Lega-M5S: Sud chiave del ribaltone

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Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su Il Sole 24 Ore del 28 maggio.

L’Italia è un mondo a parte. In Europa non è cambiato niente o quasi. Popolari, socialisti e liberali hanno riconquistato una solida maggioranza nel Parlamento Europeo con 435 seggi su 751. I sovranisti sono cresciuti ma poco. L’Ungheria e la Francia non fanno testo. La prima è un piccolo paese con pochi seggi dove il partito di Orbàn ha riconfermato la sua egemonia. La seconda è un grande paese in cui il partito della Le Pen è –di poco- il primo partito, ma rispetto alle europee del 2014 è scesa dal 24,9% al 23,5 mentre rispetto al primo turno delle presidenziali del 2017 è salita solo di due punti. A Berlino l’Alternativa per la Germania che aveva preso l’11,5% alle politiche del 2017 è scesa al 10,8. Vox in Spagna si è fermata al 6,2. Negli altri paesi, a cominciare dall’Olanda, è andata più meno allo stesso modo. L’eurogruppo sovranista (ENF), quello di Salvini, a Strasburgo conterà su 58 seggi, cioè meno dell’8%. Aggiungendo i sovranisti sparsi in altri gruppi (Orbàn per esempio, i polacchi, e quelli iscritti al gruppo di Farage) non si arriva al 20%. La differenza con il 2014 c’è, ma è modesta.

In Italia invece è cambiato tutto. La vittoria della Lega di Salvini non è una sorpresa, visto che da mesi i sondaggi la indicavano come il primo partito del paese, ma i voti fanno più impressione delle intenzioni di voto. Un partito che passa nel giro di un anno da 5.705.925 voti (il 17,3%) a 9.153.634 (il 34,3%) in un contesto di affluenza molto più bassa è un fenomeno raro. Ci si aspettava un cambiamento dei rapporti di forza tra i due alleati di governo ma non di queste dimensioni. La Lega è raddoppiata e il M5S si è dimezzato. Resta comunque il fatto politicamente rilevante che insieme Lega e M5S superano ancora la maggioranza assoluta dei voti. L’Italia resta l’unico paese dell’Europa Occidentale dove questo accade. Per trovare un altro governo sovranista bisogna andare a Est.

Il successo di Salvini è netto. La sua strategia di competere con un unico simbolo, quello della Lega, ma con due partiti diversi, Lega Nord al Nord e Lega per Salvini premier al Sud continua a funzionare. Non è ancora la Lega nazionale ma la direzione di marcia è quella. E comunque finché funziona perché cambiare? Con la Lega Nord Salvini è riuscito a superare il 40% dei voti in Veneto e Lombardia, a vincere le elezioni regionali in Piemonte. È diventato il primo partito in Emilia e Romagna. Con la Lega Sud ha triplicato la sua percentuale di voti nelle regioni meridionali passando dal 6,2% delle politiche al 23,5 delle europee.

Salvini è stato abile. I temi della immigrazione e della sicurezza, che continuano ad essere sottovalutati dai suoi rivali, gli danno un enorme vantaggio competitivo. Ma ha avuto dalla sua anche una buona dose di fortuna. La coincidenza tra voto europeo e voto amministrativo lo ha nettamente favorito a scapito del M5S. Insieme alle europee si è votato nel 60% dei comuni del Nord e solo nel 25% dei comuni del Sud. Le elezioni comunali mobilitano più di quelle europee e questo ha certamente favorito la Lega grazie all’effetto di trascinamento.

Per il M5S si tratta di una grave sconfitta che non si può spiegare solo con il fatto che sono relativamente pochi i comuni in cui si è votato al Sud, la sua roccaforte. C’è dell’altro. Siamo abituati a vedere i suoi alti e bassi, ma queste elezioni sembrano rivelare una frattura profonda con una parte significativa del suo elettorato. E sollevano seri dubbi sul suo futuro. Nel 2018 aveva preso 10.748.372 (il 32,7%) voti, adesso sono 4.552.527 (il 17,1%). Nelle regioni del Nord è sceso al 10%. In quelle meridionali è passato dal 43,4% delle politiche al 29. A distanza di un anno si ritrova al governo con un alleato che ha ribaltato completamente il rapporto di forza all’interno della coalizione. Una posizione scomoda. E in questa posizione dovrà decidere che fare quando si discuterà di TAV, di autonomia e soprattutto della prossima legge di bilancio e dei rapporti con l’Unione.

Per il PD queste elezioni erano un passaggio delicato che è stato superato bene. Anche il PD si è avvantaggiato della coincidenza tra europee e amministrative in tanti comuni della ex zona rossa, ma questo non è l’unico fattore che ne spiega la ripresa. Zingaretti è riuscito a ridare una fisionomia e una unità al partito. Ma non devono ingannare le percentuali. Il PD di Renzi nel 2018 ha preso 6.153.081 voti, quello di Zingaretti 6.050.351. La strada per recuperare consensi è ancora lunga. Soprattutto è molto complicata la strada per tornare al governo. Con il suo 22,7% il PD di Zingaretti è tornato a essere il secondo partito italiano ma non è una alternativa di governo. Per questo deve trovare alleati e questa decisione cruciale è ancora in alto mare.

Su Forza Italia c’è poco da dire. Continua l’erosione di quello che una volta era il maggior partito del centro-destra. Rispetto al 2018 è passata dal 13,9 al 8,8%. Si vedrà se il risultato di queste elezioni accelererà il cambiamento di leadership. Non è scontato che Berlusconi ceda il passo, ma se non lo farà il declino continuerà a tutto vantaggio della Lega. La tendenza è irreversibile. Ed è quello su cui conta Salvini. Adesso la sua posizione di seconda forza del centro-destra è addirittura insidiata da Fratelli d’Italia. Il partito della Meloni è arrivato al 6,5% rispetto al 4,4 del 2018. Come quello di Salvini è riuscito a conquistare nuovi elettori passando da 1.440.102 di allora a 1.723.232 di oggi.

Cosa succederà ora a livello di governo? È la domanda del giorno ma al momento è impossibile rispondere. Dipenderà da molti elementi che si chiariranno nelle prossime settimane. I numeri ci dicono che una coalizione di centro-destra formata da Lega, Forza Italia e FDI conquisterebbe certamente la maggioranza assoluta dei seggi in caso di elezioni anticipate. La vera novità è che la coalizione di destra con Lega e FDI, e senza Forza Italia, è arrivata al 40%. Non basta per vincere, ma è una delle condizioni necessarie. L’altra è la percentuale di seggi uninominali da conquistare nelle regioni del Sud a spese del M5S. Alla luce del risultato di oggi anche questa condizione si potrebbe realizzare, visto il declino del M5S in questa zona. È probabile che il futuro del governo dipenda anche da questi calcoli, oltre che dalle reazioni del Movimento e dall’esito del prossimo scontro con l’Unione e con i mercati.

In ogni caso è bene tener presente che questa volta hanno votato 27.652.924 elettori contro i 33.995.268 del 2018. Proiettare il risultato delle europee sulle politiche è sempre rischioso. Non si può dire cosa faranno domani i milioni di elettori che non hanno votato oggi. Ma anche con questa cautela non c’è dubbio che queste elezioni rappresentino un passaggio importante nella ristrutturazione del nostro sistema partitico.