Per battere Trump nel 2020 non basterà un candidato democratico qualsiasi

di

Roberto D'Alimonte

Dibattito dei Democratici e accanto Trump

Ripubblichiamo qui l’intervista al Prof. Roberto D’Alimonte apparsa su Luiss Open il 16 Luglio 2019

Innanzitutto, da dove arriva il fenomeno Donald Trump?

Alle radici della rivolta anti establishment, negli Stati Uniti e non solo, c’è un profondo e diffuso senso di sfiducia verso le istituzioni e verso le élites. All’indomani dell’elezione di Donald Trump, nel 2016, solo un cittadino americano su dieci riteneva che “il sistema” funzionasse; il 57% degli americani definiva il sistema “fallimentare”, il 33% era incerto (fonte: 2017 Edelman Trust Barometer). La fiducia dell’opinione pubblica nei confronti del governo federale di Washington, tra l’altro, era ai minimi storici alla vigilia delle scorse elezioni presidenziali.

Titolo del grafico: Public trust in government near historic lowsSottotitolo principale: «% who trust the government in Washington always or most of the time» (Percentuale di cittadini che ha fiducia nel governo di Washington sempre o nella maggior parte del tempo).Assi del grafico:Asse orizzontale: Linea temporale cronologica dal 1958 al 2015, suddivisa per le amministrazioni dei Presidenti degli Stati Uniti d'America.Asse verticale: Valori percentuali da 0% a 100% con intervalli di 20 unità.Legenda delle linee:Linea marrone spessa: Moving average (Media mobile).Linea gialla sottile di sfondo: Individual polls (Singoli sondaggi).Andamento storico e punti di svolta principali per Presidenza (Valori approssimati della media mobile):Eisenhower / Kennedy / Johnson (1958-1968): Massimi storici della fiducia pubblica, che oscilla stazionalmente tra il 73% e il picco massimo assoluto di circa il 77% a metà degli anni '60.Nixon (1969-1974): Crollo verticale e continuo della fiducia, che scende dal 62% iniziale fino a toccare il 36% in concomitanza con lo scandalo Watergate.Ford / Carter (1974-1981): Il calo prosegue in modo più graduale, toccando un minimo storico generazionale di circa il 27% intorno al 1980.Reagan (1981-1989): Fase di marcata ripresa della fiducia dei cittadini, che risale fino a un picco locale di circa il 44% a metà degli anni '80, per poi flettere leggermente a fine mandato.Bush Sr. (1989-1993): Forte oscillazione iniziale (picco a circa 47% durante la guerra del Golfo) seguita da un crollo repentino fino a circa il 20% a fine presidenza.Clinton (1993-2001): Dopo aver toccato il minimo storico assoluto del grafico a circa il 18% nel 1994, la fiducia sperimenta una crescita solida e costante per tutto il resto degli anni '90, riportandosi oltre il 44%.G.W. Bush (2001-2009): Impennata drammatica ed eccezionale fino al 54% (e oltre il 60% nei singoli sondaggi) subito dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. A questo picco segue un declino ininterrotto durato otto anni, che porta l'indice a circa il 24% a fine mandato (crisi economica del 2008).Obama (2009-2015): La fiducia si stabilizza stabilmente su livelli storicamente bassi, oscillando costantemente all'interno della fascia compresa tra il 15% e il 24%.

La situazione economica, per come percepita dalla maggior parte della classe media, contribuisce e rafforza i sentimenti anti establishment. Nel grafico qui sotto, sono raffigurati l’andamento della produttività e quello del reddito mediano reale di una famiglia negli Stati Uniti. Fino agli anni novanta produttività e reddito sono saliti di pari passo. Poi la produttività è continuata ad aumentare rapidamente, e il reddito reale invece no. Dietro questa divaricazione si nasconde la fortissima crescita della disuguaglianza che ha caratterizzato la società americana, e non solo, negli ultimi venti anni. Qui dentro ci sono i vincenti della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione e ci sono i perdenti. È soltanto uno degli indicatori dell’indebolimento della classe media e medio-bassa.

Titolo del grafico: Productivity and real median income family growth, 1948-2014Assi del grafico:Asse orizzontale (X): Linea temporale cronologica dal 1945 al 2015 (con tacche principali ogni 5 anni).Asse verticale (Y): Cumulative change (Variazione percentuale cumulata) espressa in una scala che va da -50% a 250% con intervalli di 50 punti.Legenda delle linee:Linea blu scuro spessa: Productivity (Produttività del lavoro).Linea azzurra sottile: Real Median Family Income (Reddito familiare medio reale).Andamento storico e fenomeno del "Grande Sganciamento" (The Great Decoupling):Fase 1: La crescita parallela (1948 - metà degli anni '70)Dall'anno base (1948 = 0%), le due linee crescono in modo pressoché identico e perfettamente sovrapponibile.Intorno al 1960, entrambe le variabili registrano un aumento cumulato di circa il 35%.All'inizio degli anni '70 (1973-1975), l'incremento cumulato tocca per entrambe la soglia del 100%. In questo trentennio, i guadagni derivanti dall'aumento della produttività si riflettono direttamente sull'aumento dei redditi delle famiglie.Fase 2: L'inizio della divergenza (Metà anni '70 - 1989)A partire dal 1975, la linea azzurra del reddito reale inizia a mostrare i primi segni di rallentamento e oscillazione ciclica, mentre la produttività (linea blu) mantiene una crescita lineare costante.Nel 1985, la produttività raggiunge un aumento cumulato di circa il 125%, mentre il reddito si stacca verso il basso posizionandosi a circa il 115%.Fase 3: Il grande divario (1990 - 2014)Dagli anni '90 in poi, la forbice economica si allarga in modo drammatico ed esponenziale.Anno 2000: La produttività scatta verso l'alto superando il 160% cumulato. Il reddito reale delle famiglie tocca un picco locale di circa il 150% per poi arrestarsi.Dati finali (2014):La produttività (Productivity) raggiunge il suo massimo storico cumulato sfiorando il 240%.Il reddito familiare medio reale (Real Median Family Income) subisce una stagnazione e flette verso il basso, chiudendo l'orizzonte temporale del grafico a circa il 140%.

Per usare le parole di due analisti statunitensi, Dan McGinn e Peter D. Hart, all’indomani del voto del 2016: “Un ampio settore della nostra società è profondamente, visceralmente arrabbiato. Questa elezione ha costituito il segnale più evidente, per ogni istituzione statunitense, che la persona media si attende – e chiede – un posto a tavola. Quelli che hanno guidato questa rivoluzione sono persone comuni , si sentono ‘estranei’  al mondo di Washington, Los Angeles e New York. Non vanno da Starbucks, non accompagnano i propri figli a visitare i campus universitari, non guardano la televisione pubblica. Fanno shopping da Wal-Mart, mangiano da McDonald’s, e sono più interessati alle competizioni sportive del liceo dei loro pargoli che allo sport professionistico. Il loro reddito è in calo e non hanno risparmi su cui contare per andare in pensione.  Ritengono che i loro genitori e i loro nonni abbiano costruito questo Paese. E martedì notte hanno urlato: vogliamo riprenderci il  nostro Paese”.

Quali sono i fattori che potrebbero far presagire una sconfitta di Donald Trump alle elezioni del 2020?

Innanzitutto occorre ricordare che Trump deve la propria elezione a tre Stati in cui ha vinto in maniera relativamente inaspettata – Michigan, Wisconsin e Pennsylvania – e che complessivamente in questi tre Stati sono stati decisivi appena 77.000 voti. Parliamo di 77.000 voti su quasi 130 milioni di voti espressi in tutto il Paese. Non solo: in questi stessi tre Stati, i voti ottenuti da candidati “terzi” rispetto a Repubblicani e Democratici sono stati molti di più di 77.000. Sarebbe bastata una diversa distribuzione di questi voti per cambiare l’esito di quelle elezioni.

Tabella intitolata 'States won by Trump with less than 1% of the votes and third party candidate votes' strutturata su sfondo azzurro. La tabella mostra i dati elettorali relativi alle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 per tre Stati chiave. La prima colonna elenca gli Stati: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. La seconda colonna riporta il distacco di voti assoluti tra Trump e Hillary Clinton, pari rispettivamente a 10.704, 22.748 e 44.292 voti. La terza colonna mostra i voti complessivi ottenuti dai principali candidati delle terze parti, nettamente superiori al margine di distacco dei due candidati principali, con 223.599 voti in Michigan, 137.746 in Wisconsin e 196.656 in Pennsylvania.

Ricordato ciò, aggiungo che l’indice di gradimento di Trump, fin da subito dopo la sua elezione, è stato il più basso tra i Presidenti che si sono succeduti a partire da Eisenhower. Ecco una comparazione coi suoi predecessori.

Tabella intitolata 'Initial approval rating of elected US Presidents' con dati storici dell'istituto Gallup sul tasso di approvazione iniziale dei Presidenti degli Stati Uniti eletti, da Dwight Eisenhower a Donald Trump. La tabella è strutturata in cinque colonne: nome del Presidente, date del primo sondaggio, percentuale di approvazione (Approve %), percentuale di disapprovazione (Disapprove %) e percentuale di chi non ha un'opinione (No opinion %). I dati mostrano che John F. Kennedy ha registrato l'approvazione iniziale più alta con il 72% nel febbraio 1961, mentre Donald Trump ha registrato il valore più basso con il 45% (a pari merito con il 45% di disapprovazione) nel gennaio 2017.

Né l’indice di gradimento verso di lui è aumentato di molto nel tempo. A ormai tre anni dalla sua elezione, il 50% sembra distante nella maggior parte dei sondaggi.

Grafico a linee intitolato 'Trump approval rating since he was elected' che mostra l'andamento del tasso di approvazione e disapprovazione di Donald Trump dall'inizio del suo mandato nel 2017 fino alle proiezioni del 2020. L'asse verticale indica i valori percentuali, mentre l'asse orizzontale mostra la linea temporale degli anni. La linea arancione superiore rappresenta la percentuale di disapprovazione, evidenziata con il valore del 53,1% Disapprove in corrispondenza di una linea verticale tratteggiata. La linea verde inferiore indica il tasso di approvazione, evidenziato con il valore del 41,6% Approve. Entrambe le linee sono circondate da un'area sfumata che rappresenta l'intervallo di confidenza dei sondaggi.

Altro fattore che milita contro la rielezione di Trump è che il suo essere un politico polarizzante e divisivo spinge sempre più cittadini ad andare alle urne, come si è visto alle elezioni di metà mandato dello scorso anno, a partire  da alcune minoranze come gli afroamericani e dai giovani. Le consultazioni del 2018, negli Stati Uniti, hanno registrato una affluenza elettorale record in generale, come dimostra il grafico qui sotto, e soprattutto tra i giovani. Se questo fenomeno si ripeterà anche a Novembre 2020, ed è probabile, per Trump sarà dura

Grafico a linee intitolato 'National Voter Turnout: Midterm Elections 1978-2018' dell'U.S. Census Bureau, che traccia la percentuale di affluenza alle urne della popolazione in età di voto nelle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. L'asse verticale mostra i valori percentuali da 0 a 60, mentre l'asse orizzontale elenca gli anni delle elezioni a intervalli di quattro anni. La linea azzurra mostra che l'affluenza ha oscillato storicamente tra il picco iniziale del 51,9% nel 1982 e il minimo storico del 41,9% nel 2014, per poi registrare un'impennata netta e raggiungere il valore massimo del 53,4% nell'anno 2018.

Infatti, la maggiore affluenza ha spostato gli equilibri a favore dei Democratici in molti Stati. E’ successo in quelli in cui la candidata democratica del 2016, Hillary Clinton, era stata “competitiva”, cioè in grado di vincere e vincente, (Colorado, Maine, Minnesota, New Hampshire, Nevada, New Mexico e Virginia). Ma anche in quelli in cui Trump ha vinto per il rotto della cuffia (Arizona, Florida, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin).  Come si vede nelle tabelle di seguito, sia negli uni che negli altri Stati i Democratici hanno strappato ai Repubblicani sia seggi al Congresso che Governatorati.  E’ così che il partito di Trump ha perso il controllo della Camera dei Rappresentanti.

Tabella comparativa intitolata '2018 and 2016 elections compared in competitive Clinton states (Colorado, Maine, Minnesota, New Hampshire, Nevada, New Mexico and Virginia)'. La tabella mostra il confronto dei risultati elettorali tra le elezioni del 2016 e del 2018 in sette Stati competitivi in cui aveva vinto Hillary Clinton. I dati sono suddivisi per tipo di elezione (Races): seggi della Camera (House Seats), seggi del Senato (Senate Seats) e cariche di Governatore (Governorships), con la ripartizione tra Repubblicani e Democratici. I dati mostrano una crescita dei Democratici nel 2018: i seggi alla Camera passano da 20 a 25 (mentre i Repubblicani scendono da 17 a 12), i seggi al Senato passano da 11 a 12, e i Governatori salgono da 2 a 5. L'ultima colonna evidenzia una variazione positiva nell'affluenza totale (+30% Turnout) e nella quota di voto democratico (+5% Democratic vote share)
Tabella comparativa intitolata '2018 and 2016 elections compared in competitive Trump states (Arizona, Florida, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin)'. Il documento mette a confronto i risultati elettorali del 2016 e del 2018 in cinque Stati chiave in cui aveva vinto Donald Trump. Le righe indicano le diverse competizioni (Races): seggi alla Camera (House Seats), seggi al Senato (Senate Seats) e Governatori (Governorships), con la ripartizione numerica tra Repubblicani e Democratici. I dati mostrano un avanzamento del Partito Democratico nel 2018: i seggi alla Camera passano da 29 a 37 (mentre i Repubblicani scendono da 47 a 39) e le cariche di Governatore salgono da 1 a 3 (mentre i Repubblicani calano da 4 a 2). I seggi al Senato restano invariati (4 Repubblicani e 6 Democratici). L'ultima colonna segnala un incremento dell'affluenza del 30% (Turnout: +30%) e un aumento della quota di voto democratico del 5% (Democratic vote share: +5%)

A ciò si aggiunga che Trump sembra aver perso un po’ della propria presa tra due constituency che si rivelarono decisive per la sua elezione, e cioè gli elettori indipendenti (tra i quali il suo indice di gradimento si ferma al 33%, secondo un sondaggio Gallup dello scorso maggio) e le donne bianche.

Per i Democratici, quindi, la strada verso la Casa Bianca è spianata?

Ad oggi per gli elettori e i politici di tendenza democratica, ma anche per noi analisti terzi, la domanda fondamentale è questa : “Può un qualsiasi candidato democratico sconfiggere Trump a Novembre del prossimo anno?”. Anticipo subito la mia di risposta: no, non basta un qualsiasi candidato del Partito democratico per battere Trump nel 2020. Aggiungo che proprio la diffusa convinzione che chiunque possa battere il Presidente in carica spiega l’elevato numero di candidati in corsa per le primarie del Partito Democratico e spiega pure la significativa presenza di candidati che sono espressione della sinistra più liberal e radicale. Questa è una convinzione pericolosa per i democratici perché potrebbe spingerli a fare una scelta sbagliata. Infatti  le rilevazioni di YouGov dimostrano che, per molti elettori, non basta un candidato qualsiasi per sconfiggere Trump. Il 40% degli elettori (il 38% negli Stati più contesi del Midwest) ritiene infatti che la scelta di votare Trump o uno sfidante democratico “dipende” dal candidato democratico che si troveranno davanti. Soltanto il 33% pensa che voterà “un candidato democratico qualsiasi” (mentre il 27% degli elettori afferma che voterà Trump “in ogni caso”).  Sono percentuali molto simili a quelle corrispondenti alle identificazioni di partito, cioè a chi si dichiara democratico, repubblicano o indipendente.

Tabella intitolata 'An early look at the state of the race' basata su un sondaggio YouGov condotto su 3.000 americani tra il 28 febbraio e il 3 marzo 2019. La tabella confronta l'orientamento di voto nazionale rispetto a 8 Stati competitivi del Midwest (indicati con il refuso 'midwesten states'). Le opzioni di risposta mostrano che la quota di elettori decisi a votare per un qualsiasi candidato Democratico ('Any Democrat') è del 33% a livello nazionale e del 32% nel Midwest; la quota di chi ritiene che la scelta dipenda dal candidato specifico ('Depends') è del 40% a livello nazionale e del 38% nel Midwest; la base di elettori fedeli a Donald Trump ('Always Trump') si attesta al 27% a livello nazionale e sale al 30% nel Midwest (valore evidenziato in rosso). Il testo in calce specifica che gli intervistati hanno valutato scenari di sfida elettorale tra Trump e nove candidati democratici, tra cui Joe Biden, Bernie Sanders e Kamala Harris.

Sarà dunque decisiva la scelta del candidato democratico. Se tra i militanti prevarrà la tesi che qualsiasi candidato può battere Trump, e quindi che questa sia la volta buona per cambiare radicalmente le cose, il rischio è che la scelta cada su un candidato troppo spostato a sinistra. Probabilmente già il prossimo 3 marzo sapremo chi sarà il vincitore delle primarie del Partito Democratico, visto tra l’altro che le primarie in California sono state anticipate a tale data e considerato l’alto numero di delegati assegnato in quello Stato.

Quali sono i punti a favore di una rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca?

Come ho detto, innanzitutto molto dipenderà da chi sarà il candidato del Partito Democratico. Un candidato ideologicamente spostato troppo a sinistra potrebbe fare la fortuna dell’attuale Presidente, spingendo una parte degli elettori indipendenti a votare per la continuità. Ciò si spiega anche con l’andamento positivo dell’economia. La percentuale di persone che ritengono “eccellente” o “buona” la propria situazione economica e finanziaria è infatti in crescita in tutta la popolazione (51%), con picchi tra i simpatizzanti Repubblicani (62%) e con un dato in aumento anche tra i simpatizzanti Democratici (44%). Quindi, perchè rischiare un cambiamento radicale quando le cose vanno bene?

Titolo del grafico: % who say that their personal financial situation is excellent or in good shapeSottotitolo/Significato: Percentuale di cittadini statunitensi che valuta la propria situazione economica personale come eccellente o in buono stato.Assi del grafico:Asse orizzontale (X): Linea temporale annuale dal 2004 al 2019 (indicata con le ultime due cifre dell'anno, es. '04, '06, '08, ecc.).Asse verticale (Y): Valori percentuali impliciti (con etichette numeriche specifiche posizionate all'inizio e alla fine delle serie).Legenda delle linee:Linea grigia centrale: Total (Dato complessivo dell'intera popolazione).Linea rossa superiore/destra: Rep/Lean Rep (Elettori Repubblicani o orientati verso il Partito Repubblicano).Linea blu inferiore/sinistra: Dem/Lean Dem (Elettori Democratici o orientati verso il Partito Democratico).Andamento storico e punti di svolta principali per schieramento:1. Inizio della serie temporale (2004)Repubblicani (Rossa): 65% esprimono un giudizio positivo sulla propria finanza personale.Totale popolazione (Grigia): 51%Democratici (Blu): 43%2. La crisi economica del 2008In concomitanza con il crollo dei mercati finanziari del 2008, tutte e tre le linee registrano una vistosa e ripida caduta verticale.Nel periodo compreso tra il 2009 e il 2011, la polarizzazione ideologica si annulla quasi completamente: le tre linee si schiacciano e si sovrappongono sul fondo del grafico all'interno di una fascia ristretta compresa tra il 35% e il 40% di giudizi positivi.3. L'effetto dell'elezione presidenziale del 2016 e fine serie (2019)A partire dal 2016 (anno dell'elezione di Donald Trump), si assiste a una drastica inversione di tendenza e a un fenomeno di forte polarizzazione partidica riflessa sull'economia:La linea dei Repubblicani (Rossa) subisce un'impennata netta e costante verso l'alto, chiudendo il grafico nel 2019 al 62%.La linea dei Democratici (Blu) flette leggermente e si stabilizza verso il basso, chiudendo il grafico nel 2019 al 44%.Il Dato totale (Grigia) segue la media ponderata riassestandosi nel 2019 al 51%.

Oltre all’incertezza sulla scelta dello sfidante democratico e alla solidità dei risultati economici dell’attuale Amministrazione, Trump ha dalla sua parte un altro atout. Col passare del tempo, infatti, ha ampliato e fidelizzato il livello di consenso nella base repubblicana. Ha conquistato il proprio Partito, all’interno del quale all’inizio non mancava qualche scetticismo, come dimostra l’incremento della percentuale di Repubblicani che “approvano convintamente” il suo operato. Ha trasformato gli scettici in degli entusiasti, e quindi probabilmente nel 2020 riuscirà a mobilitare con efficacia la propria base e portarla alle urne.

Titolo del grafico: Republican skeptics became Trump enthusiasts over past 6 months.Sottotitolo principale: President Trump Job Approval — «Do you approve or disapprove of the way Donald Trump is handling his job as President?»Dimensione del campione indicato: N = 154.419Assi del grafico:Asse orizzontale (X): Linea temporale cronologica ad alta frequenza che copre il periodo da aprile 2017 a ottobre 2018 (con etichette come 01 Apr 2017, 01 Jul 2017, 01 Oct 2017, 01 Jan 2018, 01 Apr 2018, 01 Jul 2018, 01 Oct 2018).Asse verticale (Y): Valori percentuali da 0 a 70.Legenda delle linee:Linea blu scuro superiore: Strongly approve (Approvazione forte).Linea rossa intermedia: Somewhat approve (Approvazione parziale).Linea gialla inferiore: Somewhat disapprove (Disapprovazione parziale).Linea verde inferiore: Strongly disapprove (Disapprovazione forte).Linea viola sul fondo: Not sure (Incerto).Andamento storico e fenomeno del consolidamento della base (2017 - 2018):1. Fase di oscillazione e scetticismo iniziale (Aprile 2017 - Aprile 2018)Strongly approve (Blu): Inizia ad aprile 2017 oscillando stabilmente all'interno della fascia tra il 45% e il 55%. Registra flessioni locali intorno all'autunno del 2017 e all'inizio del 2018, scendendo temporaneamente vicino alla soglia del 40%-45%.Somewhat approve (Rossa): Si mantiene elevata, muovendosi stabilmente tra il 25% e il 35%, indicando la presenza di una quota significativa di elettorato tiepido o scettico tra i Repubblicani.Voci di disapprovazione (Gialla e Verde): Rimangono confinate nella parte bassa del grafico, oscillando storicamente tra il 5% e il 12%.2. La polarizzazione entusiastica e gli ultimi 6 mesi (Aprile 2018 - Ottobre 2018)A partire dalla primavera del 2018 (01 Apr 2018), il grafico evidenzia visivamente la tesi espressa nel titolo ("gli scettici diventano entusiasti"):La linea blu dello Strongly approve sperimenta una crescita netta e costante, salendo dal 50% fino a toccare un picco massimo di circa il 68%-70% a ottobre 2018.Specularmente, la linea rossa del Somewhat approve subisce una flessione speculare, scendendo verso la fascia del 20%-25%.Questo movimento combinato dimostra un travaso interno: gli elettori che prima lo approvavano con riserva si sono progressivamente radicalizzati in sostenitori convinti.La quota degli incerti (Not sure, linea viola) si azzera quasi del tutto sul fondo del grafico, assestandosi vicino allo 0%-2%.

Le elezioni del 2020, anche se oggi sembrano a portata dei Democratici, sono tutt’altro che un discorso chiuso. Ne continueremo a parlare.