Le elezioni non finiscono mai: le candidature plurime dei leader nelle elezioni italiane

1155
SHARE

di Giuseppe Martelli


La rubrica “il CISE ospita” è dedicata ad analisi che riceviamo da studiosi esterni al CISE, e che contribuiscono ad arricchire le nostre riflessioni.

Giuseppe Martelli (1985) ha conseguito una laurea in Scienza della Politica e dei Processi Decisionali nel 2011 presso la facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri, Firenze con una tesi sul coordinamento strategico elettorale in sei regioni italiane dal 1995 al 2010.
Attualmente è Ph Candidate in Political Theory presso la Luiss Guido Carli, Roma. Il progetto di ricerca riguarda la personalizzazione del voto e il rapporto tra candidati elettori all’interno del circuito elettorale. I suoi principali interessi di ricerca riguardano gli studi elettorali e il funzionamento dei sistemi partitici, con particolare attenzione ai contesti con forte personalizzazione della leadership.
Dal 2011 è responsabile degli studi elettorali del sito termometropolitico.


La legge elettorale per l’elezione di Camera e Senato è stata aspramente criticata da molti, in molte sue parti. Uno degli aspetti più controversi e più dibattuti è il sistema delle candidature plurime, di cui nelle ultime tre tornate elettorali si sono avvalsi soprattutto i leader partitici.

Osservando i dati delle elezioni dal 2006 al 2013 (tabella 1), notiamo che il tasso di candidatura dei leader – inteso come rapporto tra il numero di circoscrizioni in cui essi compaiono come candidati e il numero totale di circoscrizioni (26 per la Camera, 19 per il Senato) – varia da partito a partito.

Tab. 1 – Candidature plurime dei leader nelle più recenti elezioni politiche.

Per quanto riguarda il blocco di centro-destra si rileva una certa propensione di Berlusconi, Bossi e Fini a sfruttare in pieno il meccanismo delle candidature in più circoscrizioni. Un comportamento simile, seppur con qualche differenza, può essere riscontrato nell’area della sinistra radicale, sia con Bertinotti nel 2006 e nel 2008 che con Vendola e Ingroia nel 2013. Molto diverso appare invece il comportamento dei leader di centro-sinistra, che da Prodi a Bersani, passando per Veltroni, non sembrano molto affezionati a questo strumento previsto dalla legge elettorale.

Cosa spinge una parte politica ad utilizzare o meno il sistema delle pluri-candidature? Certamente la progressiva personalizzazione della competizione politica ed elettorale e quindi l’emergere di leadership carismatiche è una risposta plausibile. Tuttavia, l’elemento simbolico che “il capo” trasmette all’esterno, decidendo di occupare almeno un posto in tutte le circoscrizioni, potrebbe essere inteso anche e soprattutto come un messaggio interno alla propria formazione. Infatti, gli effetti pratici che il sistema delle pluri-candidature innesca – e che sono oggetto delle critiche più feroci – sono almeno due.

Il primo effetto è che il pluri-candidato divenuto dopo le elezioni pluri-eletto sceglierà quale territorio rappresentare in Parlamento tramite il sistema delle rinunce. Questa prospettiva conferisce una capacità di selezione dei parlamentari eletti nella fase post-elettorale. E’ evidente che tale meccanismo pone qualche dubbio sul sistema della delega (principio fondante di ogni democrazia rappresentativa) e sul rispetto della volontà espressa tramite il voto.

Il secondo effetto, che precisa il primo e che va oltre gli aspetti strettamente connessi ai meccanismi di rappresentanza, concerne il rapporto tra i leader e i potenziali eletti. Il sistema della pluri-candidabilità conferisce ai leader il potere, tramite “rinunce strategiche”, di far accedere o meno i candidati che occupano posizioni “in bilico”, premiandoli o punendoli. Se oltre al leader ci sono molti altri pluri-candidati eletti vicini al gruppo dirigente che, coordinandosi, esercitano le loro rinunce in modo mirato, sarà per loro realmente possibile influire su buona parte della composizione del gruppo parlamentare e non solo su singoli casi. In altre parole, la capacità punitiva/premiante del leader necessita di un coordinamento intermedio con i membri del gruppo dirigente affinché il potere di selezione degli eletti (sempre di natura post-elettorale e quindi da non confondere con la fase di costruzione delle liste che avviene prima del voto) si realizzi in maniera completa. In questo senso, il sistema delle pluri-candidature offre ai leader la possibilità di “rimediare” a qualche errore fatto al momento della composizione delle liste. Sono però del tutto evidenti le ricadute questo fenomeno produce sulla reale democraticità del procedimento  elettorale, come peraltro si è già ampiamente visto negli ultimi anni di vita parlamentare.


* Candidati al Senato.