Il referendum sulla giustizia si è chiuso con una vittoria del No, che ha ottenuto il 53,7% (53,2% includendo la circoscrizione Estero) in un contesto di partecipazione elevata (58,9%, 55,7% includendo la circoscrizione Estero). All’indomani del voto, entriamo allora nel dettaglio di “chi ha votato cosa”: ovvero delle principali linee di frattura politiche e sociali che hanno strutturato la scelta referendaria, esplorate attraverso i dati del sondaggio pre-elettorale CISE Telescope, riponderato per riflettere il risultato di ieri. Ne emerge un quadro molto netto: prima ancora che una scelta tecnica sulla giustizia, il voto si è configurato come una scelta fortemente ancorata alle percezioni sulla magistratura, al posizionamento politico e al rapporto con il governo, con pattern evidenti anche riguardo all’età, alla classe e al titolo di studio di appartenenza.
Come cambia la percezione del referendum
La prima chiave di lettura è la più intuitiva, ma anche la più importante: sul referendum ha pesato anzitutto il modo in cui gli elettori definivano la posta in gioco. Tra chi leggeva il referendum soprattutto come uno strumento per “garantire processi più equi” ha prevalso nettamente il Sì (69,6%); lo stesso è accaduto tra quanti lo interpretavano come un modo per “ridurre il potere delle correnti in magistratura” (60,35). Al contrario, tra coloro che vi vedevano soprattutto una questione di rapporto tra magistratura e politica ha vinto in modo larghissimo il No (81,2%). In altre parole, tra i sostenitori del Sì e del No era diverso il significato stesso attribuito al referendum.
Lo stesso schema riemerge nei due grafici sulla preoccupazione. Chi ritiene che oggi la magistratura abbia troppo potere rispetto agli altri poteri dello Stato si è orientato chiaramente verso il Sì (84,2%); chi invece è poco o per nulla preoccupato da questo aspetto si è collocato in prevalenza sul No (77,1 e 86,8%). Specularmente, il timore che la riforma potesse ridurre l’indipendenza della magistratura dal governo ha spinto fortemente verso il No (addirittura al 97,3% tra i “molto preoccupati). È un risultato che conferma una dinamica classica della competizione politica: i cittadini non reagiscono solo ai contenuti istituzionali in astratto, ma soprattutto alla cornice interpretativa entro cui quei contenuti vengono inseriti.
A destra meno compatti che a sinistra
La seconda linea di frattura è quella più politica, e anche la più potente. Già nella nostra analisi pre-referendum avevamo segnalato che, ancor di più delle variabili socio-demografiche, i veri driver del voto sarebbero stati il posizionamento ideologico e la fiducia nel governo. I dati del voto hanno confermato in larga misura quella previsione: l’autocollocazione sinistra-destra e il rapporto con l’esecutivo hanno rappresentato due evidenti determinanti nella scelta tra Sì e No. Tuttavia, nel passaggio dal pre-voto al voto, emerge anche qualche scricchiolio, soprattutto in segmenti dell’elettorato di centrodestra più moderato e tra quanti guardano con favore al governo senza esprimere un livello di fiducia particolarmente elevato.
Il grafico sull’autocollocazione ideologica è, da questo punto di vista, emblematico. A sinistra ha prevalso in modo travolgente il No; al centro (posizione 5 sulla scala 0-10) vince ancora piuttosto nettamente il NO (70 a 30); spostandosi verso destra la situazione si ribalta ma il successo del Sì è stato meno largo. È già nelle aree di centrodestra più moderate che si intravede un primo elemento di rallentamento: tra coloro che si collocano sul valore 6 della scala sinistra-destra il Sì ha prevalso con un margine tutt’altro che plebiscitario, fermandosi al 62,8%. È un dato che non smentisce la centralità dell’ideologia, ma suggerisce che la riforma non abbia mobilitato in modo uniforme tutto il campo favorevole al governo. Un dato ulteriore per leggere il risultato è stato che tra gli elettori non auto-collocati lungo l’asse, quelli cioè che non si dicono né di destra e di sinistra, ha vinto invece nettamente il No (62,5%).
Il secondo grande predittore è stato la fiducia nel governo. Anche qui il grafico mostra una relazione quasi lineare: ai livelli più bassi di fiducia nell’esecutivo ha corrisposto una netta prevalenza del No; man mano che la fiducia è cresciuta, è cresciuto anche il Sì, fino a diventare largamente maggioritario tra chi attribuiva al governo i punteggi più alti. Però anche su questo versante compare un segnale simile a quello osservato sull’asse ideologico: tra gli elettori che assegnano al governo un punteggio pari a 6, che esprimono quindi un orientamento favorevole ma non entusiasta verso il governo Meloni, il Sì si è fermato al 57,4%. Anche in questo caso la relazione resta chiara, ma meno compatta di quanto si sarebbe potuto immaginare. La riforma, insomma, ha trovato consenso nell’elettorato di centrodestra, ma non lo ha scaldato in profondità come il No ha invece mobilitato, al contrario, l’elettorato di centrosinistra, a partire da quello più moderato. Lo mostra chiaramente l’89,4% del No ottenuto nel punteggio 4, tra elettori cioè progressisti ma certamente distanti dalla sinistra più radicale. È proprio questo il punto politicamente più interessante: il voto conferma che ideologia e fiducia nel governo restano le chiavi più rilevanti della scelta referendaria, ma mostra anche che il campo del Sì è apparso meno compatto e meno intensamente motivato di quanto fosse quello del No.
Età, classe sociale e titolo di studio
Il voto per età mostra una minore propensione al Sì tra i più giovani (31,6%) e, in misura diversa, anche tra gli elettori più anziani (36,6%), mentre raggiunge invece i suoi livelli più alti nelle età centrali, soprattutto tra i 45-54 anni, l’unico gruppo tra cui ha prevalso (51,7%).
Anche il livello di istruzione segnala una frattura riconoscibile: il Sì è più forte tra i meno istruiti (54,6%), mentre il No sale al crescere del titolo di studio, specie tra laureati e post-laureati (71,2%).
Infine, la classe sociale restituisce un quadro più articolato. Il Sì vince fra i casalinghi/e (60,2%) e tra la classe operaia e manuale (52,9%). Borghesia e professioni, così come il ceto medio impiegatizio, mostrano invece una maggiore inclinazione al No, mentre il successo più largo è tra studenti (73,7%) e pensionati (64,5%).
