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Traduzione di un articolo in inglese originariamente e pubblicato su The American Interest.

Bruce E. Cain è il Professore Charles Louis Ducommun di Scienze Umane presso il dipartimento di Scienze Politiche alla Stanford University. Inoltre, è il direttore Spence e Cleone Eccles Family del Bill Lane Centro per l’Ovest Americano e Senior Fellow presso il Woods Institute for the Environment, il SIEPR, e il Precourt Institute for Energy. Da alcuni anni è partner del CISE per studi comparati in ambiti quali le conseguenze dello sviluppo tecnologico sul processo democratico e la competizione politica.

Tra pochi giorni, molti americani parteciperanno ad ancora un’altra elezione critica. Dico ‘ancora un’altra’ perché di recente abbiamo sperimentato un’insolita sequenza di tornate elettorali di midterm che sono state critiche. Per la maggior parte del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, infatti, le elezioni di metà mandato erano più sonnolente e meno influenti. I Democratici hanno controllato la Camera dei Rappresentanti ininterrottamente per 40 anni, fino al 1994, e il Senato degli Stati Uniti per 26 anni di seguito, fino al 1980. Al contrario, a partire dal 1994, la Camera ha cambiato due volte colore e il Senato quattro volte. Se i sondaggi e le proiezioni sono corretti, la Camera passerà nuovamente di mano il prossimo 6 novembre.

Cosa rende critica un’elezione? Innanzitutto, è la prospettiva che il risultato elettorale cambierà il potere politico e le dinamiche politiche a Washington (Brady 1978). In un’elezione terremoto, le forze nazionali prevalgono sulle personalità, il contesto e le questioni locali, spingendo i risultati del Congresso verso una direzione prevalente. Brady e Parker (2018a) hanno sostenuto che un terremoto abbia storicamente significato uno spostamento di 30 o più seggi. Questa volta, tuttavia, i democratici hanno bisogno di una piccola scossa tellurica, di 24 seggi alla Camera, per conquistarne la maggioranza[1], ma hanno bisogno di qualcosa di più simile a un’ondata di marea per prendere il Senato degli Stati Uniti. Le gare del Senato del 2018 ci ricordano che le elezioni terremoto non si ottengono solo conquistando seggi del partito rivale, ma anche di mantenendo i propri seggi a rischio.

I soliti sospetti quanto a elezioni negative a midterm (vale a dire dove il partito del Presidente perde molti seggi) sono cattive condizioni economiche, presidenti impopolari e politiche pubbliche fallimentari, oltre al consueto declino del partito al governo (Paldam 1986), che segue le mobilitazioni per le elezioni presidenziali (Stimson 1976). In questo caso, abbiamo un Presidente impopolare, sostenuto da condizioni economiche relativamente buone, in corsa per la rielezione in circostanze di crescente polarizzazione. Il Presidente è particolarmente impopolare presso le donne democratiche e indipendenti per ovvi motivi. Spera di compensare questa debolezza con gli appelli agli uomini bianchi e arrabbiati.

Ad aggiungere ulteriore incertezza al risultato del 6 novembre, ci sono le diverse dinamiche che si osservano nelle contese fra Camera e Senato. I repubblicani difendono 25 collegi della Camera in cui Hilary Clinton ha vinto nel 2016, contro i 13 rappresentati dai democratici e vinti da Trump. Al contrario, 10 senatori democratici sono in corsa per la rielezione in Stati vinti dal Presidente Trump due anni fa (cinque dei quali vinti da Trump con margini a due cifre), rispetto al solo seggio repubblicano del Senato in uno stato vinto da Clinton – in Nevada dove l’incumbent Dean Heller corre per la rielezione.

Il Presidente Trump pone un dilemma strategico alla Camera per i repubblicani vulnerabili nei collegi suburbani. Se abbracciano il Presidente, probabilmente mobiliteranno contro di loro la base democratica, possibilmente alienandosi anche molti indipendenti e alcune moderati con inclinazioni repubblicane. Se si allontanano dal Presidente, rischiano di smobilitare la loro base repubblicana.

In teoria, il Presidente Trump, il leader del Partito Repubblicano, dovrebbe essere preoccupato per questo dilemma tanto quanto lo sono gli incumbent repubblicani della Camera, ma Donald Trump è l’emblema del candidato ‘Me-First': ogni cosa è sempre, innanzitutto, su di lui. Trump sa che non può conquistare alcun democratico e forse anche molti indipendenti. In passato, un’economia forte avrebbe potuto neutralizzare o smobilitare alcuni di questi democratici, ma come sottolineano Brady e Parker (2018b), sempre più gli elettori vedono l’economia attraverso un filtro partigiano. Qualunque sia la realtà oggettiva, l’economia sembra migliore per gli elettori identificati con un partito quando il loro partito è al governo e più debole quando al governo c’è il partito rivale.

Per istinto o per calcolo, il Presidente Trump ha adottato una strategia politica divisiva, facendo appello alla sua base elettorale, attirando l’attenzione sulla ‘marmaglia di sinistra’, ritraendo il giudice Kavanaugh come l’ennesimo vittima innocente del furore femminista e mettendo in guardia contro politiche liberal estremiste come ‘Medicare per tutti’. Nessuno di questi feticci partigiani aiuterà gli incumbent repubblicani della Camera che rischiano in collegi vinti dalla Clinton nel 2016. Ma potrebbe essere proprio quello che il dottore ha ordinato per sconfiggere i deboli uscenti democratici del Senato in Stati come il Nord Dakota, il West Virginia e il Missouri, dove grande è la base di voto repubblicano.

Perdere la Camera sarebbe ovviamente problematico per il Presidente Trump, poiché potrebbe innescare numerose indagini e ostacolare l’attuazione di un programma politico conservatore. Perdere il controllo del Senato, tuttavia, sarebbe un colpo potenzialmente devastante, perché bloccherebbe le nomine giudiziarie conservatrici che hanno rafforzato il suo sostegno presso la tradizionale base repubblicana. Probabilmente aumenterebbe anche le probabilità di impeachment. Il Presidente ha forti istinti di sopravvivenza, basati su una vita di successo, nonostante sia disprezzato da molti. Capisce che il Senato è la chiave della sua sopravvivenza politica. C’è una chiara logica politica nelle sue azioni, anche se a molti sembrano una follia.

Il dilemma strategico per i senatori democratici la cui rielezione è a rischio è stato chiaramente visibile durante le udienze di conferma della Corte Suprema di Brett Kavanaugh. Qualunque senatore democratico che avesse votato per confermare Kavanaugh avrebbe guadagnato l’ostilità della base democratica. D’altro canto, un voto contro Kavanaugh avrebbe favorito la strategia di mobilitazione del Presidente Trump. Mentre diversi recenti sondaggi mostrano che la maggioranza del pubblico americano si oppone al fatto che Kavanaugh sia giudice della Corte Suprema, ciò potrebbe non avere importanza in un’elezione del Senato che fortuitamente chiama alle urne più seggi democratici vinti da Trump nel 2016 che non seggi repubblicani complessivamente (10 contro 9).

Quindi quali saranno i principali spunti di riflessione se il Presidente, altamente imprevedibile e personalmente impopolare, sopravviverà a questo referendum di metà mandato, e i repubblicani riusciranno a mantenere la maggioranza al Senato? Come prevedibile, molti democratici si concentreranno sui vantaggi strutturali di cui godono i repubblicani, come la piccola sovrarappresentazione a livello di Stati, le restrizioni di legge al voto, il disegno dei collegi e simili. Tutte questioni legittime, ma che oscurano un punto importante che Donald Trump ha colto: c’è molto disagio economico al di fuori dei centri urbani del paese. Nessuno ha una buona risposta su come sostituire la vecchia economia con una nuova in molti stati tradizionalmente repubblicani, ma il Presidente Trump continua a raccogliere dividendi politici facendo leva con forza su queste paure, insieme a una buona dose di nativismo.

In secondo luogo, anche se negli ultimi anni abbiamo avuto degli esseri umani molto dignitosi alla Casa Bianca, non è chiaro che il carattere sia più così importante per gli elettori. L’elezione di una persona ragionevolmente buona potrebbe essere solo secondaria. Un motivo forse potrebbe essere che presidenti personalmente rispettabili (come Jimmy Carter, Gerald Ford ed entrambi i Bush) sono considerati retrospettivamente deboli e inefficaci, mentre alcuni fra quelli eticamente più dubbi (quali Lindon Johnson, Bill Clinton e Richard Nixon) hanno ottenuto risultati significativi durante i loro mandati.

In un’ottica di più lungo respiro circa il carattere presidenziale, l’ideale dei primi del diciottesimo secolo di rappresentanti come trustee – che facevano ciò che era meglio per i loro elettori (Pitkin 1967) – ha da tempo lasciato il posto all’ideale moderno dei rappresentanti che fanno esattamente quello che vogliono i loro elettori (Rehfeld 2009). Oggi, il messaggero deve solo consegnare il messaggio fedelmente, senza esercitare alcun giudizio indipendente. I titolari di cariche elettive sono meri strumenti della volontà popolare, non esperti neutrali o leader saggi con la responsabilità di correggere o controllare il giudizio del popolo. D’altro canto, se i connazionali di diverso colore politico sono nemici, quale può essere la funzione di rappresentanti compassionevoli ed empatici?

Mettere facce nuove nello stesso sistema politico, con gli stessi incentivi e le stesse pressioni non ripristinerà il ruolo del carattere nella rappresentanza politica. Ma cosa potrà? Il problema potrebbe essere radicato troppo in profondità nelle nostre aspettative ristrette e populiste sulla rappresentanza e su ciò che serve per navigare nel materiale trincerato e negli interessi ideologici dell’America contemporanea.

Riferimenti bibliografici

Brady, David W. (1978), ‘Critical elections, congressional parties and clusters of policy changes’, British Journal of Political Science, 8(1), pp. 79-99.

Brady, David W. e Scott Parker (2018a), ‘Verso un terremoto elettorale nelle midterm elections?’. https://cise.luiss.it/cise/2018/10/30/verso-un-terremoto-elettorale-nelle-midterm-elections/

Brady, David W. e Scott Parker (2018b), ‘La matematica delle elezioni di midterm’. https://cise.luiss.it/cise/2018/09/25/la-matematica-delle-elezioni-di-midterm/

Paldam, Martin (1986), ‘The distribution of election results and the two explanations of the cost of ruling’, European Journal of Political Economy, 2(1), pp. 5–24.

Pitkin, Hanna F. (1967), The concept of representation. Berkeley, University of California Press.

Rehfeld, Andrew (2009), ‘Representation rethought: on trustees, delegates, and gyroscopes in the study of political representation and democracy’, American Political Science Review, 103(2), pp. 214–230.

Stimson, James A. (1976), ‘Public Support for American Presidents A Cyclical Model’, Public Opinion Quarterly, 40(1), pp. 1–21.


[1] Questo rispetto ai seggi conquistati nel 2016. L’avanzata richiesta è di soli 23 seggi, invece, se prendiamo, come punto di partenza, i seggi in questo momento detenuti da candidati democratici nelle più recenti elezioni (compreso quindi il 18° della Pennsylvania, vinto in elezioni suppletive nel marzo di quest’anno.

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Bruce E. Cain è il Professore Charles Louis Ducommun di Scienze Umane presso il dipartimento di Scienze Politiche alla Stanford University. Inoltre, è il direttore Spence e Cleone Eccles Family del Bill Lane Centro per l'Ovest Americano e Senior Fellow presso il Woods Institute for the Environment, il SIEPR, e il Precourt Institute for Energy. Ha conseguito un BA al Bowdoin College (1970), un B Phil alla Oxford University (1972) come Rhodes Scholar, e un PhD alla Harvard University (1976). Ha insegnato a Caltech (1976-89) e UC Berkeley (1989-2012) prima di andare a Stanford. Il professor Cain è stato direttore dell'Istituto di studi governativi all'Università di Berkeley dal 1990 al 2007 e direttore esecutivo del Centro Studi della UC Washington dal 2005-2012. È stato eletto all'American Academy of Arts and Sciences nel 2000 e ha vinto premi per la sua ricerca (Richard F. Fenno Prize, 1988), insegnamento (Caltech 1988 e UC Berkeley 2003) e servizio pubblico (Zale Award per Outstanding Achievement in Policy Research and Public Service, 2000). Le sue aree di competenza includono la regolamentazione politica, la teoria della democrazia, la rappresentanza e la politica a livello statale. Alcune delle pubblicazioni più recenti del professor Cain includono "Redistricting Commissions: A Better Political Buffer?" nel The Yale Law Journal, volume 121, 2012; "Congressional Staff and the Revolving Door: The Impact of Regulatory Change", con Lee Drutman, Election Law Journal, 13: 1, marzo 2014; "Community of Interest Methodology and Public Testimony", con Karin MacDonald, U.C Irvine Law Review, 3.609, 2013; e "Democracy More or Less: America's Political Reform Quandary", Cambridge University Press, 2014. Attualmente sta lavorando a processi normativi a livello statale e al coinvolgimento delle parti interessate nei settori dell'acqua, dell'energia e dell'ambiente. Da alcuni anni è partner del CISE per studi comparati in ambiti quali le conseguenze dello sviluppo tecnologico sul processo democratico e la competizione politica.