È la Francia la nuova “grande malata d’Europa”?

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Redazione CISE

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E se fosse la Francia, la nuova “grande malata d’Europa”? Stavolta però, a differenza della Germania dei primi anni Duemila, non c’entra tanto l’economia, ma il rapporto sempre più fragile fra cittadini, rappresentanza e capacità di governo. Questa nuova puntata di Telescope è dedicata ai temi trattati nel corso della presentazione della 17ª edizione del Barometro sulla fiducia politica, organizzata dal Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss e dal BNP-BNL Paribas Chair in French and Italian Relations in Europe. Dai dati presentati da Bruno Cautrès (Sciences Po), integrati dall’analisi di Francesco Visconti (Luiss Guido Carli) e dibattuti da Lorenzo De Sio (Luiss Guido Carli), Marc Lazar (Luiss Guido Carli) e Chiara Fiorelli (La Sapienza), emerge un quadro netto: in Francia non è scomparso l’interesse per la politica, ma si è indebolita la convinzione che la politica sappia ascoltare, decidere e produrre risultati visibili. È qui che si collocano insieme la crisi della responsiveness, la parabola di Macron e il tentativo del Rassemblement National di presentarsi come forza di governo in vista del 2027. 

Un Paese stanco, ma affezionato alla politica 

La prima cosa che colpisce del quadro francese è il clima emotivo del Paese. Il 42% dei cittadini dichiara di aver vissuto, nell’ultimo anno, un periodo di almeno due settimane di tristezza, depressione o mancanza di speranza. Quando poi agli intervistati viene chiesto di definire il proprio stato d’animo, prevalgono la diffidenza e la stanchezza (entrambe al 45%) e ancora la tristezza (30%), con livelli molto più alti di quelli osservati in Germania, Italia, Regno Unito e Romania. 

Su questo sfondo si innesta il dato più generale, quello della fiducia nella politica. In Francia il 78% risponde di non averne, contro il 60% in Italia, il 56% nel Regno Unito e il 55% in Germania. Anche il giudizio sul funzionamento della democrazia conferma l’eccezione francese: solo il 23% ritiene che la democrazia funzioni bene, ben sotto l’Italia (40%) e meno della metà rispetto alla Germania (52%). Si tratta di un dato che ha perso quasi venti punti rispetto alla rilevazione di febbraio 2021 (42%). Eppure, il 53% dei francesi continua a dichiararsi interessato alla politica. È questo il punto decisivo: non siamo davanti a una società apatica, ma a una società ancora affezionata alla politica, che però non riconosce più alle istituzioni la capacità di fare da tramite efficace fra le domande dei cittadini e le decisioni pubbliche. 

Dov’è la frattura? 

La distribuzione della fiducia tra i diversi livelli di governo aiuta a capire meglio dove si annida la frattura. Il consiglio comunale è l’unica istituzione che registra una fiducia superiore al 50% (58%), mentre il governo centrale chiude all’ultimo posto con il 16%. Anche l’Unione Europea raccoglie bassi consensi: appena il 29%, molto meno che in Italia (39%) e Germania (46%). Il messaggio è quindi abbastanza chiaro: la fiducia resiste dove l’azione pubblica è prossima e più visibile, mentre arretra dove il potere è percepito come distante o opaco. 

Questo vale anche quando si esce dal terreno strettamente istituzionale e si guarda ai diversi attori della società. Le professioni e le figure di prossimità mantengono una reputazione decisamente migliore della politica: artigiani, medici, ospedali, piccole imprese e scienza raccolgono livelli di fiducia elevati, mentre i partiti politici si fermano al 15%, fanalino di coda insieme ai social network. Il dato è utile perché ci aiuta a comprendere ulteriormente cosa caratterizza la sfiducia francese; e cioè non tanto il fatto che i cittadini non credano più a niente, ma che credano molto meno di prima nella politica organizzata. La crisi, quindi, non riguarda la sfera pubblica in generale, ma il modo in cui essa viene mediata, rappresentata e governata. 

Oltre la sfiducia: una crisi di ascolto 

I dati del Barometro mostrano anche un altro dato interessante: il sostegno politico non dipende solo dalla fiducia, ma anche dalla percezione di essere ascoltati. In Francia questo indicatore raggiunge livelli particolarmente bassi: solo il 12% ritiene che i responsabili politici si preoccupino di ciò che pensano “persone come lui”, contro il 27% in Italia, il 31% nel Regno Unito e il 41% in Germania. 

Questo dato si lega in modo evidente alla posizione sociale, alla percezione di mobilità rispetto ai propri genitori e al senso di insicurezza. Chi si colloca più in basso nella gerarchia sociale, o pensa di stare peggio della generazione precedente, tende a fidarsi meno e a sentirsi meno rappresentato. Per questo il problema non riguarda solo la fiducia nelle istituzioni, ma anche la capacità del sistema di rispondere. I cittadini continuano a chiedere soluzioni, ma i margini di azione appaiono più ristretti: pesa la bassa legittimità dell’intervento pubblico e pesano anche i vincoli esterni, dalle regole europee ai mercati fino agli shock globali. Il punto, allora, non è soltanto se la Francia abbia meno fiducia degli altri Paesi, ma se questa erosione stia diventando una frattura più profonda nel funzionamento democratico.

Macron ai minimi storici 

Dentro questo quadro si colloca la figura del Presidente della Repubblica. I dati mostrano che la soddisfazione per l’azione di Emmanuel Macron è scesa al 12%. In un esperimento che fotografa il giudizio su una scala da -10 a +10, la media che emerge dall’indagine si colloca a -5,7. Sono i livelli più bassi registrati dal Barometro sulla sua azione e indicano non soltanto impopolarità, ma un logoramento ormai strutturale della sua figura pubblica. Il confronto con gli altri Paesi europei è istruttivo anche su questo piano: nello stesso rilevamento, la soddisfazione per il premier britannico Keir  Starmer (33%), il cancelliere tedesco Friedrich Merz (35%), il presidente romeno Nicusor Dan (37%) e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni (51%) sono decisamente più alti. Se si guarda alla serie temporale, il deterioramento è ancora più netto: fra febbraio 2021 e gennaio 2026 la quota di insoddisfatti per la sua azione passa dal 46% al 74%. 

Ma il problema di Macron non è soltanto nei numeri. Oggi la sua figura appare divisa fra due registri. Da un lato c’è il Macron internazionale, ancora attivo sui dossier europei, sulla guerra in Ucraina, sulla proiezione strategica della Francia. Dall’altro c’è un Macron domestico che appare molto meno capace di parlare al Paese, di interpretarne lo stato d’animo e di ricondurre le tensioni francesi dentro una linea politica riconoscibile. La sua esposizione esterna non compensa più la perdita di presa interna; anzi, rischia talvolta di accentuare la sensazione di distanza fra l’Eliseo e la società. 

In questo senso, lo scioglimento dell’Assemblea nazionale nell’estate del 2024 rappresenta il tornante decisivo. Doveva essere, nelle intenzioni di Macron, una mossa di chiarificazione dopo il terremoto elettorale delle europee. Nella percezione pubblica è diventata invece una scelta che ha aumentato l’incertezza. L’82% dei francesi afferma che la situazione istituzionale del Paese è peggiorata dopo quella decisione. Non solo: la fiducia nell’Assemblea nazionale scende al 20%, ai minimi della serie storica del Barometro, segno che il maggior protagonismo parlamentare non è stato letto come un ritorno virtuoso della rappresentanza, ma come una fase di negoziati politici poco comprensibili. Ancor prima, hanno pesato sulla reputazione del presidente non solo la scelta di escludere il più possibile dal governo i vincitori delle elezioni (la sinistra e il Rassemblement National), ma anche l’adozione di scelte politiche come quella di approvare la riforma delle pensioni senza l’approvazione del Parlamento, ricorrendo all’articolo 49.3 della Costituzione.

Lo scenario verso le elezioni del 2027 

È in questo spazio che il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella prova a consolidarsi in vista del 2027. Il partito non punta più soltanto a beneficiare del malcontento, ma cerca di modificare la propria immagine. Potremmo chiamarla una forma di “melonizzazione”: presentarsi cioè meno come partito di rottura e più come forza di governo, più disciplinata nello stile, più prudente nei toni, più attento alla selezione della classe dirigente e alla costruzione di una credibilità istituzionale. Si tratta, in fondo, del proseguimento di quella strategia di Dédiabolisation che il partito di Le Pen e Bardella persegue da molti anni. Sul piano politico l’operazione potrebbe dimostrarsi vincente: se il macronismo aveva promesso efficienza, competenza e superamento della vecchia divisione destra-sinistra, il RN prova ora a raccogliere quella promessa delusa traducendola in una chiave nazional-conservatrice, con la speranza di fronteggiare – in un ipotetico secondo turno delle prossime presidenziali – un candidato della sinistra radicale (come Jean-Luc Mélenchon). 

Oggi allora, da un certo punto di vista, la Francia appare come un laboratorio politico. Non perché anticipi necessariamente una rottura irreversibile, ma perché mostra con particolare chiarezza una tensione che attraversa molte democrazie contemporanee; con cittadini ancora attenti alla sfera pubblica ma meno disposti a concedere fiducia a istituzioni che percepiscono come distanti, poco trasparenti o poco capaci di incidere. Se il 2027 sarà un passaggio decisivo, lo sarà proprio per questo: non soltanto per decidere chi governerà, ma per capire se il sistema riuscirà a ricostruire una connessione credibile tra l’establishment politico e il Paese.