Israele: la corsa verso destra premia ancora Netanyahu

168
SHARE

I risultati delle elezioni israeliane, pubblicati con qualche ritardo, tra problemi tecnici e non senza polemiche, hanno rispettato le previsioni (De Lucia 2019): nonostante una certa polarizzazione del voto sulle due principali opzioni, il Likud di Netenyahu e Blu e Bianco di Gantz e Lapid, l’elemento decisivo per la vittoria finale si è rivelata, in un sistema frammentato come quello israeliano, l’ampiezza della coalizione di centrodestra. Netanyahu ha i numeri per ottenere il proprio quinto mandato (il quarto consecutivo), e nei prossimi giorni saranno avviate le trattative con i suoi partners minori.

Testa a testa tra i primi due partiti

In un paese in forte e costante crescita economica, che sperimenta per la prima volta nella propria storia una situazione di relativa tranquillità dal punto di vista della sicurezza pubblica, il tema del contendere in questa campagna elettorale non era costituito tanto dalle politiche pubbliche del Governo uscente, che godono di un sostegno generale e diffuso. La campagna elettorale si è concentrata invece, oltreché (come inevitabile) sulla politica estera, quasi del tutto sulla figura di Netanyahu che, dopo dieci anni consecutivi di leadership nazionale, suscita nell’elettorato sentimenti inevitabilmente contrapposti. Da una parte coloro che lo osannano, dall’altra coloro che non ne vogliono più sentir parlare. Lo stesso principale oppositore di Netanyahu, il partito Blu e Bianco, è un partito sostanzialmente di centro, non molto distante dal Likud su molte questioni concrete. L’obiettivo realistico di Benny Gantz non era tanto ribaltare lo schieramento politico al potere, quanto sostituire la persona di Netanyahu come perno di una coalizione larga, magari leggermente meno orientata a destra rispetto a quella uscente. Questa preponderanza dell’elemento personale nella campagna elettorale, che ha sempre caratterizzato la storia politica di Netanyahu, è stato fortemente accentuato dalle recenti difficoltà giudiziarie del Primo ministro uscente, che rischia di dover andare a processo nei prossimi mesi.

In questa situazione i fanatici delle due fazioni, pro e anti Netanyahu, anche alla luce del testa a testa raccontato dai sondaggi, si sono polarizzati, concentrando il proprio consenso sui due principali partiti in lotta. Così facendo, hanno inverato la profezia del testa a testa, ma spostandola ad un livello di consenso maggiore rispetto a quello previsto dai sondaggi. I due partiti hanno ottenuto alla fine attorno al 26% dei voti ciascuno. Per il Likud si tratta di un incremento di tre punti rispetto il 2015, mentre Gantz è riuscito con successo ad occupare il centro e, probabilmente, a sottrarre voti alla sinistra moderata, che infatti è scesa ai propri record negativi. Alla fine, il Likud è riuscito ad ottenere 15.000 voti in più di Blu e Bianco e a strappare un seggio in più del proprio rivale (36 a 35). La percentuale di consenso ottenuta dalle due maggiori forze politiche ha finito con il superare il 52% dei consensi, dieci punti percentuali in più rispetto ai voti ottenuti da Likud e Unione sionista nl 2015.

La frammentazione

Nonostante questa indubbia concentrazione del voto sui due principali partiti, che ha fatto calare il numero effettivo di partiti parlamentari (indice di frammentazione parlamentare di Laasko e Taagepera) del sistema israeliano da 6,93 a 5,19, l’elemento politico cruciale che caratterizza il risultato elettorale e prefigura i prossimi scenari resta la frammentazione. I partiti che sono riusciti ad entrare in Parlamento sono 11, uno in più rispetto alla Knesset uscente. Delle tre scissioni che ci sono state nella scorsa legislatura, solo quella tra i partiti arabi vede riconfermati in Parlamento entrambi i soggetti risultanti dalla divisione. Restano fuori Gesher, il partito formato da una parlamentare uscente di Yisrael Beiteinu, e soprattutto la Nuova Destra, l’ala della destra religiosa che fa riferimento ai Ministri uscenti Bennett e Shaked. Questo partito è rimasto sotto la soglia di poco più di 1.000 voti e sta tuttora chiedendo il riconteggio alla Commissione elettorale. Non è riuscito ad ottenere rappresentanza nemmeno Zehut, partito esordiente della destra libertaria.

Tab. 1 – Risultati elettorali delle elezioni legislative israeliane, 2015 e 2019 (clicca per ingrandire)Israele risultati 2019

Fatti salvi i due partiti maggiori, i soggetti che avranno accesso alla prossima Knesset sono quindi i seguenti:

– le due liste arabe di Hadash-Ta’al (più laica e tendenzialmente di sinistra) e UAL-Balad (più religiosa e nazionalista) che, presentatesi separatamente rispetto al 2015, perdono nel complesso 3 seggi, alla luce di un netto calo della partecipazione al voto della componente araba della popolazione israeliana (meno del 50% si è recato alle urne);

– sulla sinistra, il Labour e Meretz, le due forze tradizionali, più moderata e più radicale, del socialismo democratico israeliano, che però confermano la propria crisi; il Labour in particolare, ha vissuto un tracollo epocale, che lo vede addirittura sotto il 5%, la metà del proprio precedente minimo storico (risalente al 2009);

– i due partiti rappresentativi del mondo ultra-ortodosso, Shas (che rappresenta i sefarditi) e Giudaismo unito nella Torah (che rappresenta gli ashkenaziti), in crescita di qualche decimo di punto rispetto al 2015, in coerenza con l’incremento della componente ultra-ortodossa nel mosaico demografico israeliano;

– altri due partiti di destra, ed in particolare Yisrael Beiteinu, il partito laico che rappresenta la comunità russofona, in calo di un punto rispetto al 2015, e la Destra unita, l’altra delle due liste rappresentative della destra religiosa israeliana, rimasta per poco sopra la soglia dopo la scissione di Bennett e Shaked, che al contrario si è rivelata esiziale per questi ultimi;

– il partito centrista Kulanu che, schiacciato tra Gantz e Netanyahu, ha perso più della metà del proprio consenso ma è rimasto di poco sopra la soglia.

Come si vede, è la destra l’area politica più rappresentata in questo articolato affresco, ed è esattamente questo l’elemento cruciale nel determinare il risultato finale.

“Bibi” e il quinto mandato: continua la corsa verso destra

L’area di destra, considerandovi ricompreso anche il partito di Bennett e Shaked, ha ottenuto nel complesso circa il 53% dei voti, circa 3 punti in meno rispetto al 2015 (ma se vi consideriamo anche la destra libertaria di Zehut in sostanza non è cambiato nulla rispetto alle scorse elezioni). Ai 36 seggi ottenuti dal Likud si sommano i 15 ottenuti dai due partiti ultraortodossi, i 5 seggi ottenuti rispettivamente da Yisrael Beiteinu e dalla Destra unita, e i 4 seggi ottenuti dai centristi di Kulanu. Nel complesso, 65 seggi, uno in meno dei 66 detenuti dai medesimi partiti prima del voto, ma comunque quattro in più della maggioranza assoluta della Knesset.

Cambiano invece i rapporti di forza interni alla coalizione. Il Likud si è rafforzato sensibilmente, crescendo di 6 seggi, mentre si è parallelamente svuotata (anche in questo caso di 6 seggi) la componente centrista di Kulanu. I nazionalisti religiosi, penalizzati dal mancato superamento della soglia di una delle due liste in cui si dividevano, hanno perso 3 seggi rispetto alla Knesset uscente, ma queste perdite sono state quasi del tutto compensate dalle componenti ultraortodosse, che si sono rafforzate, salendo nel complesso di due seggi.

Fig. 1 – Distribuzione dei seggi fra le diverse forze politiche nella nuova Knesset (clicca per ingrandire)

Israele 2019 nuova Knesset

Tuttavia, dal punto di vista della maggioranza, cambia poco o nulla rispetto al quadro uscente. Il leader del Likud ha i numeri per riproporre lo stesso schema con cui ha governato negli ultimi anni e si candida formalmente a diventare il Primo Ministro più longevo della storia nazionale (tra due anni supererà David Ben Gurion). Certo, dovrà coinvolgere tutti e cinque i suoi alleati per avere un margine minimo di tranquillità in Parlamento, e concedere a ciascuno di loro qualcosa, sul fronte programmatico e dei posti di Governo. Le negoziazioni non saranno certo facili, ma non pare che ci siano dubbi sulla loro riuscita finale. La gran parte dei partiti in questione ha già dato il proprio assenso di fondo alla riconferma di Netanyahu, ancor prima dell’avvio delle consultazioni del Presidente della Repubblica Rivlin, che inizieranno la prossima settimana. L’unità coalizionale è altresì rafforzata dal fatto che ad essere rimasto sotto la soglia è proprio Naftali Bennett, ovvero colui che aveva più di tutti rivaleggiato con il Primo Ministro negli ultimi anni, e l’unico ad essersi dichiarato apertamente indisponibile a sostenere Netanyahu nel caso in cui questi dovesse presentare un provvedimento volto a proteggersi dai problemi giudiziari. L’uscita dal Parlamento di Bennett è un’altra vittoria del Primo Ministro uscente, non priva di conseguenze politiche rilevanti sulla agenda di Governo. Netanyahu ha prima incentivato la nascita dell’alleanza elettorale Destra unita, il cui obiettivo (riuscito) era sottrarre a Bennett il suo spazio politico, e poi gli ha sottratto una porzione decisiva del proprio elettorato di riferimento, quello dei coloni. Quest’ultimo risultato è stato ottenuto proprio nelle ultime ore della campagna elettorale, nelle quali Netanyahu ha fatto espliciti riferimenti al proprio proposito di annettere anche formalmente al territorio israeliano gli insediamenti attualmente presenti in Cisgiordania.

Da quanto appena detto, già si prefigurano le due principali linee di sviluppo che vedremo nei prossimi anni: da una parte l’evoluzione della questione giudiziaria che coinvolge il Primo Ministro e la storia parlamentare dei suoi prevedibili tentativi di porvi rimedio per via legislativa; dall’altra, l’incedere della progressione nazionalista della politica estera israeliana che, con il sostegno di Trump, potrebbe aggiungere nuovi successi, tanto rilevanti da non essere sinora mai stati nemmeno ipotizzati, a quelli, pur notevoli, dell’ultimo triennio.

Un patto politico, quello tra Netanyahu e le destre, che, cementato dalla reciproca interdipendenza (persino personale) dei soggetti coinvolti, spinge il Likud, che pure si è rafforzato in questa tornata rispetto ai suoi alleati, a procedere nella propria inesorabile marcia verso destra, sia sui temi religiosi che su quelli nazionalisti. Uno scenario che lascia già intravedere un notevole strascico di polemiche e tensioni, interne ed internazionali, che innerveranno il dibattito pubblico dei prossimi mesi, ma che Netanyahu pare avere la forza di affrontare con speranze di successo. Di fronte a sé infatti, trova solo la crescente, e preoccupante, apatia della componente arabo-israeliana, ed una opposizione che, per quanto inorgoglita dal voto ed intenzionata ad opporgli una vera e propria guerriglia parlamentare su tali questioni, nel medio periodo non ha sbocchi politici alternativi a quello di seguire, anch’essa, il reflusso conservatore in corso.

Riferimenti bibliografici

De Lucia, F. (2019) ‘Israele al voto: Netanyahu a caccia del quarto mandato consecutivo’, Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile a: https://cise.luiss.it/cise/2019/04/02/israele-al-voto-netanyahu-a-caccia-del-quarto-mandato-consecutivo/