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Il 6 novembre i cittadini degli Stati Uniti sono chiamati a votare per scegliere i propri rappresentanti a diversi livelli: al livello federale, in particolare, si rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi del Senato. Si tratta delle midterm elections, le elezioni che si tengono a metà strada tra due elezioni presidenziali, per l’appunto a metà del mandato presidenziale.

Come ricorda Paparo (2014) nell’articolo scritto in occasione delle midterm elections di quattro anni or sono, il Congresso degli Stati Uniti è formato da due Camere: la Camera dei Rappresentanti, che rappresenta il popolo americano ed è formata dai 435 deputati eletti negli altrettanti collegi uninominali di – quasi – omogenea popolosità in cui sono divisi gli Stati Uniti, e il Senato, che rappresenta gli Stati che formano la Federazione ed è pertanto composto da 100 membri, 2 per ciascuno dei 50 Stati. Il mandato da senatore ha una durata di sei anni, mentre quello da deputato ne dura due: ogni due anni le elezioni federali rinnovano la totalità della Camera e un terzo del Senato – al fine di avere rinnovo parziale di un terzo ogni due anni e totale ogni sei.

Ogni quattro anni, a scadenza del mandato presidenziale, le elezioni legislative coincidono con le elezioni presidenziali; ma anche l’esito di questa tornata, pur non coinvolgendo direttamente il Presidente, avrà grandi ripercussioni sui due anni rimanenti del mandato di Trump, e sulla sua capacità di portare avanti il programma di governo. Bisogna ricordare, a tal riguardo, che, proprio come in Italia, affinché una proposta possa essere sottoposta al Presidente per la ratifica (e quindi diventare legge), infatti, questa deve essere approvata da entrambi i rami del Parlamento.

Attualmente il Partito Repubblicano ha la maggioranza sia alla Camera che al Senato, ottenuta, nelle scorse elezioni del 2016, sulla scia della vittoria di Donald Trump alla Presidenza. È improbabile, come vedremo, che questa sia la situazione anche dopo il 6 novembre 2018. In questo articolo presentiamo nel dettaglio il contesto della tornata elettorale della House of Representatives.

Attualmente, sui 435 seggi totali, i democratici ne controllano 193 contro i 235 dei repubblicani. Vi sono poi 7 seggi sono vacanti, 5 vinti nel 2016 da repubblicani, 2 da democratici. Per riuscire a ottenere la maggioranza, quindi, i democratici dovrebbero riuscire a strappare almeno 23 seggi ai repubblicani, mantenendo tutti quelli vinti nel 2016 – oltre al 18° distretto della Pennsylvania, conquistato in elezioni suppletive nel marzo di quest’anno. Non sembra improbabile: dal dopoguerra in poi il partito che esprime il Presidente ha infatti perso in media oltre 25 seggi nelle elezioni di midterm.

Fig. 1 – Rappresentazione grafica della attuale composizione della CameraUS18_4_1

Come hanno già avuto modo di osservare Brady e Parker (2018), le previsioni degli istituti di ricerca suggeriscono che il 6 novembre non sarà differente. Ad esempio, il modello probabilistico di FiveThirtyEight, che aggrega i sondaggi effettuati in ogni distretto con altri dati, come quelli sulla raccolta di finanziamenti elettorali e sui risultati storici delle elezioni, attribuisce oggi una probabilità superiore all’85% alla vittoria, intesa in termini di maggioranza della Camera, dei democratici.

A dimostrazione di quanto questo risultato sia considerato il più probabile, un dato interessante riguarda la distribuzione degli incumbent che hanno deciso di non ricandidarsi per un nuovo mandato[1]. Come visibile nella Figura 1, sono 55 in totale, dei quali 18 democratici e 37 repubblicani. Che i repubblicani non intenzionati a ricandidarsi alla Camera siano il doppio rispetto ai democratici può essere interpretato come un segnale del fatto che all’interno del Partito Repubblicano stesso si percepisca la difficoltà a confermare la maggioranza attuale. Nell’ottica di alcuni deputati repubblicani, infatti, può essere apparso preferibile fermarsi per due anni e aspettare un momento migliore, piuttosto che andare incontro a una sconfitta quasi certa che può macchiare per sempre la propria carriera politica.

La Figura 2 rappresenta un utile strumento per comprendere la geografia elettorale degli Stati Uniti disegnata dalle elezioni del 2016. Le sfumature di blu e rosso indicano, per ogni Stato, la percentuale di deputati eletti dal partito che ne ha eletti di più. A dispetto della sconfitta alle elezioni presidenziali, nel 2016 il Partito Democratico è riuscito ad aumentare leggermente il numero dei propri deputati rispetto alle elezioni di due anni prima (+6). I democratici sono riusciti a confermare il loro predominio nella Costa Occidentale e nell’area del Nordest, senza arretrare in modo significativo negli Stati in cui il Partito Repubblicano eleggeva già un maggior numero di deputati e riuscendo al tempo stesso a imporsi in Nevada. Nel 2016, il Partito Repubblicano non è riuscito a ottenere una maggioranza ampia nonostante il Partito Democratico non godesse di buona salute: si intuisce allora perché la vittoria dei democratici è considerata l’ipotesi più probabile, senza considerare che, complice anche il bassissimo gradimento del Presidente Trump da parte del loro elettorato, il Partito Democratico ha avuto due anni di tempo per ripartire e mobilitare i propri elettori.

Fig. 2 – Composizione partitica delle delegazioni alla Camera elette nel 2016 nei diversi statiUS18_4_3

Secondo le stime di FiveThirtyEight, i seggi considerati oggi sicuri per il Partito Democratico sono 191, contro i 133 dei repubblicani. Se oltre quelli sicuri, il Partito Democratico dovesse vincere anche i seggi che sono considerati come probabili (18) e tendenziali (8), arriverebbe a un totale di 217 seggi, a un solo seggio, cioè, dalla maggioranza assoluta. Vi sono poi 19 seggi considerati in bilico, mentre dei restanti 66, 16 sono tendenziali e 50 probabili per i repubblicani.

I risultati potrebbero essere ancora più favorevoli per il Partito Democratico, che secondo la media dei sondaggi ha un vantaggio di circa 9 punti percentuali nei confronti del Partito Repubblicano nel voto complessivo a livello nazionale. Tuttavia due elementi depongono sistematicamente a sfavore dei democratici nelle elezioni della Camera. La sempre maggiore concentrazione del loro elettorato in specifiche zone (quelle urbane specialmente), particolarmente svantaggiosa in un sistema elettorale maggioritario come quello degli Stati Uniti. E poi, ha un impatto sulla trasformazione dei voti in seggi il cosiddetto gerrymandering, vale a dire la ridefinizione dei confini dei collegi da parte dei governi dei singoli Stati al fine di ottenere un vantaggio per la propria parte politica. Un tipico caso di gerrymandering è la modifica dei confini di un collegio per escludere una zona in cui la popolazione è storicamente più vicina al partito rivale per includere invece dei cittadini che siano indecisi.

Tirando le somme, quali possono essere allora delle soglie ragionevoli che devono porsi i Partiti per valutare il proprio risultato alla Camera? Il Partito Democratico non può permettersi di non ottenere la maggioranza alla Camera, anche perché, come vedremo, al Senato la situazione si prospetta decisamente negativa. Ma anche una vittoria risicata, in questo contesto e in questo momento storico, sarebbe interpretata come una sconfitta. Per considerarla una vittoria, il Partito Democratico dovrebbe probabilmente eleggere almeno 230 deputati. Specularmente, il Partito Repubblicano deve cercare di mantenersi sopra i 200 deputati per non arretrare troppo in vista delle elezioni del 2020, quando si tornerà a votare anche per la Presidenza in una contesa che si preannuncia già particolarmente combattuta.

Riferimenti bibliografici

Brady, David e Scott Parker (2018), ‘Midterm elections alla Camera: le previsioni a pochi giorni dal voto’. https://cise.luiss.it/cise/2018/11/01/midterm-elections-alla-camera-le-previsioni-a-pochi-giorni-dal-voto/

Paparo, Aldo (2014), ‘Verso le midterm elections: una introduzione preliminare’. https://cise.luiss.it/cise/2014/10/24/verso-le-midterm-elections-la-situazione-di-partenza-alla-camera/


[1] Tra questi sono conteggiati anche gli incumbent che non si ricandidano alla Camera perché candidati a un’altra carica.