Verso le midterm elections: la situazione di partenza alla Camera

di Aldo Paparo

Come abbiamo già avuto modo di segnalare, siamo ormai alle porte delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. In questo articolo presentiamo con maggiore dettaglio l’imminente tornata per la House of Representatives.

Tale assemblea sarà rinnovata completamente: tutti i suoi 435 seggi saranno assegnati per nuovi mandati biennali. In occasione del suo più recente rinnovo, due anni fa, i repubblicani hanno conquistato 234 seggi, contro i 201 dei rivali democratici. La figura 1 mostra la mappa del risultato elettorale del 2012: ciascuno dei 435 collegi elettorali è colorato di rosso o di blu a seconda del partito di appartenenza del candidato vincitore.

Come si può osservare, la vittoria repubblicana appare assai estesa territorialmente. I successi democratici sembrano essere relegati in alcune aree ben individuabili: vincono infatti tutti i seggi in palio nel New England; quasi tutti lungo la costa pacifica e il confine con il Messico; e conquistano poi diversi collegi nel Midwest più settentrionale (fra Iowa, Wisconsin, Illinois e – soprattutto – Minnesota). Infine, il colore blu appare in misura non del tutto marginale negli Stati costieri del Sud. Per il resto il rosso delle vittorie repubblicane colora praticamente incontrastato la cartina.

Fig. 1 – Mappa elettorale del risultato alla Camera nel 2012

Uno sguardo sommario alla figura 1 restituisce però un’immagine un po’ diversa dalla realtà elettorale. Appare colorata di blu una porzione davvero ridotta della mappa, inferiore ad un quarto. Invece, come abbiamo detto, anche nella sconfitta del 2012 i democratici hanno comunque vinto oltre il 46% dei seggi. Naturalmente la concentrazione demografica nei grandi centri, unita alla maggiore forza relativa del partito dell’asinello nelle zone urbane del paese spiega questo squilibrio fra impressione visiva e risultato reale. Per comprendere al meglio l’attuale geografia elettorale statunitense, nella figura 2 i vari Stati sono colorati in funzione della composizione percentuale della propria rappresentanza alla Camera.

Il colore rosso appare naturalmente sempre largamente predominante nella mappa, ma gli Stati blu non sono poi così pochi: 17 in tutto. Innanzitutto, si conferma il predominio democratico lungo il Pacifico e il confine messicano, stavolta però esteso agli interi Stati (5). Inoltre si allarga la porzione blu nel Nordest – con la sola eccezione della Pennsylvania -: conta infatti 9 Stati ed arriva fino a quelli attorno la capitale (Maryland e Delaware). Infine, nel Midwest, oltre al Minnesota, anche l’Illinois ha una maggioranza di deputati democratici. Sono tre gli stati che hanno diviso equamente la propria rappresentanza alla Camera fra i due partiti: Nevada, Iowa e New Jersey; ciascuno di essi si trova ai confini di una delle tre aree blu appena descritte. Se escludiamo le Hawaii, tutti gli altri Stati hanno mandato a Washington una compagine di deputati in maggioranza repubblicana: sono in tutto 30.

Fig. 2 – I 50 Stati in base alla composizione partitica dei deputati eletti nel 2012

Le ultime elezioni legislative, che hanno eletto il Congresso attualmente in carica, il 113°, hanno segnato i cento anni dell’attuale dimensione della Camera: infatti nel 1912 furono eletti per la prima volta 435 deputati[1]. La tabella 1 riporta il peso dei diversi Stati sul totale dell’assemblea a partire da tale fondamentale momento[2]. Ci consente di visualizzare agevolmente l’attuale composizione per Stati della Camera, ma anche di farci un’idea circa l’evoluzione demografica delle diverse zone del paese[3].

Come possiamo osservare, la California è oggi lo Stato più rappresentato alla Camera, con 53 deputatati, ovvero il 12% del totale. E’ lo stato con più seggi da ormai oltre 40 anni, quando ha strappato il primato allo Stato di New York. Il numero dei deputati del grande Stato pacifico è cresciuto piuttosto stabilmente di circa 10 ogni 20 anni per i primi 80 del lasso considerato, ad indicare la prorompente crescita demografica osservata in tale periodo. Nelle ultime due rilevazioni censuarie, invece, l’aumento della popolazione californiana è stato sostanzialmente in linea con quello del resto del paese. Con il conseguente arresto della crescita della rappresentanza alla Camera. In ogni caso, il +42 nel numero di seggi alla Camera fatto registrare nel corso dell’ultimo secolo rappresenta la massima crescita in valore assoluto nel periodo considerato.

La seconda compagine più numerosa proviene dal Texas, che può contare oggi su 36 seggi (l’8% dei 435 totali). Anche in qui si osserva un trend di costante crescita nel corso di tutto il secolo considerato, in questo caso particolarmente marcato negli ultimi trent’anni.

Sul terzino gradino del podio si collocano due Stati a pari merito con 27 seggi ciascuno, ovvero il 6% dell’assemblea a testa. Questi sono la Florida e New York. Nel primo caso possiamo notare una crescita ancor più significativa di quella registrata in California. Il numero di seggi è più che sestuplicato nell’arco del periodo considerato, ad indicare una vera e propria esplosione del peso demografico della penisola atlantica sul totale della popolazione statunitense. Nel caso invece dello Stato di New York, si segnala una notevole diminuzione del numero di seggi attribuiti: nei primi anni Trenta erano ben 45, da allora ne sono stati persi il 40%. Il -18 che lo Stato di New York fa segnare fra 1932 e 2012 nel numero di Representatives rappresenta il massimo calo in valore assoluto in tale arco di tempo.

Nessun altro Stato può oggi contare su almeno 20 seggi, per cui tutti i rimanenti 46 Stati pesano meno del 5% del totale della Camera. Segnaliamo comunque i tre Stati sopra i 15 deputati: l’Illinois e la Pennsylvania con 18, e l’Ohio con 16. Si tratta di tre Stati che hanno perso quote rilevanti dei propri seggi nell’arco del periodo di tempo considerato. In particolare, la Pennsylvania ha esattamente dimezzato i suoi 36 seggi di un secolo fa, facendo registrare il massimo calo in valore assoluto nel periodo 1912-2012.

Vi sono poi 7 Stati che hanno un solo rappresentante alla Camera, eletto nell’intero Stato at-large, e che dunque hanno più Senatori – sui 100 totali – che deputati -su 435-. Questi sono: l’Arkansas, il Delaware, il Montana, il Nord e Sud Dakota, il Vermont e il Wyoming. Sono invece 5 gli Stati con due deputati, e quindi un pattuglia senatoriale di pari dimensione a quella alla Camera: le Hawaii, l’Idaho, il Maine, il New Hampshire e il Rhode Island.

Guardando più in generale all’evoluzione nel corso del tempo del peso non già dei singoli Stati, ma delle macro-regioni che compongono gli Stati Uniti, alcune considerazioni meritano di essere fatte. Innanzitutto emerge il calo del Midwest. Tale regione può contare oggi su 94 seggi contro i 143 di un secolo fa: ha quindi perso 49 seggi, il 34% del suo peso nella composizione della Camera. Praticamente tutti gli Stati facenti parte di questa regione hanno perso seggi, quali più e quali meno. Solo il Michigan appare in crescita nel periodo 1912-2012 ma in realtà è in forte calo negli ultimi 40 anni. Il calo è particolarmente marcato nella zona occidentale della regione, dove è stata persa la metà dei seggi; mentre è più contenuto nel Midwest orientale (-24%).

Ancora più grande appare il calo nella regione del Nordest. Se infatti in valore assoluto i seggi persi sono solo 45, questi rappresentano il 37% di quelli del 1912. Il calo è alquanto uniforme nelle due zone che compongono la regione: -34% nel New England e -37% nel medio Atlantico. In questo caso, però, non tutti gli Stati hanno perso seggi. Infatti un terzo dei novi Stati della regione (Connecticut, New Hampshire e New Jersey) hanno mantenuto i propri seggi originari.

Nel Sud e nel West i seggi sono invece aumentati, ma con alcune differenze. La frontiera, crescendo in tutto di quasi 70 seggi, ha più che triplicato i propri deputati. La crescita è particolarmente marcata sul Pacifico, dove il numero di seggi è cresciuto del 373%, mentre è un po’ più ridotta nella zona delle montagne, dove comunque il numero totale di seggi è più che raddoppiato. In quest’ultima zona sono concentrati gli Stati occidentali che non hanno aumentato i propri seggi: il Montana, che è arretrato di 1, Idaho e Wyoming, che hanno mantenuto invariati i propri seggi. Tutti gli altri 10 Stati del West sono cresciuti in termini di seggi.

Al Sud la crescita è meno marcata, con 25 seggi guadagnati in tutto, e non certo uniforme. Innanzitutto, la zona del Sudest centrale ha visto diminuire i propri seggi di 13 unità, da 39 a 26, perdendo quindi un terzo esatto dei suoi deputati. Tutti gli Stati di questa zona appaiono in calo. Il Sudovest centrale è invece cresciuto, anche se non prepotentemente: di circa un quarto, passando da 41 a 51 seggi. Infine, il Sud atlantico è sensibilmente avanzato: di 28 seggi, facendo registrare un +50% rispetto ai 56 originari. A dimostrazione della maggiore variabilità interna al Sud, segnaliamo anche come siano qui più frequenti segni diversi relativamente alla variazione del numero di seggi nell’arco del periodo considerato fra Stati della stessa zona. Particolarmente significativo il caso della zona occidentale: qui la crescita complessiva è data dal combinato disposto della notevole avanzata del Texas e dai concomitanti cali di Arkansas, Louisiana e Oklahoma. Ma anche nel Sud atlantico, nonostante la significativa crescita complessiva, il West Virginia ha dimezzato i propri seggi, mentre Sud Carolina e Delaware sono fermi ai seggi del 1912: è infatti la Florida il vero motore dell’avanzata dell’intera zona.

Riassumendo, cento anni fra il West aveva appena il 7,5% dei seggi alla Camera, mentre le altre tre regioni pesavano in maniera sostanzialmente analoga: il 33% il Midwest, il 31% il Sud e il 28% il Nordest. Oggi il quadro appare alquanto cambiato: il Sud è largamente la regione più pesante dal paese: vale infatti il 37%. Le altre tre regioni sono invece piuttosto vicine fra loro: il West ha il 23% dei seggi, il Midwest il 22% e il Nordest il 18%.

Abbiamo già segnalato lo straordinario tasso di crescita dei seggi registrato in Florida, che sfiora il 700%. Ebbene non si avvicina neppure al valore massimo, fatto segnare dall’Arizona. Questo Stato in mezzo al deserto è cresciuto al punto di avere moltiplicato per nove il proprio seggio degli anni Dieci. Sono in tutto cinque gli Stati che hanno più che raddoppiato i propri seggi: oltre a Florida, Arizona e California ci sono anche il Nevada e il New Mexico. A questi si aggiungono lo Utah, il Texas e lo stato di Washington che hanno esattamente raddoppiato i propri seggi del 1912.

Dall’altra parte, per quanto riguarda il massimo calo di seggi assegnati, vi sono tre Stati che abbiano perso oltre la metà dei propri seggi: l’Iowa, sceso da 11 a 4, il Nord e il Sud Dakota da 3 a 1. Ad ogni modo, il calo massimo è ad un terzo del valore originario, assai più basso quindi degli aumenti più grandi. Vi sono poi ben 9 Stati che hanno esattamente dimezzato la propria pattuglia di deputati. Tutto questo indica un quadro di crescite molto concentrate in alcune aree ben localizzate (soprattutto in Florida, California e Texas, che insieme hanno guadagnato 83 seggi), cui fa da contraltare un calo più generalizzato nel resto del paese.

Tab. 1 – Evoluzione del numero di seggi alla Camera assegnati ai diversi Stati nell’ultimo secolo

Venendo adesso alle elezioni 2014, iniziamo col dire che quasi il 90% dei deputati eletti nel 2012 si ripresenta alle elezioni alla ricerca di un nuovo mandato: 388 in tutto. Di questi, 206 sono repubblicani contro i 182 democratici. Sarà interessante verificare quanti riusciranno a tornare a Capitol Hill: se si confermeranno i tradizionali tassi di rielezione, o se invece osserveremo un ricambio più marcato. L’anzianità di servizio media degli incumbent è pari a 10 anni, il che significa che hanno mediamente già vinto 5 elezioni. Per i candidati democratici è di circa 3 anni superiore: 11 anni e mezzo contro gli 8 e mezzo dei colleghi repubblicani.

Sono quindi i tutto 47 gli open seats. In 41 casi sono gli stessi Representatives che hanno deciso di non ricandidarsi: o perché si ritirano, per lo meno temporaneamente, dalla vita politica – la maggior parte -; o perché alla ricerca di un avanzamento di carriera nel proprio cursus honorum – soprattutto un seggio in Senato. Di questi 41, 25 sono repubblicani e 16 democratici. Vi sono poi due seggi vacanti i cui rappresentanti, entrambi democratici, si sono dimessi nei primi mesi di quest’anno: North Carolina 12 e New Jersey 1. Completano il quadro degli open seats i 4 seggi lasciati liberi da deputati che intendevano correre per la rielezione ma sono stati sconfitti nelle primarie del proprio partito. Tre di questi sono repubblicani. Merita certamente una speciale menzione il caso di Eric Cantor. Cinquantenne rappresentate del settimo distretto della Virginia dal 2000, è il capogruppo dei repubblicani alla Camera da quando hanno riconquistato la maggioranza nel 2010[4]. Alle primarie dello scorso giugno, nonostante i sondaggi lo dessero avanti di 30 punti e la sua campagna sia costata quaranta volte quella del rivale, è stato sconfitto dal candidato del Tea Party Dave Brat. Cantor è così divenuto il primo capogruppo di maggioranza della Camera a venire sconfitto alle primarie dall’introduzione di tale carica, nel 1899.

Quanto agli esiti della competizione elettorale, le previsioni elaborate da molteplici istituti di ricerca sono stabili e coincidenti nell’indicare che non vi siano molti dubbi circa quale partito avrà la maggioranza. Non lasciano infatti alcuna possibilità ai democratici di spuntarla. La vera questione – tutta politica – è quanto sarà largo il successo repubblicano. O, vista dall’altra parte, quanto i democratici saranno capaci di difendersi.

A questo proposito possiamo individuare alcune specifiche soglie simboliche. Il primo fondamentale spartiacque è costituito dal risultato di due anni fa: 234 a 201. Non sarebbe certo un successo per i democratici, ma non essere arretrati a midterm sarebbe già un risultato difendibile. Diciamo che la partita sarebbe finita in parità, un risultato che comunque sorriderebbe ai repubblicani. Qualunque numero superiore ai 201 sarebbe un successo per i democratici, ma al momento ciò appare alquanto improbabile. Un secondo livello nella vittoria repubblicana sarebbe una replica dal risultato del 2010: sotto la spinta del Tea Party i democratici furono allora fermati a 193 deputati, mentre ben 242 furono i repubblicani. Ancora più il là vi è l’ultima soglia: 246 seggi. Questo rappresenta il massimo storico mai raggiunto dal GOP nel dopoguerra (nel 1946 per l’esattezza): se dovessero raggiungere o superare tale numero di deputati si tratterebbe di un vero e proprio trionfo totale per i repubblicani.

Un’altra fondamentale soglia simbolica è rappresentata dal voto popolare complessivo. Due anni or sono, complice la concomitanza con le elezioni presidenziali che avrebbero consegnato ad Obama il suo secondo mandato, i candidati democratici, pur venendo sconfitti nella maggior parte dei collegi, raccolsero comunque un milione e mezzo di voti in più dei candidati repubblicani. Nel 2010, invece, quasi sei milioni di elettori in più votarono per candidati del GOP alla Camera. Naturalmente, questo elemento non conta per niente nella determinazione della composizione dell’Assemblea, ma il Presidente sarebbe in una posizione assai più forte se potesse ancora sostenere di avere ancora la maggioranza degli elettori dalla sua parte.

Il partito che esprime il Presidente perde in media oltre 25 seggi seggi nelle elezioni di midterm in tutto il dopoguerra. Se ci concentriamo poi su quelli al secondo mandato, il valore è sostanzialmente identico. Tutto questo non suona affatto favorevole per le prospettive di Obama. Certo, sembra essere in atto un trend di riduzione dello svantaggio competitivo del partito presidenziale: negli ultimi quaranta anni l’arretramento medio scende a 21 seggi, negli ultimi venti a 20 nonostante il -63 fatto registrare a midterm nel primo mandato di Obama. A ben guardare, in due delle ultime quattro elezioni di medio termine i partiti del Presidente sono riusciti ad avanzare: è accaduto sia durante il secondo mandato di Clinton che durante il primo di Bush, e si tratta degli unici due casi in tutto il dopoguerra. Obama si augura che non ci sia due senza tre…

Certo, non potrà dire di essere andato mediamente bene se i suoi colleghi di partito alla Camera dovessero diminuire di venti unità. Potrà cantare vittoria solo se il numero di deputati democratici nel prossimo Congresso sarà superiore agli attuali 201. In questo senso, il precedente di Clinton può essere per lui di buon auspicio e, forse, anche il più comparabile. Entrambi presidenti democratici eletti dopo mandati consecutivi repubblicani, insediatisi insieme a maggioranze omologhe in entrambi i rami del Parlamento, che hanno subito visto sfumare tale situazione istituzionale venendo pesantemente sconfitti a midterm – vedendo così concretizzarsi il governo diviso che ha ingolfato la propulsione delle rispettive azioni di governo -, ma che sono riusciti a conquistarsi un secondo mandato alla Casa Bianca. Ecco, come accennavamo poco sopra, Clinton nel suo second term riuscì ad essere il primo Presidente del dopoguerra a fare avanzare il proprio partito nel numero di seggi alla Camera in una elezione di midterm. Non sembra proprio che per Obama le stelle abbiano in serbo una simile sorte; ma l’analogia c’è e la speranza è l’ultima a morire, anche per l’inquilino della Casa Bianca. In ogni caso, la partita più importante si gioca al Senato…


[1] La Costituzione lascia aperto il numero dei componenti della House. Stabilisce solo un tetto massimo, oggi del tutto ininfluente dal momento che calcolato in base al numero di abitanti (non più di un deputato ogni 30.000 elettori), e che ciascuno Stato debba avere almeno un deputato.

[2] Da allora, una nuova distribuzione dei 435 è avvenuta alla luce di ogni censimento, entrando in vigore a partire dalle elezioni svoltesi nel terzo anno del decennio. Il Congresso non è riuscito a varare la legge per riallocare i seggi a seguito del censimento del 1920. I seggi sono stati nuovamente allocati fra gli Stati solo dopo quello del 1930, in tempo per le elezioni del 1932. Ecco perché la tabella non presenta la colonna del censimento 1920.

[3] Nei primi decenni del periodo considerato le Hawaii e l’Alaska non fanno ancora parte dell’Unione e vi sono quindi solo 48 Stati. Ad ogni modo, i tre seggi in tutto che si devono assegnare a partire dalle elezioni del 1962 –a seguito del loro ingresso nel 1959- non cambiano certo il quadro storico di avanzamenti e retrocessioni che emerge dalla tabella. Nel 1960 i due nuovi Stati, in attesa di essere censiti per la prima volta, mandarono a Washington un Representative ciascuno, che si andò ad aggiungere ai 435 assegnati agli altri 48 Stati in base al censimento del 1950.

[4] Il capogruppo è la seconda più alta carica nell’organigramma del partito di maggioranza alla Camera, dopo lo Speaker. Di fatto, comunque, è spesso la figura più prominente del gruppo nelle sedute dell’aula, dal momento che lo Speaker normalmente non partecipa al dibattito e si astiene dalle votazioni.

Aldo Paparo è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove insegna Italian Political System. Dopo il conseguimento del dottorato è stato W. Glenn Campbell and Rita Ricardo-Campbell National Fellow presso la Hoover Institution alla Stanford University, dove ha condotto una ricerca sulla identificazione di partito in chiave comparata. Ha conseguito con lode il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze, con una tesi sugli effetti del ciclo politico nazionale sui risultati delle elezioni locali in Europa occidentale. Ha conseguito con lode la laurea magistrale presso Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” della Università degli Studi di Firenze, discutendo una tesi sulle elezioni comunali nell’Italia meridionale. Le sue principali aree di interesse sono i sistemi elettorali, i sistemi politici e il comportamento elettorale, con particolare riferimento al livello locale. Ha co-curato numerosi volumi della serie dei Dossier CISE; e ha pubblicato articoli scientifici su South European Society and Politics, Italian Political Science, Quaderni dell’Osservatorio Elettorale, Contemporary Italian Politics e su Monkey Cage. È stato inoltre co-autore di un capitolo in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014). È membro dell’APSA, della MPSA, della ESPA, della ECPR, della SISP e della SISE. Clicca qui per accedere al profilo su IRIS.