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Rispetto alle regionali di cinque anni orsono le gerarchie in Lombardia si sono ribaltate. Non era in discussione una vittoria della coalizione del centro-destra, nonostante il governatore uscente della Regione, Roberto Maroni (Lega) abbia deciso a sorpresa di non ricandidarsi dopo essere entrato in rotta di collisione con la Lega a trazione nazionale e non più nordista. Erano però in discussione sia l’entità della vittoria sia la gerarchia tra i due partiti del centro-destra. In questo senso l’esito del voto nazionale si è riflesso sulla tornata regionale: la Lega esce trionfalmente dalle consultazioni con il proprio candidato – Attilio Fontana – eletto governatore, mentre Forza Italia e come vedremo, il Partito Democratico ne escono ridimensionati. Un discorso a parte meritano invece le sorti del Movimento 5 Stelle.

Partiamo dall’affluenza che, come il CISE ha già segnato per il voto nazionale, è stata buona rispetto alle fosche previsioni pre-elettorali (73,1%): in calo significativo rispetto alle elezioni politiche del 2013 (79,6%), ma solo leggermente più bassa rispetto alle precedenti elezioni regionali (76,7%).

Il primo dato inequivocabile di queste elezioni è la vittoria della Lega: nel 2013 il partito di Salvini aveva raccolto poco più di 700.000 voti ed era il quarto partito, dopo PD, Forza Italia/Pdl e Movimento 5 Stelle; cinque anni dopo ne ha 1,5 milioni (+111%) ed è saldamente il primo partito (29,64%). Né i problemi interni, come la già citata rottura di Maroni, né la tiepidezza di Salvini di fronte al Referendum sull’autonomia Lombardo-Veneta hanno scalfito minimamente il partito di Salvini. Seppure all’inizio i media nazionali avevano sottolineato la relativa debolezza del candidato leghista (certamente non aiutato dall’improvvida uscita sulla difesa della “razza bianca”), gli elettori hanno premiato il nuovo corso “lepenista” della Lega, ormai pienamente integrato nella famiglia partitica dei partiti di destra-radicale in Europa. Qualche decade orsono la Lega diffondeva manifesti anti-Le Pen e contro il fascismo centralizzatore di Roma: ormai l’anti-meridionalismo e l’anti-centralismo sembrano spariti dai radar ideologici di Matteo Salvini; questa rivoluzione “filo-nazionalista” lungi dal penalizzare il partito in una delle culle dell’indipendentismo leghista, ha segnato una vittoria senza appello per gli altri partiti del centro-destra.

Il secondo dato è la retrocessione di Forza Italia a sparring partner della Lega e la (parziale) marginalizzazione del Partito Democratico. Sul PD, le analisi della sconfitta elettorale a livello nazionale già abbondano; a Milano, la coalizione di centrosinistra ha ottenuto invece risultati comparativamente più incoraggianti. Le buone notizie però finiscono qui: Giorgio Gori è lontano venti punti percentuali dalla coalizione di centro destra. Il PD è fermo al 19,24% rispetto al 25,3% delle regionali del 2013 e il 25,6% delle politiche dello stesso anno. La affluenza simile tra le due regionali permette, come per la Lega, anche una comparazione di voti in termini assoluti: rispetto al 2013 il PD perde più di 360.000 voti (-35,7%). Includendo la Lista Gori Presidente che ha ottenuto il 3,02%, la situazione migliora leggermente, ma certo non cambia l’analisi complessiva, anche perché nel 2013 la lista “Con Ambrosoli presidente – Patto Civico” aveva ottenuto un lusinghiero 7,03% e ben 4 seggi. Il sindaco di Bergamo, passato in Fininvest alla corte di Berlusconi, chiamato all’improba prova di arginare il centro-destra grazie al suo background moderato e centrista, non ha trainato il PD. Né la scelta di Liberi e Uguali di correre da solo – a contrario del caso laziale – ha inciso: il 2,12% di lista e l’1,93% del proprio candidato (Onorio Rosati), dimostrano una scarsissima penetrazione della sinistra in terra lombarda.
Ancora meno rosea, se possibile, la situazione in casa Forza Italia. Il partito di Berlusconi, come del resto a livello nazionale, ha perso definitivamente la leadership della Lombardia: nel 2013, pur avendo sostenuto un candidato leghista, poteva ancora contare sulla propria preminenza in termini assoluti sulla Lega. Cinque anni dopo, FI ha perso più di 155.000 voti (-20,5%) ed è distante in termini assoluti 800.000 voti dalla Lega. In 8 anni (elezioni regionali 2010), FI ha dilapidato 600.000 voti. Lungi dall’essere il rappresentante del capitalismo lombardo, FI dopo queste elezioni si ritrova ad essere uno sparring partner della Lega che, con questi risultati, sarebbe autosufficiente. FI è ora il quarto partito: potenzialmente non più fondamentale per il centro-destra. La fagocitazione di Salvini ai danni di Berlusconi, seppur non possibile a livello nazionale data la scarsa penetrazione leghista al Sud, in Lombardia sembra essere per ora un fatto acquisito.

E il Movimento 5 Stelle? La storica scarsa penetrazione al Nord si è riflessa in parte anche a queste elezioni: il M5S è un partito dalla forte trazione sudista, specie dopo il quasi cappotto agli uninominali in meridione. Il proprio candidato – Dario Violi – si ferma al 17,36%, mentre il risultato di lista è leggermente migliore (17,8%); la Lega quindi è ancora molto distante. Tuttavia, tanto in prospettiva comparativa (rispetto agli altri partiti) quanto in una diacronica (precedenti elezioni), non si può parlare di sconfitta tout court. Il M5S ha ridotto il proprio distacco rispetto al PD a 1,44 punti percentuali (erano undici alle regionali del 2013) ed ha effettuato il sorpasso su Forza Italia. Non solo, in termini assoluti ha aumentato i propri voti (+156 mila voti, pari al 16,8%). Certamente, non è ancora un contender credibile per il centro-destra, ma sicuramente il M5S ha acquisito un peso specifico diverso anche al Nord. Per la leadership nazionale il Nord rimane un tabù, ma pensare ad uno stravolgimento (in positivo) maggiore rispetto a quello ottenuto, in un’area dove la Lega spopola, sarebbe utopistico.

Tab. 1 – I risultati elettorali del 2018 in Lombardia, confronto con il 2013 (clicca per ingrandire)lomb

Le elezioni in Lombardia, in conclusione, certificano l’ottimo stato di salute di cui gode il partito di Salvini e forniscono un’ulteriore prova delle difficoltà di Forza Italia e del Partito Democratico, i veri sconfitti di questa tornata elettorale, sia a livello nazionale sia in Lombardia. Il M5S partiva da un deficit strutturale evidente: non è riuscito ad invertire radicalmente la rotta, ma considerata la scarsa penetrazione e il forte competitor anti-establishment non può che essere moderatamente soddisfatto del proprio risultato.

Riferimenti bibliografici

Paparo, A., e Maggini, N. (2013), ‘Le elezioni in Lombardia’, in De Sio, L., Cataldi, M., e De Lucia, F. (a cura di), Le Elezioni Politiche 2013, Dossier CISE(4), Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 157-160.


NOTA: Nella parte superiore della tabella sono presentati i risultati al proporzionale; nella parte inferiore si usano i risultati maggioritari (per le regionali).

Sinistra è la somma dei risultati ottenuti da candidati (regionali) o partiti (politiche) di sinistra ma non in coalizione con il PD;

il Centro-sinistra somma candidati (regionali) del PD o le coalizioni (politiche) con il PD;

Il Centro è formato da candidati (regionali) o coalizioni (politiche) sostenuti o contenenti almeno uno fra NCI, UDC, NCD, FLI, SC;

il Centro-destra somma candidati (regionali) sostenuti da FI (o PDL) o coalizioni (politiche) contenenti FI (o PDL);

la Destra è la somma di candidati (regionali) sostenuti, contro FI/PDL, da Lega, FDI, La Destra, FN, FT, CasaPound, o coalizioni (politiche) contenenti almeno uno di questi.

Criteri per l’assegnazione di un candidato a un polo: se un candidato è sostenuto dal PD o dal PDL (o FI) è attribuito al centro-sinistra e al centro-destra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno. Se un candidato è sostenuto solo da liste civiche è un candidato civico. Se una coalizione è mista civiche-partiti, questi trascinano il candidato nel loro proprio polo se valgono almeno il 10% della coalizione, altrimenti il candidato resta civico. Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo PD e PDL che hanno la priorità), si valuta il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).