Referendum sulla giustizia: se il “muro di Arcore” divide ancora gli italiani

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Redazione CISE

Per ragioni metodologiche e di attendibilità abbiamo già spiegato il perché non pubblicare le percentuali per il sì e per il no nel nostro sondaggio sul referendum sulla giustizia (rileviamo una sostanziale parità, ma a nostro parere scarsamente affidabile, come in tutti i sondaggi sul referendum). Proponiamo invece un esercizio diverso: non stimare il risultato complessivo, ma analizzare le determinanti del voto, ovvero i suoi fattori chiave. Guardando ai driver dell’opinione pubblica, emerge un quadro chiaro: la scelta sì/no non dipende tanto dalle caratteristiche sociodemografiche o di appartenenza a gruppi sociali, quanto dalla percezione sul funzionamento della giustizia e, soprattutto, dal posizionamento politico degli elettori. 

Il quadro che emerge dal nostro sondaggio è piuttosto lineare. Chi considera la riforma costituzionale della magistratura un tema rilevante, è insoddisfatto del funzionamento della giustizia e ritiene che la magistratura abbia troppo potere sui cittadini tende a orientarsi verso il sì. Al contrario, chi valuta positivamente il funzionamento della giustizia e non lamenta un eccesso di potere della magistratura è più propenso a votare no. 

E le domande specifiche su quale sia la posta in gioco della riforma chiariscono ulteriormente il meccanismo che porta poi a votare Sì o No. Gli elettori favorevoli al sì interpretano il referendum soprattutto come uno strumento per ridurre il potere della magistratura e garantire processi più equi. Chi invece è orientato per il no tende a leggere la riforma come un intervento che riguarda principalmente il rapporto di potere tra magistratura e politica. In altri termini, non cambia soltanto la posizione sul quesito: cambia il modo stesso di definire la posta in gioco. Il risultato è una polarizzazione molto netta; che, come vedremo, evoca il “muro di Arcore” battezzato da Ilvo Diamanti, ovvero la divisione tra berlusconiani e antiberlusconiani. Questo non può sorprendere, visto che a una vera e propria battaglia (anche e soprattutto politica) con la magistratura Berlusconi dedicò tantissime energie; tuttavia, è sorprendente che su questo tema, ad anni dalla fine della carriera politica di Berlusconi e poi dalla sua scomparsa, il Paese appaia (ancora) diviso in due su questa linea di faglia. 

La frattura più forte è infatti (e in modo spettacolare) quella ideologica. L’autocollocazione sull’asse sinistra-destra (dove 0 sta per estrema sinistra e 10 per estrema destra) è la variabile esplicativa chiave dei nostri risultati. Più ci si sposta verso destra, più cresce la propensione a sostenere la riforma; al contrario, tra gli elettori che si collocano a sinistra prevale nettamente il rigetto. Ma la crescita non è lineare; e vede un salto, una discontinuità spaziale nella zona centrale dello spettro politico: passando da una posizione 4 (moderatamente di centrosinistra) a una 5 (centro) sulla scala sinistra-destra, il consenso del Sì aumenta di quasi 26 punti (40,9%); salendo poi a 6, quindi entrando in un’autocollocazione di centrodestra, cresce di altri 38 punti (78,9%). È una polarizzazione molto forte, quasi la materializzazione visiva di quello che Ilvo Diamanti definiva il “muro di Arcore”. La giustizia è la questione che più di ogni altra ha segnato la stagione politica berlusconiana e che continua a dividere profondamente l’elettorato italiano. Non sorprende quindi che tra gli elettori di centrodestra il sostegno alla riforma sia molto elevato. 

Guardando ai partiti, emergono però alcune dinamiche interessanti. All’interno della coalizione di governo, gli elettori di Fratelli d’Italia sono i più convintamente favorevoli alla riforma (83%). Colpisce invece che tra gli elettori di Forza Italia il sostegno sia più contenuto (64%), nonostante la riforma rappresenti una delle principali richieste avanzate dal partito nel patto di legislatura. Sul fronte opposto, gli elettori del Partito democratico risultano particolarmente compatti nel sostegno al No, in linea con la posizione ufficiale del partito. Nonostante alcuni importanti esponenti dem siano favorevoli al sì, il sostegno dell’elettorato per il no è molto alto (81%), ancor di più che nel M5s (67%). Più divisi sono gli elettori di Azione, che mostrano un elettorato spaccato tra favorevoli (49%) e contrari (38%). 

Un ulteriore elemento riguarda ovviamente il ruolo del governo. La fiducia nell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è fortemente associata alla propensione a votare sì: chi esprime livelli elevati di fiducia nel governo tende a sostenere la riforma (con percentuali superiori all’85%), mentre tra chi dell’esecutivo ha un giudizio negativo prevale il no. Il grafico va interpretato con attenzione, perché la quota di rispondenti ai diversi livelli di fiducia varia in modo importante da un livello all’altro (complessivamente, il 59,1% ha fiducia tra 0 e 4, l’11,4% ha fiducia 5, e il 29,5% ha fiducia tra 6 e 10). 

Nel complesso, dunque, il referendum sulla giustizia sembra riattivare una frattura politica profondamente radicata nell’elettorato italiano da oltre 30 anni. La netta divisione tra sinistra e destra riflette modi opposti di interpretare il ruolo della magistratura e il rapporto tra poteri dello Stato. In questo senso, il nostro sondaggio suggerisce come la giustizia continui a essere una delle issue più fortemente ideologizzate della politica italiana: un terreno su cui il conflitto tra destra e sinistra riproduce ancora oggi, quasi intatto, quel “muro di Arcore” che ha segnato la stagione berlusconiana.