Regionali in Umbria: successo della Lega, fallisce l’esperimento PD-M5S

Le elezioni regionali, amministrative ed europee sono tradizionalmente considerate come second-order elections, in virtù del minor grado di attenzione che viene rivolto a questo tipo di consultazioni dagli elettori e dai partiti rispetto alle elezioni politiche, generalmente considerate di primo ordine (Reif e Schmitt, 1980). Unitamente a questo aspetto, va segnalato che l’Umbria, con quasi novecentomila abitanti, costituisce la quartultima regione d’Italia in termini di popolosità. Ciononostante, il voto umbro ha acquistato nelle ultime settimane una notevole centralità nel dibattito pubblico e politico, per via delle potenziali implicazioni del voto regionale sullo scenario politico nazionale, nonché per alcuni aspetti interessanti -e per certi versi innovativi- relativi alle strategie dei partiti e, più in generale, all’offerta elettorale. Prima di commentare i risultati del voto, dunque, appare utile comprendere qual è stato il cammino e quali sono state le peculiarità che hanno contraddistinto queste elezioni.

In primo luogo, va ricordato che il voto di ieri è stato un voto anticipato. Gli elettori umbri avrebbero dovuto rinnovare il proprio consiglio regionale nel 2020, in concomitanza con altre regioni, tra cui Emilia-Romagna, Campania e Veneto. Tuttavia, un’inchiesta della magistratura partita ad aprile, che ha messo in luce varie irregolarità nella gestione della sanità regionale, ha portato alla caduta anticipata della giunta e alle dimissioni della governatrice uscente del Partito Democratico Catiuscia Marini, la quale era alla guida di Palazzo Cesaroni dal 2010 ed aveva raccolto, in occasione delle regionali del 2015, quasi il 43% di consensi (Carrieri, 2015). Nel corso della consiliatura una delle forze politiche maggiormente critiche riguardo l’operato di Catiuscia Marini è stato il Movimento 5 Stelle: una delle due mozioni di sfiducia presentate ai danni dell’ex governatrice è stata presentata, infatti, proprio dai pentastellati. Le vicissitudini occorse nella politica nazionale, nello specifico l’accordo siglato tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle che ha dato vita al Governo Conte II, hanno profondamente modificato sia le strategie dei Dem che quelle dei pentastellati. Per la prima volta il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico si sono presentati all’interno del medesimo schieramento, a sostegno del candidato governatore Vincenzo Bianconi. Tale scelta ha causato non pochi malumori tra gli attivisti locali e ha fornito allo schieramento avversario di centrodestra, e in particolare al leader della Lega Matteo Salvini, un agevole argomento di accusa efficacemente agitato in campagna elettorale.

Il voto umbro porta con sé, dunque, anche delle implicazioni a livello nazionale. Si è trattato, infatti, del primo banco di prova per la neonata maggioranza di governo. Se osserviamo le scelte dei leader e dei partiti dei principali schieramenti, e il loro approccio a questo appuntamento elettorale, è evidente innanzitutto la forte partecipazione di molti esponenti politici nazionali alla campagna elettorale nella regione. Oltre a Matteo Salvini, che punta molto sulle elezioni regionali per minare la stabilità del governo, anche il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio e il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti non hanno disdegnato una partecipazione attiva di sostegno al candidato comune Vincenzo Bianconi. Per di più, il 25 ottobre a Narni, in provincia di Terni, in occasione di uno degli ultimi eventi di campagna elettorale, si è registrata anche la partecipazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, mentre Matteo Renzi, altro leader che sostiene la maggioranza governativa – ma che con il suo nuovo partito Italia Viva non ha presentato nessuna lista alle elezioni regionali in Umbria-, ha preferito defilarsi.

Dopo aver descritto l’iter che ha accompagnato gli elettori umbri verso il voto del 27 ottobre e aver rimarcato l’importanza di tale voto anche nelle sue possibili implicazioni nazionali, occorre comprendere più a fondo qual è stata l’offerta elettorale. La coalizione di centrodestra, formata da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e da due liste civiche, Tesei Presidente e Umbria Civica, quest’ultima vicina al Nuovo PSI, ha sostenuto l’avvocato folignate Donatella Tesei, dal 2018 senatrice della Lega eletta nel collegio uninominale di Terni ed ex sindaco di Montefalco, piccolo comune di 5.581 abitanti della provincia di Perugia. Il principale competitor del centrodestra è stato Vincenzo Bianconi, imprenditore 47enne di Norcia e presidente di Federalberghi Umbria. Ad appoggiarlo, come anticipato in precedenza, un’atipica e innovativa coalizione di centrosinistra a cui ha preso parte per la prima volta anche il Movimento 5 Stelle. A sostegno di Bianconi, oltre ai pentastellati e al Partito Democratico, si sono presentate anche altre tre liste: Sinistra Civica e Verde, animata principalmente da Articolo 1 – MdP e Sinistra Italiana, l’ecologista Europa Verde e la lista Bianconi per l’Umbria, che comprende al suo interno esponenti di Democrazia Solidale e del Partito Socialista Italiano. A tentare di insidiare i due poli principali vi sono stati altri sei candidati: Rossano Rubicondi, appoggiato dal Partito Comunista di Marco Rizzo; Emiliano Camuzzi, sostenuto da Potere al Popolo e dal Partito Comunista Italiano; Antonio Pappalardo, candidato dei Gilet Arancioni; Martina Carletti, espressione di Riconquistare l’Italia; Giuseppe Cirillo, appoggiato dal Partito delle Buone Maniere; Claudio Ricci, sostenuto da tre liste civiche: Ricci Presidente, Italia Civica e Proposta Umbria. Per Claudio Ricci si è trattata della seconda candidatura consecutiva a Presidente della Regione Umbria. Infatti, nel 2015, con l’appoggio dei principali partiti del centrodestra, aveva fronteggiato Catiuscia Marini raggiungendo quasi il 40% dei voti, uscendo tuttavia sconfitto. Già quattro anni fa, dunque, il centrodestra era riuscito a insidiare una delle regioni appartenenti alla cosiddetta Zona Rossa, insieme di territori conosciuti per la tradizionale cultura politica di sinistra, capaci spesso di consegnare vittorie sicure ai partiti di quell’area (Diamanti, 2009). Come sottolineato da Carrieri (2015), fondamentale fu la capacità di Ricci di compattare attorno alla sua persona l’intera, ed eterogenea, coalizione di centrodestra, e di capitalizzare il suo radicamento territoriale. In particolare, in quell’occasione, il voto al candidato presidente ha superato in termini percentuali (+0,8 punti percentuali) e di voti assoluti (+11.000 voti) i voti alla propria coalizione.

Nella Tabella 1, contenente i risultati elettorali in Umbria nelle recenti elezioni politiche, regionali ed europee, è possibile osservare alcuni elementi interessanti. Il primo dato da considerare è quello relativo all’affluenza. Si tratta di un dato in crescita: alle scorse regionali del 2015 si erano recati alle urne il 55,4% degli aventi diritto, mentre nella giornata di ieri la percentuale è salita al 64,7%. L’Umbria è una regione che si è sempre contraddistinta per una forte tradizione di partecipazione elettorale (Carrieri, 2015). Tuttavia, quattro anni fa vi è stato un brusco calo. Le ragioni di tale aumento di partecipazione probabilmente sono da rinvenire, anche in questo caso, nelle implicazioni nazionali del voto, segnatamente nella ri-mobilitazione operata dalle forze politiche nazionali, su tutte la Lega di Matteo Salvini, che hanno attribuito al voto umbro connotazioni più larghe rispetto alla meno complessa e farraginosa disputa locale.

Tab. 1 – Risultati elettorali in Umbria nelle recenti elezioni europee, politiche e regionali[1]

Volgiamo ora lo sguardo verso i risultati elettorali ottenuti ieri dai partiti principali, confrontandoli con i risultati ottenuti nelle precedenti regionali del 2015, le politiche del 2018 e le europee di maggio 2019. Il Partito Democratico, che nel 2015 si era attestato come primo partito con il 36%, conosce un ulteriore calo di consensi, già registrato in occasione delle politiche del 4 marzo, dove aveva ottenuto il 25. I Dem si fermano infatti al secondo posto con il 22%, in una zona, come ricordato, tradizionalmente favorevole per i partiti di cultura politica di sinistra. Un calo, questo, già anticipato dal 24% ottenuto alle europee. Anche il Movimento 5 Stelle esce nettamente sconfitto dalla competizione elettorale. Questo è particolarmente visibile se confrontiamo la percentuale ottenuta ieri, pari a poco più del 7%, con l’exploit del 2018, anno in cui i pentastellati si erano affermati come primo partito nella regione con il 27,5% dei voti. Se nelle elezioni politiche 2018 e regionali 2019 i voti del M5S sono drasticamente scesi, anche dal raffronto tra regionali 2015 e regionali 2019 i voti in percentuale risultano dimezzati: si passa infatti dal 14,6% del 2015 al 7,4% del 2019. Come nel caso del Partito Democratico, anche i pentastellati avevano subito un calo elettorale qualche mese fa: alle europee, infatti, il partito di Di Maio aveva ottenuto la medesima percentuale delle regionali 2015, vale a dire il 15% dei voti. All’interno del centrodestra, fatta eccezione per il dato di Forza Italia, crescono tutti i partiti. Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni raddoppia in termini percentuali rispetto al 2018, passando dal 5 al 10%, e conferma l’andamento crescente nella regione, già chiaro alle politiche di un anno fa e proseguito in occasione delle consultazioni europee. La Lega di Matteo Salvini, che alle ultime regionali aveva ottenuto il 14% e alle politiche poco più del 20%, vede crescere considerevolmente i propri voti attestandosi come primo partito della regione a quota 37%. Per di più, la Lega, in solitaria, è riuscita quasi a raggiungere la medesima percentuale dell’intera coalizione di centrosinistra (allargata al M5S). Un exploit atteso e prevedibile, se consideriamo il 38% ottenuto a maggio in occasione delle elezioni europee.

Osservando i dati relativi ai poli è possibile osservare, infatti, che la coalizione di centrosinistra, che comprende anche il Movimento 5 Stelle, ha raggiunto il 37,5% dei voti. Alla sinistra di questa coalizione vi è anche il dato molto deludente delle forze politiche alternative al Partito Democratico, che hanno globalmente ottenuto quasi il 2%. Misero anche il supporto raccolto da Europa Verde e Sinistra Civica e Verde, facenti parte della coalizione di centrosinistra, rispettivamente all’1,4% e all’1,6%. Nonostante l’Umbria sia conosciuta come il “giardino d’Italia”, queste forze ecologiste non hanno saputo mettere a frutto la considerevole ondata di popolarità delle tematiche ‘green’ negli ultimi tempi. Il polo vincitore di queste elezioni, dunque, è la coalizione di centrodestra. L’alleanza oramai strutturale tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ha raccolto il 57,6% dei voti, crescendo sia rispetto alle scorse regionali, dove aveva ottenuto il 39%, sia rispetto alle elezioni politiche, dove si era imposta come prima coalizione della regione con circa il 37% dei consensi.

Il voto umbro ha espresso chiaramente un netto vincitore. Tutt’altro che chiari sono, invece, i futuri sviluppi in merito alle strategie e alle decisioni della politica nazionale e alle possibili ripercussioni del risultato umbro sulla stabilità del governo Conte II. Già dai primi momenti appare chiaro che l’esperimento tentato dal Movimento 5 Stelle e dal Partito Democratico avrà difficilmente seguito in futuro, mentre, per quanto riguarda la tenuta del governo, occorrerà attendere l’esito di altri appuntamenti elettorali regionali, su tutti il voto in Emilia-Romagna.

Riferimenti bibliografici

Carrieri, L. (2015), ‘Regionali 2015: verso un’effettiva contendibilità in Umbria?’ in Paparo, A. e Cataldi, M, (a cura di), Dopo la luna di miele: Le elezioni comunali e regionali fra autunno 2014 e primavera 2015, CISE, Roma, 2015

Diamanti, I. (2009), ‘Mappe dell’Italia politica. Bianco, rosso, verde, azzurro… e tricolore’, Bologna, Il Mulino.

Reif, K., e Schmitt, H. (1980), ‘Nine second‐order national elections–a conceptual framework for the analysis of European Election results’, European Journal of Political Research, 8 (1), pp. 3-44.


[1] Nella parte superiore della tabella sono presentati i risultati al proporzionale (per le politiche 2018 sono riportati i voti espressamente assegnati ai partiti, prima dell’attribuzione dei voti al solo candidato di collegio sostenuto); nella parte inferiore si usano i risultati maggioritari.

Nella parte superiore, ciascuna riga somma i risultati dei relativi partiti, a prescindere dalla coalizione della quale facessero parte. Nella categoria partiti di sinistra rientrano: PRC, PC, PCI, PAP, SEL, SI, MDP, LeU, RC. Nella categoria altri partiti di centrosinistra sono inseriti: Insieme, PSI, IDV, Radicali, +EU, Verdi, CD, DemA. Nella categoria partiti di centro rientrano: NCI, UDC, NCD, FLI, SC, CP, NCD, AP, DC, PDF, PLI, PRI, UDEUR, Idea, CPE. Nella categoria partiti di destra rientrano La Destra, MNS, FN, FT, CPI, DivB, ITagliIT.

Nella parte inferiore, invece, si sommano i risultati dei candidati (uninominali), classificati in base ai criteri sotto riportati. Per le regionali 2015 e 2019, abbiamo considerato quali voti raccolti dai candidati quelli delle coalizioni (che sostenevano il candidato alla presidenza). Sinistra alternativa al PD riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra PAP, RC, PRC, PCI, PC, MDP, LeU, SI, SEL, Insieme, PSI, +EU, CD, DemA, Verdi, IDV, Radicali – ma non dal PD. Il Centrosinistra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia il PD (nelle elezioni regionali del 2019 la coalizione include anche il M5S); il Centro riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra NCI, UDC, CP, NCD, FLI, SC, PDF, DC, PRI, PLI, CPE, Idea, UDEUR (ma né PD né FI/PDL).Il Centrodestra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia FI (o il PDL). La Destra riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra Lega, FDI, La Destra, MNS, FN, FT, CasaPound, DivBell, ITagliIT – ma non FI (o il PDL).

Quindi, se un candidato è sostenuto dal PD o da FI (o PDL) è attribuito al centrosinistra e al centrodestra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno.

Se un candidato è sostenuto solo da liste civiche è un candidato civico (Altri). Se una coalizione è mista civiche-partiti, questi trascinano il candidato nel loro proprio polo se valgono almeno il 10% della coalizione, altrimenti il candidato resta civico. Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo PD e FI/PDL che hanno la priorità), si valuta il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).

Marco Improta è dottorando di ricerca in Politics presso la LUISS Guido Carli. Ha ottenuto la Laurea Magistrale in Governo e Politiche presentando una tesi sulla stabilità dei governi in Europa Occidentale in prospettiva comparata. I suoi principali interessi di ricerca riguardano i governi, i partiti politici, le elezioni e il comportamento elettorale. Collabora con il CISE dal 2017 e dal 2019 è membro della Società Italiana di Studi Elettorali (SISE).