Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 19/09/2026
Il 15 dicembre 2013 Matteo Salvini è diventato segretario federale della Lega Nord dopo aver sconfitto Umberto Bossi alle primarie della settimana precedente. In quel momento il partito era vicino ai suoi minimi storici. Nelle elezioni politiche del 2013 aveva ottenuto il 4,1%. Solo nel 2001 aveva ottenuto meno, il 3,9%. Tredici anni dopo la Lega Nord è sparita, sostituita dalla Lega-Salvini premier che secondo la media dei sondaggi di YouTrend del 10 settembre è stimata al 5,6%. Oggi la Lega è un punto e mezzo sopra il suo voto del 2013. Ma è un partito totalmente diverso da quello di allora. Il 4,1% di allora era fatto per il 90% di elettori del Nord. Il 5,6% stimato oggi è fatto da una metà circa di elettori nordisti e da un’altra metà di elettori delle altre regioni.
Sono i dati delle elezioni politiche del 2022 e delle europee del 2024 a fissare questo quadro. Nel 2024 gli elettori del Sud sono stati il 29% del totale. Nel 2013 erano l’1,9%.
Questo cambiamento nella composizione dell’elettorato leghista è stato il frutto di un processo straordinario. Tanto straordinario da essere praticamente un unicum nel panorama dei partiti politici europei. Salvini ha preso in mano un partito originariamente secessionista, poi federalista e comunque etno-regionalista e ha cercato di farne un partito nazionale e nazionalista. Inoltre, la Lega di Bossi era un partito di centro-destra, quella di Salvini è diventata un partito di destra.
Questa trasformazione è avvenuta per gradi e in maniera opaca. «Non ci fermiamo fino alla indipendenza» sono state le parole usate da Salvini nel suo primo discorso da segretario. Sembrava dunque che la linea politica del nuovo leader avrebbe ricalcato quella delle origini. Invece non è stato così.
Gradualmente, ma non troppo, Salvini ha cominciato a concepire una Lega radicalmente diversa. Lo ha fatto da imprenditore della politica che ha visto una opportunità di mercato (elettorale) che si sarebbe potuta cogliere con un prodotto diverso da quello che aveva in mano.
Infatti dopo la trasformazione del Movimento sociale italiano in Alleanza nazionale e la sua fusione con Forza Italia nel 2008-2009 alla destra della Lega Nord si era aperto un ampio spazio politico. Nelle elezioni del 2013 in questo spazio gravitavano piccole formazioni con scarso successo, compresa la neonata Fratelli d’Italia. La Lega avrebbe potuto diventare il grande partito della destra italiana. Ma un progetto del genere non poteva essere attuato da un partito “nordista”.
Sulla carta cambiare radicalmente pelle alla Lega sembrava una missione impossibile. Tanto che il primo tentativo di Salvini fu quello di tenere in piedi la Lega Nord e creare un altro prodotto da utilizzare nel resto del Paese. Così è nata la lista Noi con Salvini.
È dopo il fallimento di questo tentativo che Salvini ha puntato decisamente al cambiamento della ragione sociale della Lega Nord per farne un partito nazionale. Lo ha fatto senza convocare un congresso. È stata una decisione sua che si è intrecciata con i problemi finanziari ereditati dal partito dopo gli scandali della ultima era di Bossi. In sordina, e senza cancellare la Lega Nord, è nata la nuova Lega. Inizialmente era stato previsto anche un doppio tesseramento per dimostrare che la vecchia Lega era ancora in vita.
Che Salvini sia riuscito a cambiare l’identità della Lega Nord senza suscitare non tanto una rivolta, ma nemmeno una discussione seria, dimostra sia la sua straordinaria capacità politica sia la validità della strategia. Infatti, tutto questo è potuto succedere perché la nuova Lega ha cominciato, grazie anche a un uso sapiente dei social media, a inanellare una serie di successi elettorali clamorosi che hanno messo a tacere i dubbiosi e i potenziali rivoltosi.
Alle politiche del 2018, solo cinque anni dopo l’ascesa di Salvini, la nuova Lega è arrivata effettivamente a essere il maggior partito della destra e del centro-destra con il 17,4% dei voti, superando sia Forza Italia (14,0%) che Fratelli d’Italia (4,4%). La formazione del primo governo Conte e le elezioni europee del 2019, quando è riuscita a ottenere il 34,3%, hanno rappresentato il coronamento del progetto salviniano.
Da quel momento però sono cominciati gli errori. Il Papeete e la richiesta di elezioni anticipate è stato il primo, l’appoggio al governo Draghi è stato il secondo, l’ultimo è stato Vannacci.
Dal 34,3% delle europee del 2019 la Lega è passata al 18,8% delle politiche del 2022, al 9% delle europee del 2024 e al 5,6% stimato oggi. Prima Meloni e poi Vannacci ne hanno eroso il consenso costruito negli anni d’oro. Adesso la Lega si trova a competere nello stesso spazio politico con partiti che hanno più peso e più credibilità.
A questo punto la vecchia Lega Nord, che in fondo non è mai sparita, ha rialzato la testa contestando una linea politica che ha sacrificato l’identità originale senza riuscire a forgiarne una nuova vincente.
Ma per ora Salvini resta dove è. Pontida è un passaggio delicato ma è difficile che passi da lì il cambiamento della leadership e della linea politica. Saranno le prossime elezioni a deciderlo.
Ma quale sarà la Lega dopo la stagione salviniana è una questione del tutto aperta. I futuri equilibri del nostro sistema politico dipendono anche da questa variabile.

