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di Vincenzo Emanuele e Nicola Maggini

Il primo dato di cui tenere conto per analizzare l’esito di queste elezioni amministrative è, come sempre, quello relativo alla partecipazione elettorale. Osservando i 132[1] comuni capoluogo al voto, l’affluenza è stata del 60%, in calo di oltre 5 punti rispetto alle precedenti comunali (vedi Tabella 1). Disaggregando questo dato tra le diverse zone geopolitiche,[2] notiamo un calo molto forte al Nord e nella Zona Rossa rispetto alle precedenti comunali (-10 punti) e una sostanziale stabilità al Sud (-2 punti). Il dato però è influenzato dal fatto che il solo comune di Roma pesa di più di tutto il resto del Sud. Infatti notiamo che scorporando il dato della capitale, in cui la partecipazione è stata del 56,2%, l’interpretazione cambia. Il Sud esclusa Roma partecipa nettamente più che nel resto del Paese (65,2%), ma l’affluenza è in calo di sei punti. Interessante notare il fatto che, rispetto alle elezioni europee di due anni fa, c’è stata una diminuzione dei votanti al Nord (-3,7 punti) e nella Zona Rossa (-2,8 punti), mentre si è registrato un netto incremento al Sud (+19 punti, sempre escludendo Roma), trainando così il dato nazionale complessivo (+5,9 punti). Questo dato dimostra in modo lampante la peculiarità delle elezioni comunali, dove il voto personale (espresso tramite lo strumento del voto di preferenza) è molto importante, soprattutto nel contesto meridionale, in contrasto invece con il voto delle elezioni europee dove pesa di più il voto di opinione e le logiche politiche nazionali.

Tab. 1 – Riepilogo dell’affluenza nei 132 comuni superiori al voto e confronto con le elezioni precedenti

affluenza 132

 

In linea con le precedenti comunali, la disaggregazione per dimensione demografica[3] dei comuni rivela che la partecipazione è inversamente proporzionale alla grandezza delle città. Nei comuni compresi tra 15 e 50.000 abitanti ha votato in media il 66,4% degli elettori, contro appena il 55,9% delle cinque maggiori città.

Al contrario, analizzando il dato per le ultime elezioni politiche ed europee, la dimensione demografica non aveva alcuna influenza sulla partecipazione elettorale. Infatti nei comuni medio-piccoli la partecipazione al voto era praticamente identica a quella delle grandi città.  Questo dimostra il fatto che le comunali sono molto sentite nei comuni più piccoli, soprattutto al Sud. Una delle possibili interpretazioni di questi dati sull’affluenza alle urne potrebbe riguardare la capacità del M5S, laddove presente, di incrementare la partecipazione mobilitando parte dell’elettorato deluso dalla politica. I dati ci mostrano che non è così. Infatti, nei 107 comuni su 132 in cui è presente, la partecipazione è stata del 59,3% contro il 65,7% dei 25 comuni superiori in cui la lista del M5S è assente. Anche un’altra variabile poteva avere un’influenza sulla partecipazione al voto: ci saremmo aspettati, cioè, una partecipazione più alta nei comuni la cui ultima consiliatura è andata a scadenza naturale, rispetto a quei comuni in cui per problemi politici o giudiziari la giunta è caduta e si è andati ad elezioni anticipate. Anche questa ipotesi è smentita dai dati. La partecipazione risulta infatti praticamente la stessa nei due gruppi, ossia del 60,4% nei 103 comuni che hanno votato nel 2011 e del 59,4% nei 29 comuni che non sono andati a scadenza naturale.

In generale, comunque, quello registrato alle recenti comunali non è stato un crollo dell’affluenza, ma un  calo tutto sommato ‘fisiologico’, in linea con i trend generali degli ultimi anni.

Disaggregando il dato nei 24 comuni capoluogo[4] al voto, l’affluenza è stata inferiore rispetto al dato complessivo dei comuni non capoluogo (57,6%, in calo di quasi cinque punti). Spicca il dato di alcuni comuni del Sud, con partecipazione superiore al 70%: Benevento, Cosenza, Crotone, Caserta, Latina. Al contrario la partecipazione è stata molto bassa a Roma (56%), Milano (55%), Napoli (54%) e Trieste (57%). Curiosamente, proprio Roma è l’unico capoluogo in cui la partecipazione cresce rispetto alle precedenti comunali (+3,3), mentre è in forte calo a Milano (13 punti), Cagliari, Olbia e Bologna (-12 punti circa).

 

Tab. 2 – Affluenza nei 24 comuni capoluogo al voto e confronto con le precedenti comunali

affluenza 24 capoluoghi

Oltre all’affluenza, l’altro elemento da cui partire per fornire una prima disamina del voto (in attesa di conoscere i risultati aggregati definitivi dei voti ai partiti) è quello relativo ai conteggi delle vittorie e delle sfide al ballottaggio nei 132 comuni superiori. Interpretare un voto come quello delle amministrative non è semplice, giacché non sono chiari i termini di confronto, tanto che spesso accade che tutti i partiti dichiarano di aver vinto. Un buon metodo di lavoro è quello di guardare prima di tutto alla situazione di partenza (vedi Tabella 3). Su 132 comuni superiori, il centrosinistra (ossia le coalizioni guidate dal PD) ne governava 84, contro i 29 del centrodestra (ossia le coalizioni guidate dal PDL/Forza Italia).  Era questa la fotografia di un’Italia ancora sostanzialmente bipolare (meno del 15% dei comuni erano governati da sindaci sostenuti da altre coalizioni diverse dalle due principali), nella quale il centrosinistra tradizionale (quello ‘modello di Vasto’ PD-SEL-IDV) risultava in largo vantaggio nei confronti di un centrodestra berlusconiano che iniziava allora il suo declino elettorale, mentre il M5S era ancora un attore politico marginale[5].

Tab. 3 – Riepilogo dei vincitori e delle presenze al ballottaggio nei 132 comuni superiori

conteggi 2016

Passando all’analisi di queste comunali, bisogna quindi tenere conto del fatto che oggi il contesto politico generale è completamente mutato rispetto ad allora. Il primo dato che emerge è il dimezzamento dei comuni vinti al primo turno: sono solo 21 su 132 contro 40 delle ultime comunali. Questo è un indice della trasformazione in senso tripolare del sistema partitico italiano (D’Alimonte, Di Virgilio, Maggini 2013; Chiaramonte e Emanuele 2014), nonché della frammentazione dell’offerta e del voto in queste comunali[6].

Nei comuni già assegnati prevale il centrosinistra (11) sul centrodestra (7). Due comuni sono vinti da liste civiche e uno dalla Lega (‘Destra’).

Per quanto concerne le sfide ai ballottaggi, il PD si giocherà la conquista del comune in 84 delle rimanenti 111 città (48 da primo); il centrodestra in 55 (24 da primo); il M5S in 19 (6 da primo); le coalizioni di liste civiche in 28 (12 da prime); e infine coalizioni di destra (ossia comprendenti Lega e/o FDI ma senza Forza Italia) in 13 (10 da prime).

Interessanti le sfide ai ballottaggi (vedi Tabella 4): in 42 città su 111 ci sarà la tradizionale sfida in stile Seconda Repubblica tra centrosinistra a guida PD e centrodestra a guida Forza Italia. La partita in stile Roma tra centrosinistra e M5S ci sarà invece soltanto in 11 città (il 10% dei comuni). Infine, più frequente sarà la sfida fra centrosinistra e civiche (13 città), mentre ci sarà un ballottaggio fra centrodestra e M5S solamente in due città.

Tab. 4 – Riepilogo delle sfide tra prima e seconda coalizione nei 111 comuni superiori al ballottaggio

conteggi sfide ballottaggi

Esaminando nel dettaglio i risultati nei comuni capoluogo, notiamo che al primo turno sono stati assegnati soltanto quattro comuni, di cui tre al centrosinistra (Rimini, Cagliari e Salerno) e uno al centrodestra (Cosenza). In tutti e quattro i comuni si riconferma l’amministrazione uscente, sebbene a Rimini e Salerno con un sindaco diverso da quello che ha governato la città negli ultimi anni. In totale, come emerge dalla Tabella 5, erano presenti otto incumbent: sei di centrosinistra, uno di sinistra e uno di centrodestra. Di questi, due sono riconfermati al primo turno: si tratta di Zedda a Cagliari e Occhiuto a Cosenza. In altri quattro casi (Torino, Bologna, Napoli e Carbonia) si andrà al ballottaggio con il sindaco uscente piazzato in prima posizione. A Trieste e Novara, invece, i due sindaci democratici, Cosolini e Ballaré andranno al ballottaggio da inseguitori, contro coalizioni rispettivamente di centrodestra e di destra.

Nei 20 capoluoghi che andranno al ballottaggio, il PD si conferma la forza politica più presente: correrà in 17 ballottaggi, dei quali 10 da primo. Il centrodestra segue con 13 presenze di cui 5 primi posti. Decisamente meno presente il M5S che si giocherà la vittoria solo a Roma (da primo), a Torino e a Carbonia. Sorprendente per certi versi è il risultato delle coalizioni di destra formate da Lega Nord e Fratelli d’Italia: sono prime in tre comuni (Novara, Latina e Isernia). Completano il quadro dei ballottaggi una coalizione di sinistra (per De Magistris) a Napoli, una di centro a Crotone (comprendente l’UDC), una coalizione di liste civiche a Latina e una coalizione guidata dal movimento di Fitto ‘Conservatori e Riformisti’ a Brindisi.

Tab. 5 – Dettaglio dei vincitori e delle sfide al ballottaggio nei comuni capoluogo

Comuni capoluogo

 

Tutte queste considerazioni spingono verso una interpretazione prudente del voto. Certamente spiccano risultati eclatanti come quello di Roma per il M5S ed emergono chiare difficoltà del PD, soprattutto a Napoli ma in parte anche in roccaforti storiche come Torino e Bologna. Però allargando lo sguardo dalle città più grandi, nei confronti delle quali c’è stata maggiore attenzione mediatica, all’insieme dei comuni superiori, il quadro di analisi appare molto variegato ed è difficile trarne una lettura uniforme in chiave nazionale. Basti pensare che il M5S che pure, come si è detto, ottiene un risultato storico a Roma e un altro molto positivo a Torino, tuttavia fatica ancora ad emergere nel resto dei comuni come potenziale alternativa di governo; anzi, da questo punto di vista, il centrodestra, quando è unito, rimane ancora un polo più competitivo.

Domenica 5 giugno si è giocato solo il primo tempo di una partita i cui i veri vincitori si scopriranno ai ballottaggi del 19 giugno.

 

Riferimenti bibliografici

Chiaramonte, A. and Emanuele, V. (2014), ‘Bipolarismo Addio? Il Sistema Partitico tra Cambiamento e De-Istituzionalizzazione’, in A. Chiaramonte and L. De Sio (eds.), Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013, Bologna, Il Mulino, pp. 233-262.

Corbetta P., Parisi, A. e Schadee, H. (1988), Elezioni in Italia. Struttura e tipologia delle consultazioni politiche, Bologna, Il Mulino.

D’Alimonte, R., Di Virgilio, A. e Maggini, N. (2013), ‘I risultati elettorali: bipolarismo addio?’, in ITANES (a cura di), Voto amaro. Disincanto e crisi economica nelle elezioni del 2013, Bologna, Il Mulino, pp. 17-32.

Emanuele V. (2011), ‘Riscoprire il territorio: dimensione demografica dei comuni e comportamento elettorale in Italia’, in Meridiana – Rivista di Storia e Scienze Sociali, 70, pp. 115-148.

Emanuele, V., (2013), ‘Il voto ai partiti nei comuni: La Lega è rintanata nei piccoli centri, nelle grandi città vince il Pd’, in De Sio, L., Cataldi, C. e De Lucia, F. (a cura di), Le Elezioni Politiche 2013, Dossier Cise (4), Rome, CISE, pp. 83-88.

Emanuele, V. Marino, B. e Martocchia, N. (2016), ‘Comunali 2016, l’analisi dell’offerta politica nei comuni capoluogo’, /cise/2016/05/15/comunali-2016-lanalisi-dellofferta-politica-nei-comuni-capoluogo/.

Maggini, N. e De Lucia, F. (2014), ‘Un successo a 5 stelle’, in A. Chiaramonte and L. De Sio (a cura di), Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013, Bologna, Il Mulino, pp. 173-201.

[1] Sono esclusi dall’analisi i sei comuni siciliani con popolazione compresa tra i 10 e i 15.000 abitanti e altri 11 comuni superiori ai 15.000 abitanti (Altopascio, Anguillara Sabazia, Bovolone, Bracciano, Caravaggio, Caronno Petrusella, Cirò Marina, Codogno, Corbetta, Laterza, Rocca Di Papa) per i quali non è possibile fare un raffronto perché alle precedenti elezioni comunali votavano in un turno unico e con regole elettorali diverse in quanto inferiori ai 15.000 abitanti.

[2] Sul concetto di zone geopolitiche e le diverse classificazioni proposte, vedi Corbetta, Parisi e Schadee (1988), Diamanti (2009), Chiaramonte e De Sio (2014).

[3] Per un’analisi del rapporto tra dimensione demografica dei comuni e comportamento elettorale in Italia vedi Emanuele (2012; 2013).

[4] Il comune di Villacidro è stato escluso dall’analisi in quanto inferiore ai 15.000 abitanti.

[5] Per una storia elettorale del M5S si veda Maggini e De Lucia (2014).

[6] Vedi Emanuele, Marino, Martocchia (2016) /cise/2016/05/15/comunali-2016-lanalisi-dellofferta-politica-nei-comuni-capoluogo/.

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Vincenzo Emanuele (1986) è post-doctoral fellow presso la LUISS Guido Carli di Roma dove insegna il corso di Italian Political System. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze con una tesi sul processo di nazionalizzazione del voto in Europa occidentale e le sue possibili determinanti. La sua tesi ha recentemente vinto il Premio ‘Enrico Melchionda’ conferita alle tesi di dottorato in Scienze Politiche discusse nel triennio 2012-2014 e il Premio ‘Celso Ghini’ come miglior tesi di dottorato in materia elettorale del biennio 2013-2014. Ha pubblicato articoli su Party Politics, Italian Political Science Review, Contemporary Italian Politics, Meridiana - Rivista di Storia e Scienze Sociali e Quaderni dell’Osservatorio Elettorale. È inoltre co-autore di capitoli in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014), Il PD secondo Matteo (BUP 2014), Perdere vincendo (Franco Angeli 2013), Le primarie da vicino (Epoké 2013). Ha curato (con Lorenzo De Sio) il Dossier CISE 3 (Un anno di elezioni verso le politiche 2013, CISE, 2013) e (con Lorenzo De Sio e Nicola Maggini) il Dossier CISE 6 (Le Elezioni Europee 2014, CISE 2014), e l'e-book The European Parliament Elections of 2014 (CISE 2014). Con Lorenzo De Sio, Nicola Maggini e Aldo Paparo ha curato l'e-booke The Italian General Election of 2013. A dangerous stalemate? (CISE 2013). Infine, è autore di diverse note di ricerca pubblicate nella serie dei Dossier CISE.