, il quadro politico risulta stravolto rispetto a quello che era emerso alle elezioni europee del 2014, in cui il Pd si era configurato come un vero e proprio partito dominante all’interno di questa regione, e troviamo così una conferma inaspettata della fortissima tendenza alla volatilità elettorale dell’intero sistema partitico italiano.

Il primo dato che merita una certa attenzione riguarda il netto calo dell’affluenza elettorale. Infatti, rispetto alle elezioni regionali del 2010, la partecipazione è diminuita di 10 punti percentuali, passando dal 65,4% al 54,4%. Sebbene, la tendenza alla smobilitazione elettorale rappresenti un fenomeno politico di lungo periodo [D’Alimonte e De Sio 2010] e con una generale diffusione in tutto il territorio nazionale, il dato odierno non deve essere sottovalutato nelle sue dimensioni. Infatti, l’Umbria è una regione che si è sempre contraddistinta per una forte tradizione di partecipazione elettorale e dotata di un elevato capitale sociale. Le presenti elezioni regionali hanno però rappresento una forte battuta d’arresto in termini di partecipazione elettorale, in particolare rispetto alle elezioni europee del 2014, in cui si era registrata un’affluenza del 70,4%, molto superiore alla media nazionale. Sebbene la comparazione tra due competizioni elettorali diverse, quali le europee e le regionali, rappresenti un’operazione parzialmente impropria, la forte ondata astensionista delle regionali rispetto alle europee non deve essere offuscata. Nell’arco di un anno la diminuzione è stata di 16 punti percentuali. Tale smobilitazione appare sostanzialmente connessa ad un diffuso livello di malcontento popolare rispetto ai sistemi politici regionali, che ha investito anche la regione Umbria e sembra avere investito e danneggiato principalmente la giunta uscente.

Tra gli otto candidati alla presidenza, quattro di essi, Simone Di Stefano (Sovranità), John De Paulis (Alternativa riformista), Aurelio Fabiani (Partito comunista dei lavoratori) e Fulvio Carlo Maiorca (Forza Nuova), hanno ottenuto delle percentuali di voto sotto all’1%, risultando sostanzialmente irrilevanti. Michele Vecchietti, appoggiato dalla lista “L’Umbria per un’altra Europa”, formata da ex-esponenti di Prc e Idv, ha ottenuto un modesto 1,6%, non drenando voti alla coalizione guidata da Catiuscia Marini. Anche nel voto di lista, tale coalizione si è rivelata sostanzialmente marginale, non superando il voto al candidato e fermandosi all’1,6. Nel caso umbro, a differenza di quello ligure, le divisioni nel campo del centrosinistra non hanno avuto un impatto significativo e non spiegano le evidenti difficoltà di tenuta elettorale della coalizione guidata dalla Marini. Il candidato del M5s, Andrea Liberati, ha ottenuto il 14,3%, sostanzialmente pareggiando il voto di lista per il M5s (14,6%). Il partito di Grillo è rimasto secondo nella graduatoria dei partiti regionali, eppure il suo risultato non appare esaltante. Infatti, il M5s ha ottenuto meno voti rispetto alle europee del 2014, perdendo circa 39.000 voti e 5 punti percentuali. Inoltre, Liberati è risultato ampiamente staccato dagli altri due candidati e in effetti l’Umbria ha mostrato una certa resistenza del tradizionale bipolarismo, fondato sulla competizione elettorale tra il centrodestra e centrosinistra. L’indice di bipolarismo elettorale [Chiaramonte 2010] a livello di coalizioni è risultato sostanzialmente elevato, pari all’81,7%, mentre i due principali candidati, Marini e Ricci, hanno catalizzato l’82,1% dei voti. Le difficoltà del M5s di imporsi come attore politico a livello regionale e a competere paritariamente con le altre coalizioni sembrano essere derivate dai suoi travagli preelettorali, come quelli inerenti alla scelta del candidato presidente, che è avvenuta a soli 40 giorni dal voto.

Tab. 1 – Risultati elettorali delle elezioni regionali 2015 in Umbria

La coalizione di centrodestra ha così ottenuto un risultato molto importante, che qualcuno potrebbe definire “storico”. Effettivamente, la coalizione guidata da Ricci è riuscita ad insidiare, al di là di ogni aspettativa, il tradizionale dominio politico-elettorale del centrosinistra. Tale successo elettorale del centrodestra appare addebitabile allo stesso Ricci, che è stato in grado di compattare attorno alla sua persona l’intera, ed eterogenea, coalizione di centrodestra, e di capitalizzare il suo radicamento territoriale. Infatti, il voto al candidato presidente ha superato in termini percentuali (+0,8 punti percentuali) e di voti assoluti (+11.000 voti) i voti alla propria coalizione, e la lista Ricci ha avuto una buona affermazione elettorale (4,5%). Tuttavia, l’attore autenticamente vincente all’interno del centrodestra è stata la Ln. Il partito di Salvini ha compiuto un vero e proprio balzo in avanti rispetto a tutte le precedenti tornate elettorali, attestandosi al 14% dei voti e accreditandosi come vero e proprio dominus elettorale del centrodestra umbro, riducendo Fi a partner coalizionale minore. L’espansione della Ln è stata clamorosa in questa regione, che era sempre sfuggita al radicamento leghista, anche perché ben presidiata elettoralmente dai partiti di centrosinistra. D’altra parte, Fi si è fermata all’8,5%, confermando le difficoltà attuali del partito di Berlusconi. Se si osservano le precedenti consultazioni regionali (2010) con il Pdl al 32,4% e la Ln al 4,3%, il ribaltamento nei rapporti di forza tra i due partner coalizionali è veramente clamoroso. Fdi-An ha ottenuto il 6,2% dei voti, confermandosi un attore politicamente rilevante nel territorio umbro. Con il risultato di Ricci il centrodestra è arrivato al 39,3% dei voti, registrando un progresso vertiginoso rispetto alle politiche (24,3%) e alle europee del 2014 (22,1%). (Adipex) Tale risultato appare più modesto se comparato con quello del 2010 (37,7%), anche se rappresenta la migliore performance storica del centrodestra umbro in un’elezione regionale. Il differenziale tra i due candidati è stato di 3,5 punti, e per la prima volta il primato del centrosinistra è stato concretamente conteso dal centrodestra, il che rappresenta una novità assoluta nel panorama regionale. Anche alle elezioni politiche del 2013, quando il tradizionale legame di fedeltà tra il centrosinistra e l’elettorato umbro si era parzialmente incrinato, tale rapporto era stato messo in crisi dal M5s e non dal centrodestra. Alcuni segnali di una crescita del centrodestra si erano manifestati alle comunali di Perugia del 2014, in cui l’esponente di Fi, Andrea Romizi aveva superato al ballottaggio il candidato del centrosinistra Wladimiro Boccali, rompendo un monopolio, quello del Pci e dei suoi epigoni, che durava da circa 70 anni. Non era il primo scossone nella regione rossa, dal momento che negli anni ottanta il centro-destra si era affermato in modo ancora più sorprendente nel Comune di Terni. Tuttavia, tale successo perugino, che segnalava una seria incrinatura nei vecchi equilibri politici, era stato in seguito offuscato dal risultato del Pd di Renzi alle elezioni europee di quello stesso anno, pari al 49,2%.

Il centrosinistra umbro ha corso il rischio di incorrere in una imprevista débâcle ed il presidente uscente, Catiuscia Marini, ha ottenuto una difficile riconferma con appena 3,5 punti percentuali di vantaggio rispetto a Claudio Ricci. Nel 2010 il differenziale tra la stessa Marini ed il candidato del centrodestra, Fiammetta Modena, era stato di circa 20 punti percentuali. Rispetto alle elezioni regionali del 2010, il centrosinistra è passato dal 57,2% al 42,8% dei voti. Quindi, un vero e proprio collasso elettorale si è consumato negli ultimi cinque anni. Eppure, tale verdetto delle urne non ha rappresentato un caso isolato. Già alle politiche del 2013, la coalizione di centrosinistra a sostegno di Bersani si era attestata al 35,6%, e l’Umbria mostrava una potenziale volatilità della sua tradizionale appartenenza politica e culturale al centrosinistra. Il Pd, pur perdendo molti voti rispetto alle europee del 2014, è rimasto pressappoco stabile rispetto alle scorse regionali a livelli di voto percentuale, attestandosi al 35,8%. Tuttavia, la principale differenza rispetto alle scorse regionali è stata la maggiore debolezza dei partner minori del Pd. In effetti, questi partiti minori (Sel, i Socialisti riformisti e la lista Civica e popolare) hanno sommato un 7,6% dei voti validi, un dato non trascurabile, ma neanche minimamente comparabile al 22,8% ottenuto dai c.d. “cespugli” del centrosinistra nel 2010. Tra questi attori vi erano partiti quali Prc e Idv, ormai divenuti irrilevanti nell’odierno scenario partitico, che avevano portato una consistente dote di voti alla coalizione. Molti ex esponenti di questi partiti hanno sostenuto la coalizione guidata da Vecchietti, che però, come si è già visto, non si è rivelato in grado di mettere in campo una rilevante azione di disturbo nei confronti del centrosinistra. Ad ogni modo, la smobilitazione di questo segmento elettorale del centrosinistra appare una delle spiegazioni principali del declino di tale coalizione. La legge elettorale, che prevede un premio di maggioranza senza alcuno sbarramento, garantisce una notevole agibilità politica al Pd, liberandolo dai veti potenziali dei suoi alleati minori e consentendogli di formulare un’offerta politica più ristretta. Eppure, il presente formato coalizionale non ha premiato elettoralmente il centrosinistra, che probabilmente è stato colpito maggiormente dall’astensionismo (anche se per questo aspetto specifico bisogna rimandare ad una puntuale analisi dei flussi elettorali). Sicuramente, la ricandidatura di Catiuscia Marini ha denotato una certa debolezza, ottenendo meno voti in percentuale, della coalizione che la appoggiava. Evidentemente, l’elettorato regionale ha manifestato alcuni segnali di malessere nei confronti del presidente e del ceto politico regionale ed una certa volontà di ricambio.

Tab. 2 – La recente storia elettorale umbra, per partiti e coalizioni

Le presenti elezioni umbre hanno probabilmente fatto tremare per qualche attimo lo stesso presidente del consiglio, Matteo Renzi, e potevano rappresentare una storica affermazione del centrodestra, che ha sfiorato l’impresa. Infatti, la piccola Umbria avrebbe potuto paradossalmente rappresentare una spina nel fianco per il governo odierno e dare una legittimazione aggiuntiva all’intero centrodestra come coalizione nazionale. Questa tornata ha evidenziato una certa instabilità di una regione che fino a qualche anno fa solo pochi avrebbero ritenuto contendibile. La diffusa erosione della legittimità sociale del ceto politico regionale del centrosinistra rappresenta probabilmente una delle principali variabili esplicative del declino elettorale della coalizione. Tale fenomeno non chiama semplicemente in causa la vecchia “ditta” bersaniana, ma anche l’odierna leadership di Matteo Renzi, la quale deve rispondere alle esigenze di ripensamento e rinnovamento della politica regionale, che provengono da più parti. D’altra parte si aprono delle prospettive interessanti in capo agli altri attori partitici, il centrodestra e M5s, che sembrano in grado, in un immediato futuro, di potere avanzare una concreta alternativa politica rispetto al tradizionale predominio del centrosinistra.

Riferimenti bibliografici:

Chiaramonte, A., 2010, Dal bipolarismo frammentato al bipolarismo limitato? Evoluzione del sistema partitico italiano, in D’Alimonte, R. e Chiaramonte, A. (a cura di), Proporzionale se vi pare, Il Mulino, Bologna, pp. 203-228.

D’Alimonte, R. e Chiaramonte, A. (a cura di), 2010, Proporzionale se vi pare, Il Mulino, Bologna.

D’Alimonte, R. e De Sio, L., 2010, Il voto. Perché ha rivinto il centrodestra, in D’Alimonte, R. e Chiaramonte, A. (a cura di), Proporzionale se vi pare, Il Mulino, Bologna, pp. 75-105.

 

Luca Carrieri è dottorando di ricerca presso la Luiss Guido Carli e attualmente sta svolgendo un periodo di visiting presso University of Houston. I suoi principali interessi sono i mutamenti organizzativi dei partiti ed i comportamenti di voto in Italia e in Europa. Ha recentemente collaborato ai dossier CISE, “Le Elezioni Politiche 2013” e “Le Elezioni Europee del 2014” e con “Astrid rassegna”.