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Alcune domande dell’indagine Osservatorio Politico riguardano i leader che dovranno guidare le future coalizioni in vista della campagna elettorale del 2013.  La scelta della leadership è ormai una questione cruciale in tutte le democrazie occidentali competitive. Sondare l’opinione degli elettori italiani circa i possibili leader del futuro è poi particolarmente interessante in una fase di transizione come quella attuale, in cui le tre possibili coalizioni non hanno ancora fatto chiarezza sui tre elementi fondamentali di un’alleanza di governo: il programma, la composizione partitica della coalizione, e, ovviamente, il leader.

Per testare la forza dei leader abbiamo posto due domande diverse: una riguardante la loro competitività, chiedendo quale dei possibili candidati premier delle due coalizioni avrebbe maggiori possibilità di vincere le elezioni; un’altra che invece vuole testare il candidato preferito dagli elettori (ovviamente sottoposta solo a coloro che avevano dichiarato l’intenzione di votare per quella coalizione, e non a tutto il campione) , al di là delle effettive possibilità di vincere. L’obiettivo era quello di suscitare stimoli diversi agli intervistati, facendoli rispondere con la “testa” alla prima domanda, e con il “cuore” alla seconda.

Per quanto riguarda il centrosinistra, il lotto delle possibili risposte includeva 5 nomi: Bersani, Vendola, Di Pietro, Renzi e Chiamparino. Bersani distanzia nettamente tutti gli altri possibili candidati alla domanda sul leader più competitivo, raccogliendo il 35,9% dei voti nell’intero campione e doppiando Renzi (17,4%), considerato il secondo candidato con le maggiori possibilità di vincere. Vendola e Di Pietro sono considerati meno competitivi (attorno al 10% delle preferenze), mentre Chiamparino è molto staccato, al 5,9%. Incrociando questa domanda con quella concernente l’intenzione di voto per le tre coalizioni, emergono dei dati interessanti.

Innanzitutto Bersani ottiene fra gli elettori della sua stessa parte politica addirittura la maggioranza assoluta delle preferenze, segno che l’attuale segretario del Pd è decisamente “in sella” rispetto alla propria area di riferimento, ottenendo peraltro un buon riscontro anche tra gli elettori di centro, che lo considerano il candidato di centrosinistra più competitivo. Tra gli elettori di centrodestra il candidato considerato più competitivo è invece Renzi (28,3% contro il 26,9% di Bersani). Ma l’aspetto più curioso è che Renzi ha un andamento opposto rispetto allo schieramento che intenderebbe rappresentare: la sua valutazione come candidato più competitivo scende al 14,7% già tra gli elettori di centro, per scendere ulteriormente al 10,4% tra gli elettori del proprio schieramento, dove paradossalmente gli viene considerato più competitivo Vendola (13,2%). Anche Di Pietro viene considerato più competitivo dagli elettori di centrodestra e di centro (12%) che da quelli della sua stessa area politica (8%), mentre Vendola, come Bersani, ha una connotazione decisamente di centrosinistra: tra gli intervistati di centrosinistra è secondo con il 13,2%, mentre fra quelli di centrodestra vale meno della metà (6,2%).

Le risposte degli intervistati cambiano nella seconda domanda, quella sul candidato preferito di centrosinistra (una ipotetica risposta “del cuore”, visto che si chiedeva agli intervistati di mettere da parte la competitività del candidato). Bersani risulta sempre il migliore, ma vede calare il suo consenso dal 50,1% al 33,9%, sintomo del fatto che una quota consistente di coloro che lo giudicano il più affidabile per il conseguimento del successo elettorale, dovendo compiere una scelta di “cuore”, gli preferirebbero un candidato diverso. Tutti gli altri leader incrementano le proprie percentuali, beneficiando così del calo di Bersani. Eppure, se non stupisce affatto la crescita di Vendola e Di Pietro, che migliorano di circa 5 punti a testa, sorprende non poco l’aumento di 3,5 punti di Renzi, che dunque, contrariamente alle aspettative, più che essere considerato, come poteva apparire, ideologicamente lontano dall’elettorato della propria coalizione ma magari più competitivo, viene invece soprattutto giudicato incapace di vincere le elezioni, e dunque debole sul piano strategico.

Passando al centrodestra, le risposte degli elettori mostrano in modo lampante la grande trasformazione che è avvenuta nella politica italiana negli ultimi mesi: per la prima volta dal 1994, Berlusconi non è più il cavallo vincente del centrodestra: è Alfano a risultare il più competitivo con il 31,9% delle risposte nell’intero campione, seguito proprio dall’ex Presidente del Consiglio con il 17,4%. Seguono poi Maroni (11,8%), Tremonti (11%) e infine Formigoni (7,3%). Focalizzandoci sul solo elettorato di centrodestra, l’attuale segretario del Pdl si rafforza ulteriormente, passando al 43,8%, seguito da Berlusconi al 21,8%, mentre Maroni, Tremonti e Formigoni, evidentemente considerati candidati più trasversali, perdono qualche punto.

Ma è la domanda sul leader preferito che sembra davvero indicare una crisi della leadership berlusconiana: nemmeno se chiamati a compiere una scelta con il cuore, gli elettori di centrodestra tornerebbero a sostenere il fondatore di Forza Italia. Anche se in ogni caso Berlusconi chiaramente  recupera qualche punto, piazzandosi al 25,4%, secondo dietro Alfano, che scende al 34,7%. Questo indica che, come accade per Bersani, in parte anche il segretario del Pdl è per i propri elettori una scelta più strategica che affettiva. Fra i candidati preferiti compie invece un bel balzo in avanti Maroni, che raggiunge il 15,4%, probabilmente favorito dal fatto di essere l’unico nome di area leghista inserito nella domanda, mentre Tremonti perde ben 5 punti rispetto al quesito sul leader vincente, ma ciò non ci sorprende: l’ex Ministro dell’Economia è considerato un politico competente, ma non certo in grado di suscitare entusiasmo o simpatia nell’elettorato.

Fra i candidati di centro, infine, Casini vince nettamente la sfida con Fini, Rutelli e Montezemolo sul leader preferito, con il 44% delle preferenze. Al secondo posto si piazza il Presidente della Camera con il 25,8%, seguito da Montezemolo con il 16,5%, un dato che riflette la minore esposizione dell’ex Presidente di Confindustria negli ultimi mesi, e che sembra in parte ridimensionare le sue aspirazioni; sembra che difficilmente il suo posto in politica possa essere quello di candidato premier di una coalizione di centro con Udc, Fli e Api.

In conclusione, ciò che emerge dai dati dell’Osservatorio Politico è la considerazione che, in una fase di estrema incertezza riguardo gli assetti politici futuri, e di potenziale “scongelamento” degli allineamenti partitici che si erano consolidati negli ultimi 15 anni, l’elettorato preferisce affidarsi a leader che sono già “pronti”, essendo già stati selezionati al vertice dei due più grandi partiti italiani: Bersani, segretario del Pd e Alfano (indicato comunque da Berlusconi), segretario del Pdl. Eppure tra i due permane una grande differenza: se infatti Bersani è già stato legittimato dal voto popolare attraverso le primarie del 2009, ad Alfano manca un tale riconoscimento, e gli elettori di centrodestra hanno mostrato di condividere la scelta del tutto personale operata da Berlusconi. Ancora una volta, l’ex Presidente del Consiglio, sembra aver agito in sintonia con il “suo” popolo.