E così due giorni fa il centrodestra ha finalmente depositato la sua proposta di legge elettorale. Roberto D’Alimonte ieri sulle colonne del Sole 24 Ore ha iniziato a presentare le sue prime riflessioni; vale la pena aggiungere oggi alcune considerazioni ancora generali, mentre nel frattempo al CISE stiamo lavorando a un’analisi più dettagliata della legge elettorale, anche con alcune simulazioni.
Parto dal punto principale: il passaggio – come elemento maggioritario della legge elettorale – dai collegi uninominali (sono il 37% del totale nella legge attuale) al premio di maggioranza alla coalizione vincente. A prescindere da chi favorisca o sfavorisca attualmente (curiosità: in vari paesi le riforme elettorali si applicano sempre a partire da due elezioni successive, in modo che nessuno si faccia le riforme pro domo sua; ma non così in Italia), il passaggio dai collegi al premio è un elemento molto problematico. Per tre motivi: uno di legittimità; uno di qualità della classe politica; uno legato all’entità del premio.
Legittimità più debole, e ulteriori, enormi tensioni sul risultato elettorale
Partiamo dal primo. La questione fondamentale è che una maggioranza fabbricata con un “premio” alla coalizione prima classificata ha una legittimità molto più debole rispetto a una maggioranza fabbricata da tante vittorie nei collegi uninominali. Vediamo perché.
La democrazia è fatta di vincenti e perdenti, e la serenità della vita democratica (e la legittimità a governare di chi ha vinto) si basa sul fatto che il confronto sia equo, e che il risultato in seggi rifletta in modo adeguato gli equilibri elettorali, portando i perdenti a riconoscere la correttezza del risultato. Ora: anche i sistemi maggioritari con collegi uninominali “fabbricano” maggioranze, amplificando in seggi le differenze di voti tra partiti (il Labour di Keir Starmer ha una maggioranza del 63% di seggi, avendo prevalso però di solo 10 punti – 33,7 contro 23,7 – nel voto popolare, rispetto ai conservatori). Ma quei sistemi creano una maggioranza con un principio solidissimo (e secolare) di rappresentanza territoriale, perché ogni parlamentare di quella maggioranza “fabbricata” è il primo classificato di un piccolo collegio uninominale sul territorio, di cui è quindi a pieno titolo il legittimo rappresentante. E questa stessa logica ha permesso a Giorgia Meloni nel 2022 di ottenere l’attuale amplissima maggioranza, perché – grazie al fatto che Pd e M5s correvano divisi – la sua coalizione nel 2022 si è aggiudicata l’80% dei 147 collegi uninominali della Camera (che eleggono il 37% dei membri di Montecitorio).
Questa logica territoriale si era già indebolita con la legge Rosato del 2017, con collegi meno influenti sul risultato finale a causa dell’abolizione del voto disgiunto e poi del loro ingrandimento per effetto del taglio del numero dei parlamentari del 2020. Ora con il premio di maggioranza salta completamente; ed è molto più debole e arbitraria l’idea di dare un premio molto grande per una differenza di voti relativamente piccola (le ultime intenzioni di voto Ipsos danno un distacco tra FdI-FI-Lega e Pd-M5S-Avs di meno di cinque punti: 46,1 contro 41,3). E c’è inoltre un altro problema: il premio potrebbe essere assegnato anche per una differenza di voti minima. Accadde così nel 2006 (l’Unione di Prodi si aggiudicò il premio con un vantaggio di appena lo 0,1% – 49,8 a 49,7 – sulla Casa delle Libertà di Berlusconi): e i mesi di polemiche e tensioni durissime che ne scaturirono chiariscono molto bene il problema di questa legittimità molto più debole. È difficile per i perdenti accettare serenamente che una maggioranza enorme venga costruita in base a un distacco così piccolo, e questo sicuramente non fa bene a una democrazia già pervasa da molte tensioni come quella italiana.
Un problema di qualità (e ulteriore verticizzazione) della classe politica
Il secondo motivo è invece legato alla qualità della classe politica che viene selezionata. I collegi uninominali obbligano a schierare comunque candidati con un profilo competitivo, e che hanno la possibilità di costruire un rapporto con il territorio e quindi di rappresentare i cittadini in modo più efficace. Al contrario, le liste bloccate (nella proposta non sono previste preferenze in nessun caso, e scompare anche il 37% di collegi uninominali) non incentivano candidati attivi e competenti, ma semplicemente candidati fedeli al capo. Una dinamica che si è già vista molto chiaramente con la riforma Calderoli del 2005, il Porcellum, che abolì i collegi uninominali della vecchia legge Mattarella per sostituirli già allora con premio di maggioranza e liste bloccate. Da allora si è innescata una dinamica sempre più verticistica nei partiti italiani (non arrestata dalla legge Rosato del 2017, che ha reintrodotto in parte i collegi, appunto per il 37%). Complice anche l’abolizione del finanziamento pubblico, i partiti (quasi tutti) si sono sempre più svuotati della capacità di rappresentare efficacemente la loro base, diventando sempre più gruppi di esponenti politici con scarsa autonomia e grande dipendenza dal leader. Ebbene, questa legge rafforzerà ancora maggiormente questa dinamica, visto che sia le liste per il proporzionale che il “listino” per il premio di maggioranza sono bloccati, quindi sotto il diretto controllo della leadership di vertice.
Un premio che può creare una maggioranza enorme (e il basso numero di cittadini che potrebbe aggiudicarlo)
Infine, una novità che non appare immediatamente evidente è l’entità del premio. Mentre nella vecchia legge Calderoli (in vigore dal 2005 al 2015) il premio si limitava ad aggiungere seggi per portare la maggioranza al 54%, nella proposta attuale il premio è fisso (con un tetto, ma tuttavia impostato su un livello molto alto, che porterebbe al 57,5%) e può portare (secondo le nostre prime simulazioni in cui si considerano anche i collegi di Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, nonché la circoscrizione estero) a trasformare una maggioranza di voti del 48% in una maggioranza vicinissima al 60%. La soglia del 60% è molto rilevante, perché è quella che permette di eleggere autonomamente i giudici della Corte Costituzionale (dalla IV votazione). Aspetto particolarmente preoccupante, in un sistema come quello italiano a “fusione dei poteri” (come molti altri in Europa), in cui la stessa maggioranza controlla sia il legislativo che l’esecutivo, e che così ridurrebbe in modo importante l’indipendenza di chi deve giudicare la costituzionalità dell’azione del governo: uno snodo fondamentale nei “checks and balances” della democrazia.
Ma l’aspetto forse più inquietante è che questa maggioranza può essere costruita da una percentuale di cittadini relativamente ridotta, a causa dell’ormai bassa affluenza e del fenomeno del “voto perso” (togliendo i voti delle liste sotto la soglia di sbarramento, i seggi vengono divisi soltanto tra chi supera la soglia, aumentandone di fatto la percentuale di seggi). Abbiamo calcolato che, con un’affluenza del 60% e un 7% di voto perso, sarebbe sufficiente il voto di un 29% di italiani per determinare una maggioranza parlamentare del 60%, in grado di eleggere i giudici costituzionali.
Il rischio della ricerca della “governabilità” senza legittimità
Insomma, molti aspetti problematici, ma che soprattutto – a mio parere – derivano da un’enfasi fuorviante sulla “governabilità” come problema centrale delle democrazie contemporanee. In realtà sempre più ricerche mostrano ormai come la crisi della democrazia in Occidente sia una crisi di “responsiveness”, in cui il voto populista esplode per una percezione diffusa che i governi prendano decisioni non in linea con le posizioni dei cittadini. Ecco, quindi, che quella della governabilità rischia di essere un’illusione. E’ inutile fabbricare una maggioranza forte, se questa non viene da un grande sostegno del paese (e se non è popolata di rappresentanti con un forte legame territoriale e coi cittadini); perché così prenderà provvedimenti sempre più impopolari, che creano sempre maggiori tensioni con la cittadinanza, in un contesto generale di legittimità sempre più bassa delle istituzioni.
Fantascienza? Purtroppo no, guardando ad esempio alla Francia, che si sta ormai avvitando nella crisi più grave della Quinta Repubblica. Con un presidente che, eletto semplicemente per salvare la Francia da Marine Le Pen, ha poi attuato un programma di radicali cambiamenti senza un vero mandato elettorale, arrivando ad approvare la riforma delle pensioni con l’articolo 49.3 che permette di aggirare il Parlamento. E tuttavia con un’opinione pubblica (dati impressionanti presentati pochi giorni fa alla Luiss da Bruno Cautrès di SciencesPo Paris) che ormai, dalla sfiducia profonda in un presidente che non ascolta il paese, è passata a una sfiducia complessiva nei confronti delle istituzioni, che desta enorme preoccupazione. Perché la legittimità delle istituzioni e delle decisioni dei governi è il pilastro fondamentale della democrazia, e della convivenza pacifica tra cittadini. E l’impressione è che questa riforma, paradossalmente inseguendo la governabilità, la possa indebolire significativamente.
