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Le elezioni per il rinnovo dei consigli autonomi delle province di Trento e Bolzano e, contestualmente, del consiglio regionale hanno prodotto risultati in linea con i risultati delle scorse politiche, ma che certificano un mutamento per così dire “storico” dei sistemi politici. Come già ribadito nel precedente articolo (Carrieri e Paparo 2018) su questa tornata elettorale, la provincia di Trento si è caratterizzata per un’egemonia del centrosinistra durante la fase bipolare (1994-2008), mentre a Bolzano il partito egemone è stato da sempre l’SVP, al di sotto della maggioranza assoluta dei voti per la prima volta solo nel 2013. Rispetto però alle previsioni più fosche, tuttavia, il partito di Arno Kompatscher rimane oltre il 40% (41,9%) perdendo però il 3,8% rispetto al 2013 e il 6,9% rispetto alle ultime politiche. Seguendo anche le prescrizioni della legge elettorale, all’SVP servirà un accordo con altre forze politiche (italiane) per garantirsi la maggioranza assoluta nella provincia: nel 2013 l’alleato era stato il PD, con cui l’SVP si è alleato per le elezioni 2018. Per i prossimi cinque anni, tuttavia, il solo seggio conquistato dal PD non basterà più.
Nella provincia di Trento, invece, la scossa al sistema politico può definirsi tellurica guardando al 2013, mentre è in linea con i risultati delle elezioni di marzo: il centrodestra guidato dal sottosegretario Maurizio Fugatti (46,7%) è la coalizione vincente, con la Lega ad avere la preminenza e Forza Italia relegata al ruolo di junior partner insieme agli altri alleati. Una nuova sconfitta, invece, per il PD che, pur rimanendo il secondo partito, amplia a 13,2 punti il distacco con la Lega, perdendo rispetto al 2013 8,3 punti percentuali (-5,6 rispetto alle politiche 2018). Il centrosinistra nel suo complesso è staccato di oltre venti punti dal centrodestra, mentre cinque anni orsono aveva raccolto quasi il 60% dei voti.
Vediamo nel dettaglio i risultati delle due province, in modo da fornire un quadro più dettagliato di queste elezioni.

Alto Adige: l’SVP è ancora il primo partito, ma cresce la Lega (non le destre)

Come già ribadito, l’SVP pur retrocedendo ancora in termini di supporto elettorale rispetto al 2013 e rispetto alle ultime elezioni politiche, evita il peggio, ossia uno scenario simile a quello della CSU bavarese (-10,4% e meno 16 seggi): sarà ancora il partito egemone in Alto Agide per i prossimi cinque anni, pur non potendo contare sul decisivo apporto del PD, che ha perso uno dei due seggi del 2013 e che ha visto ridursi del 50% in termini assoluti i propri voti rispetto a marzo. Il calo rispetto al 2013 è di -2,9 punti. Se l’SVP dovesse scegliere come partner la Lega (vedi sotto), si ripeterà uno scenario simile a quello austriaco, in cui l’ÖVP ha optato per una coalizione con la destra-radicale dell’FPÖ (Plescia, Kritzinger e Oberluggauer 2018). Sempre nell’alveo del centrosinistra, i Verdi, che hanno avuto l’appoggio di LeU, come nel 2013 ebbero quello di SEL con cui si coalizzarono in una lista unica, calano al 6,8% (8,7% nel 2013). A sorprendere, invece, il partito fondato dall’ex grillino Paul Köellensperger, che ha lasciato i 5 Stelle in polemica con “l’appiattimento” del partito rispetto all’SVP: con una chiara piattaforma rivolta all’elettorato di lingua tedesca, il Team Köllensperger (questo il nome del movimento), si è imposto come seconda forza altoatesina con un ragguardevole 15,2%. Dovendo esserci un Vicepresidente italiano nella provincia, tuttavia, il Team Köllensperger non potrà allearsi con l’SVP (di cui però si era già dichiarato oppositore). Per quanto riguarda il centrodestra nazionale, la Lega fa la voce grossa (11,1%): è il primo partito a Bolzano (27,8% contro il 16,6% dell’SVP) e soprattutto registra una crescita rilevante a livello provinciale rispetto al 2013, quando si fermò allo 0,9%, e rispetto al 2018 (9,6%). Il successo della Lega coincide con la crisi della destra radicale (e indipendentista), rappresentata da Süd-Tiroler Freiheit e, soprattutto, da Die Freiheitlichen. Il primo, in realtà, rispetto alla precedente tornata regionale perde solo l’1,2% (6%), mentre il secondo, dopo l’exploit delle politiche del 2013 (15,9%) e le regionali del medesimo anno (17,9%), crolla al 6,2% divenendo il quinto partito in Alto Adige, dopo essere stato secondo nei precedenti cinque anni. Sulla destra con proiezione nazionale e quella localista occorre però un distinguo: la destra indipendentista rispetto al 2013, perde in Oltradige-Bassa Atesina, Salto-Sciliar, Val d’Isarco, Alta Val d’Isarco, Val Pusteria, Val Venosta, Burgraviato, dove la Lega ha avuto sì buoni risultati, ma non ha certamente sfondato come avvenuto a Bolzano, dove è saldamente il primo partito e in cui in coalizione con Forza Italia aveva ottenuto l’8% alla scorsa tornata. Al di fuori di Bolzano è il Team Köllensperger a porsi come seconda compagine dietro la SVP (con l’eccezione dell’Oltradige-Bassa Atesina dove il partito è giunto terzo dietro SVP e Lega); segno che il cleavage linguistico è sì forte, ma le posizioni indipendentiste a tinte più forti non hanno premiato come nel 2013. In calo costante invece Forza Italia: il partito di Berlusconi vantava un 6,7% nelle politiche del 2013 e un 5,1% nel 2018: ora è all’1% ed è fuori dal consiglio provinciale, dove invece mantiene un seggio Fratelli d’Italia, all’1,7% in linea con le elezioni di marzo. Infine, i 5 stelle dopo la scissione di Köllensperger registrano una battuta d’arresto importante. Pur non essendo l’Alto Adige terra d’elezione per i grillini, il 2,3% di queste elezioni si scontra con i buoni risultati delle politiche del 2018 (13,9%), le regionali del 2013 (6,7%) e le coeve politiche (8,3%). Quanto poi sul piano nazionale i voti del Team Köllensperger si possano nuovamente trasferire ai grillini, anche in vista delle prossime europee, è ancora presto per dirlo.

Tab. 1 – Risultati elettorali nella provincia di Bolzano, 2013-2018 (clicca per ingrandire)[1]BZ18

Trentino: addio centrosinistra, la Lega (e i suoi alleati) sono maggioranza

In Trentino l’onda lunga delle elezioni di marzo ha causato uno scossone di vastissima portata. Dopo aver raccolto il 58,1% dei consensi nel 2013, ora il centrosinistra guidato dal dirigente PD di lungo corso, Giorgio Tonini, si ferma 25,4%: al 25,4% si deve aggiungere anche il 12,4% raccolto dal candidato uscente Rossi, che guidava in queste elezioni il PATT (in coalizione con il PD nel 2013). In totale, le due compagini perdono oltre 20 punti in soli cinque anni, rispetto alla coalizione vincente del 2013. Il PATT rispetto alle regionali del 2013 perde 5 punti percentuali (nelle elezioni nazionali, il partito è storicamente più debole). Il PD, che veleggiava in questi anni attorno al 20% (23,7% alle politiche del 2013, 22,1% alle regionali 2013 e il 19,5% alle scorse politiche), ora si ritrova al 13,9%, con un calo che oscilla tra i 5,6 e i 10 punti. Il 10,9% raccolto dalle due liste alleate (Futura 2018, 6,9% e UPT, 4%) mitigano solo parzialmente la sconfitta. Può esultare al contrario il centrodestra, che ribalta completamente gli esiti di cinque anni orsono, eleggendo Maurizio Fugatti alla provincia. Con un distinguo: se la Lega (27,1%) può ritenersi soddisfatta, per Forza Italia la situazione è oltremodo critica. Il partito di Salvini rispetto al 7,3% delle politiche del 2013 e il 6,5% delle regionali dello stesso anno ha compiuto un balzo impronosticabile fino a qualche anno orsono; tuttavia, il 27,1% è in linea con il successo delle politiche del 2018 (26,7%) quindi non del tutto inaspettato. FI, al contrario, sta affrontando una costante emorragia di voti. I risultati delle politiche 2013 (15%) e 2018 (8,5%) sembrano ormai lontani: il 2,8% è anche al di sotto del 4,4% raccolto dal partito di Berlusconi alle regionali del 2013. Segno che la fagocitazione da parte della Lega, con cui FI non intende rompere, si sta compiendo con difficili scappatoie nel breve-periodo: in coalizione porterebbe a casa una vittoria, pur perdendo consensi ed essendo sempre più marginalizzata; da sola, non avrebbe chances di vittoria, pur avendo una maggiore libertà di azione (e di critica). Cala anche FDI, per lo meno rispetto alle passate elezioni politiche: si ferma all’1,4%, rispetto al 3,3% di marzo. Il Movimento 5 Stelle presenta un andamento elettorale simile a quello del PATT, ma con un trend opposto: (molto) debole a livello provinciale e forte nelle politiche. Al 20,8% delle politiche 2013 ha fatto da contraltare il 5,8% delle regionali dello stesso anno; nel 2018, al 23,8% raccolto a marzo è seguito un 7,2%, che lo porta ad essere il quarto partito in Trentino. Da notare che si è allargata la forbice tra i risultati delle due tornate: da 15 a 16,5 punti percentuali. Segno che anche per il Movimento 5 Stelle, tale risultato non può ritenersi soddisfacente.

Tab. 2 – Risultati elettorali nella provincia di Trento, 2013-2018 (clicca per ingrandire)[2]TN18

Conclusioni

La rivoluzione elettorale pronosticata prima delle elezioni è stata tale solo guardando ai risultati di cinque anni orsono. La Lega è sì indiscutibilmente uscita vincitrice dalle due elezioni (il suo sarà il gruppo più numeroso in Consiglio Regionale, Tab. 3), ma ha cavalcato un’onda che aveva già iniziato a incresparsi a marzo 2018 e che non si è interrotta nonostante gli scogli incontrati dal partito nei primi mesi di governo. Sempre che questi “scogli” siano stati percepiti nelle due province dove, specialmente in Alto Adige, la frattura linguistica, pur fortemente ridimensionata, rimane significativa grazie al successo fuori da Bolzano del Team Köllensperger, impostosi come secondo partito. Più significativa la sconfitta del centrosinistra in Trentino, dove vantata una lunga tradizione di governo. Pur avendo conquistato una provincia a trazione moderata-progressista come il Trentino, il centrodestra non può esultare compatto, perché Forza Italia ha ridotto tutto il suo potenziale di coalizione, confermando l’impressione di non essere in grado di staccarsi dall’abbraccio mortale della Lega. Un simile discorso, anche se meno allarmante, vale per Fratelli d’Italia. Il PD ancora una volta perde terreno: pur essendo l’elettorato moderato diviso tra il cleavage linguistico – con l’SVP e il PATT a drenare il supporto in questo tipo di elezioni – i democratici non riescono ad invertire la rotta negativa. Una considerazione a parte meritano i 5 Stelle: usciti sì ridimensionati da queste elezioni, ma con la consapevolezza che il voto di opinione difficilmente può tornare utile in queste tornate, specie in due sistemi politici con una peculiare strutturazione del conflitto partitico.

Tab. 3 – Composizione dei consigli provinciali e del Consiglio Regionaleconsiglio

In conclusione, quali indicazioni di carattere “nazionale” è possibile ricavare da queste elezioni regionali in Trentino-Alto Adige? Come sono andati davvero i partiti? Per rispondere a questo interrogativo nella maniera migliore, e ricavare da questo voto le informazioni più esatte  circa lo stato di salute elettorale dei principali partiti nazionali, abbiamo calcolato il rendimento elettorale alle regionali nel 2013 e nel 2018 rispetto alle politiche di pochi mesi prima (nelle due diverse province). Si tratta di un indice che abbiamo introdotto qualche mese fa (De Sio e Paparo 2018), in occasione delle elezioni comunali, proprio con lo scopo di ovviare al’arbitrarietà delle interpretazioni (Taagepera 2008), spesso derivanti da diverse aspettative di partenza. Come si può osservare nella Tabella 4, la Lega effettivamente si dimostra in grande forma. Infatti è fra i principali partiti nazionali (anche guardando al 2013) ad ottenere più voti alle regionali che non alle politiche. Questo avviene in Alto Adige, ma anche a Trento mostra un rendimento molto alto. Ciò significa che il Carroccio è innegabilmente in crescita dopo il 4 marzo.

Si nota poi il deludente risultato del PD, che peggiora significativamente la propria capacità di trasportare sul piano locale i voti delle elezioni politiche. Il suo rendimento cala di circa 15 punti rispetto al 2013 sia a Bolzano che a Trento. Il M5S si conferma una volta di più debole nelle elezioni non nazionali, ma il risultato non è poi molto peggiore di quello di cinque anni fa: a Bolzano si osserva un certo peggioramento del rendimento (-9 punti), a Trento, invece, è, seppur basso in termini assoluti, leggermente più alto che cinque anni fa. Ciò indica che il M5S è andato male in queste elezioni, ma non peggio di quanto non fece nel 2013. Lo stesso vale per FI, che mantiene sostanzialmente invariati i (bassi) tassi di rendimento alle regionali che aveva nel 2013. La crisi del partito di Berlusconi sembra quindi essere avvenuta prima del 4 marzo, e non essersi acuita dopo – almeno in Trentino e Alto Adige.

Tab. 4 – Rendimenti elettorali alle regionali rispetto alle politiche di pochi mesi prima, 2013 e 2018[3]TAA_rendimenti_VA

Riferimenti bibliografici

Carrieri, Luca e Aldo Paparo (2018), ‘Regionali in Trentino-Alto Adige: la volta buona per il centrodestra?’, Roma, Centro Italiano Studi Elettorali. https://cise.luiss.it/cise/2018/10/20/regionali-in-trentino-alto-adige-la-volta-buona-per-il-centrodestra/

De Sio, Lorenzo e Aldo Paparo (2018), Comunali: chi potrà dire di aver vinto?’, Roma, Centro Italiano Studi Elettorali. https://cise.luiss.it/cise/2018/06/06/comunali-chi-potra-dire-di-aver-vinto/

Plescia, Carolina, Sylvia Kritzinger e Patricia Oberluggauer (2018), ‘Svolta a destra nelle elezioni 2017 in Austria’, in Vincenzo Emanuele e Aldo Paparo (a cura di), Dall’Europa alla Sicilia. Elezioni e opinione pubblica nel 2017, Dossier CISE(10), Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 207-210.

Taagepera, Rein (2008), Making social sciences more scientific: The need for predictive models, Oxford, Oxford University Press.


[1] Per le elezioni regionali, i dati di elettorali e votanti (e quindi la percentuale di affluenza) sono relativi agli aventi diritto residenti in provincia. Non sono quindi considerati gli aventi diritto al voto per corrispondenza, i quali pure concorrono ai risultati totali. Ecco perché, nel 2018, i voti validi sono più dei votanti: i voti validi sono infatti quelli complessivi (compresi quindi anche quelli per corrispondenza) su cui si assegnano i seggi; i votanti sono solo i residenti in Alto Adige, quelli su cui è calcolata la percentuale di affluenza delle politiche – ed è quindi per la comparabilità con quest’ultime che nella tabella non riportiamo, per le regionali, il dato dell’affluenza complessivo (calcolato su tutti gli aventi diritto, residenti e per corrispondenza). Nel 2018 gli aventi diritto al voto per corrispondenza erano 35.004, di cui 10.442 hanno votato. Quindi, il corpo elettorale complessivo è stato di 417.968 elettori, con 293.322 votanti (per una percentuale di affluenza del 70,2%). Nel 2013, invece, gli aventi diritto al voto per corrispondenza erano 27.911, di cui 7.993 hanno votato. Quindi, il corpo elettorale complessivo era di 400.961 elettori, con 297.837 votanti (per una percentuale di affluenza del 74,3%).

[2] Nella parte superiore della tabella sono presentati i risultati al proporzionale; nella parte inferiore si usano i risultati maggioritari. Nella parte superiore, ciascuna riga somma i risultati dei relativi partiti, a prescindere dalla coalizione della quale facessero parte. Nella parte inferiore, invece, si sommano i risultati dei candidati (sindaco o di collegio), classificati in base ai criteri sotto riportati. Per le politiche 2013, abbiamo considerato quali i voti raccolti ai candidati quelle delle coalizioni (che sostenevano un candidato premier).

Criteri per l’assegnazione di un candidato a un polo: se un candidato è sostenuto dal PD o da FI (o il PDL) è attribuito al centro-sinistra e al centro-destra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno. Se un candidato è sostenuto solo da liste civiche è un candidato civico (Altri). Se una coalizione è mista civiche-partiti, questi trascinano il candidato nel loro proprio polo se valgono almeno il 10% della coalizione, altrimenti il candidato resta civico. Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo PD e FI/PDL che hanno la priorità), si valuta il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).

Nella categoria partiti di sinistra rientrano: RifCom, PC, PCI, PAP, FDS, SEL, SI, MDP, LEU, RivCiv. Nella categoria altri partiti di centro-sinistra sono inseriti: Insieme, PSI, IDV, Radicali, +EU, Verdi, CD, DemA.

L’insieme dei candidati sostenuti da almeno una di queste liste, ma non dal PD, costituisce il polo di sinistra alternativa al PD della parte inferiore della tabella. Il polo di centro-sinistra somma, invece, i candidati nella cui coalizione compare (anche) il PD.

Nella categoria partiti di centro rientrano: PATT, NCI, UDC, NCD, FLI, SC, CivP, NCD, AP, DC, PDF, PLI, PRI, UDEUR, Idea. Il polo di centro è formato da candidati sostenuti da almeno uno di questi.

Nella categoria partiti di destra rientrano La Destra, MNS, FN, FT, CPI, DivB, ITagliIT. Il polo di destra somma i candidati sostenuti da almeno uno di questi o da Lega o FDI, ma non da FI/PDL. Il polo di centro-destra, invece, è la somma dei candidati nella cui coalizione compare (anche) FI (o il PDL).

[3] Le percentuali esprimono, fatti 100 i voti in valore assoluto ottenuti alle politiche, i voti in valore assoluto raccolti alle regionali.