Il gruppo dell’ALDE: verso un inevitabile ridimensionamento?

di Bruno Marino

Il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE) costituisce il terzo gruppo più numeroso nel Parlamento Europeo (PE), dopo popolari e socialisti. L’ALDE è composto di parlamentari provenienti da due partiti politici europei, il Partito dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa e il Partito Democratico Europeo.

 Il gruppo ha avuto una storia politica molto travagliata. Dopo l’uscita dei gollisti negli anni ’60, il gruppo liberale formatosi nell’Assemblea Comune della CECA (Comunità Europea del Carbone de dell’Acciaio) iniziò un lungo percorso di cambiamento e di inclusione di nuovi membri man mano che l’integrazione europea procedeva. Se si volesse analizzare la storia del gruppo liberaldemocratico[1] all’interno del Parlamento Europeo, la prima cosa che si noterebbe è il cambio di denominazione.

 Dal 1979 al 1985 nel Parlamento Europeo era presente il Gruppo Liberale e Democratico, formato da partiti come l’UDF francese, gli italiani PRI e PLI, l’FDP tedesco o il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia olandese. Nel 1985 il gruppo cambiò, dando vita al Gruppo Liberale, Democratico e Riformatore. Il gruppo mantenne tale denominazione fino alla metà degli anni ’90, e in questo periodo entrarono a far parte del raggruppamento parlamentari provenienti da altre formazioni politiche nazionali (come il partito Social Democratico Portoghese). Nel 1994 si decise di cambiare ancora una volta: nasceva il Gruppo del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (denominazione mantenuta fino al 2009). Da ricordare, in questi anni, l’entrata nel gruppo dei Liberal Democratici inglesi, partito che negli ultimi anni ha acquisito una notevole centralità al di là della Manica[2]. Infine, nel 2009, l’ultimo cambiamento. In seguito alla formazione di un unico gruppo assieme ai parlamentari del Partito Democratico Europeo si arrivò alla costituzione del Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa.

 Questi cambiamenti di denominazione sono anche stati influenzati dall’entrata nel gruppo parlamentare di molti partiti variamente classificabili come “liberali”. Com’è noto, l’aggettivo “liberale” può essere variamente declinato (si pensi alla differenza tra liberalismo sociale o liberal-conservatorismo) ed anche utilizzato da varie parti politiche.

Parafrasando quanto sostenuto da alcuni autori in merito al Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (si veda ad esempio Ladrech 2006, 494), nel gruppo liberaldemocratico al PE è presente un’eterogeneità maggiore rispetto a quella esistente nel gruppo del PSE o del PPE. La flessibilità della parola “liberale” può essere un’utile chiave di lettura per cercare di capire questo fenomeno. Solo per citare alcuni casi interessanti di partiti che hanno fatto (o fanno) parte del gruppo liberaldemocratico al PE (quindi implicitamente ammettendo di essere “liberali”), ricordiamo il moderato Partito Repubblicano Italiano e il conservatore Partito Liberale Italiano (che, a dispetto del nome, nella Prima Repubblica era in alcuni casi più a destra della Democrazia Cristiana), i Liberal Democratici inglesi e il Partito Nazionalista Basco, la post-democristiana Margherita[3] e gli anticlericali Radicali Italiani.

 Nonostante queste trasformazioni e differenze, i liberaldemocratici hanno sempre rappresentato una forza non indifferente nel Parlamento Europeo. Alle ultime elezioni europee hanno ottenuto più di 80 seggi (con un importante contributo dei Liberal Democratici inglesi e dei Liberali tedeschi, che insieme hanno ottenuto 24 seggi, ovvero circa il 30% del totale). Non proprio un pessimo risultato per uno schieramento che ambisce a rappresentare un’alternativa ai socialisti e ai popolari.

 Figura 1 – Risultati elettorali dei liberaldemocratici. Percentuale di seggi nel Parlamento Europeo, 1979-2009

  

Come si nota dal grafico, le performance elettorali dei liberaldemocratici seguono un andamento altalenante. Un indebolimento nel 1984 è seguito da un rafforzamento del partito nel 1989. Nel 1994 il partito vede ridursi la propria rappresentanza parlamentare, mentre il 1999 e, soprattutto, il 2004, rappresentano due elezioni molto positive per i liberaldemocratici. Dopo le elezioni europee del 2004, infatti, il gruppo liberaldemocratico ottiene la massima percentuale di seggi finora raggiunta al Parlamento Europeo: il 12%. Questo trend si interrompe quando il gruppo si indebolisce, perdendo vari parlamentari, in seguito alle elezioni europee del 2009. Tuttavia, analizzando i risultati delle elezioni europee dal 1979 al 2009, si nota come i liberaldemocratici siano riusciti a sopravvivere a molte trasformazioni e cambiamenti (come il progressivo allargamento dell’Unione Europea) mantenendo un certo consenso elettorale nel corso degli anni. Ciò appare ancora più evidente dalle performance alle urne dei partiti liberaldemocratici nei singoli paesi europei.

 Tabella 1 – Risultati elettorali dei partiti liberaldemocratici nei paesi membri in percentuale,1979-2009

 

Analizzando la tabella, si nota come il sostegno ai partiti liberaldemocratici sia considerevole in alcuni paesi (Belgio, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Slovenia e Svezia) e altalenante in altri (Lussemburgo, Regno Unito, Slovacchia, Ungheria). L’Italia, come spiegato in una nota a margine, è un caso a parte, visto che hanno fatto parte dei gruppi parlamentari liberaldemocratici partiti molto diversi tra di loro, come il PRI, il PLI, la Margherita e l’Italia dei Valori, e questo è riflesso nelle performance elettorali dei liberaldemocratici nel nostro paese, molto variabili e soggetti a forti cambiamenti.

 Tabella 2 – Elenco dei partiti membri dell’ALDE alla vigilia delle elezioni europee del 2014

L’ALDE ha pubblicato sul proprio sito (http://www.alde.eu) le cinque priorità a cui si ispira per la propria azione: la lotta alle discriminazioni e la difesa dei diritti civili; una spinta verso un’economia green, in modo da affrontare i cambiamenti climatici; una più efficace azione dell’UE nel mondo, specialmente nel campo della promozione della democrazia; una riforma del bilancio europeo e la contemporanea difesa della “rettitudine fiscale” (ad esempio, difesa del patto di stabilità); una forte e comune regolazione dei mercati finanziari europei, accompagnata da una nuova governance economica a cura della Commissione Europea.

 Le prossime elezioni europee rappresentano una sfida importantissima per i liberaldemocratici europei. Da una parte la diffusa sfiducia verso le politiche di austerità euro-tedesche potrebbero favorire, in molti paesi europei, i partiti estremisti e le liste ad essi collegate (come le forze della sinistra europea  o gli euroscettici di destra). Dall’altra, i sondaggi sembrano indicare che alcuni partiti dell’ALDE (Liberal Democratici inglesi, FDP tedesco, Italia dei Valori) potrebbero perdere non pochi voti rispetto alle elezioni europee del 2009. A Maggio scopriremo se il ridimensionamento dell’ALDE nel Parlamento Europeo rimarrà una pessimistica previsione o se, invece, diventerà reale.

 


[1] Userò questo termine per comodità di lettura, in modo da evitare di appesantire il testo con continui riferimenti al nome che il gruppo ha assunto in un determinato anno o durante una specifica legislatura del Parlamento Europeo.

[2] Dal 2010, infatti, è al governo assieme ai Conservatori, rarissimo caso di un governo di coalizione nel Regno Unito in tempo di pace. I Liberal Democratici sono nati alla fine degli anni ’80 dalla fusione tra il Partito Liberale e il Partito Social Democratico (a sua volta formatosi da una scissione dal Partito Laburista). Per un’analisi di questi cambiamenti e del partito Liberal Democratico inglese si veda Webb [2000].

[3] Che come si ricorderà era nata dall’unione di vari partiti postdemocristiani, non liberali o liberaldemocratici. Per un’analisi organizzativa della Margherita si veda Baccetti [2007].

Bruno Marino è PhD Student in Political Science and Sociology presso l’Istituto di Scienze Umane e Sociali della Scuola Normale Superiore di Pisa. I suoi interessi di ricerca comprendono partiti e sistemi di partito in prospettiva comparata (selezione dei candidati e dei leader, cambiamento organizzativo, democrazia all’interno dei partiti), teoria democratica e comportamento elettorale. Ha contribuito alla realizzazione del Dossier CISE 6 (Le Elezioni Europee 2014).