Con il ritorno delle preferenze, quanti deputati saranno scelti dagli elettori nel prossimo Parlamento? E quanti entreranno grazie alle liste bloccate? Quali partiti trarrebbero vantaggio dal nuovo meccanismo, e come cambierebbe la mappa degli eletti collegio per collegio? E cosa cambierebbe, a parità di voti, rispetto alla legge attuale? Per rispondere abbiamo simulato l’elezione della Camera con la legge modificata dal Senato, ora attesa al voto finale di Montecitorio, in due scenari costruiti con e senza premio di maggioranza, confrontandoli poi con il Rosatellum. Non sono previsioni, ma simulazioni – realizzate a precise condizioni – che mostrano come funzionerebbe la legge, e che ne rivelano la complessità del funzionamento. Una complessità che si intreccia con le scelte delle coalizioni: basterebbe infatti che una lista corra dentro o fuori un’alleanza perché cambino, insieme alla maggioranza, anche gli equilibri fra eletti con le preferenze e in lista bloccata.
Come abbiamo costruito le simulazioni
La nuova legge elettorale è attesa alla Camera per il via libera definitivo, col voto finale previsto entro la prima metà di ottobre. Rispetto al testo licenziato da Montecitorio a luglio, il Senato è intervenuto su tre punti. Ha reintrodotto il voto di preferenza, tuttavia con il capolista di ogni collegio plurinominale bloccato. Ha eliminato la cosiddetta norma anti-cespugli, che escludeva dalla cifra di coalizione i voti delle liste coalizzate rimaste sotto il 3%: ora concorrono tutti, fermo restando che per ottenere seggi la soglia va superata, salvo il ripescaggio della prima lista sottosoglia in ciascuna coalizione. Ha alzato infine le firme richieste alle liste delle forze politiche non rappresentate in Parlamento, che passano da 1.500 ad almeno 6.000 per ciascun collegio plurinominale: per presentarsi in tutti i collegi della Camera ne serviranno, così, quasi 300 mila. Il resto dell’impianto non cambia: premio di 70 seggi a chi raggiunge il 42% dei voti validi, purché la stessa forza sia sopra questa cifra anche al Senato, con tetto fissato a 220 seggi. Per misurare gli effetti del nuovo testo abbiamo simulato l’elezione della Camera, limitandoci ai 384 seggi del riparto nazionale: restano fuori quelli della circoscrizione Estero, della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige. La base territoriale è il voto delle politiche del 2022, ricostruito per ciascuno dei 48 collegi plurinominali a partire dagli scrutini a livello comunale del Ministero dell’Interno: i totali ricostruiti si discostano da quelli ufficiali al massimo dello 0,54%. Su questa geografia abbiamo innestato le intenzioni di voto rilevate da SWG il 21 settembre, con uno swing proporzionale: ogni lista conserva la propria distribuzione territoriale del 2022, riscalata sulla percentuale attuale. Avanti PSI e le altre liste minori, che insieme valgono il 4,5%, restano nel denominatore dei voti validi senza ottenere seggi. Va da sé che questi risultati non hanno nessuna valenza di previsione, perché i risultati reali delle prossime elezioni politiche potranno essere anche molto diversi dai sondaggi attuali. Le stime che presentiamo servono semplicemente a dare un’idea di come funziona il nuovo sistema elettorale in approvazione. Il nodo metodologico più delicato riguarda le liste che nel 2022 non c’erano. A Futuro Nazionale, privo di un precedente elettorale, abbiamo attribuito la media fra le distribuzioni territoriali di Fratelli d’Italia e della Lega. Azione e Italia Viva, che nel 2022 correvano insieme, ereditano invece la geografia elettorale della lista congiunta, ciascuna riscalata sul proprio peso attuale.
L’assetto coalizionale è la scelta che pesa di più sul risultato, e per questo gli scenari sono due. Nel primo il centrosinistra (PD, M5S, Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa) raggiunge il 44,0% (e quindi si aggiudica il premio di 70 seggi), contro il 40,4% del centrodestra (FdI, Forza Italia, Lega, Noi Moderati), con Futuro Nazionale (8,0%) e Azione (3,1%) in corsa da soli. Nel secondo cambia una sola variabile: un piccolo partito alleato del centro-sinistra (nel nostro esempio, Italia Viva) corre fuori dalla coalizione progressista, che scende così al 41,6%, portando a un pareggio, perché nessuna coalizione raggiunge il 42% necessario per aggiudicarsi il premio.
Scenario 1 — La vittoria del centrosinistra unito
Scenario 2 — Il pareggio con un centrosinistra più ristretto
Percentuali del sondaggio SWG del 21 settembre 2026. Il premio di governabilità richiede il 42%: nello scenario 1 il campo largo lo supera, nello scenario 2 no.
Si tratta naturalmente di scenari, non previsioni. La sola collocazione di Futuro Nazionale cambierebbe il quadro politico: con il suo ingresso il centrodestra salirebbe – stando a una mera somma aritmetica (come tale, non politicamente scontata) – al 48,4% e partirebbe quanto meno in vantaggio nella corsa al premio. Anche altre configurazioni sono del tutto verosimili, a partire da una lista unitaria fra +Europa e Italia Viva, pensata per superare il 3% e lasciare il ripescaggio a un’ulteriore formazione come il Progetto civico di Alessandro Onorato.
Perché i piccoli alleati potrebbero essere decisivi
Nel primo scenario quindi il campo largo supera il 42% e ottiene il premio: 70 seggi, più 145 dal riparto proporzionale, per un totale di 215. Il ripescaggio salva Noi Moderati e Italia Viva, prime liste sottosoglia nelle rispettive coalizioni, mentre +Europa resta senza seggi. È qui che si vede l’effetto più vistoso della soppressione della norma anti-cespugli. L’1,5% di +Europa non elegge nessuno, eppure entra nella cifra di coalizione e porta il campo largo dal 42,5% al 44,0%. Senza quei voti la coalizione resterebbe sopra la soglia per appena mezzo punto, esposta a qualunque oscillazione. Con quei voti il premio sarebbe invece messo in sicurezza. Una lista senza parlamentari concorrerebbe in modo quasi decisivo all’attribuzione dei settanta seggi.
Nel secondo scenario – quello che esclude un piccolo alleato come Italia Viva dal centrosinistra – il campo largo si ferma invece al 41,6% e il premio non viene attribuito in nessuna delle due Camere. Tutti i 384 seggi si distribuiscono proporzionalmente, compresi i 70 seggi del premio, facendo crescere tutte le liste, con un’eccezione: proprio Italia Viva. Il partito di Renzi, andando da solo col 2,4%, resterebbe sotto il 3% non eleggendo alcun deputato, perché il ripescaggio vale solo dentro una coalizione; +Europa, uscita Italia Viva, diventerebbe così la prima lista sottosoglia del campo largo, ottenendo 6 seggi.
Il risultato politico, in questo quadro, è un Parlamento senza maggioranza: 171 seggi al centrosinistra, 167 al centrodestra, 33 a Futuro Nazionale e 13 ad Azione, lontani dalla maggioranza assoluta di 201 seggi su 400. Un eventuale accordo dopo il voto fra centrodestra e Futuro Nazionale si fermerebbe a 200 seggi: aggiungendo quelli di Estero, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, la maggioranza ci sarebbe ma con numeri risicati. La distanza fra una maggioranza di 215 seggi di centrosinistra e nessuna maggioranza starebbe quindi tutta – almeno sulla carta – nei 2,4 punti accreditati oggi dai sondaggi a un piccolo partito come Italia Viva (ma, tra qualche mese, potrebbe essere qualunque piccolo alleato di centro-sinistra o di centro-destra: il ragionamento è generale).
I seggi ai partiti – confronto tra i due scenari
Percentuali del sondaggio SWG del 21 settembre 2026. La differenza è fra lo scenario 2 e lo scenario 1.
Nello scenario 1 il premio assegna 70 seggi alle liste circoscrizionali della coalizione vincente; nello scenario 2 non scatta.
Cosa succede nei territori: la geografia elettorale
Per come abbiamo costruito la simulazione, purtroppo la geografia elettorale delle elezioni politiche 2022 si riflette pressoché intatta: in Campania 1 il Movimento 5 Stelle otterrebbe 6 seggi contro i 3 di Fratelli d’Italia, pur essendo quattordici punti sotto a livello nazionale, riflettendo il risultato locale. Tuttavia, quello che appare chiaramente è che per le liste più piccole la collocazione dei seggi sarebbe poco più di un artefatto aritmetico: i tre deputati di Noi Moderati, ad esempio, proverrebbero da Emilia-Romagna, Marche e Sardegna, cioè non dove la lista è più forte ma dove il resto decimale risulta più favorevole.
Nei 48 collegi plurinominali (il quarantanovesimo, in Trentino-Alto Adige, segue regole proprie) verrebbero distribuiti 314 seggi nel primo scenario e tutti i 384 nel secondo. Può accadere che un collegio elegga più deputati di quanti gliene spettino: nel primo scenario il collegio di Padova e Rovigo ne riceverebbe 7 invece di 6, quello di Vicenza 3 invece di 4; nel secondo i casi salirebbero a quattro, fra Lazio 2 e Puglia. Non è un errore, perché la legge non collega fra loro le compensazioni fra liste eccedentarie e deficitarie, privilegiando deliberatamente la rappresentanza politica su quella territoriale.
C’è poi una scelta di impianto che incide più di altre sugli effetti delle preferenze. Per determinare gli eletti si sarebbe potuto tornare alle 26 circoscrizioni, in continuità con la tradizione italiana precedente, fondata su circoscrizioni ampie; il legislatore ha preferito, tuttavia, conservare i collegi plurinominali introdotti dal Rosatellum, che nel primo scenario -quello che vedrebbe la vittoria del centrosinistra con l’assegnazione del premio – eleggerebbero da 2 a 12 deputati. È una scelta del tutto legittima, ma con una conseguenza rilevante: in collegi così piccoli, pochi partiti sono in grado di eleggere deputati con le preferenze (vedi sotto).
Seggi alla Camera per lista
Scenario 1: con premio (Italia Viva nel campo largo). Simulazione sul sondaggio SWG del 21 settembre 2026.
Totale nazionale384 seggi
Per circoscrizioneclicca per aprire
Piemonte 115
P017
P025
Piemonte 214
P015
P027
Lombardia 127
P0112
P0210
Lombardia 214
P015
P027
Lombardia 315
P015
P027
Lombardia 411
Veneto 113
Veneto 219
P017
P023
P035
Friuli-Venezia Giulia8
Liguria10
Emilia-Romagna29
P017
P029
P038
Toscana24
P017
P026
P037
Umbria6
Marche10
Lazio 125
P016
P027
P037
Lazio 213
P015
P026
Abruzzo8
Molise2
Campania 120
P017
P029
Campania 217
P016
P028
Puglia26
P015
P025
P035
P046
Basilicata4
Calabria12
Sicilia 115
P016
P026
Sicilia 217
P014
P025
P035
Sardegna10
Esclusi i seggi della Valle d’Aosta, del Trentino-Alto Adige e della circoscrizione Estero. I 70 seggi del premio sono assegnati alle liste circoscrizionali e non passano dai collegi plurinominali.
Seggi alla Camera per lista
Scenario 2: senza premio (Italia Viva da sola). Simulazione sul sondaggio SWG del 21 settembre 2026.
Totale nazionale384 seggi
Per circoscrizioneclicca per aprire
Piemonte 115
P018
P027
Piemonte 214
P016
P028
Lombardia 127
P0114
P0213
Lombardia 214
P016
P028
Lombardia 315
P017
P028
Lombardia 411
Veneto 113
Veneto 219
P017
P026
P036
Friuli-Venezia Giulia8
Liguria10
Emilia-Romagna29
P018
P0211
P0310
Toscana24
P018
P028
P038
Umbria6
Marche10
Lazio 125
P018
P028
P039
Lazio 213
P015
P028
Abruzzo8
Molise2
Campania 120
P019
P0211
Campania 217
P018
P029
Puglia26
P015
P026
P037
P048
Basilicata4
Calabria12
Sicilia 115
P018
P027
Sicilia 217
P015
P026
P036
Sardegna10
Esclusi i seggi della Valle d’Aosta, del Trentino-Alto Adige e della circoscrizione Estero.
I 70 seggi del premio seguono invece una strada propria. Sono ripartiti fra le circoscrizioni in base alla popolazione e assegnati a liste bloccate da uno a cinque nomi, comuni a tutta la coalizione: i nomi dei settanta deputati della coalizione vincente si conoscono già al deposito delle liste, e la loro divisione fra i partiti alleati è affidata agli accordi tra i partiti.
Quanti saranno gli eletti con le preferenze?
Con il capolista bloccato, in ogni collegio il primo seggio di una lista va a lui e dal secondo in poi si entra con le preferenze. Nel primo scenario, sui 314 seggi dei collegi, 240 vanno ai capilista (76,4%) e 74 ai candidati più votati (23,6%). La distribuzione è concentrata nei partiti più forti: 41 eletti con preferenza sono di Fratelli d’Italia e 23 del PD; il Movimento 5 Stelle ne ha 9, Forza Italia uno. Sei liste su dieci eleggono soltanto capilista, compresi partiti tutt’altro che marginali come Futuro Nazionale con 26 seggi, Alleanza Verdi e Sinistra con 22 e la Lega con 18. Il motivo è aritmetico: per vincere due seggi nello stesso collegio serve superare il 10-12% dei voti, soglia che Fratelli d’Italia raggiunge in 36 collegi su 48, il PD in 21, il M5S in 6. Con percentuali fra il 5 e l’8% si vince quasi sempre un solo seggio, e un partito da ventisei deputati può non averne nessuno scelto dagli elettori.
Gli eletti con e senza preferenze – Scenario 1 con premio (Italia Viva nel campo largo)
Ne discende un limite della legge di cui finora si è parlato poco. Il voto di preferenza è un importante fattore di mobilitazione: i partiti maggiori porteranno sul territorio candidati impegnati in campagne personali, mentre gran parte dei medio-piccoli non vedrà campagne dei candidati, salvo in pochi collegi. È un’arma in più per chi è già grande, con l’effetto di sfavorire ulteriormente il voto ai partiti minori. Si pone inoltre un tema di uguaglianza del voto: nella maggior parte delle circoscrizioni l’elettore di un partito piccolo disporrebbe di una preferenza con scarse possibilità di risultare rilevante. Un problema di uguaglianza che riguarda anche gli stessi territori: nei collegi plurinominali più piccoli, come ad esempio Molise o Basilicata, quasi nessun parlamentare verrà eletto con le preferenze, al contrario dei collegi più grandi. Sono aspetti che, in prospettiva, potrebbero anche essere sottoposti al vaglio della Corte costituzionale.
Nel secondo scenario, senza che alcuna regola sia cambiata, la quota di eletti con preferenza sale al 31,5%: 121 deputati su 384. Nei collegi si distribuiscono 384 seggi invece di 314, le liste ne vincono due o più nello stesso collegio molto più spesso, e ogni seggio oltre il primo è un seggio da preferenze. La gerarchia resta la stessa: Fratelli d’Italia arriva a 64 eletti con preferenza (il 57,1% dei suoi seggi), il PD a 38 (44,2%), il M5S a 16 (30,2%), Futuro Nazionale a 2 e Forza Italia a uno, mentre le altre cinque liste continuano a eleggere soltanto capilista. Il confronto fra i due scenari mostra un effetto del premio poco evidente: quando scatta, riduce il peso delle preferenze. I 70 seggi del premio, infatti, non passano dai collegi, ma vanno ai candidati delle liste bloccate presentate in ogni circoscrizione.
Gli eletti con e senza preferenze – Scenario 2 senza premio (Italia Viva da sola)
Per capire se gli eletti con preferenze siano tanti o pochi conviene guardare alla legge attuale. Il Rosatellum elegge il 37% dei deputati nei collegi uninominali e il restante 63% nella parte proporzionale con liste bloccate. Certo, l’elettore non può dividere il voto fra il candidato del collegio e una lista diversa, perché il voto disgiunto non è ammesso. Nel collegio uninominale, però, sa almeno per chi sta votando: se il suo candidato vince, sarà lui a entrare in Parlamento. Con il premio previsto dalla nuova legge elettorale, i deputati eletti senza passare dalle preferenze salirebbero dunque dal 63 all’81%. È un risultato difficile da conciliare con l’obiettivo, dichiarato dalla riforma, di restituire la scelta ai cittadini. Senza premio (secondo scenario) la cifra scenderebbe al 68,5%, comunque più di oggi.
La variabile delle pluricandidature
Le percentuali di eletti con preferenza calcolate fin qui vanno lette come valori minimi: nella realtà potrebbero essere più alte, per effetto delle candidature multiple. Un capolista è bloccato, ma può essere candidato in cinque collegi: se la sua lista vince seggi in più di uno, viene proclamato nel collegio nel quale la lista cui appartiene ha ottenuto la minore cifra elettorale e negli altri il posto passa al candidato successivo, scelto dalle preferenze. Nel primo scenario, con il 10% dei collegi coperti da pluricandidati, la quota di eletti con preferenza passa dal 23,6% al 28,7%, con il 20% arriva al 35%, con la metà al 53,2%. Il massimo teorico, con il minor numero possibile di capilista, è l’83,4% (a Fratelli d’Italia basterebbero dieci candidati per tutta Italia), e sale al 91,1% se anche i candidati del premio, obbligati a presentarsi pure in un collegio, vi figurano da capilista. La stessa legge può quindi produrre un Parlamento scelto dagli elettori per un quarto o per quattro quinti, e a deciderlo sono i partiti quando compilano le liste.
Quanto incidono le pluricandidature sugli eletti con preferenze – Scenario 1
I valori più alti sono però possibili solo sulla carta, se i partiti dovessero usare le candidature multiple nel modo più estremo. Una soluzione politicamente improbabile. È ragionevole aspettarsi che il dato reale di eletti con preferenze resti vicino a valori più bassi. Le pluricandidature infatti indeboliscono i leader di partito, rendendo più incerta la selezione degli eletti. I grandi, che il primo seggio lo conquistano ovunque, hanno tutto l’interesse a schierare capilista diversi in ogni collegio, per controllare il massimo numero di eletti: gli scenari con oltre il 40% di eletti con preferenza presuppongono un modello di leadership che rinuncerebbe, deliberatamente, a questo controllo. L’unico incentivo a moltiplicare le candidature è la spinta di un nome forte sulla scheda: la presenza di Meloni, Vannacci o Schlein può portare voti aggiuntivi dove il partito è poco radicato. Per la stessa logica è probabile che i candidati del premio non saranno capilista nei collegi. Diverso il calcolo dei partiti piccoli, che non sanno dove scatterà il seggio: per loro la pluricandidatura è un’assicurazione sull’elezione di figure chiave. Se i partiti si comporteranno come nel 2018 e nel 2022, riservando le candidature multiple ai leader e a poche figure nazionali, il valore realistico degli eletti con preferenza si collocherà fra il 25 e il 35%, anche perché i vincoli di genere ne rendono scomodo un uso massiccio. E quindi avremo il paradosso di una legge elettorale che, affermando di restituire lo scettro ai cittadini, in realtà toglie loro ulteriormente capacità di scelta.
Una legge più “pareggista”? Il confronto col Rosatellum
E se invece si votasse con la legge attuale, a parità di consensi? Per rispondere abbiamo simulato gli stessi due scenari con il Rosatellum, applicando lo stesso swing proporzionale ai 142 collegi uninominali delle regioni ordinarie: anche qui restano fuori Estero, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, per un totale di 387 seggi simulati. Nel primo scenario il premio fa la differenza. Con il Rosatellum il centrosinistra si fermerebbe a 200 seggi, senza maggioranza assoluta; con la nuova legge arriverebbe a 215, perché i 70 seggi del premio valgono più di tutto il vantaggio che il campo largo ricaverebbe dai collegi uninominali.
Il secondo scenario racconta invece una storia diversa. Con il Rosatellum il centrosinistra otterrebbe 191 seggi contro i 167 del centrodestra, a dieci seggi dalla soglia dei 201 prima ancora di contare i collegi esclusi dalla simulazione; con la nuova legge, senza premio, si fermerebbe a 171, lontanissimo dalla maggioranza. Ne emerge allora un paradosso. Una riforma nata anche per scongiurare il rischio di pareggi, quando il premio non scatta, risulterebbe più “pareggista” della legge che intende sostituire: i collegi uninominali consentirebbero almeno a uno dei due schieramenti di avvicinarsi alla maggioranza, mentre il riparto proporzionale senza premio terrebbe tutti a distanza. In casi concreti e tutt’altro che implausibili, la nuova legge si mostrerebbe così meno efficace di quella attuale proprio su due degli obiettivi che si era proposta: assicurare una maggioranza anche in condizioni di equilibrio e dare più peso alle scelte dei cittadini.
I seggi con il Rosatellum – Scenario 1: Italia Viva nel campo largo
I seggi con il Rosatellum – Scenario 2: Italia Viva da sola
Una legge complessa, e una lezione
Il confronto fra i due scenari suggerisce che la legge, per la sua complessità, si presta a esiti non sempre facili da prevedere. Se il premio non scatta, cambia anche un meccanismo chiave: 70 seggi tornano alla distribuzione nelle circoscrizioni e nei collegi, dove possono contare di più le preferenze. La scelta di una lista di correre dentro o fuori una coalizione può così spostare, insieme alla maggioranza, anche la quota di deputati eletti con il voto di preferenza.
Da qui si può forse trarre una lezione, per certi versi ottimistica. Una legge chiamata a tenere insieme interessi diversi, anche all’interno della maggioranza che l’ha promossa, tende inevitabilmente a diventare complessa. Una legge dai meccanismi semplici, al contrario, difficilmente può avvantaggiare in modo sistematico un solo attore, perché anche gli altri saranno in grado di sfruttarla. Un criterio di relativa semplicità e linearità, valorizzato per esempio dalla Corte costituzionale, potrebbe allora offrire in futuro una garanzia utile contro leggi elettorali costruite su misura.
