L’onda sismica non si arresta. Il mutamento del sistema partitico italiano dopo le elezioni 2018

di

Alessandro Chiaramonte

Grafico di dispersione

Reduce dal ‘terremoto elettorale’ del 2013 (Chiaramonte e De Sio 2014), il sistema partitico italiano, lungi dall’assestarsi, ha subito un’ulteriore violenta scossa nelle elezioni del 2018. Più violenta di quanto fosse nelle attese della vigilia, che vedevano il consolidamento delle coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra e del Movimento 5 Stelle (M5S) quali principali soggetti politici in competizione.

In effetti, dal punto di vista complessivo del formato e della meccanica, il sistema partitico risultante dalle elezioni del 2018 presenta una configurazione tendenzialmente tripolare così come era stato nelle elezioni del 2013. Oltretutto, come detto, i perni del sistema sono gli stessi di cinque anni fa: centro-destra, centro-sinistra e M5S. Nel 2013 vi era anche la presenza della coalizione centrista facente capo a Monti, ma il risultato fu modesto (intorno al 10%) ed essa si dissolse ben presto. Parimenti, la corsa solitaria di Liberi e Uguali (LeU) nel 2018 non ha creato le premesse per un polo alternativo di sinistra.

A dispetto della riconferma di un assetto tripolare – comunque di per sé non scontata a distanza di cinque anni, tenuto conto che il risultato del 2013 avrebbe potuto costituire una deviazione contingente e temporanea dal bipolarismo che si era affermato fino ad allora – il sistema partitico si caratterizza ancora una volta per alcune importanti trasformazioni.

Innanzi tutto, sono significativamente mutati i rapporti di forza tra i partiti e tra i poli. Per quanto riguarda i partiti, la instabilità dei relativi rapporti di forza emerge chiaramente dal valore della volatilità totale, un indice che misura il cambiamento aggregato netto di voti tra due elezioni successive sommando le differenze nelle percentuali di voti ottenute dai partiti in ciascuna di esse (Pedersen 1979). Nel 2018 la volatilità totale si attesta a 26,7. Sebbene in diminuzione di dieci punti rispetto al 2013, si tratta del terzo valore più alto nella storia repubblicana, dopo quelli del 1994 (39,3) e, appunto, del 2013 (36,7) (Figura 1).

Figura 1 – Indice di volatilità, Camera (1948-2018)

Descrizione generale: Un grafico a linea spezzata spessa di colore nero con indicatori a forma di rombo bianco. L'asse orizzontale riporta gli anni delle elezioni politiche comprese tra il 1948 e il 2018, mentre l'asse verticale misura i valori percentuali dell'indice di volatilità da 0.0 a 45.0, con linee di griglia orizzontali ogni 5 punti. Il tracciato documenta il passaggio da una Prima Repubblica caratterizzata da oscillazioni minime e stabili a una fase di profonda instabilità e ristrutturazione del sistema partitico a partire dagli anni Novanta.

1. Periodo della Prima Repubblica (1948-1987)

Caratterizzato da un sistema partitico bloccato e da una forte stabilità del voto, con l'indice che rimane costantemente confinato sotto la soglia del 20%:
• 1948-1953: Inizia il tracciato storico a quota 16.3 nel 1948 e scende leggermente a 14.1 nel 1953.
• Fase di minima volatilità (1958-1968): Tocca i livelli più bassi di spostamento del voto di tutta la serie, registrando 5.3 nel 1958, 8.5 nel 1963 e il punto minimo assoluto dell'intero grafico a quota 3.7 nel 1968.
• Fase mediana (1972-1987): Mostra lievi oscillazioni cicliche mantenendosi su valori a una sola cifra: 5.6 nel 1972, 10.2 nel 1976, 4.9 nel 1979, 8.1 nel 1983 e 9.2 nel 1987.

2. Il crollo del sistema e la transizione (1992-2001)

Mappa la fine dei partiti tradizionali legata all'inchiesta Tangentopoli e la nascita della Seconda Repubblica:
• 1992: L'indice avvia un'impennata portandosi a quota 15.7.
• Il picco storico del 1994: In corrispondenza dell'irruzione di Forza Italia e del riallineamento bipolare, la linea schizza verticalmente verso l'alto toccando il valore massimo storico assoluto dell'intera serie a quota 39.3.
• 1996-2001: Dopo una parziale stabilizzazione a quota 12.3 nel 1996, l'indice risale temporaneamente a quota 20.4 nelle elezioni del 2001.

3. Il consolidamento e la scomposizione triopolare (2006-2018)

• 2006-2008: Sperimenta una nuova fase di stasi e concentrazione dell'offerta politica (nascita di PD e PDL), con l'indice che scende a 8.2 nel 2006 e si attesta a 11.3 nel 2008.
• Il secondo picco del 2013: Coincidendo con l'exploit originario del Movimento 5 Stelle e il crollo dei vecchi poli, la linea compie una seconda impennata violentissima fermandosi al valore record di 36.7.
• 2018: La serie storica si chiude registrando un indice pari a 26.7, un valore in parziale discesa rispetto al 2013 ma che si mantiene strutturalmente molto elevato rispetto alle medie della Prima Repubblica.

Differentemente dalle elezioni del 1994 e del 2013, però, l’alta volatilità del 2018 si è prodotta in assenza (o quasi) di ‘innovazione’ (Emanuele e Chiaramonte 2016). Come si può vedere infatti dalla Figura 2, in cui sono mostrate le percentuali di voto ottenute dai partiti autenticamente nuovi per ogni elezione dal 1953 ad oggi (ossia in discontinuità organizzativa con i pre-esistenti), nel 2018 nessun nuovo soggetto politico di rilievo ha fatto irruzione sulla scena elettorale come invece era stato con Forza Italia nel 1994 e con il M5S nel 2018. Dunque, la grande volatilità che si è manifestata in queste ultime elezioni è stata generata da spostamenti di voto tra partiti già esistenti che hanno profondamente alterato i rispettivi rapporti di forza.

Figura 2 – Innovazione del sistema partitico, Camera (1948-2018)

Descrizione generale: Un diagramma cartesiano con sfondo bianco e sottili linee di griglia orizzontali ogni 5 punti. L'asse orizzontale riporta gli anni delle elezioni politiche (dal 1953 al 2018), mentre l'asse verticale misura la % voti ai nuovi partiti su una scala da 0.0 a 40.0. Il tracciato è rappresentato da una linea spezzata nera spessa con indicatori a forma di rombo bianco. Il grafico evidenzia la quasi totale impermeabilità del sistema partitico durante la Prima Repubblica, interrotta da due violentissime fiammate di destrutturazione dell'offerta politica coincidenti con la nascita della Seconda Repubblica (1994) e l'irruzione del Movimento 5 Stelle (2013).

1. Il trentennio di stasi della Prima Repubblica (1953-1987)

Caratterizzato da un sistema partitico estremamente rigido e istituzionalizzato, in cui lo spazio per nuove formazioni politiche è quasi inesistente:
• Elezioni dal 1953 al 1972: L'indice rimane inchiodato allo 0.0% per cinque tornate consecutive.
• Elezioni dal 1976 al 1987: Si registrano minime oscillazioni marginali con un piccolo picco al 2.6% nel 1976, un ritorno allo 0.0% nel 1979, un 1.4% nel 1983 e un 2.5% nel 1987.

2. Il crollo del sistema e la transizione (1992-2001)

Mappa la crisi dei partiti storici e l'emergere di nuove formazioni (Lega Nord, La Rete e soprattutto l'esordio di Forza Italia):
• 1992: L'indice inizia a salire portandosi a quota 10.5%.
• Il primo picco del 1994: Coincidendo con la discesa in campo di Forza Italia, la percentuale di voti drenata da sigle esordienti compie un'impennata clamorosa toccando quota 22.2%.
• 1996-2001: Il sistema si stabilizza temporaneamente intorno ai due poli principali; l'indice flette a quota 4.3% nel 1996 e fa registrare un 7.3% nel 2001.

3. Il consolidamento e l'esplosione del 2013 (2006-2018)

• 2006-2008: Si registra una nuova fase di massima concentrazione dell'offerta politica (con la convergenza nei grandi contenitori stabili del PD e del PDL), che azzera quasi l'indice: 0.0% nel 2006 e 2.4% nel 2008.
• Il picco storico del 2013: In corrispondenza dell'esordio parlamentare travolgente del Movimento 5 Stelle e di Scelta Civica, la linea schizza verticalmente verso l'alto toccando il valore massimo storico assoluto dell'intero grafico a quota 35.0%.
• 2018: La serie storica si chiude in brusca discesa a quota 2.6%, segnalando che l'offerta politica si è nuovamente cristallizzata attorno ai partiti emersi nel ciclo precedente, senza spazio per ulteriori novità di rilievo.

La volatilità prodottasi nel voto ai partiti ha determinato un notevole mutamento dei rapporti di forza anche a livello di poli elettorali. Dal 2013 al 2018 il centro-sinistra è passato da primo a terzo, il M5S da terzo a secondo, il centro-destra da secondo a primo. Oltretutto, il sensibile arretramento del centro-sinistra e l’altrettanto sensibile crescita del centro-destra e del M5S hanno reso il sistema partitico, seppur tripolare, per così dire più bipolare di quanto non fosse nel 2013. Lo si può osservare nella   Figura 3, che riporta i valori dell’indice di bipolarismo – vale a dire la somma delle percentuali di voto (e di seggi) ottenute dalle due coalizioni principali – a partire dal 1994. Dopo aver toccato il livello più basso proprio nel 2013 (58,7% e 75% rispettivamente nelle arene elettorale e parlamentare), il valore dell’indice di bipolarismo risale nel 2018 (soprattutto a livello elettorale, dove raggiunge il 70%, e comunque anche a livello parlamentare, passando al 79%). In altri termini, il terzo polo del 2018 – il centro-sinistra – è più debole del terzo polo del 2013 – il M5S – mentre i due poli principali di oggi – centro-destra e M5S – sono più forti di quelli – centro-sinistra e centro-destra – di cinque anni fa.

Figura 3 – Indice di bipolarismo, Camera (1994-2018)

Descrizione generale: Un diagramma cartesiano con sfondo bianco e sottili linee di griglia orizzontali ogni 5 punti. L'asse orizzontale riporta gli anni delle elezioni politiche della Seconda Repubblica (dal 1994 al 2018), mentre l'asse verticale misura i valori dell'indice su una scala ridotta che va da 50 a 100. Il grafico presenta due curve distinte: una linea nera continua per la percentuale di voti e una linea nera tratteggiata per la percentuale di seggi. Il tracciato documenta la parabola del bipolarismo italiano, cresciuto costantemente fino al picco del 2006 e poi crollato verticalmente nel 2013 con l'irruzione del tripolarismo.

1. Indice di bipolarismo nei Voti (Linea continua nera)

Misura la percentuale complessiva di voti validi raccolti dalle due coalizioni maggiori:
• Fase ascendente (1994-2006): Inizia a quota 80.5 nel 1994 e cresce in modo costante nelle tornate successive, toccando 85.4 nel 1996 e 89.2 nel 2001, fino a raggiungere il suo picco storico massimo a quota 99.1 nel 2006, configurando un sistema quasi perfettamente bipartitico.
• Fase decrescente e crollo (2008-2018): Inizia a cedere nel 2008 scendendo a 84.4, per poi subire un crollo verticale e precipitare al punto minimo assoluto di 58.7 nel 2013 a causa dell'esplosione del Movimento 5 Stelle. Nel 2018 registra una parziale risalita orizzontale chiudendo a quota 69.7.

2. Indice di bipolarismo nei Seggi (Linea tratteggiata nera)

Misura la quota di scranni parlamentari assegnata complessivamente ai due poli principali, evidenziando come i sistemi elettorali (premi di maggioranza) abbiano artificialmente sovra-rappresentato i poli rispetto ai voti reali:
• Fase di egemonia (1994-2008): Si mantiene costantemente più alta rispetto alla linea dei voti. Parte da 91.9 nel 1994, flette leggermente a 89.8 nel 1996, risale a 97.6 nel 2001 e tocca il vertice assoluto del grafico a quota 99.8 nel 2006. Nel 2018 si attesta a quota 93.8.
• La scomposizione (2013-2018): Subisce una durissima flessione in linea con il voto reale, precipitando a quota 75.1 nel 2013 (grazie all'ingresso in Parlamento del terzo polo grillino) e chiudendo la serie storica a quota 79.0 nel 2018.

Non subisce invece grandi scossoni la frammentazione partitica, qui misurata attraverso l’indice di Laakso e Taagepera (1979). Il numero effettivo di partiti presenti nell’arena elettorale cresce rispetto al 2013, passando da 3,5 a 4,3, ma in quella parlamentare diminuisce da 5,3 a 5,1 (Figura 4). Rimane dunque distante l’epoca dell’elevatissima frammentazione – quella degli anni ’90 – ma altrettanto quella dell’illusione bipartitica, invero limitata alle sole elezioni del 2008.

Figura 4 – Numero effettivo di partiti, Camera (1948-2018)

Descrizione generale: Una grande tabella statistica istituzionale con un'intestazione verde smeraldo, strutturata in quattro macro-sezioni temporali di colonne, ciascuna suddivisa nelle variabili dei valori assoluti (N) e delle percentuali (%). La struttura si articola in tre blocchi informativi principali: i dati generali di affluenza, i risultati dettagliati per singoli partiti o raggruppamenti e una sezione conclusiva dedicata ai risultati aggregati per poli politici. Ciascun blocco di dati si chiude con la riga del Totale voti validi pari al 100%.

1. Dati generali di Affluenza (Elettori e Votanti)

• Regionali 2013: Elettori: 4.757.508 | Votanti: 3.423.284 (72,0%)
• Politiche 2013: Elettori: 4.430.323 | Votanti: 3.433.791 (77,5%) — Rappresenta il picco massimo di partecipazione al voto.
• Regionali 2018: Elettori: 4.786.096 | Votanti: 3.181.235 (66,5%)
• Politiche 2018: Elettori: 4.392.976 | Votanti: 3.187.983 (72,6%)

2. Dettaglio dei risultati per i principali Partiti (N e %)

• PD (Partito Democratico):
	• Subisce una flessione costante, pur mantenendo una tenuta superiore nelle regionali: 29,7% (Reg13) | 25,7% (Pol13) | 21,2% (Reg18) | 18,6% (Pol18).
• Lega (Nord):
	• Compie un balzo esponenziale e travolgente nel 2018, diventando il primo partito assoluto della regione: 0,2% (Pol13) | 10,0% (Reg18) | 13,5% (406.217 voti) (Pol18) — Nota: al livello regionale balza a quota 252.772 voti.
• FI (PDL):
	• Evidenzia un trend nettamente decrescente: 21,2% (Reg13) | 22,8% (Pol13) | 14,6% (Reg18) | 13,3% (Pol18).
• M5S (Movimento 5 Stelle):
	• Si conferma molto forte nelle elezioni nazionali, subendo un marcato calo nelle consultazioni regionali dello stesso anno: 16,6% (Reg13) | 28,0% (Pol13) | 22,1% (Reg18) | 33,0% (997.159 voti) (Pol18) — Primo partito assoluto nelle Politiche 2018.
• FDI (-AN):
	• Più che raddoppia i propri consensi: 3,8% (Reg13) | 2,8% (Pol13) | 8,7% (Reg18) | 8,2% (Pol18).

3. Dettaglio dei risultati per Poli aggregati (N e %)

• Centro-sinistra:
	• Ottiene la quota relativa più alta nelle Regionali 2013, per poi flettere nel 2018: 40,7% (Reg13) | 29,8% (Pol13) | 32,9% (Reg18) | 22,9% (Pol18).
• Centro-destra:
	• Conquista la maggioranza assoluta locale nelle Regionali 2018, trainato dal riallineamento delle sue forze interne: 29,3% (Reg13) | 27,9% (Pol13) | 31,2% (Reg18) | 35,4% (Pol18).
• M5S:
	• Coincide in larga parte con la lista singola o con coalizioni minime: 20,2% (Reg13) | 28,0% (Pol13) | 27,0% (Reg18) | 33,2% (Pol18).

Fin qui, la prospettiva di analisi adottata è stata quella nazionale. Si tratta ora di capire se e quanto la struttura del sistema partitico sia cambiata fra il 2013 e il 2018 scendendo nel dettaglio della competizione sul territorio.

Anche da quest’ultimo punto di vista non occorre molto per capire che i cambiamenti sono stati rilevanti. La geografia elettorale è uscita rivoluzionata dalle elezioni del 2018, come già lo era stata alle elezioni del 2013 (con l’avvento del M5S e la sua straordinaria omogeneità territoriale) e delle europee del 2014 (quando lo stivale si era tinto di rosso, con il PD capace di vincere in 106 province su 110). Nel 2018 tutto appare nuovamente mutato: nel Nord domina il centrodestra, nel Sud il M5S è il partito predominante con oltre il 43% dei voti; infine la Zona rossa, un tempo feudo inespugnabile della sinistra, risulta l’area a più alta competitività del paese (nonché l’unica). La velocità e l’intensità dei cambiamenti testimoniano come ormai l’imprevedibilità sia il tratto distintivo delle interazioni tra partiti ed elettori. Tale imprevedibilità travolge anche quelli che una volta erano considerati elementi consolidati apparentemente immutabili del sistema, come ad esempio il predominio della sinistra nella Zona rossa, o la tradizione ‘moderata e filogovernativa’ (Nuvoli 1989; Raniolo 2010) del Sud.

A livello aggregato possiamo misurare quanto è nazionalizzato il sistema partitico con un indice, lo standardized Party System Nationalization Score (sPSNS) sviluppato da Bochsler (2010). Esso è costruito a partire dall’indice di Gini e tiene conto sia del numero che della dimensione – in termini di elettori – delle unità territoriali in cui è disaggregato il voto, oltre che della grandezza relativa dei partiti. Esso varia tra 0 e 1 e a valori alti dell’indice corrisponde un’alta omogeneità territoriale del voto. Lo sPSNS ci restituisce quindi una misura aggregata relativa all’omogeneità territoriale del consenso raccolto dai partiti del sistema. La nazionalizzazione del voto deriva da un processo storico di lungo periodo (Caramani 2004; Emanuele 2018c), è una delle dimensioni fondamentali di analisi del sistema partitico ed è legata al concetto di istituzionalizzazione o strutturazione del sistema (Sani 1992; Chiaramonte e Emanuele 2014; Lupu 2015; Emanuele 2018c). La capacità dei partiti di rappresentare gli interessi e le preferenze degli elettori su scala nazionale è infatti una delle precondizioni per lo sviluppo di un sistema partitico caratterizzato da interazioni prevedibili e stabili nel tempo. Curiosamente, nel 2013 i due fenomeni si mossero in direzioni opposte: ad una marcata de-istituzionalizzazione del sistema (Chiaramonte e Emanuele 2017; 2018) – dovuta alla vertiginosa crescita della volatilità e l’emergere di nuovi partiti rilevanti – si associò un aumento del livello di nazionalizzazione del voto, essenzialmente dovuto alla straordinaria omogeneità territoriale del M5S (Chiaramonte e Emanuele 2014; Emanuele 2015). In un’ottica di lungo periodo (Figura 5), nel 2013 lo sPSNS faceva segnare un livello comparabile a quello della Prima Repubblica, molto lontano dalla de-nazionalizzazione degli anni della transizione fra Prima e Seconda Repubblica (1992-1996). Nel 2018 assistiamo ad una marcata diminuzione del valore dell’indice (da 0.862 a 0.822), che scende al livello più basso dal 1996 e al quarto valore più basso dal 1948. Si nota una territorializzazione di tutti i principali partiti italiani: Forza Italia passa dallo 0.897 del 2013 (allora Pdl) a 0.868, il Pd da 0.890 a 0.860, mentre il M5S passa da 0.912 a 0.837. Il partito di Grillo era il più ‘nazionalizzato’ della storia d’Italia Repubblicana insieme alla Democrazia Cristiana degli anni ‘50-’70. Il partito di Di Maio perde la trasversalità territoriale, si meridionalizza risultando così il partito con il consenso più disomogeneo fra le principali forze politiche italiane. In un’ottica diacronica, non è mai esistito in Italia un partito con più del 20% dei consensi e una così marcata territorializzazione del consenso.

Figura 5 – Nazionalizzazione del sistema partitico, Camera (1948-2018)

Descrizione generale: Un diagramma cartesiano con sfondo bianco e sottili linee di griglia orizzontali ogni 2 punti decimali. L'asse orizzontale riporta gli anni delle elezioni politiche (dal 1948 al 2018), mentre l'asse verticale misura i valori dell'indice da 0.75 a 0.91. Il tracciato presenta una linea spezzata nera molto spessa con etichette numeriche per ciascun punto e una linea di tendenza rettilinea sottile che mostra un declino costante nel lungo periodo. Il grafico evidenzia la stabilità della Prima Repubblica, il crollo verticale durante la transizione degli anni Novanta e le successive oscillazioni del ciclo triopolare recente.

1. Il Ciclo della Prima Repubblica (1948-1987)

Caratterizzato da valori stabilmente elevati, specchio di un sistema partitico congelato ed egemonizzato dalle grandi forze storiche:
• Fase iniziale (1948-1953): Il grafico si apre registrando 0.838 nel 1948 e 0.839 nel 1953.
• Fase ascendente (1958-1976): L'indice compie una crescita costante toccando quota 0.862 nel 1958, 0.866 nel 1963, 0.874 nel 1968 e, dopo una minima flessione a 0.869 nel 1972, raggiunge il suo picco storico massimo assoluto a quota 0.893 nel 1976.
• Fase di declino moderato (1979-1987): Inizia a cedere scendendo a 0.877 nel 1979, assestandosi a 0.866 nel 1983 e registrando un'ultima tenuta parziale a quota 0.868 nel 1987.

2. Il Crollo Strutturale e la Transizione (1992-1996)

Mappa visivamente la destrutturazione del sistema partitico tradizionale a seguito dell'inchiesta Tangentopoli e la nascita della Seconda Repubblica:
• 1992: L'indice subisce una prima violenta flessione cadendo sotto la soglia critica a quota 0.796.
• Il minimo storico del 1994: In corrispondenza del massimo disallineamento e della frammentazione legata alla nascita dei nuovi poli, la linea precipita verticalmente toccando il punto minimo assoluto dell'intero grafico a quota 0.758.
• 1996: Avvia una decisa traiettoria di risalita orizzontale invertendo la tendenza precedente.

3. Il Ciclo Bipolare e la Nuova Crisi Triopolare (2001-2018)

• La ricostruzione (2001-2006): L'indice recupera i livelli storici spinto dal consolidamento del bipolarismo, portandosi a quota 0.807 nel 2001 e toccando un vertice relativo a quota 0.873 nel 2006.
• La scomposizione recente (2008-2018): Subisce una nuova fase altalenante legata all'instabilità dell'offerta politica e all'irruzione del M5S. Flette a 0.837 nel 2008, risale temporaneamente a quota 0.862 nel 2013 e chiude la sua serie storica nel 2018 in netto arretramento a quota 0.822.

Per comprendere meglio come si è strutturata la competizione a livello territoriale, ci avvaliamo di uno strumento, noto co­me triangolo di Nagayama (1997), che consente di visualizzare una se­rie di informazioni riguardanti il grado di bipolarismo (ossia di concentrazione percentuale di voti sui primi due candidati) e di competitività (ossia di scarto percentuale di voti tra i primi due candidati) nei 232 collegi uninominali della Camera (Figg. 6, 7 e 8). Si tratta di un diagramma in cui la posizione dei singoli punti – ognuno dei quali rappresenta un collegio – è deter­minata da due coordinate: la percen­tuale di voti conseguita dal candidato arrivato primo (asse delle ascisse) e la per­centua­le di voti conseguita dal can­didato arrivato secondo (asse delle ordinate). Tutti i punti (i collegi) finiscono per collocarsi per l’appunto all’interno di un triangolo isoscele, i due lati uguali del quale hanno le seguenti pro­prietà:

– il lato di sinistra è caratterizzato dall’uguaglianza di voti dei due candidati più forti. Tutti i collegi che si collocano nella fascia a ridosso di esso (in questo caso, una fascia che corrisponde ad uno scarto di voti tra 0 e 10%) sono collegi competitivi. Inoltre, tan­to più quanto più vicini sono al vertice in basso a sinistra, si tratta di collegi caratterizzati da una competizione multipolare, in cui cioè ‘terze forze’ ricevono percentuali di voto ‘rilevanti’.

– il lato di destra caratterizza invece i collegi dove sono presenti solo due candidati. Tutti i collegi che si collocano nella fascia a ridosso di esso (in questo caso, una fascia che corrisponde ad una somma di voti dei due candidati maggiori compresa tra 90 e 100%) sono collegi bipolari. Inoltre, tan­to più quanto più vicini sono al vertice in basso a destra, si tratta di collegi non competitivi, in cui cioè la differenza percentuale di voto tra i due candidati più forti è ‘rilevante’.

Oltre a ciò, vale la pena sottolineare che: 1) il rombo al vertice superiore del triangolo, racchiude i comuni che sono allo stesso tempo bipolari e competitivi; 2) l’area non compresa all’interno delle fasce laterali definisce un ampio spettro di situazioni caratterizzate comunque da un certo grado di multipolarismo e di non competitività.

Figura 6-7-8 – Il triangolo di Nagayama applicato alla competizione nei 232 collegi uninominali suddivisi tra Nord, Zona rossa e Sud (Camera 2018)

Descrizione generale: Un diagramma di dispersione cartesiano inserito in uno spazio di delimitazione a forma di grande triangolo simmetrico, dovuto al vincolo matematico per cui la somma delle percentuali dei primi due candidati non può eccedere il 100%.
L'asse orizzontale misura la % di voti del primo candidato su una scala da 0.00 a 100.00. L'asse verticale misura la % di voti del secondo candidato su una scala ridotta che va da 0.00 a 50.00. Ciascun punto nero a forma di rombo rappresenta un comune del Nord Italia andato al voto in quella tornata amministrativa.

Distribuzione e Concentrazione dei Comuni nel Grafico

I dati mostrano un'altissima densità di casi concentrata nella porzione medio-alta del triangolo, delineando uno scenario di forte competitività interna e frammentazione dell'offerta politica locale:
• La nuvola centrale (Elevata competitività e frammentazione):
	• La stragrande maggioranza dei comuni si raggruppa in un blocco compatto compreso tra il 33,00% e il 55,00% per il primo candidato e tra il 20,00% e il 35,00% per il secondo candidato.
	• La presenza di molti punti nell'area superiore di questa nuvola (vicina alla linea di parità ideale del 45-50% per parte) indica ballottaggi nati da un testa a testa estremamente serrato al primo turno.
• Punti di picco in alto (Massima frammentazione):
	• Si notano circa tre comuni isolati al vertice superiore della nuvola, in cui il secondo candidato è riuscito a toccare o superare una quota del 38,00%, a fronte di un primo candidato rimasto confinato intorno al 40,00-42,00%.
• La coda di destra (Polarizzazione e distacchi netti):
	• Spostandosi verso la parte inferiore destra del grafico, la nuvola si dirada lasciando spazio a pochi punti isolati in cui il primo candidato ha ottenuto un consenso schiacciante, compreso tra il 55,00% e il 72,00%.
	• In corrispondenza di questi exploit del primo classificato, la percentuale del secondo candidato crolla vistosamente, schiacciandosi nella fascia medio-bassa tra l'11,00% e il 20,00%.
• Il punto isolato a sinistra (Anomalia di forte dispersione):
	• All'estrema sinistra del grafico compare un unico punto isolato del tutto anomalo, caratterizzato da un primo candidato che ha ottenuto appena il 24,00% dei voti e un secondo candidato attestato intorno al 22,00%. Questa configurazione indica un comune con un livello record di frammentazione estrema del voto su moltissime liste concorrenti.

nagayama 2018 zr

Descrizione generale: Un diagramma di dispersione cartesiano inserito in uno spazio di delimitazione a forma di grande triangolo simmetrico, dovuto al vincolo matematico per cui la somma delle percentuali dei primi due candidati non può eccedere il 100%.
L'asse orizzontale misura la % di voti del primo candidato su una scala da 0.00 a 100.00. L'asse verticale misura la % di voti del second candidato su una scala ridotta che va da 0.00 a 50.00. Ciascun punto nero a forma di rombo rappresenta un comune del Nord Italia andato al voto in quella tornata amministrativa.

Distribuzione e Concentrazione dei Comuni nel Grafico

I dati mostrano un'altissima densità di casi concentrata nella porzione medio-alta del triangolo, delineando uno scenario di forte competitività interna e frammentazione dell'offerta politica locale:
• La nuvola centrale (Elevata competitività e frammentazione): La stragrande maggioranza dei comuni si raggruppa in un blocco compatto compreso tra il 33,00% e il 55,00% per il primo candidato e tra il 20,00% e il 35,00% per il secondo candidato. La presenza di molti punti nell'area superiore di questa nuvola indica ballottaggi nati da un testa a testa estremamente serrato al primo turno.
• Punti di picco in alto (Massima frammentazione): Si notano circa tre comuni isolati al vertice superiore della nuvola, in cui il secondo candidato è riuscito a toccare o superare una quota del 38,00%, a fronte di un primo candidato rimasto confinato intorno al 40,00-42,00%.
• La coda di destra (Polarizzazione e distacchi netti): Spostandosi verso la parte inferiore destra del grafico, la nuvola si dirada lasciando spazio a pochi punti isolati in cui il primo candidato ha ottenuto un consenso schiacciante, compreso tra il 55,00% e il 72,00%. In corrispondenza di questi exploit del primo classificato, la percentuale del secondo candidato crolla vistosamente, schiacciandosi nella fascia medio-bassa tra l'11,00% e il 20,00%.
• Il punto isolato a sinistra (Anomalia di forte dispersione): All'estrema sinistra del grafico compare un unico punto isolato del tutto anomalo, caratterizzato da un primo candidato che ha ottenuto appena il 24,00% dei voti e un secondo candidato attestato intorno al 22,00%. Questa configurazione indica un comune con un livello record di frammentazione estrema del voto su moltissime liste concorrenti.

Il Nord appare come una zona multipolare e non competitiva. Infatti nella Figura 6 la maggioranza dei collegi cade nell’area centrale del triangolo isoscele, quella non compresa all’interno delle fasce laterali. I collegi competitivi, ossia quelli con meno di 10 punti di scarto fra primo e secondo classificato, sono appena 22 su 91. Si trovano racchiusi nella fascia sinistra della figura. Il collegio di Aosta si trova nettamente staccato dagli altri, in basso a sinistra, indicando competizione unita ad estrema multipolarità (i primi due candidati totalizzano appena il 45.8%). Si tratta inoltre dell’unica sfida fra M5S e centrosinistra di tutto il Nord. Per il resto la competizione vede sempre il centrodestra protagonista, in 50 collegi contro il M5S (12 competitivi) e in 40 contro il centrosinistra (9 competitivi).

Nel Sud la competitività è maggiore, dal momento che riguarda 40 collegi su 101. Qui la competizione è tutta fra M5S e centrodestra: in 96 collegi su 101 (37 competitivi) si ripropone questa sfida, mentre il centrosinistra compare fra i primi due classificati del collegio solo in 5 occasioni (3 volte in collegi competitivi). Peraltro in 4 di questi 5 collegi la sfida è fra centrosinistra e centrodestra, rafforzando così l’idea che oggi la sinistra soprattutto al Sud può essere competitiva solo in alternativa al M5S come competitor del centrodestra, l’unico blocco ad essere primo o secondo in ben 100 collegi su 101. Rispetto al Nord, inoltre, i collegi non competitivi si collocano più in alto nella figura, ossia più vicini al rombo posto nel vertice superiore del triangolo e indicante situazioni di bipolarismo competitivo. Questo elemento sta ad indicare una più marcata tendenza al bipolarismo nel Sud, dovuta alla debolezza del centrosinistra: in ben 29 collegi la somma delle percentuali fra i primi due classificati (sempre M5S e centrodestra) supera l’80% dei voti. Insomma, in questa parte del paese, al centrosinistra restano le briciole.

Infine, sorprendentemente, la Zona rossa, dove per la prima volta dal dopoguerra il centrosinistra perde lo scettro di coalizione più votata, diventa l’area più competitiva del paese. Qui ben 31 collegi su 40 sono competitivi. Il centrosinistra, poi, in ben 14 collegi su 40 (9 competitivi) è addirittura terzo e la partita si gioca tra quelli che una volta erano gli outsider, il centrodestra e il M5S. La classica sfida fra le due coalizioni che hanno dominato la Seconda Repubblica si ripropone in 24 occasioni (19 volte in collegi competitivi), mentre anche qui la sfida tra centrosinistra e cinque stelle è residuale (2 collegi).

Complessivamente, l’Italia presenta una dinamica tripolare e parzialmente competitiva, con 93 collegi in cui i primi due classificati sono arrivati a meno di 10 punti percentuali di distanza. Nel restante 60% dei collegi, però, un blocco domina sugli altri due, con il centrodestra predominante nel Nord e il M5S nel Sud. Due opposizioni che hanno sfidato (e sconfitto), per dirla in termini rokkaniani, il ‘centro’ del sistema’ rappresentato dal centrosinistra governativo e filoeuropeo. Due opposizioni che raccolgono il consenso di due diverse ‘periferie’ in cerca di protezione: il Sud che vota M5S chiede protezione economica, mentre il Nord che vota Lega chiede protezione culturale. Due diversi sfidanti che politicizzano, con modalità diverse, lo stesso lato del cleavage integrazione-demarcazione (Kriesi et al. 2012) che ormai struttura la competizione politica anche in Italia, come in altri paesi (Emanuele 2018a; 2018b). Dall’altro lato, il centrosinistra a guida Partito Democratico rappresenterebbe (forse senza essersene reso conto fino in fondo) sempre meno la sinistra di un conflitto sinistra-destra ormai in declino e sempre più l’asse ‘integrazionista’, ossia il lato del nuovo cleavage che si batte in favore dell’Europa, dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati, della globalizzazione e della ‘società aperta’. Non è un caso che la coalizione guidata da Renzi risulti vincente, con poche eccezioni, solo nei ‘centri’, ossia nei quartieri borghesi delle grandi città del paese e non è un caso che il voto al PD risulti associato positivamente alla classe sociale medio-alta, come dimostra il recente articolo di Lorenzo De Sio. Come già dimostrato in occasione delle elezioni francesi (Emanuele 2018a), la nuova frattura individuata da Kriesi è sì una frattura ‘funzionale’, che cioè divide l’elettorato e lo spazio politico sulla base di specifici interessi, ma è anche indissolubilmente legata ad una dimensione territoriale. Le vecchie fratture territoriali centro-periferia e città-campagna (Lipset e Rokkan 1967) appaiono ormai collassate in un’unica dimensione di conflitto che oppone le ‘Periferie’ in senso ampio (il Sud nel suo complesso; le aree provinciali del centro-nord; le periferie delle grandi città) al ‘Centro’, inteso come luogo simbolico che racchiude quelli che una volta Lipset e Rokkan avrebbero definito i ‘centre-builders’ ossia i costruttori della nazione, in altri termini, l’élite dominante: oggi, come allora, un’ élite liberale, urbana e laica. Un centro che è quindi luogo simbolico, ma anche fisico, corrispondente appunto alle aree residenziali e borghesi delle grandi città del Centro-Nord del paese: da Roma a Milano, da Bologna a Torino.

Riferimenti bibliografici

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