“I populisti sono solo un sintomo: è la nostra democrazia che ha smesso di rispondere ai cittadini. Ma possiamo ripararla” – Intervista a Lorenzo De Sio su “Democrazia Addio” (Laterza) 

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Redazione CISE

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Professor De Sio, partiamo dall’origine di questo libro. Lei è uno scienziato politico, dunque per formazione e per vocazione è abituato a descrivere i fenomeni senza lasciarsi condizionare dai propri valori. Eppure, il titolo che ha scelto – “Democrazia Addio” – ha il tono di un grido d’allarme. Che cosa l’ha spinta, come studioso, a sentire l’urgenza di uscire dall’ambito puramente accademico e rivolgersi a un pubblico più ampio?

In realtà il punto di partenza è stato proprio il mio lavoro accademico. Anni fa ho coordinato un progetto di ricerca internazionale sulle elezioni cruciali del 2017-2018 (subito dopo Trump e Brexit) che videro i successi di Le Pen, Wilders, Lega e M5S; e i risultati ci hanno costretto a ripensare molte cose. Scoprivamo ad esempio che i cittadini che votavano per i populisti non erano irrazionali o “aizzati” dalle fake news: chiedevano, molto più semplicemente, protezione, soprattutto economica. In un mondo più competitivo e avaro di sicurezze, chiedevano che qualcuno si occupasse del loro lavoro, del loro tenore di vita. E i populisti avevano avuto successo perché – magari in modo ingannevole e con false risposte – promettevano di rispondere a quella domanda. 

A quel punto la mia domanda è diventata: ma perché la politica “normale” non riesce più a rispondere? E lì mi si è insinuato un tarlo: e se il problema non fossero i cittadini, ma la democrazia stessa, cioè il modo in cui le nostre società prendono le decisioni? Se i meccanismi che la facevano funzionare si fossero inceppati? E quel tarlo a quel punto è diventato urgenza. Perché se questa diagnosi è corretta, allora è essenziale che i cittadini ne siano consapevoli. Non possiamo riparare qualcosa se non capiamo cosa si è rotto. Per questo ho sentito il bisogno di uscire dal tecnicismo accademico e provare a parlare a un pubblico più ampio. 

L’idea di democrazia di cui parla va ben oltre la libertà. La definisce come responsiveness continuata nel tempo, cioè un regime in cui il governo risponde alle preferenze dei cittadini, considerati politicamente eguali, entro limiti costituzionali che proteggono la possibilità stessa di continuare a essere democratici. Perché è così importante distinguere la democrazia dalla semplice libertà? 

Perché se riduciamo la democrazia alla libertà, non capiamo la crisi che stiamo vivendo. Facciamo un esempio: in Italia e in altri paesi europei, oggi, siamo liberi di esprimerci, di manifestare, di votare. Ma se i governi – chiunque vinca le elezioni – non riescono più a rispondere alle domande dei cittadini perché sono vincolati da mercati finanziari globali, pressioni di grandi aziende multinazionali, regole internazionali frutto di estenuanti negoziati, quella è ancora una democrazia che funziona, che realizza le aspirazioni dei cittadini? 

Ecco quindi che la libertà è una condizione necessaria, ma non sufficiente. La democrazia, nella sua definizione più rigorosa – quella di Robert Dahl, uno dei padri della scienza politica – è un regime in cui il governo risponde in modo continuativo (ovvero nel rispetto dei limiti costituzionali) alle preferenze dei cittadini, considerati politicamente eguali. Se togliamo la responsiveness – la capacità di risposta – dalla definizione, ci resta un guscio vuoto: elezioni libere in cui si sceglie tra opzioni che però, alla resa dei conti, non fanno molta differenza. E purtroppo è esattamente la percezione che molti cittadini hanno oggi della politica. L’obiettivo del libro è stato di capire come ci siamo arrivati, e cosa esattamente si è inceppato. 

Tra i vari cambiamenti, lei spiega come la libera circolazione di capitali e merci senza alcun controllo abbia trasformato le multinazionali in attori sempre meno vincolati dalle decisioni democratiche. Quanto resta oggi del “menù” delle scelte effettivamente disponibili a un governo democratico in materia economica? E soprattutto: questo restringimento dello spazio politico ha almeno prodotto i risultati che i suoi sostenitori promettevano?

Molto meno di quanto pensiamo. Il punto è che la globalizzazione economica – cioè la libera circolazione di capitali e merci, costruita a partire dagli anni ‘80 – ha progressivamente tolto ai governi democratici alcuni strumenti fondamentali.  

Se i capitali possono muoversi liberamente, i mercati finanziari possono “punire” un governo che fa politiche sgradite (pensiamo anche solo al regime fiscale) – ad esempio disinvestendo da quel paese o vendendo titoli di debito pubblico. E se le merci circolano senza barriere, un’azienda può delocalizzare la produzione dove il lavoro costa meno o le regole ambientali o di sicurezza sono più blande. I governi quindi si ritrovano con un menù di scelte drasticamente ridotto: non perché qualcuno glielo vieti formalmente, ma perché alcuni ambiti di politica economica non possono di fatto essere più regolati, pena disinvestimenti o delocalizzazioni massicce. 

Ma la cosa più paradossale è che alla fine la globalizzazione economica non ha nemmeno prodotto i grandi benefici promessi. Come mostro nel libro, dati alla mano, (Figure 1 e 2 del capitolo 6), la grande promessa della globalizzazione era che la liberalizzazione avrebbe portato crescita per tutti. In realtà, mentre effettivamente incrementi di reddito relativi ci sono stati anche nei paesi più poveri (vedi la Figura 1, che riproduce il famoso “elefante della globalizzazione” di Lakner e Milanovic), in termini assoluti i benefici si sono concentrati in modo sproporzionato verso l’alto: il 5% di redditi più alti del mondo si è preso due terzi della crescita frutto della globalizzazione (Figura 2), lasciando briciole ai paesi più poveri e quasi niente alle classi lavoratrici occidentali. E così nei paesi occidentali (con le classi più basse rimaste al palo, e vittime delle delocalizzazioni) le disuguaglianze sono esplose. Il risultato netto, per larga parte dei cittadini, è stato un peggioramento delle condizioni, o quantomeno una stagnazione; e con i loro governi che hanno perso la capacità di prendere misure in grado di proteggerli economicamente. 

Nel libro denuncia la scomparsa dei partiti di massa come un fattore decisivo della crisi democratica, perché quei partiti erano il meccanismo che risolveva “l’asimmetria di coordinamento”, permettendo a tanti cittadini con poche risorse di contare politicamente. Oggi, senza quell’organizzazione, i gruppi di interesse con più risorse hanno un vantaggio strutturale enorme. È possibile ricostruire forme organizzative capaci di svolgere la stessa funzione, o quel modello è perduto per sempre? 

Partiamo dal perché i partiti di massa erano così importanti. Il problema fondamentale della democrazia è quello che chiamo l’asimmetria di coordinamento: da un lato abbiamo gruppi di interesse ristretti ma potentissimi – poche aziende, pochi miliardari – che hanno tutto l’interesse e le risorse per organizzarsi e influenzare la politica. Dall’altro abbiamo milioni di cittadini comuni, ciascuno con poco tempo, poche risorse e scarso incentivo individuale a mobilitarsi. 

I partiti di massa risolvevano questo problema: organizzavano milioni di persone, raccoglievano piccoli contributi che insieme diventavano risorse enormi, formavano quadri dirigenti competenti, elaboravano programmi politici. Erano, in sostanza, la tecnologia che permetteva ai “molti con poche risorse” di competere con i “pochi con molte risorse”. 

Oggi quei partiti sono scomparsi. In Italia siamo passati da circa 4 milioni di iscritti ai partiti a poche centinaia di migliaia, e scarsamente attivi. Ovviamente non credo che quel modello esatto sia replicabile. Ma credo fermamente che la funzione che svolgevano possa essere ricostruita, anche con strumenti nuovi. Le tecnologie digitali permettono forme di organizzazione, deliberazione e raccolta fondi che erano impensabili vent’anni fa. Quello che serve è la volontà politica di farlo; e un quadro normativo che lo sostenga, a partire dal finanziamento pubblico dei partiti. 

Dalla scomparsa dei partiti di massa discende anche una crisi profonda del ceto politico. Lei descrive un circolo vizioso: senza organizzazioni solide, i parlamentari sono appesi alla ghigliottina della rielezione e privi di reti di protezione. In questo contesto, che giudizio dà alla decisione presa dal governo Letta nel 2013 di abolire il finanziamento pubblico ai partiti? 

Secondo me è stato un errore grave (tra l’altro caso quasi unico in Europa). 

Il problema è semplice. Se i partiti non hanno risorse pubbliche, devono cercarle altrove. E “altrove” significa donazioni private – cioè, inevitabilmente, gruppi di interesse con grandi disponibilità economiche. In questo modo si è accelerata proprio quella dinamica che stava già indebolendo i partiti: la perdita di autonomia, la dipendenza dai finanziatori, e in ultima analisi la cattura da parte di interessi concentrati. 

C’è anche un effetto meno visibile ma altrettanto devastante: senza risorse, i partiti non possono più permettersi staff qualificati, uffici studi, centri di ricerca interni. Diventano sempre più dipendenti dall’expertise esterna – fornita spesso dagli stessi gruppi di interesse che vorrebbero influenzare le politiche. 

Ovviamente non sto dicendo che il finanziamento pubblico dei partiti non debba essere regolato e controllato rigorosamente. Ma eliminarlo del tutto è come togliere il motore a una macchina perché consuma troppo. Il risultato è che la macchina non si muove più. 

Il capitolo sull’Europa si intitola “L’Europa occasione perduta?”, con un punto interrogativo che lei stesso definisce un atto di ottimismo della volontà. Al di là delle questioni economiche, perché le istituzioni comunitarie non funzionano adeguatamente come richiederebbe un sistema democratico? In che modo andrebbero riformate? 

Il mio rammarico è che l’integrazione europea avrebbe potuto proprio essere la soluzione ai problemi che individuo; e invece la traiettoria che ha preso ha finito per certi versi per aggravare la crisi delle nostre democrazie. 

Il meccanismo è questo. L’UE ha integrato i mercati – libera circolazione di merci, capitali, servizi, lavoratori – senza creare politiche comuni in materia fiscale, sociale, del lavoro. Il risultato è una competizione al ribasso tra paesi membri: chi offre tasse più basse, salari più bassi, regole più blande attira investimenti a scapito degli altri. È il cosiddetto social dumping. E a questo aggiungiamo che, di recente, la Commissione sta spingendo sempre più per trattati di libero scambio con aree extraeuropee, che aumenteranno ancora le possibilità di delocalizzazione, e indeboliranno ancora di più le capacità regolatorie dei governi. 

Ma il problema istituzionale è ancora più profondo. Le decisioni europee più importanti vengono prese dal Consiglio – cioè dai governi nazionali riuniti a porte chiuse – mentre il Parlamento europeo resta marginale. Le opposizioni nazionali sono completamente tagliate fuori: un partito di opposizione in Italia (o in Ungheria) non ha voce in capitolo su ciò che il suo governo negozia a Bruxelles. E i cittadini non hanno modo di “mandare a casa” chi decide a livello europeo, perché non esiste una vera competizione elettorale europea. 

La soluzione? Secondo me, si tratta di politicizzare e democratizzare l’UE. Dare al Parlamento europeo un vero potere legislativo e di bilancio, rendere la Commissione davvero responsabile verso il Parlamento, andare verso una rappresentanza delle opposizioni nazionali anche nel Consiglio. Cambiamenti che creerebbero una competizione elettorale autenticamente europea con programmi davvero diverso, che darebbe la legittimità per introdurre politiche comuni – a partire da quelle fiscali e sociali – che impediscano la corsa al ribasso. In sostanza: se abbiamo un mercato europeo, ci serve un governo europeo democraticamente eletto e controllato. 

La democratizzazione promessa da Internet e dai social media oggi è pesantemente messa in dubbio. Gli algoritmi premiano la spettacolarizzazione, chi ha risorse paga influencer e think tank controllando i contenuti senza più mediazione giornalistica e la sfera pubblica è ormai proprietà privata. 

Esattamente. I social media hanno aggravato enormemente il problema, ma la radice è precedente. Il punto di partenza è la commercializzazione dell’informazione, che precede Internet di decenni. 

Nell’età d’oro della democrazia di massa, la sfera pubblica – quello spazio in cui i cittadini si informano e discutono – aveva dei contrappesi. I partiti di massa avevano i loro giornali, che portavano la voce anche dei ceti popolari nel dibattito pubblico. La radiotelevisione, almeno in Europa, era pubblica e regolata per garantire pluralismo. Non era un sistema perfetto, ma funzionava. 

Poi è arrivata la commercializzazione: l’informazione è diventata un prodotto da vendere; la logica dell’audience ha sostituito quella dell’approfondimento, e la proprietà dei media si è fortemente concentrata, spesso in gruppi industriali che cercano sempre buoni rapporti con i governi. Persino i media pubblici sono molto cambiati, con molti programmi di servizio pubblico ormai indistinguibili da format commerciali, e un confine tra informazione e intrattenimento (e spesso anche tra informazione e pubblicità) sempre più labile. 

I social media hanno poi completato la trasformazione. Hanno democratizzato l’accesso alla parola pubblica – e questo è un fatto positivo – ma l’hanno ospitata su piattaforme private, con algoritmi opachi che premiano l’indignazione e la polarizzazione. Soprattutto, hanno reso possibile l’’astroturfing: la creazione di falsi movimenti di opinione “dal basso”, in realtà orchestrati da interessi concentrati con enormi risorse. Quando chiunque può creare migliaia di account anonimi, e le piattaforme non sono responsabili di ciò che vi si pubblica, diventa impossibile distinguere un’opinione pubblica autentica da una fabbricata. Questo non significa che non esistano più media indipendenti, ma che senza dubbio pesano molto meno di prima. 

Alla luce di tutto ciò, si dichiara ottimista e guarda con fiducia al futuro. Su cosa si fonda questo ottimismo? E soprattutto, da dove si riparte concretamente? 

Sì, sono in realtà profondamente ottimista. Per un motivo che può sembrare banale ma non lo è: da un lato la democrazia ha un vantaggio sugli altri regimi: coinvolgendo i cittadini, permette di ottenere una convivenza pacifica con bassissima necessità di repressione. Una virtù che nei secoli ha fatto diffondere sempre più la democrazia; e questo tornerà ad accadere anche in futuro. Ma – ed è il vero motivo del libro – la democrazia non è un dono caduto dal cielo; è una tecnologia politica costruita pezzo per pezzo da generazioni che hanno lottato per realizzarla. Se gli ingranaggi si sono inceppati, possiamo ripararli. D’altronde lo abbiamo già fatto in passato, in condizioni ben più difficili di queste. 

Concretamente, le soluzioni esistono e sono identificabili. Ricostruire organizzazioni partitiche capaci di mobilitare i cittadini, anche grazie alle tecnologie digitali, e sostenerle con un finanziamento pubblico adeguato. Ripristinare un governo democratico dell’economia alla scala giusta – per i nostri paesi, quella europea – con regole comuni che impediscano la corsa al ribasso e con strumenti antitrust capaci di domare i giganti globali. Politicizzare e democratizzare l’Unione Europea. Regolamentare le piattaforme digitali e l’anonimato online, e sostenere lo sviluppo di piattaforme distribuite e non proprietarie. 

Nessuna di queste cose è utopia: sono scelte politiche, che richiedono consapevolezza e volontà. E qui sta il punto più importante: servono cittadini che capiscano cosa si è rotto e pretendano che venga riparato. Che si informino autonomamente, che partecipino, che votino. La democrazia, alla fine, dipende da noi. E io credo che, quando i cittadini capiscono la posta in gioco, scelgono di difenderla. 


Riferimenti bibliografici

Lakner, C., & Milanovic, B. (2013), Global Income Distribution: From the Fall of the Berlin Wall to the Great Recession, https://doi.org/10.1596/1813-9450-6719.