SHARE

Nella costante ricerca di immagine evocative per descrivere i fenomeni politici, avevamo parlato di ‘terremoto elettorale’ (Chiaramonte e De Sio 2014) in occasione delle elezioni del 2013. Pochi giorni fa, commentando il voto del 4 marzo, abbiamo parlato di ‘onda sismica’, espressione che, ricollegandosi a quanto accaduto nel 2013, enfatizza la persistenza di dinamiche di cambiamento elettorale per certi versi imprevedibili alla vigilia del voto. Ebbene, rimanendo sulla stessa falsariga, come dovremmo definire il cambiamento avvenuto tra il 2008 e il 2018 se non parlando di una vera e propria apocalisse del voto moderato?

Confrontare i risultati elettorali è un esercizio utile, ma solitamente ci si concentra su elezioni consecutive, la cui comparazione è ad esempio la base per il calcolo di indicatori di cambiamento come la volatilità elettorale. Eppure stavolta risulta particolarmente utile focalizzarci sul cambiamento avvenuto tra il 2008 e il 2018. Il 2008 rappresenta infatti un metro di paragone importante per dare conto dei cambiamenti avvenuti. Si tratta dell’ultima elezione politica avvenuta prima dell’avvento della crisi economica (che sarebbe scoppiata quello stesso autunno con il crollo della Lehman Brothers) e della nascita del Movimento Cinque Stelle (che sarebbe nato l’anno successivo). Le politiche del 2008 furono, in sintesi, le ultime elezioni pre-crisi e con uno scenario ancora ‘classico’ della Seconda Repubblica: una dinamica bipolare, basata sulla competizione tra due coalizioni concorrenti strutturate attorno a due grandi partiti, il Pdl e il Pd. Attorno a questa dinamica principale, altri attori competevano per ottenere rappresentanza in Parlamento: una sinistra radicale (la Sinistra Arcobaleno), un centro (l’Udc di Casini), una destra radicale (La Destra di Storace).

Cosa è successo da allora? Per capirlo abbiamo messo a confronto i valori assoluti delle diverse aree politiche nel 2008 e nel 2018. Come vediamo nella Tabella 1, pur con tutti i limiti di una comparazione a 10 anni di distanza – un tempo che non sarebbe stato considerato lunghissimo nella Prima Repubblica ma che appare lungo come un’era geologica nello scenario iper-volatile della politica italiana attuale – i risultati sono impressionanti.

Tabella 1 – La forza elettorale delle principali aree politiche, Camera (2008-2018)

confronto 2008-2018

Fonte: Nostre elaborazioni su dati del Ministero dell’Interno.
Nota: Sinistra radicale 2008: Sinistra arcobaleno, Partito Comunista dei Lavoratori, Sinistra Critica; 2018: LEU, Potere al popolo, Partito Comunista, Sinistra rivoluzionaria. Centrosinistra 2008: PD, Italia dei Valori, Partito Socialista; 2018: PD, Più Europa, Insieme, Civica Popolare. Centro 2008: UDC. Destra moderata 2008: PDL, MPA; 2018: Forza Italia, Noi con l’Italia. Destra radicale 2008: Lega Nord, La Destra, Forza Nuova; 2018: Lega, Fratelli d’Italia, Casapound Italia, Italia agli italiani.
Fonte: Nostre elaborazioni su dati del Ministero dell’Interno.

I partiti mainstream, quelle forze politiche che a livello europeo fanno parte dei gruppi popolare, socialista e liberal-democratico (ossia il PPE, il PSE e l’ALDE) hanno perso in 10 anni quasi 18 milioni di voti. Nel 2008 valevano poco più di 30 milioni di voti, circa l’83% dei voti validi, oggi sono ridotti ad appena 12,3 milioni di voti. In questi anni il centro si è svuotato e non esiste più. Il centrosinistra ha perso quasi 7 milioni di voti, la destra addirittura 9. Una vera e propria apocalisse del voto moderato e filo-europeo.

Questi 18 milioni di elettori in movimento (circa la metà dei voti validi delle elezioni del 2008) si sono così suddivisi: il 60% circa è andato al M5S, il 20% è andato a riempire le fila della ‘destra radicale’ (o ‘sovranista’), mentre il restante 20% è finito nell’astensione. La sinistra radicale è invece rimasta più o meno costante, poco sopra il milione e mezzo di voti.

Questi dati ci fanno capire che non si tratta solo di volatilità, è stato letteralmente capovolto il sistema. Il baricentro moderato, europeista, mainstream è saltato: il centrosinistra a guida PD ha dimezzato i voti (da 14 a 7 milioni) e la destra moderata a guida Forza Italia è stata sfidata e battuta dalla destra anti-establishment. Basti pensare che nel centrodestra del 2008 il rapporto tra forze moderate e radicali era di 3,5 a 1 a favore delle prime, oggi invece è di 1,5 a 1 a favore delle seconde.

Nel complesso, il rapporto tra forze mainstream e forze anti-establishment era di 5,5 a 1 dieci anni fa (30 milioni contro 5,5 milioni). Oggi la situazione si è ribaltata: i partiti mainstream si sono ridotti a 12 milioni, mentre i partiti anti-establishment sono balzati a quasi 20 milioni di voti (il rapporto è quindi di circa 0,6 a 1).

Resta da vedere come verrà usato questo enorme capitale politico che si è trasferito dai partiti tradizionali verso la Lega e soprattutto il M5S. Dalle scelte che Salvini e soprattutto Di Maio faranno nelle prossime settimane dipenderà non solo il futuro della legislatura ma l’intero equilibrio del sistema politico italiano e la sua eventuale scomposizione e ricomposizione.

SHARE
PrecedenteAnche a Padova la Lega ruba a Berlusconi e M5S (stabile con gli ingressi da Bersani)
SuccessivoA Rimini non tiene neanche il Muro di Arcore: la Lega prende direttamente al centrosinistra
Vincenzo Emanuele (1986) è post-doctoral fellow presso la LUISS Guido Carli di Roma dove insegna il corso di Italian Political System. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze con una tesi sul processo di nazionalizzazione del voto in Europa occidentale e le sue possibili determinanti. La sua tesi ha recentemente vinto il Premio ‘Enrico Melchionda’ conferita alle tesi di dottorato in Scienze Politiche discusse nel triennio 2012-2014 e il Premio ‘Celso Ghini’ come miglior tesi di dottorato in materia elettorale del biennio 2013-2014. Ha pubblicato articoli su Party Politics, Italian Political Science Review, Contemporary Italian Politics, Meridiana - Rivista di Storia e Scienze Sociali e Quaderni dell’Osservatorio Elettorale. È inoltre co-autore di capitoli in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014), Il PD secondo Matteo (BUP 2014), Perdere vincendo (Franco Angeli 2013), Le primarie da vicino (Epoké 2013). Ha curato (con Lorenzo De Sio) il Dossier CISE 3 (Un anno di elezioni verso le politiche 2013, CISE, 2013) e (con Lorenzo De Sio e Nicola Maggini) il Dossier CISE 6 (Le Elezioni Europee 2014, CISE 2014), e l'e-book The European Parliament Elections of 2014 (CISE 2014). Con Lorenzo De Sio, Nicola Maggini e Aldo Paparo ha curato l'e-booke The Italian General Election of 2013. A dangerous stalemate? (CISE 2013). Infine, è autore di diverse note di ricerca pubblicate nella serie dei Dossier CISE.