Il nodo dei seggi tra partiti e territorio

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di Roberto D’Alimonte

Pubblicato sul Sole 24 Ore il 12 febbraio 2014

Una volta erano questioni riservate agli addetti ai lavori. A furia di parlare di sistemi elettorali anche i comuni mortali hanno scoperto il fascino di formule esoteriche come gli algoritmi, cioè le procedure,  con cui i seggi assegnati ai partiti a livello nazionale vengono redistribuiti alle circoscrizioni e ai collegi sul territorio. Però quello che pochi sanno è che questa operazione, che sulla carta sembra una cosa semplice, è invece dannatamente complessa sul piano tecnico e molto delicata sul piano politico.

Il problema non si pone per tutti i sistemi elettorali. Ci sono sistemi  infatti, come quello spagnolo o quello francese, in cui i seggi vengono assegnati ‘in basso’, cioè a dire direttamente nei collegi plurinominali (lo spagnolo) o uninominali (il francese). In questo caso è la formula elettorale utilizzata a determinare chi viene eletto. Non c’è bisogno di altri passaggi. Ci sono però anche sistemi elettorali che funzionano ‘ in alto’. Sono quelli, come l’Italicum o quello tedesco, in cui i seggi tra i partiti vengono distribuiti sulla base di una formula proporzionale applicata a livello nazionale.  Una volta fatta questa operazione, i seggi ottenuti da tutti i  partiti vanno trasferiti alle circoscrizioni e ai  collegi in cui gli elettori hanno votato. Per esempio, immaginiamo che  Forza Italia abbia diritto a 100 seggi. In quali regioni e in quali collegi plurinominali verranno eletti  i  100 candidati ?  E’ qui che nascono i problemi.

Con l’Italicum i seggi vengono assegnati prima alle regioni e poi ai collegi all’interno di  ciascuna regione. Ogni regione ha un certo numero di seggi in base alla popolazione residente. Questi seggi vengono poi distribuiti tra un certo numero di collegi. In ciascun collegio  verranno eletti tra i 3 e i 6 deputati. Una volta trasferiti i seggi di tutti i partiti dall’alto in basso, perché tutto funzioni bene bisognerebbe che il risultato finale soddisfacesse due condizioni: che ogni regione e ogni collegio avessero il numero di seggi che gli spettano e che ogni partito riuscisse a eleggere i suoi rappresentanti dove questi hanno preso più voti. Sono due criteri distributivi ugualmente importanti.  Il problema è che non esiste un algoritmo facilmente utilizzabile capace di soddisfarli entrambi. In altre parole, è una sorta di quadratura del cerchio.

La domanda cruciale quindi è questa: facciamo in modo che ogni regione e ogni collegio abbia i seggi cui ha diritto o facciamo in modo che i partiti  abbiano i seggi dove hanno preso più voti?  Nel primo caso privilegiamo la rappresentanza territoriale, nel secondo la rappresentanza politica.  Naturalmente non si tratta di sacrificare completamente un obiettivo a spese dell’altro.  Ci sono soluzioni intermedie, ma il problema politico resta perché non è indifferente che si massimizzi l’uno o l’altro obiettivo. Non ci va di mezzo solo la sovra o sotto-rappresentazione dei territori ma anche le possibilità di successo dei candidati oltre al rispetto della volontà degli elettori.

La quadratura del cerchio è un problema tecnico, che va sotto il nome di allocazione biproporzionale,  ma è soprattutto un problema politico. Chiariamo meglio il punto. Se si sceglie di massimizzare il primo obiettivo, il risultato sarà che ci saranno partiti, soprattutto i piccoli, che non riusciranno a prevedere dove scatteranno i loro seggi. Per esempio  può succedere  che possa essere eletto un candidato minore del Nuovo centro destra con meno voti del segretario Alfano perché il seggio del Ncd ‘deve’ scattare in quella regione e in quel collegio indipendentemente dalla graduatoria dei voti presi dai candidati del Ncd. In altre parole, se il nostro misterioso algoritmo  è calibrato in modo da privilegiare il criterio della rappresentanza territoriale  il seggio del Ncd deve scattare laddove occorre assegnare un seggio a quella regione e a quel collegio perché quella regione e quel collegio devono avere x numero di seggi. Né uno di più né uno di meno. E il fatto che in quella regione e in quel collegio il candidato del Ncd abbia avuto pochi voti non è cosa che interessa l’algoritmo, ma solo Alfano. In questo modo l’elezione dei candidati dei piccoli partiti diventa una sorta di roulette. L’unico modo per sperare di vincere è puntare su più caselle. Fuor di metafora, questo vuol dire potersi candidare in più collegi.

Il problema è diverso –  e si chiama slittamento – se il nostro misterioso algoritmo è calibrato per fare in modo che i partiti prendano i seggi dove i loro candidati hanno più voti.  Questo aiuterebbe i piccoli partiti, ma al costo di avere regioni e collegi con più o meno  seggi rispetto a quelli che dovrebbero avere. In questo caso vedremmo seggi che slittano di qua e di là. Ora qualche slittamento potrebbe anche essere accettabile. Ma a complicare il tutto c’è anche il vincolo costituzionale per cui al Senato i seggi tra le regioni non possono slittare.

Insomma non se ne esce. Quanto meno non se esce bene.  Si può solo cercare  di trovare un algoritmo, traducibile in un testo legislativo,  che minimizzi il problema  combinando in maniera equilibrata i due criteri di rappresentanza.  Ma per far questo occorre da una parte la tecnica e dall’altra la volontà politica.