L’analisi dell’affluenza: una forte accelerazione del declino della partecipazione

7993
SHARE

di Federico De Lucia e Matteo Cataldi

L’Italia, per quasi cinquant’anni, ha avuto tassi di partecipazione elettorale assolutamente altissimi, sconosciuti in quasi tutte le altre democrazie liberali: dal 1948 al 1976 il tasso di partecipazione elettorale registrato in occasione delle elezioni politiche è rimasto sopra il 90%. A partire dalle elezioni del 1979 (e fino a quelle del 2001 comprese) le comparazioni diacroniche con le fasi precedenti e successive diventano purtroppo difficili perché nel computo degli elettori vengono inseriti gli italiani residenti all’estero, che avendo tassi di partecipazione bassissimi, abbassano sensibilmente il dato percentuale dei votanti. Dal grafico in Figura 1, che mostra con una spezzata i dati relativi al periodo di computazione degli italiani residenti all’estero, appare comunque evidente che i tassi, pur rimanendo altissimi, entrano proprio in occasione dei primi anni ‘80 in una fase di calo. Tuttavia, se nella fase finale della Prima Repubblica si è assistito a cali abbastanza repentini (1983, 1992) ma anche a rimbalzi significativi (1987), a partire dall’avvento della “cosiddetta” Seconda Repubblica, da una parte il calo è divenuto una costante, dall’altra esso si è manifestato in modo più accentuato in occasione delle elezioni fissate ad una scadenza anticipata rispetto a quella naturale della legislatura (1996, 2008).

Figura 1 – Trend affluenza alla Camera 1948-2013

Una componente significativa di questo calo della partecipazione, che ha interessato sia la Seconda Repubblica che la parte finale della Prima, è connessa inevitabilmente al crollo della tensione ideologica del sistema politico italiano dopo quasi mezzo secolo lotta fra visioni del mondo violentemente contrapposte. Si tratta cioè di un fenomeno in gran parte anagrafico, connesso al ricambio generazionale: coorti demografiche anziane, socializzate in periodi di forte contrapposizione ideologica e di grande forza organizzativa dei partiti, e pertanto caratterizzate da altissimi tassi di partecipazione elettorale, sono state progressivamente sostituite da coorti demografiche giovani, spesso non ideologizzate e spessissimo molto lontane dalla militanza politica attiva.

Una seconda componente, che ha caratterizzato in particolare l’ultimo ventennio, pare invece connessa alla percezione dell’inefficienza del nuovo sistema politico, e alla disillusione che questa ha progressivamente creato in alcuni settori dell’elettorato. Il calo della partecipazione accelererebbe in occasione delle elezioni anticipate perché è proprio in tali circostanze che tale inefficienza e tale disillusione si manifestano con maggiore evidenza.

Ma entrambe queste chiavi di lettura non bastano a spiegare il dato che abbiamo registrato nel 2013: un tasso di partecipazione del 75,2%, 5,3 punti percentuali in meno rispetto al 2008, al termine di una legislatura durata sostanzialmente tutti e cinque gli anni previsti. Un dato impressionante, che non ha precedenti nella storia del Paese: le ultime legislature quinquennali si erano chiuse con cali della partecipazione tre volte inferiori. È impossibile non mettere in relazione questa velocissima accelerazione con la profonda crisi politica del paese, ed in particolare con quanto è successo nell’ultima parte della legislatura appena conclusasi: il totale ed incondizionato passo indietro dei partiti di fronte all’instabilità finanziaria nel novembre 2011, il loro assenso alle politiche di austerity del governo tecnico nel corso dell’annata successiva, la loro campagna elettorale al contrario fortemente critica nei confronti di tali politiche, il mancato rinnovamento interno dei due poli principali, l’incapacità di riformare la legge elettorale, il susseguirsi tambureggiante di scandali giudiziari di ogni tipo, il clima populista e anti-casta che ha caratterizzato gli ultimi anni. L’effetto combinato di questi elementi hanno prodotto una sorta di fallimento del sistema politico della Seconda Repubblica, persino nella sua ultima declinazione quasi bipartitica (l’assetto generato dalle elezioni del 2008), ed una sua quasi totale delegittimazione. La reazione dell’elettorato c’è stata, ed una parte di essa si è concretizzata in un semplice fatto: due milioni e mezzo di votanti in meno.

Nelle Figure 2 e 3 possiamo vedere il dato della partecipazione disaggregato a livello provinciale sul territorio nazionale. Nella prima mappa è riportata la percentuale di votanti alla Camera nelle recenti elezioni, nella seconda la differenza tra l’affluenza registrata nel 2013 e quella rilevata cinque anni fa. Le differenze cromatiche raggruppano le province in quartili.

In ben una provincia su quattro, la partecipazione è stata inferiore al 70%. La totalità di questi casi si colloca nel Mezzogiorno continentale ed insulare, nel quale si salvano solo poche eccezioni. Nelle regioni centrali, la partecipazione presenta dati superiori alla media (75,2) nel Lazio e nella Zona Rossa, con punte nel cuore più identitario di quest’ultima: la Toscana centrale ed orientale, le Marche e l’Umbria settentrionali, la Romagna e l’Emilia sino a Reggio. Al Nord, invece si identifica una chiara distinzione fra il Nord Est, e in particolare la Lombardia orientale e il Veneto, dove la partecipazione resta attorno o sopra l’80%, e il Nord ovest, in particolare il varesotto, il comasco e le province del Piemonte orientale, in alcune delle quali si scende addirittura sotto la media nazionale. Restano sopra quest’ultima, ma di poco, le province metropolitane di Milano e Torino. Passando alla seconda mappa, in gran parte speculare alla prima, l’articolazione geografica del calo della partecipazione rispetto al 2008 evidenzia come le zone più colpite siano sostanzialmente due: il meridione, sia continentale che insulare (segnatamente la Sicilia), e la zona compresa fra Lombardia e Piemonte. La partecipazione ha invece tenuto, in confronto alle scorse elezioni, in buona parte della Zona Rossa e del Triveneto, così come nelle aree metropolitane di Roma e Torino.

Figura 2 – Affluenza per provincia, Camera dei deputati 2013

 

Figura 3 – Variazione 2013 – 2008 della percentuale di votanti

 

 

 

 

SHARE
PrecedenteLe elezioni a Roma attraverso l'analisi dei flussi
SuccessivoIl voto nelle città: il Movimento 5 Stelle vince in un comune su 3
Federico De Lucia ha conseguito la laurea magistrale in Scienza della Politica e dei Processi Decisionali, presso la facoltà di Scienze Politiche all’Università di Firenze, discutendo una tesi dal titolo “Le Regioni a Statuto Speciale nella Transizione italiana. Forma di governo, sistema elettorale, sistema partitico.” Nel periodo degli studi universitari ha svolto tre tirocini presso gli uffici della Regione Toscana, nel Settore di assistenza alla I Commissione (Affari Istituzionali, Programmazione e Bilancio) del Consiglio e nell'Osservatorio elettorale regionale, presso la Presidenza. Ha poi partecipato poi al Seminario di Studi e Ricerche Parlamentari "Silvano Tosi". Dal luglio 2013 al maggio 2018 ha lavorato presso FB & Associati, una società che si occupa di consulenza nel campo delle relazioni istituzionali. In tale società ha fondato e poi diretto per cinque anni FBLab, un Centro studi che si occupa di monitoraggio parlamentare e analisi dello scenario politico. Inoltre, è membro del CISE sin dalla sua costituzione, ha scritto numerosi contributi nei Dossier CISE e ha curato il quarto volume (Le Elezioni Politiche 2013). Oggi è funzionario del Ministero dell'Interno. I suoi principali interessi sono lo studio dell’assetto istituzionale, dei sistemi elettorali e dell’evoluzione storica dei sistemi partitici, nonché la raccolta, la catalogazione ed il confronto dei dati elettorali, a livello locale, nazionale ed internazionale.