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Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre hanno visto il ritorno alla vittoria della coalizione di centrodestra nel contesto di una partecipazione ai minimi storici (46,75%). L’altro elemento che ha trovato ampio rilievo nei commenti post-elettorali è stata la performance di Cancelleri. Il candidato pentastellato ha raddoppiato i voti rispetto alle regionali di 5 anni fa, ottenendo un notevole surplus di consensi rispetto alla lista del Movimento 5 Stelle. All’opposto, invece, il centrosinistra, che 5 anni fa era riuscito a portare Crocetta a Palazzo d’Orleans, è giunto terzo, e il suo candidato, il rettore di Palermo Fabrizio Micari, ha ottenuto quasi 7 punti in meno delle sue liste.

A livello aggregato, si è trattato di elezioni caratterizzate da un’alta volatilità elettorale (37,2), sui livelli delle elezioni politiche del 2013 (36,65)[1]. Eppure l’origine di questa instabilità elettorale sembrerebbe essere stata caratterizzata più dal cambiamento dell’offerta politica che dal cambiamento della domanda, ossia del voto degli elettori. Infatti, si è detto nei commenti post-elettorali, il blocco di centrosinistra ha più o meno mantenuto la propria quota di consensi rispetto a 5 anni fa (26%), mentre la destra ha beneficiato della ritrovata unione fra le sue componenti, nonché dell’apporto dell’Udc che nel 2012 sosteneva Crocetta.

E’ andata davvero così? Per capirlo dobbiamo scendere dal livello aggregato e analizzare le stime di flusso a livello individuale. A questo proposito il CISE ha calcolato i flussi elettorali a Palermo col modello di Goodman (1953), incrociando il voto ai candidati Presidente del 2017 con ben 4 competizioni: le regionali 2012 (voti ai candidati Presidente), le politiche del 2013, le comunali del 2017 (voti ai candidati sindaco) e infine con il voto alle liste del 2017. Attraverso questo focus specifico è possibile mappare i movimenti di voto degli elettori palermitani nel corso degli ultimi 5 anni e farci un’idea di ciò che è accaduto nell’elettorato, al di là dei cambiamenti indotti dalla trasformazione dell’offerta politica.

La Figura 1 presenta la matrice dei flussi elettorali fra le regionali del 2012 e quelle del 2017. Una rapida occhiata ai dati ed è facile comprendere come al di sotto di un’apparente stabilità dei blocchi politici si celi un impressionante movimento a livello individuale. Micari innanzitutto, lungi dall’essere meramente il candidato dell’area di centrosinistra, ottiene un consenso quasi trasversale. La sovrapposizione fra il suo elettorato e quello di Crocetta del 2012 è minima: appena un quarto dei voti di Crocetta vanno su Micari, il quale a sua volta deve a Crocetta appena il 28% del suo elettorato. Per il resto, un terzo del suo elettorato viene da destra, mentre il 14% viene da ex elettori grillini e un altro 14% proviene addirittura dalla sinistra radicale (Marano). Lo stesso Crocetta cede il 38% dei suoi voti a Cancelleri, e perfino un quinto a Musumeci. Eppure, se quest’ultimo flusso è spiegabile con il ‘ribaltone’ dell’Udc che era in coalizione con Crocetta nel 2012 e nel 2017 torna nel centrodestra, come spiegare il fatto che l’elettorato di Miccichè – oggi nuovamente leader di Forza Italia e candidato nel listino bloccato di Musumeci – si diriga in misura consistente verso Micari (37%) e che solo un quinto vada verso Musumeci? O che addirittura gli elettorati di Fava e Marano, entrambi candidati della sinistra radicale, siano solo in parte sovrapponibili? La Marano peraltro sostituì Fava come candidato Presidente dopo che quest’ultimo per problemi burocratici non aveva fatto in tempo a trasferire la propria residenza in Sicilia, requisito indispensabile per la candidatura. Per questo motivo, la Marano corse addirittura sotto le insegne del simbolo ‘Fava Presidente’. Eppure, solo il 38% del suo voto 2012 va a Fava, il quale a sua volta pesca un quarto dei suoi voti da ex grillini, il 15% da Crocetta e altrettanti elettori dall’area del non voto. Inoltre, nonostante l’apparente stabilità della partecipazione al voto rispetto al 2012, gli elettori che si sono astenuti non sono affatto gli stessi. Se infatti nel 2012 avevamo sottolineato la massiccia defezione dell’elettorato di centrodestra, oggi una quota di quegli elettori torna alle urne per sostenere Musumeci. Oltre un quarto dei voti al neo-Presidente della Regione, infatti, deriva dalla rimobilitazione di ex astenuti del 2012. Un flusso significativo, e probabilmente decisivo per la sua vittoria contro Cancelleri. Anche l’elettorato di quest’ultimo sembra in parte mutato, nonostante si tratti di un ricandidatura sostenuta dalla stessa lista di 5 anni prima, una lista – il Movimento 5 Stelle – che fa della propria alterità al sistema dei partiti il principale cavallo di battaglia. Solo due terzi del voto a Cancelleri 2012 torna sull’ex geometra nisseno, mentre una quota va a destra (10%) una alla sinistra radicale (10%) e un’altra a Micari (13%). A sua volta, poi, il voto a Cancelleri del 2017 pesca anche da altri elettori di sinistra (29% tra Marano e Crocetta) e di destra (17% tra Miccichè e Musumeci), mostrando dunque trasversalità sia nelle cessioni che nelle acquisizioni. In altri termini: la composizione politica dell’elettorato del M5S cambia poco nel complesso, ma gli elettori non sono più gli stessi.

Fig. 1 – I flussi elettorali a Palermo fra regionali 2012 e regionali 2017 (clicca per ingrandire)

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(clicca qui per vedere le matrici in forma di tabella)

Complessivamente, secondo le nostre stime, appena 97.000 elettori palermitani hanno votato in continuità tra le due elezioni (Marano-Fava; Crocetta-Micari; Miccichè e Musumeci-Musumeci; Cancelleri-Cancelleri), sugli oltre 202.000 elettori che si sono recati alle urne in entrambe le consultazioni.

Questi movimenti, dunque, altre ad indicare la ‘mutazione genetica’ dell’elettorato che sostiene il candidato di centrosinistra, un elemento già emerso l’anno scorso a Torino, sembrano farci capire che tutto l’elettorato, privo ormai di riferimenti ideologici e disancorato da fedeltà partigiane, si muove, disorientato e frenetico, in modo apparentemente imprevedibile tra elezioni successive.

Per comprendere in modo più chiaro le trasformazioni politiche in atto dobbiamo prendere in considerazione il confronto con le elezioni politiche del 2013 (Fig. 2). In quelle elezioni la partecipazione al voto fu decisamente più alta (61,1% a Palermo città, contro il 45,9% di queste regionali) ed è dunque possibile ottenere un’immagine più precisa dei movimenti di voto dell’intero elettorato e dell’eventuale presenza di astensionismo asimmetrico fra le varie aree politiche.

I primo dato che emerge con chiarezza è la conferma della mutazione genetica del centrosinistra. L’elettorato di Bersani del 2013, infatti, può essere preso come riferimento idealtipico dell’area tradizionale di centrosinistra. Ebbene, quella di Bersani è l’area che registra il maggior tasso di astensione tra politiche 2013 e regionali 2017 (42%). Inoltre, quel 58% che torna alle urne, si divide quasi equamente tra il sostegno a Micari e a Fava, mentre una quota significativa (l’11% dell’elettorato di Bersani) si orienta su Cancelleri. Complessivamente, su 50.000 voti raccolti da Micari a Palermo, meno di 18.000 provengono da elettori che alle politiche del 2013 avevano votato per la coalizione di centrosinistra guidata da Bersani. Questo dato eclatante pregiudica la possibilità per Micari di risultare realmente competitivo, nonostante una notevole capacità attrattiva sugli elettorati del centro e della destra. Un voto su due al rettore proviene da ex elettori di Monti (17%) e Berlusconi (32%) e un 11% arriva dai 5 Stelle che nel 2013 furono la prima coalizione in città col 32,7% dei voti. Specularmente, anche il centrodestra cambia pelle: appena un voto su due a Musumeci proviene da Berlusconi, mentre un quarto arriva da Grillo e un sesto da Monti. La forza politica più coesa meno permeabile appare ancora una volta il M5S. Il 58% del voto pentastellato delle politiche torna su Cancelleri, che a sua volta deve i tre quarti del suo consenso al grande bacino 5 stelle del 2013. Eppure, anche in questo caso, notiamo una significativa defezione verso destra: un quinto del voto grillino del 2013 si orienta verso Musumeci, forse un ritorno a casa di tanti elettori di destra che alle politiche avevano sostenuto il Movimento.

Fig. 2 – I flussi elettorali a Palermo fra politiche 2013 e regionali 2017 (clicca per ingrandire)pol_su_reg

(clicca qui per vedere le matrici in forma di tabella)

Sappiamo che la candidatura di Micari è stata proposta e poi fortemente sostenuta da Orlando, il sindaco di Palermo che a giugno si è riconfermato al primo turno. Rispetto alle politiche, il profilo di Orlando appariva estremamente trasversale a conferma del fatto che per gli elettori palermitani il sindaco della ‘Primavera di Palermo’ rappresenta un totem che valica il proprio blocco politico diventando punto di riferimento di tutta la città. Una sorta di ‘candidato della nazione’ che, pur provenendo dal centrosinistra, è in grado di attrarre consensi in tutto l’elettorato. Forse è anche per sua questa capacità di valicare i confini angusti e minoritari della sinistra che l’entourage renziano ha accettato di buon grado che a scegliere il candidato Presidente fosse proprio Orlando. Eppure, il consenso di Orlando è personale e intrasmissibile, i suoi voti si disperdono se non è lui a correre in prima persona. Era già accaduto alla Borsellino alle primarie comunali del 2012. Succede anche nel 2017. Micari è un Orlando in sedicesimi, ne mantiene la trasversalità ma perde consistenza. Solo un terzo del voto a Orlando di giugno si indirizza verso il rettore, il resto si propaga in tutte le direzioni e quasi in egual misura su Musumeci, Cancelleri e Fava. Tanto che tutti i candidati Presidente pescano a piene mani dal grande bacino orlandiano: non solo oltre 8 voti su 10 a Fava e Micari vengono dal sindaco di Palermo, ma anche un terzo dei voti di Musumeci e di Cancelleri.

Fig. 3 – I flussi elettorali a Palermo fra comunali 2017 e regionali 2017 (clicca per ingrandire)com su reg(clicca qui per vedere le matrici in forma di tabella)

Infine, osservando i flussi fra il voto di lista e il voto al Presidente nel 2017 (Fig. 4), possiamo avere contezza della rilevanza del voto disgiunto che, secondo i commenti post-voto, avrebbe colpito Micari portando molti elettori di centrosinistra a votare Cancelleri. In realtà i tassi di conferma del voto di lista sul Presidente collegato sono piuttosto alti per tutti i partiti, e oscillano fra il 74% di Alternativa Popolare e il 98% del Movimento 5 Stelle. Non esiste alcun flusso significativo (ossia superiore all’1% dell’elettorato, vedi Corbetta e Schadee 1988) fra una lista e un candidato Presidente non collegato. E’ vero che gli elettori delle liste di centrosinistra che optano per il disgiunto tendono a votare più Cancelleri di Musumeci, ma questo flusso pesa solo per il 6% dell’elettorato di Cancelleri. La vera ragione del surplus di voti del candidato pentastellato la ritroviamo invece nel voto al solo Presidente. Il 10% dell’elettorato palermitano esercita l’opzione di votare per il solo Presidente, dissociandosi dunque dalla tendenza prevalente in Sicilia come in altre realtà meridionali, ossia di votare essenzialmente per i ‘Signori delle preferenze’ (Emanuele e Marino 2016). Ebbene, il 60% di questo gruppo di elettori vota per Cancelleri, contro appena il 20% che si dirige su Musumeci e il 9% che opta per Micari. Nel complesso, il 18% del voto a Cancelleri viene da elettori, presumibilmente grillini privi di particolari preferenze per i candidati consiglieri del Movimento, che hanno votato solo per il Presidente. Non si è dunque trattato, se non in minima parte, di voto disgiunto. I Signori delle Preferenze di entrambi gli schieramenti hanno convogliato il proprio voto verso i candidati Presidente collegati, e gli elettori di queste liste non hanno defezionato. In totale, il 90% di chi ha espresso il voto per una lista, ha poi votato il Presidente collegato.

Fig. 4 – I flussi elettorali a Palermo fra proporzionale e maggioritario delle regionali 2017 (clicca per ingrandire)pr su mg

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Un dato di stabilità nel quadro di un elettorato iper-volatile e ormai privo di riferimenti politico-ideologici. Segno che probabilmente il voto personale ai Signori delle preferenze costituisce l’unico elemento di continuità fra elettori e sistema politico. Col venir meno delle fedeltà ai partiti e perfino della loro riconoscibilità fra elezioni successive, a Palermo ma forse non solo a Palermo il voto personale è l’ultima ancora della democrazia.

Riferimenti bibliografici

Corbetta, P.G., e H.M.A. Schadee (1984), Metodi e modelli di analisi dei dati elettorali, Bologna, Il Mulino.

De Sio, L. e Cataldi, M. (2016), ‘Radiografa di una mutazione genetica: i flussi
elettorali a Torino, in Emanuele, V., Maggini, N. e Paparo, A. (a cura di), Cosa succede in città? Le elezioni comunali 2016, Dossier CISE (8), Roma, Centro Italiano di Studi Elettorali, pp. 61-64.

Emanuele, V. (2013), ‘Regionali in Sicilia. Crocetta vince nell’Isola degli astenuti. Boom del Movimento 5 Stelle’, in De Sio, L. e Emanuele, V. (a cura di), Un anno di elezioni verso le Politiche 2013,  Dossier CISE (3), Roma, Centro Italiano di Studi Elettorali, pp. 55-58.

Emanuele, V. (2015), Dataset of Electoral Volatility and its internal components in Western Europe (1945-2015), Roma: Centro Italiano di Studi Elettorali, http://dx.doi.org/10.7802/1112.

Emanuele, V. (2017), ‘Le comunali di Palermo tra vecchi e nuovi gattopardi: i risultati e i flussi elettorali’, in Paparo, A. (a cura di), La rinascita del centrodestra? Le elezioni comunali 2017, Dossier CISE (9), Roma, Centro Italiano di Studi Elettorali, pp. 175-181.

Emanuele, V. e Marino, B. (2016), ‘Follow the candidates, not the parties? Personal vote in a regional de-institutionalised party system’, Regional and Federal Studies, 26(4), pp. 531-554.

Emanuele, V. e Riggio, A. (2017), ‘Trasformismo e adeguamento strategico: l’offerta politica in Sicilia’. /cise/2017/10/14/trasformismo-e-adeguamento-strategico-lofferta-politica-in-sicilia/

Emanuele, V. e Riggio, A. (2017), ‘Sicilia, l’astensione è ancora maggioranza. La mappa per comune’. /cise/2017/11/06/sicilia-lastensione-e-ancora-maggioranza-la-mappa-per-comune/

Emanuele, V. e Riggio, A. (2017), ‘Disgiunto e utile: il voto in Sicilia e la vittoria di Musumeci. /cise/2017/11/07/disgiunto-e-utile-il-voto-in-sicilia-e-la-vittoria-di-musumeci/

Goodman, L. A. (1953), Ecological regression and behavior of individual, «American Sociological Review», 18, pp. 663-664.

Paparo, A. e Cataldi, M. (2013), ‘I flussi elettorali in Sicilia: il Pdl diserta le urne e Grillo
pesca dal centrosinistra’ in De Sio, L. e Emanuele, V. (a cura di), Un anno di elezioni verso le Politiche 2013,  Dossier CISE (3), Roma, Centro Italiano di Studi Elettorali, pp. 67-74.


NOTA METODOLOGICA

I flussi presentati sono stati calcolati applicando il modello di Goodman alle 600 sezioni elettorali del comune di Palermo. Abbiamo eliminato le sezioni con meno di 100 elettori (in ognuna delle due elezioni considerate nell’analisi), nonché quelle che hanno registrato un tasso di variazione superiore al 20% nel numero di elettori iscritti (sia in aumento che in diminuzione).  Abbiamo effettuato analisi separate in quattro zone della città (identificate sulla base a criteri di omogeneità socio-politica) poi riaggregate nelle analisi cittadine qui mostrate. Il valore dell’indice VR nelle quattro zone per le quattro analisi presentate non è mai superiore a 12.


[1] A livello locale, e in particolare in Sicilia, l’alta volatilità è una costante del voto. Basti pensare che alle comunali di Palermo del giugno scorso la volatilità aveva raggiunto l’incredibile valore di 57,95 (Emanuele 2017). Per le regole di calcolo dell’indice vedi Emanuele (2015).

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Vincenzo Emanuele (1986) è post-doctoral fellow presso la LUISS Guido Carli di Roma dove insegna il corso di Italian Political System. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze con una tesi sul processo di nazionalizzazione del voto in Europa occidentale e le sue possibili determinanti. La sua tesi ha recentemente vinto il Premio ‘Enrico Melchionda’ conferita alle tesi di dottorato in Scienze Politiche discusse nel triennio 2012-2014 e il Premio ‘Celso Ghini’ come miglior tesi di dottorato in materia elettorale del biennio 2013-2014. Ha pubblicato articoli su Party Politics, Italian Political Science Review, Contemporary Italian Politics, Meridiana - Rivista di Storia e Scienze Sociali e Quaderni dell’Osservatorio Elettorale. È inoltre co-autore di capitoli in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014), Il PD secondo Matteo (BUP 2014), Perdere vincendo (Franco Angeli 2013), Le primarie da vicino (Epoké 2013). Ha curato (con Lorenzo De Sio) il Dossier CISE 3 (Un anno di elezioni verso le politiche 2013, CISE, 2013) e (con Lorenzo De Sio e Nicola Maggini) il Dossier CISE 6 (Le Elezioni Europee 2014, CISE 2014), e l'e-book The European Parliament Elections of 2014 (CISE 2014). Con Lorenzo De Sio, Nicola Maggini e Aldo Paparo ha curato l'e-booke The Italian General Election of 2013. A dangerous stalemate? (CISE 2013). Infine, è autore di diverse note di ricerca pubblicate nella serie dei Dossier CISE.