Era ora. Finalmente è stata approvata la riforma
costituzionale che consente ai diciottenni di votare anche al Senato. La
differenziazione dei corpi elettorali nei due rami del Parlamento aveva poco
senso già nel 1947, ma allora era tutto sommato una peculiarità innocua. Erano
i tempi in cui deputati e senatori venivano eletti con un sistema proporzionale
che pur essendo sulla carta diverso al Senato rispetto alla Camera in realtà
funzionava più o meno allo stesso modo.
Per di più a quell’epoca il voto era più stabile. In quel contesto il
fatto che al Senato votasse chi aveva compiuto 25 anni non produceva danni. I
risultati elettorali nelle due camere erano sostanzialmente gli stessi.
Poi è cambiato il mondo. Non solo il voto è diventato più
fluido, quello dei giovani in primis, in una società sempre più secolarizzata.
Soprattutto sono cambiati i sistemi elettorali. A partire dal 1994 abbiamo
sempre votato con sistemi misti caratterizzati dalla presenza di una componente
più o meno rilevante di elementi maggioritari. Come è noto, mentre con i
sistemi proporzionali piccole differenze di voti tendono a tradursi in piccole
differenze di seggi, questo non è vero nel caso dei sistemi maggioritari. Con
questi piccole differenze di voti si possono tradurre in grandi differenze di
seggi. Quindi l’adozione di sistemi del genere amplifica il rischio che camere
elette con due corpi elettorali diversi possano avere maggioranze diverse. Un rischio grave in un sistema, come il
nostro, in cui le due camere hanno le stesse funzioni, compresa quella di dare
e togliere la fiducia ai governi.
Perciò già nel 1993 quando fu approvata la legge Mattarella,
che ha introdotto un sistema elettorale in cui il 75 % dei seggi veniva
assegnato con la maggioranza semplice in collegi uninominali, si sarebbe dovuto
modificare contestualmente la Costituzione per unificare i corpi elettorali
delle due camere. Non fu fatto allora. Né fu fatto dopo, quando nel 2005 fu
approvata la riforma Calderoli che sostituiva i collegi con il premio di
maggioranza. Anzi. Allora fu fatto l’errore di introdurre un premio unico alla
Camera e 17 premi al Senato moltiplicando ulteriormente il rischio di esiti
diversi tra le due camere. E così è stato, per esempio, nelle elezioni del 2006
quando la coalizione di Prodi ebbe la maggioranza dei voti alla Camera, ma non
al Senato. Ma già con la legge Mattarella si sono registrati esiti diversi tra
le due camere.
La responsabilità del fenomeno non è da attribuire
interamente alla differenza dei corpi elettorali ma indubbiamente questo
elemento vi ha contribuito e comunque ha sempre rappresentato un inutile fattore
di rischio. La riforma della
costituzione approvata in questi giorni riduce il rischio, ma non lo elimina.
Offerte elettorali diverse, in un contesto di grande volatilità elettorale,
possono comunque produrre esiti diversi. Il prossimo passo deve essere quello
di differenziare le funzioni delle due camere. Anche questa è una riforma da troppo tempo
attesa. Siamo rimasti l’unico paese
dell’Unione con due camere che hanno esattamente gli stessi poteri.
Tra tutti i comuni capoluogo in cui si voterà il prossimo autunno Roma è certamente il caso più interessante. Nella capitale sono quattro i candidati competitivi. Chi più, chi meno. Nessuno di loro ha oggi un vantaggio decisivo sugli altri. Sarà decisivo il primo turno. I posti disponibili al ballottaggio sono due. Uno andrà molto probabilmente all’unico candidato del centro-destra, Michetti. L’altro se lo contenderanno i tre candidati del centro-sinistra. Sarà una gara all’ultimo voto. Se Gualtieri o Calenda andranno al ballottaggio hanno buone possibilità di vincere. Se invece fosse Raggi a passare il turno Michetti sarebbe il favorito. Questo in sintesi il quadro della situazione oggi. Ma molto potrebbe cambiare nel corso dei mesi che ci separano dal voto.
Enrico Michetti. È l’unico candidato che non dovrebbe avere nulla da temere dall’esito della lotteria del primo turno. Con il 29,2% delle intenzioni di voto è in pole position (Figura 1). Uno dei due posti al ballottaggio è suo. Sarebbe clamoroso che a Roma il centro-destra unito non riuscisse a far arrivare al ballottaggio il suo unico candidato. Però, una volta arrivato lì per Michetti cominciano i problemi (Figura 2). Quello principale è mobilitare i suoi elettori. Alla luce delle stime del sondaggio Winpoll la coalizione che lo sostiene conta su circa il 45% dei voti. Tra i voti a lui e quelli alla coalizione ci sono quindici punti di differenza. C’è spazio per crescere. Al momento però sembra che l’unico avversario che è in condizioni di battere al ballottaggio è Raggi. In questo caso potrebbe contare su una quota di elettori di Calenda e di Gualtieri che preferiscono lui alla sindaca uscente. I flussi tra primo e secondo turno dicono che, contro Raggi, lo voterebbero il 54% degli elettori di Calenda e il 23% di quelli di Gualtieri. Invece nel caso in cui al ballottaggio si trovasse a sfidare Gualtieri o Calenda sarebbe per lui molto più difficile. Soprattutto contro il secondo. Molto dipenderà dalla mobilitazione dei diversi elettorati e dalle divisioni all’interno del centro-sinistra.
Fig. 1 – Il primo turno
Fig. 2 – I ballottaggi
Roberto Gualtieri. È il candidato al momento apparentemente più competitivo. Non deve ingannare il fatto che sia solo al secondo posto nelle intenzioni di voto al primo turno con il 25,5%. Questo dato sconta la presenza in campo di ben tre candidati di centro-sinistra che si dividono i voti. Tra questi tre candidati è quello messo meglio per andare al ballottaggio. Oggi la sfida tra lui e Michetti è lo scenario più probabile. Gualtieri parte in vantaggio: 53,5% contro il 46,5% del rivale. Per lui al ballottaggio voterebbero il 48% degli elettori di Calenda e il 34 % degli elettori di Raggi. Ma il suo vero punto di forza è il Pd che si conferma primo partito nella capitale con il 27,7%. Gualtieri non ha l’appeal trasversale di Calenda. Gode di scarsa fiducia al di fuori del Pd, con la parziale eccezione -curiosamente- degli elettori della Lega. Ma, come si è visto alle primarie, ha una solida base nel Pd romano. Se il Pd si mobilita a suo favore e se non si alienerà in toto gli elettori di Calenda e di Raggi, di cui ha bisogno al ballottaggio, potrebbe vincere. Ma il suo attuale vantaggio su Michetti, pari a sette punti percentuali, non lo mette al sicuro.
Virginia Raggi. La sindaca uscente non è messa bene. Il 66% degli intervistati pensa che nei cinque anni del suo mandato la vita a Roma sia peggiorata e dà un giudizio negativo sulla sua amministrazione (Figura 3). Nonostante ciò, il 21,3% dice di volerla votare al primo turno. Una percentuale nettamente superiore a quella raccolta dal suo partito che si ferma al 12,9%. Evidentemente ha saputo costruirsi una sua base elettorale con una significativa componente personale. Non le basterà però per vincere. Se fosse lei and andare al ballottaggio contro Michetti verrebbe nettamente sconfitta. Nel nostro sondaggio viene data perdente per 44,2% a 55,8%. Più di dieci punti di differenza sono tanti. I flussi tra il primo e il secondo turno fanno vedere perché. Sono troppo pochi gli elettori di Calenda (29%) e di Gualtieri (31%) disposti a votarla al ballottaggio contro Michetti. Per la Raggi sarà difficile superare lo scoglio del primo turno e ancora più difficile vincere al secondo. Ma una lotteria è una lotteria. Tutto può succedere, ma saremmo veramente sorpresi se una sindaca così impopolare dovesse essere rieletta.
Fig. 3 – Il giudizio su Raggi
Carlo Calenda. È il vero outsider. Non ha un partito
solido alle spalle. Azione raccoglie solo il 3,9% dei voti. Eppure il 17,8%
degli intervistati dichiara di volerlo votare al primo turno. È la percentuale
più bassa tra i quattro candidati. Il paradosso è che il candidato meno votato
al primo turno è quello che ha il maggior vantaggio su Michetti al secondo: 54,8%
a 45,2%. La forza di Calenda sta nel suo appeal trasversale. Gode della fiducia
del 70% degli elettori del Pd e del 62% di quelli di Forza Italia. Ma la cosa
forse più sorprendente è il dato relativo a M5S (42%) e Fdi (39%). Nessuno dei
candidati in lizza ha lo stesso profilo. È lui la seconda preferenza del
maggior numero di elettori. Il 68% degli elettori di Gualtieri al primo turno e
il 34% di quelli di Raggi lo voterebbero al secondo. Resta il fatto che per
Calenda arrivare al ballottaggio sarà dura. Cercherà di trasformare in un
vantaggio la mancanza di un vero partito alle spalle presentandosi come
candidato civico appoggiato da una lista civica. Punterà sulla sua competenza e
sulla sua indipendenza dagli apparati che hanno ingessato Roma. Ma è comunque
una sfida difficile. Deve competere con Gualtieri e Raggi al primo turno,
strizzando l’occhio agli elettori moderati di centro-destra, sapendo che avrà
bisogno dei voti di Pd e M5s al ballottaggio per battere Michetti. Ci vorrà
molta abilità e tanta fortuna.
Collegio uninominale o premio di maggioranza? Dopo il fallito tentativo di tornare al proporzionale, se una riforma elettorale si farà, cosa poco probabile, la scelta cadrà tra un sistema con una quota consistente di collegi uninominali e un altro con premio di maggioranza. Il primo sarebbe simile alla legge Mattarella del 1993, il secondo alla legge Calderoli del 2005. Entrambi rafforzerebbero una delle caratteristiche distintive della Seconda Repubblica e cioè l’incentivo per i partiti a formare coalizioni prima del voto per massimizzare le probabilità di vittoria. Rispetto al sistema attualmente in vigore entrambi aumenterebbe la probabilità che le elezioni determinino un vincitore con una maggioranza assoluta di seggi e quindi decidano chi governa.
Ma ci sono differenze importanti tra collegio
e premio. La prima sta nella natura delle coalizioni pre-elettorali. Con il
collegio i partiti sono ‘costretti’ a scegliere candidati comuni, collegio per
collegio, e a dividersi le candidature in base alla loro forza relativa. In un
sistema molto frammentato come il nostro la scelta di candidati unitari e la
spartizione dei collegi sono operazioni complicate e conflittuali. Con il
premio tutto questo non è necessario.
Ogni partito della coalizione si presenta con il suo simbolo e con la
sua lista di candidati. Gli elettori votano il partito, il candidato e la
coalizione insieme. È tutto più semplice e rispettoso della autonomia dei
singoli contraenti il patto di coalizione. Per questo ci sentiamo di dire che
in questa fase storica, e in questo contesto multipartitico, un sistema
elettorale a premio di maggioranza sia più adatto al nostro paese rispetto sia
al sistema attuale che a un sistema con una quota più consistente di collegi
uninominali. Non è un caso, come andiamo ripetendo da tempo, che questo è il tipo
di sistema con cui abbiamo assicurato una decente stabilità nei comuni e nelle
regioni a partire dal 1993.
L’ altra differenza importante tra collegio e premio sta nell’effetto disproporzionale associato all’uno e all’altro. Entrambi sono sistemi capaci di trasformare una maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta di seggi. Sia la legge Mattarella che la legge Calderoli lo hanno fatto fino al terremoto prodotto dal M5s nel 2013. Ma lo fanno in modo diverso. Con il premio di maggioranza l’effetto disproporzionale ha un limite predeterminato. A chi vince viene assegnato un premio in seggi tale da farlo arrivare- diciamo- al 55%. Se la soglia in termini di voti per far scattare il premio è posta al 40% e la coalizione con più voti arriva al 48% il premio è di 7 punti percentuali. Se invece la coalizione vincente prende il 40% di voti il premio è di 15 punti. E questo è il premio massimo.
Con il collegio uninominale non ci sono massimi. Più alta è la quota di collegi prevista dal sistema, maggiore è il potenziale di disproporzionalità, e quindi maggiore è il premio in seggi che va al vincente. Due esempi nostrani: nel 1994 alla Camera con il 37,7% dei voti i Poli di Berlusconi presero il 61,8% dei seggi maggioritari; nel 2001 la Casa delle libertà al Senato con il 42,5% dei voti ottenne il 65,5% dei seggi. Il risultato finale fu diverso perché la legge Mattarella prevedeva il 25% di seggi proporzionali e lo scorporo. Ma la disporporzionalità prodotta dai collegi uninominali è un fatto. E potremmo continuare con esempi francesi e inglesi.
Nel contesto frammentato in cui ci troviamo
non è possibile prevedere quale sarebbe l’esito del voto con un sistema come
quello francese che piace a molti o anche solo con un sistema con più collegi
uninominali rispetto al Rosatellum in vigore oggi, come piace a Letta. Quello
che si può dire è che entrambi potrebbero generare una maggioranza molto ampia
per chi vince e questo accadrebbe con certezza a favore del centro-destra se
per esempio Pd e M5s non si alleassero. Una maggioranza tanto ampia grazie alla
quale l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e della
Consulta spettanti al Parlamento non dovrebbe essere concordata con
l’opposizione.
Ma quale sistema a premio di maggioranza? Chi
scrive è da tempo convinto che il migliore sia un sistema a due turni. Il
secondo turno però non piace a tutti. Ma una soluzione di compromesso ci
sarebbe. È un sistema in cui il premio viene assegnato alla coalizione che prende
più voti al primo turno a patto che arrivi almeno al 40%. Il secondo turno scatterebbe solo se nessuna
delle coalizioni in campo arrivasse al 40%. Anche così il sistema potrebbe
funzionare. Sarebbe comunque un modo per dare una maggioranza assoluta di seggi
a chi ottiene più voti utilizzando sia le prime che le seconde preferenze degli
elettori.
L’Italia
ha bisogno di uscire dalla trappola della instabilità dei governi. Senza
governi stabili non riusciremo a fermare il declino. Un buon sistema elettorale
non è una condizione sufficiente per raggiungere l’obiettivo ma è un
ingrediente essenziale.
Virginia Raggi potrebbe essere rieletta sindaco di Roma. Per due motivi. Il primo è che il centro-destra non ha un candidato competitivo. In un articolo recente su questo giornale abbiamo ipotizzato che il candidato della coalizione Lega-Fdi-Fi potesse essere Bertolaso. Tra tutti i nomi che sono stati fatti è quello più noto. Ma Bertolaso ha già detto di non essere interessato. Sulla sincerità di questa affermazione abbiamo qualche dubbio. Abbiamo meno dubbi su fatto che Bertolaso non sia il candidato preferito di Giorgia Meloni.
A Roma Fratelli d’Italia è il primo partito
del centro-destra. Nel sondaggio Winpoll-Sole24Ore la stima è 22,8%. Nei comuni
si vota con un sistema che ‘obbliga’ i partiti affini a mettersi d’accordo su
candidati comuni. Solo così possono massimizzare le probabilità di vittoria. Il
corollario è la spartizione delle candidature tra i soci della coalizione: un
posto a te, un posto a me. È il caso delle elezioni del prossimo autunno che
vedono coinvolti molti comuni, tra i quali alcuni capoluoghi importanti. Nella
spartizione concordata tra Fdi, Lega e Fi Roma spetta al partito della Meloni. E
Bertolaso non vi appartiene. Al momento Fdi non ha candidati competitivi da
contrapporre alla sindaca uscente. Ma i giochi non sono ancora conclusi. C’ è
tempo. Però, se Fdi insisterà su un suo candidato, e questo non fosse
competitivo, la Raggi vedrà soddisfatta la prima condizione per essere rieletta.
La seconda condizione è interna al
centro-sinistra. Al momento i candidati in campo sono due: Raggi e Calenda. Il
Pd potrebbe decidere di appoggiare uno dei due. Ma è improbabile. Quindi ci
sarà anche un Mister X del Pd. Solo uno dei tre potrà andare al ballottaggio. A
disposizione hanno il 65-70% dei voti. L’altro 30-35% andrà al candidato del centro-destra.
Infatti, messi insieme i suoi partiti valgono a Roma più del 40%. Come si
dividerà il pacchetto di voti destinato ai tre candidati del centro-sinistra? Chi
prenderà un voto più degli altri?
Se il Mr. X del Pd fosse Zingaretti, il biglietto
vincente per il ballottaggio lo pescherebbe probabilmente lui con una
percentuale superiore al 25%. Fino ad oggi però Zingaretti ha negato di voler candidarsi.
Nel suo rifiuto giocano diversi fattori compreso probabilmente una punta di
risentimento nei confronti del suo partito per le note vicende legate alla
crisi del Conte II. Con Zingaretti in campo le possibilità della Raggi di
andare al ballottaggio si ridurrebbero di molto.
Se invece di Zingaretti il Mr. X del Pd fosse
Gualtieri, per la Raggi la partita sarebbe aperta. Non si può escludere infatti
che possa avere un pacchetto di voti superiore a quello di Gualtieri e di
Calenda. Nonostante il fatto che il suo partito, il M5s, sia stimato intorno al
14%, la sua base di consensi è più ampia, diciamo intorno al 25%. Con un po’ di
fortuna potrebbe essere sufficiente. E una volta al ballottaggio il gioco è
fatto. Potrebbe essere rieletta, nonostante che solo il 30% dei romani pensi
che abbia fatto un buon lavoro some sindaco.
In conclusione, se Zingaretti non si presenta,
solo un accordo tra il Pd e Calenda potrebbe fermare con certezza la Raggi.
Altrimenti sarà una lotteria cui la Raggi intende fermamente partecipare perché
ha capito che ha qualche possibilità di farcela a dispetto dei santi. E lo
stesso vale per Calenda.
Le prossime elezioni comunali a Roma potrebbero nascondere un paradosso. È quello che emerge dai dati del sondaggio Winpoll-Sole24Ore. In questo momento i candidati che potrebbero presentarsi alle elezioni sono quattro, anche se i loro nomi non sono tutti noti: Raggi, Calenda, un candidato del Pd, un candidato del centro-destra. In queste condizioni, e chiunque siano i candidati ancora ignoti, si può dire con certezza che nessuno vincerà al primo turno. Il sindaco di Roma verrà eletto al ballottaggio. Ma lì bisogna arrivarci e i posti a disposizione sono solo due. Ed è qui che si nasconde il paradosso.
In un contesto quadripolare come quello che potrebbe
prospettarsi, con quattro candidati relativamente forti, occorre poter contare
su una base di sostegno intorno al 25% per sperare di arrivare al ballottaggio.
Stando così le cose, nel centro-sinistra il passaggio al secondo turno sarebbe
una sorta di lotteria. Il biglietto vincente potrebbe andare a uno qualunque
dei tre candidati in corsa -la sindaca uscente, il candidato del Pd e Calenda- che
oggi sono più o meno sullo stesso piano. Solo uno di loro potrebbe andare al
secondo turno, visto che è impensabile che, chiunque sia il candidato unico del
centro-destra, non ottenga uno dei due posti disponibili al ballottaggio. Tra
Raggi, Calenda e il mister x del Pd chi sarebbe il fortunato vincitore della
lotteria?
Se il candidato del Pd fosse Zingaretti è probabile che il biglietto vincente lo peschi lui. I nostri dati dicono che è quello messo meglio. Ma il punto è che la cosa non è del tutto sicura. Sia la Raggi che Calenda possono contare su un consenso non lontano dal 25%. Anche la Raggi, nonostante che solo il 30% degli intervistati pensi che abbia governato bene e solo il 28% ne ha fiducia. Ma anche un dato così basso che certamente non basta per vincere è pur sempre una base per puntare al ballottaggio. Per questo il passaggio al secondo turno sarebbe una lotteria. E la lotteria potrebbe trasformarsi nel paradosso. Questo perché, se fosse la Raggi a pescare il biglietto vincente, i nostri dati mostrano che sarebbe destinata a perdere mentre Zingaretti e Calenda avrebbero migliori possibilità di vincere.
Per esplorare questo punto abbiamo testato quattro ipotetici ballottaggi. In assenza di un candidato certo del centro-destra, cui opporre i diversi candidati del centro-sinistra, abbiamo scelto quello che appare come il candidato potenzialmente più forte anche se per ora si è tirato fuori dalla corsa, e cioè Bertolaso. L’assunzione che facciamo è che se i candidati del centro-sinistra fossero in grado di sconfiggere Bertolaso potrebbero vincere ancora più facilmente contro candidati meno conosciuti e meno forti di lui, per esempio Rampelli o Abodi. Il risultato delle quattro sfide mostra che Calenda e Zingaretti sono i due candidati più forti del centro-sinistra, e potenzialmente vincenti, mentre Gualtieri potrebbe non vincere (Figura 1). Di certo non vincerebbe la Raggi. D’Altronde, non sorprende che un sindaco uscente che raccoglie un giudizio così sfavorevole sul suo operato sia un candidato vulnerabile.
Fig. 1 – Simulazione esiti ballottaggi
In sintesi, sia Zingaretti che Calenda sono candidati competitivi. Il primo più del secondo. Il diagramma di Venn ci dice che l’appeal di Zingaretti è più trasversale di quello di Calenda (Figura 2). È gradito anche agli elettori del M5s mentre, come si vede nel diagramma l’elettorato potenziale della Raggi e quello di Calenda non si sovrappongono affatto, e si capisce il perché. Il leader di Azione in compenso ha più appeal tra gli elettori di centro-destra. Però il minor sostegno che riceverebbe da parte dei Cinque Stelle al ballottaggio rende la sua elezione più incerta di fronte ad un candidato forte del centro-destra.
Fig. 2 – Sovrapposizione degli elettorati dei diversi candidati
Zingaretti dunque dovrebbe essere il candidato del
centro-sinistra, con o senza il sostegno del M5s al primo turno. Ma non è
semplice per il governatore del Lazio lasciare la carica che occupa nel bel
mezzo della pandemia per fare il sindaco di Roma. Allora Gualtieri? Ma ce la
farà ad arrivare al ballottaggio? E se invece passasse la Raggi? Sarebbe un bel
pasticcio per il Pd. Certo, se si ritirassero sia Calenda che la Raggi tutto
sarebbe più semplice. Basterebbe anche che si ritirasse uno dei due. Ma per ora
non è così. Quanto a Calenda in particolare, la domanda da fargli è questa:
come può aspettarsi che il Pd ne appoggi la candidatura a Roma in competizione
con la Raggi, o anche senza la Raggi in campo, senza avere una contropartita a
livello nazionale? Letta punta a costruire la più ampia coalizione possibile
per rendere il centro-sinistra competitivo e comprenderà anche il M5s. Azione
ne farà parte o no? Insomma, per Calenda Roma vale o no una messa con i Cinque
Stelle alle prossime politiche?
Nel panorama politico italiano i cambiamenti non finiscono mai. È cosa nota. Il nostro è un sistema politico che non ha ancora trovato un suo punto di equilibrio dopo il terremoto generato dall’arrivo sulla scena del M5s. Ma è anche vero che non mancano elementi di continuità. Uno di questi è la distribuzione delle preferenze politiche a livello territoriale. Lo conferma il sondaggio Winpoll-Sole24Ore dedicato proprio a questo tema. La dimensione del campione su cui si basa il sondaggio ci consente infatti di disaggregare le intenzioni di voto per grandi aree geografiche. Il risultato è che l’Italia è ancora oggi grosso modo divisa in tre parti che continuano ad avere caratteristiche distintive, anche se non così marcate come in passato (Tabella 1).
Tab. 1 – % intenzioni di voto per area, per partito e per blocchi, centrodestra e centrosinistra
Italia
Nord
Ex Zona Rossa
Sud
Lega
22,2
28,8
20,6
15,5
Fdi
19,1
15,7
19,4
24,2
Fi
6,7
6,6
5
8
CD
48
51,1
45
47,7
Pd
20,1
18,7
24,3
18,2
M5s
14,1
10,2
12,3
23,4
Azione/+Europa/IV
6,1
6,5
8,1
5,6
Leu/Verdi
4,3
4
5,6
4
CS
44,6
39,4
50,3
51,2
Il centrodestra
domina il Nord
Il Nord continua ad essere il dominio del centrodestra. La
debolezza del centrosinistra in questa area, soprattutto nel Nord Est, è un
dato storico. E continua ad essere la vera ragione della sua difficoltà a
governare il paese. Nelle regioni del Nord durante tutta la Seconda Repubblica
il centrodestra è sempre stato lo schieramento di maggioranza relativa. Una
volta lo guidava Berlusconi. Oggi la leadership è passata alla Lega di Salvini
che con il suo 28,8% sopravanza il Pd di dieci punti. Tutto insieme il
centrodestra è sopra il 50%. È tornato sui livelli pre-M5s, pur con una
configurazione diversa. Il centrosinistra continua a non essere competitivo anche
con l’aggiunta del M5s, che dal picco del 23,7% del 2018 si attesta oggi
intorno al 10,2%. In questa zona il cambiamento oggi è rappresentato da Fdi che
dal 5,9% delle Europee passa al 15,7%. Alleanza nazionale, ai suoi tempi d’oro,
non era mai riuscita ad andare oltre l’11% in questa parte del paese. La Lega
resta lontana ma il Pd no.
La zona rossa è
sempre più ‘ex’
Nelle quattro regioni della ex zona rossa è ancora in testa
il centrosinistra con il Pd stimato al 24,3%, ma il suo primato si è eroso
negli ultimi anni. Basti pensare che prima del terremoto politico del 2013 la
distanza tra i due poli di allora era superiore ai dieci punti. Oggi si è dimezzata.
A differenza di quanto è successo al Nord dove il Pd non è cresciuto, qui sono
cresciuti molto sia Lega che Fdi. La supremazia del centrosinistra in questa
zona è da tempo pericolante, come dimostrano i numerosi casi di elezioni
comunali e regionali perse da Pd e alleati
Il Sud tra M5s e Fdi
Il Sud continua ad essere il dominio della incertezza. Questa
è sempre stata la zona del paese più volatile anche se tendenzialmente più
orientata a destra che a sinistra. È qui che il M5s ha registrato nel 2018 il
suo successo più clamoroso arrivando a prendere il 43% dei voti e oltre l’80%
dei seggi uninominali. Alle Europee del 2019 era già sceso al 26,6%. La nostra
stima lo dà oggi al 23,4%. È ancora un buon risultato ma non sufficiente a
farne il primo partito. Lo sopravanza Fdi con il 24,2%. È la prima volta che un
partito di destra è il maggior partito al Sud. Bene anche la Lega di Salvini
(15,5%) che pur non arrivando al 25,5% delle Europee conferma di aver messo
radici in questa parte del paese.
Letta come Prodi?
Passando dai dati per area a quelli nazionali, colpisce la
distanza di soli quattro punti tra centrodestra e centrosinistra. È un dato
simile a quello di altri sondaggi recenti. A fare la differenza è il Nord,
visto che nelle altre due zone il centrosinistra è in vantaggio. Ma la vera
differenza tra i due schieramenti non è nei numeri ma nella loro composizione. Il
centrosinistra è più frammentato e meno coeso. La sommabilità degli elettorati
delle sue varie componenti è più incerta. Anche questa è una storia vecchia. Le
due coalizioni con cui Prodi ha vinto nel 1996 e nel 2006, e cioè L’Ulivo e
L’Unione, comprendevano entrambe 14 componenti. E anche così vinse tutte e due
le volte per il rotto della cuffia e i suoi governi non durarono più di due
anni. Pare che il neosegretario del Pd Enrico Letta voglia resuscitare questa
strategia di ‘coalizioni acchiappatutti’. I partiti di oggi non sono quelli di
allora. Ma le difficoltà di una simile strategia rimangono. La distanza che
separa Leu da Calenda o Calenda dal M5s non sono facilmente colmabili. Né sarà
semplice far convivere il Pd di Letta e il M5s di Conte alla caccia degli
stessi elettori.
Salvini o Meloni?
Nel centrodestra le cose sono più semplici. I partiti sono
meno, la distanza che li separa è più gestibile e la loro convivenza è già
testata. Il problema in questo campo è quello dei rapporti tra Lega e Fdi. Recentemente
le posizioni dei due partiti si sono differenziate rispetto al governo Draghi e
di riflesso rispetto alla Unione Europea. Ma tra loro resta tutto sommato una
sintonia di fondo. Ed è un dato di fatto che l’uno ha bisogno dell’altro. Per
vincere sia a livello locale che a livello nazionale devono trovare un accordo.
E lo sanno. Questo li pone in un rapporto simbiotico di
cooperazione/competizione, non dissimile da quello che si sta creando tra il Pd
di Letta e il M5s di Conte. Devono cooperare per vincere le elezioni ma sono in
competizione per la leadership del loro schieramento e quindi per la guida del
governo.
Non era così fino a poco tempo fa. Il successo di Fdi e
della sua leader ha cambiato le carte in tavola nel centrodestra. Così come è
successo nel centrosinistra con la decisione di Conte di guidare il M5s. Il
distacco in termini di voti tra Lega e Fdi nel nostro sondaggio è di poco più
di tre punti. Il 59% dei nostri intervistati pensa ancora che alle prossime
elezioni Salvini vincerà la sfida, ma non è così scontato. Tanto più che
l’opposizione al governo Draghi mette il partito della Meloni nelle condizioni
di lucrare sul malcontento generato dalla gestione della crisi.
La quadriglia
bipolare
In sintesi, a partire dalle elezioni del 2018 il nostro
sistema partitico sembra strutturarsi in un formato che assomiglia vagamente
alla ‘quadriglia bipolare’ della prima fase della V Repubblica francese:
quattro partiti di medie dimensioni, due da una parte e due dall’altra dello
spettro politico affiancati da partiti minori collocati verso il centro. A
sinistra la pattuglia dei partiti personali di Renzi, Calenda e Bonino, a
destra Forza Italia. Gli uni e l’altro di ispirazione liberal-democratica.
Nessuno dei quattro partiti maggiori può vantare una chiara leadership nel
proprio schieramento. Non lo può fare il Pd di Letta nel centrosinistra dopo la
metamorfosi del M5s di Conte, né lo può fare la Lega di Salvini dopo la
crescita dei consensi di Fdi della Meloni. È una gara che vede quattro leader
in corsa con più o meno le stesse credenziali. Gli elettori di centrodestra
pensano che la debba vincere chi prende più voti. Ma non è detto che finisca
così. Le prossime elezioni potrebbero decidere la coalizione vincente, ma non
la guida del governo.
Ci vuole coraggio a riproporre in piena pandemia la questione della riforma elettorale. Enrico Letta lo ha fatto ben sapendo che il tema non è in cima alle priorità degli italiani. Ma ha fatto bene. Finché non si troverà il modo di stabilizzare i governi nazionali, come è stato fatto per quelli comunali e regionali, l’Italia non arresterà il declino. Non volendo cambiare la forma di governo o modificare la costituzione lo strumento da usare è il sistema elettorale.
Attualmente è in vigore sia alla Camera che al Senato un
sistema misto ma prevalentemente proporzionale, la legge Rosato. Circa due
terzi dei seggi sono assegnati con formula proporzionale e un terzo in collegi
uninominali dove vince il candidato che prende un voto più degli altri. La
proposta di Letta è quella di incrementare la quota di collegi uninominali. Da
quello che sembra di capire vorrebbe resuscitare la vecchia legge Mattarella,
cioè il sistema elettorale con cui si è votato nelle elezioni del 1994, 1996 e
2001, la stagione dell’Ulivo. Nella sostanza Letta punterebbe a un sistema con
una componente maggioritaria molto più robusta dell’attuale. La Mattarella
prevedeva il 75% di collegi uninominali sia alla Camera che al Senato. Per il Pd
si tratta di una svolta radicale rispetto al progetto che giace ancora in
Parlamento per un ritorno a un sistema interamente proporzionale seppur
corretto da una soglia di sbarramento. E questa è una buona notizia, visto che
l’Italia in questa fase storica non ha bisogno di sistemi proporzionali da
Prima Repubblica.
La cattiva notizia è che difficilmente la proposta di Letta
raccoglierà molti consensi.
L’unico partito disposto ad accettarla è la Lega di Salvini.
E si capisce, vista la sua forza nel Centro-Nord. Dentro lo stesso Pd
prevalgono le perplessità. Infatti con un sistema elettorale con una prevalenza
di collegi uninominali il Pd rischierebbe di vincere pochissimi seggi nel Nord
del Paese. Nel 1994 il centrosinistra ne vinse 14 su 180, nel 2001 furono 38 su
180 (senza contare il caso particolare del Trentino-Alto Adige). Ne vinse di
più nel 1996 ma solo perché il centrodestra era diviso. Eppure anche in quella
elezione, l’unica vinta dall’Ulivo di Prodi, la vittoria fu risicata e fu un
‘regalo’ di Pino Rauti. Oggi il Pd avrebbe un ulteriore problema al Sud. Dando
per scontato che Pd e M5s si alleino a livello nazionale prima del voto (se non
lo facessero il centrodestra farebbe il pieno dei collegi) e presentino
candidati comuni, il M5s, che ha il suo unico punto di forza nelle regioni
meridionali, ne reclamerebbe probabilmente la fetta maggiore. Al Pd
resterebbero soprattutto i collegi dell’Emilia Romagna e della Toscana e
qualche collegio a Est del Ticino.
I collegi uninominali sono una buona cosa ma non sono adatti al nostro paese in questa fase. Data la distribuzione asimmetrica dei consensi sul territorio nazionale l’esito del voto finirebbe con l’essere troppo disproporzionale anche per uno come il sottoscritto che ritiene la disproporzionalità necessaria per favorire la governabilità. La Figura 1 è molto indicativa a questo proposito. Fa vedere come si sono distribuite in maniera squilibrata tra gli schieramenti le vittorie nei collegi uninominali nelle quattro elezioni in cui sono stati utilizzati. Con la legge Rosato alle prossime elezioni andrà più o meno allo stesso modo. I Cinque Stelle non vinceranno certamente l’83% dei seggi uninominali al Sud ma il centrodestra farà probabilmente il pieno dei collegi nel Nord.
Fig. 1 – Come hanno funzionato il Mattarellum e il Rosatellum nei collegi uninominali della Camera nelle elezioni del 1994,1996,2001(Mattarellum) e 2018 (Rosatellum), % seggi per coalizioni e per zone. Fonte: cise.luiss.it
Oggi il sistema più adatto è un sistema proporzionale con
premio di maggioranza a un turno o-meglio ancora-a due turni. Non è un caso che
questo sia il tipo di sistema adottato nei comuni e nelle regioni. Agli
elettori piace. E piace a sindaci e governatori eletti che durano in carica,
nella stragrande maggioranza dei casi, cinque anni e possono dimostrare quello
che sanno fare, avendo a disposizione un arco di tempo congruo per poter essere
giudicati. Inoltre sistemi di questo genere generano una disproporzionalità
limitata e non casuale. In breve producono un mix soddisfacente tra
governabilità e rappresentatività.
La riforma di Calderoli del 2005 e quella di Renzi del 2015
andavano in questa direzione, ma avevano dei difetti. Tenendo conto dei rilievi
fatti dalla Corte Costituzionale nelle sue due sentenze su quelle leggi
elettorali si potrebbe battere di nuovo quella strada. Ma restiamo scettici sul
fatto che si riesca a coagulare un consenso sufficiente per fare approvare una
nuova legge elettorale prima delle prossime elezioni. L’ipotesi di gran lunga
più probabile è che si voti con il sistema attualmente in vigore. È meglio di
quello che Pd e M5s volevano introdurre fino a qualche settimana fa, ma non è
il migliore dei sistemi possibili.
Dopo la decisione del collegio elettorale dello scorso 14 dicembre resta un ultimo atto prima che Joe Biden sia proclamato ufficialmente presidente. Il 6 Gennaio la Camera dei rappresentanti e il Senato in una sessione congiunta dovranno ratificare il risultato dei cinquanta stati della federazione, uno per uno. Sono cinquanta certificati elettorali che i rappresentanti e i senatori eletti lo scorso 3 Novembre possono accettare o contestare. Prima di Trump era un atto solenne ma formale. Il 6 gennaio potrebbe non esserlo
Diciamo subito che non esiste nessuna concreta possibilità
che il risultato deciso in sede di collegio elettorale venga rovesciato. Ma
questo ultimo atto, prima della inaugurazione del nuovo presidente il 20
gennaio, rappresenta per Trump e i suoi sostenitori una sede ideale per
riaffermare ancora una volta in modo clamoroso la tesi che l’elezione di Biden
sia illegittima e per fare in modo che il GOP continui a essere il partito di
Trump anche dopo la sua uscita dalla Casa Bianca. Con quali conseguenze per il
partito e per la democrazia americana è difficile prevedere oggi.
La Costituzione americana dice poco su questo ultimo atto.
Si limita ad affermare che spetta al Presidente del Senato aprire i certificati
trasmessi dagli stati e contare i voti.
Solo nel 1887 con il passaggio dell’Electoral Count Act il
ruolo del Congresso è stato specificato. Per contestare uno qualunque dei
certificati elettorali trasmessi dagli stati occorre che la ratifica sia messa
in discussione congiuntamente da un membro della Camera e da un membro del
Senato. In questo caso ciascun ramo del Congresso dovrà riunirsi e avrà due ore
di tempo per decidere se approvare o meno il risultato dello stato in
questione. Perché il risultato sia rigettato occorre che Camera e Senato siano
d’accordo. Nel passato è accaduto che singoli membri di una delle due camere
abbiano sollevato obiezioni. Ed è anche accaduto- l’ultima volta nel 2005- che
un deputato e un senatore abbiano agito di comune accordo. Ma sono stati atti
senza conseguenze.
Sul piano sostanziale anche il 6 Gennaio non ci saranno
conseguenze. Infatti, anche se tutti i senatori repubblicani, che -dopo il voto in Georgia- potrebbero essere ancora in
maggioranza, si esprimessero contro la ratifica, il loro voto non avrà alcun
effetto, visto che i democratici controllano la Camera. Quindi è certo che il Congresso approverà la
decisione del collegio elettorale e alla fine del conteggio dei 50 certificati
il presidente del Senato Pence dichiarerà ufficialmente- forse con qualche
imbarazzo- Joe Biden presidente degli Stati Uniti.
Ma l’importanza di quanto avverrà il 6 gennaio non sta nella
formalizzazione della elezione di Biden che, come abbiamo detto, è scontata ma
nella posizione del partito repubblicano nel caso in cui Camera e Senato siano
chiamati a votare su uno o più certificati elettorali. Come voteranno deputati
e senatori repubblicani? A favore della ratifica e quindi riconoscendo la
correttezza della elezione di Biden o contro avvalorando le tesi di Trump e la
sua strategia di delegittimazione del processo elettorale? Fino a oggi non si
sono trovati davanti a una scelta così netta. C’è chi ha appoggiato Trump in
maniera decisa e chi lo ha fatto tiepidamente e c’è anche chi è stato
semplicemente in silenzio. Il 6 Gennaio dovranno scegliere tra fedeltà a Trump
e attaccamento alle istituzioni.
Che probabilità ci sono che si arrivi a votare per rigettare
o meno il voto di uno o più stati? Si sa
già che un gruppo di eletti repubblicani alla Camera, guidati da
Mo Brooks deputato dell’ Alabama, hanno
intenzione di impugnare il risultato di cinque stati. Ma da soli non possono
farlo. Devono trovare un collega al Senato che firmi insieme a loro la
richiesta. La sorpresa di questi giorni è che il leader del partito repubblicano al Senato Mitch
McConnell, che dal 3 Novembre in poi aveva sempre sostenuto tutte le mosse di
Trump, ha deciso di riconoscere l’elezione di Biden e si sta dando da fare per
convincere i suoi colleghi senatori a non appoggiare l’iniziativa dei
repubblicani della Camera.
McConnell è un trumpiano, ma non è uno sprovveduto. Ha
capito il pericolo che uno scontro frontale il 6 Gennaio rappresenta per il suo
partito. È facile immaginare che un voto del genere potrebbe rappresentare un passo
ulteriore nella definitiva trasformazione del GOP nel partito di Trump ovvero potrebbe
spaccarlo irrimediabilmente. Per questo vuole evitare questa ultima sfida al
processo elettorale da cui Trump è uscito sconfitto. Così facendo mostra un
coraggio inaspettato, visto che sa bene che il presidente uscente ha dalla sua
la grande maggioranza degli elettori repubblicani del tutto convinti che Biden
abbia vinto grazie a frodi massicce. Ma a ben vedere non è tanto il coraggio
che lo guida, ma il calcolo razionale. McConnell è un politico di lungo corso
che cerca di limitare i danni in attesa che passi la nottata.
Tra pochi giorni si vedrà come andrà a finire. Non c’è
dubbio che ci siano senatori repubblicani sensibili al richiamo dell’ultima
sfida. E ci sono pochi dubbi che Trump cambi idea prima del 6 Gennaio. Perciò
anche questo ultimo atto del lungo e farraginoso processo di selezione del
Presidente USA servirà a capire cosa possano aspettarsi Joe Biden e la
democrazia americana nel prossimo futuro.
Ancora una volta tanto rumore per nulla. Periodicamente si torna a parlare di crisi di governo e di possibili elezioni anticipate senza tener conto della realtà. Sono i numeri a dirci che l’ipotesi di elezioni prima del 2023 è del tutto infondata. È vero che i numeri sottendono comportamenti razionali e gli umani, compresi i politici che siedono in Parlamento, spesso non lo sono. Ma quando si tratta di convenienze politiche ed economiche chiaramente definite è difficile che le emozioni sostituiscano il calcolo razionale. E questo è proprio il caso dell’analisi costi-benefici applicata alla eventuale decisione da parte della maggioranza degli attuali deputati e senatori di far cadere il governo da cui dipendono la loro sopravvivenza politica e, per molti di loro, la fortuna economica.
I numeri di cui parliamo sono quelli che si vedono nella Tabella 1.
Tab. 1 – Composizione stimata del parlamento in caso di nuove elezioni. Fonte: cise.luiss.it.
Oggi siedono in Parlamento (eletti nel 2018) 339 grillini,
181 leghisti, 162 forzisti, 50 fratelli, 165 democratici, 18 liberi-uguali. Dal
2018 il quadro politico è cambiato radicalmente. Sono cambiati i rapporti di
forza tra i partiti come abbiamo visto alle Europee dello scorso anno, e come
ci dicono i sondaggi attuali. E poi c’è stato il referendum costituzionale con
cui gli elettori hanno approvato la riduzione dei componenti delle due camere.
La combinazione di questi due fattori incide pesantemente sulle prospettive
degli attuali deputati e senatori. E nel caso dei cinque stelle occorre
aggiungere anche un terzo fattore: il limite dei due mandati.
Quindi, fatti i calcoli sia in base ai voti delle europee
sia in base alla media dei sondaggi attuali l’unico partito destinato ad avere più
seggi, se si votasse oggi, sarebbe Fratelli d’Italia. Per la Lega la differenza
in meno sarebbe modesta. Per tutti gli altri le elezioni sarebbero un disastro.
In particolare per il M5s e per Forza Italia. Il primo passerebbe dagli attuali
339 rappresentanti a poco più di 100. La seconda passerebbe da 162 a 55. Sono
calcoli fatti utilizzando il sistema elettorale proporzionale in discussione in
parlamento. Se utilizzassimo l’attuale sistema elettorale, la legge Rosato, le
cose per i partiti di governo molto probabilmente andrebbero anche peggio.
Quanto a Renzi (che oggi può contare su 30 deputati e 18 senatori), Calenda e
Bonino, non compaiono nelle nostre stime perché la clausola del 5% e la stima
della loro forza attuale li terrebbe fuori, a meno che non formino un cartello
allo scopo di superare la soglia.
Questo è il quadro. Sono stime, ma affidabili. E soprattutto
sono, a grandi linee, dati ben noti a chi siede alla Camera e in Senato oggi. È
plausibile che alla luce di questi dati ci sia una maggioranza di deputati e
senatori che voglia andare a votare sapendo che pochi di loro potrebbero
tornare in Parlamento? Non è
semplicemente razionale. La banale verità è che il taglio dei parlamentari ha
stabilizzato la legislatura. Questo è un Parlamento destinato a durare.
Scartata l’ipotesi ‘elezioni anticipate’ resta in piedi
l’ipotesi ‘nuovo governo’. L’attuale è un esecutivo debole dal punto di vista
della coesione dei partiti che lo compongono e delle competenze che ha messo in
campo, ma difficile da sostituire nonostante la sua intrinseca fragilità. In
altre circostanze sarebbe caduto da un pezzo. Ma oggi non è così. Lasciamo
perdere che una crisi in piena pandemia, che miri a sostituire un primo
ministro che tutto sommato gode ancora di un discreto grado di fiducia, sarebbe
incomprensibile a una buona fetta dell’elettorato. Quello che più conta è che
una crisi potrebbe sfociare in quelle elezioni anticipate che tanti non
vogliono. Per questo vale sempre la massima quieta
non movere. Teniamoci Conte e teniamoci gli emolumenti attuali, con
l’aggiunta della pensioncina che maturerà dopo quattro anni e mezzo di
legislatura. Questo è il ragionamento di tanti deputati e senatori. Che questo
coincida o meno con l’interesse del paese è una altra questione. E proprio
l’interesse del Paese in caso di aggravamento della crisi e di paralisi della
decisione politica potrebbe determinare uno sbocco inatteso con un governo
molto diverso dall’attuale. Naturalmente senza nuove elezioni.
Le elezioni presidenziali USA sono un puzzle e allo stesso tempo una lotteria. Donald Trump ha vinto nel 2016 per 77.744 voti (lo 0,06 % del totale nazionale). Per la precisione ha battuto Hillary Clinton in Michigan per 10.704 voti (lo 0,2%), nel Wisconsin per 22.748 (lo 0,6%) e in Pennsylvania per 44.292 (lo 0,7 %). Se la Clinton avesse conquistato questi tre stati, dove prima di lei avevano vinto Obama, Bush, Gore e suo marito, avrebbe ottenuto 278 grandi elettori contro i 260 di Trump e sarebbe diventata presidente. Domanda: è possibile che dopo quattro anni di presidenza Trump, con il Covid che ancora imperversa, con la disoccupazione al 7.9% Trump riesca a conservare un vantaggio così esiguo in questi tre stati? La domanda ha senso, ma la risposta non è semplice. Sono molti i fattori in gioco. I principali sono due: l’affluenza alle urne e quel peculiare meccanismo- il collegio elettorale-con cui si elegge il presidente.
Il puzzle del collegio
elettorale
Il presidente degli USA non viene eletto direttamente dal
popolo. Nel 2016, per la quinta volta nella storia del Paese, è stato eletto
con meno voti del suo rivale. Una delle poche cose sicure oggi è che Trump, se
vince, non avrà di nuovo la maggioranza del voto popolare. Attualmente il suo
distacco da Biden a livello nazionale si aggira tra gli 8 e i 10 punti. E su
questo è difficile che i sondaggi sbaglino di grosso. Ma è il collegio
elettorale l’arena in cui si decide chi vince. E per vincere occorre comporre
il puzzle in modo da arrivare a 270 voti su 538.
All’interno del collegio gli stati non pesano tutti allo stesso modo. Gli stati che contano sono quelli in cui il risultato è incerto. In molti casi invece la partita è già decisa prima ancora del voto. Non sono solo i sondaggi a dirlo, ma soprattutto i risultati storici. Come si vede nella mappa in Figura 1, in sette stati (più il Distretto di Columbia) è certo che vinca Biden. Nel caso di Trump gli stati sicuri sono dieci. Aggiungendo a questi gli stati in cui è probabile o molto probabile che vinca l’uno o l’altro dei due contendenti arriviamo a quaranta stati in cui le elezioni sono praticamente già decise. Sono anni che a Ovest del Mississippi si muove poco o nulla dal punto di vista elettorale. Nel 2016 Clinton ha vinto esattamente gli stessi stati in cui aveva vinto Obama nel 2012 e nel 2008. Lo stesso si può dire a proposito degli stati del New England tradizionalmente democratici o quelli del Sud tradizionalmente repubblicani.
Fig. 1 – Variazioni tra 2016 e 2012. Voti nel collegio elettorale
La novità di questo anno è che gli stati contendibili sono più del 2016. È un segno della crescente volatilità dell’elettorato legata anche ai mutamenti demografici. Non solo Michigan, Wisconsin, Pennsylvania sono in bilico, ma anche Arizona, North Carolina, Georgia e Texas che una volta invece erano stabilmente nel campo repubblicano. E poi ci sono gli stati ballerini come Nevada, Ohio e Florida. In totale fanno 181 grandi elettori su 538. È in questi stati che si gioca la partita. Per Trump si tratta di una partita ancora più difficile di quella del 2016. Contando gli stati in cui la vittoria dell’uno e dell’altro è certa o probabile, Biden parte con una base di 232 grandi elettori contro i 125 di Trump. Gli ne mancano 38 per arrivare a 270 e diventare presidente. Gli basterebbe vincere in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania dove è nettamente favorito. È in vantaggio, ma con un margine minore, anche in Florida dove nel 2016 Trump ha vinto con l’ 1,2%. Se Biden vincesse in questo stato pivotale, con i suoi 29 voti, gli basterebbe vincere solo in Wisconsin per arrivare a 271. Insomma le combinazioni del puzzle con cui Biden può vincere sono numerose, più numerose di quelle a disposizione di Trump. Potrebbe addirittura stravincere. Ma i sondaggi non sono a prova di errore. Questa volta però, Biden non dovrà fare i conti con un fattore che invece ha gravemente danneggiato Clinton: il voto disperso.
Il voto disperso
Il 2016 è stata una elezione particolare anche per la entità
del voto dato a candidati senza alcuna possibilità di successo. A livello
nazionale sei milioni di elettori hanno votato per il candidato del partito
Libertarian (Gary Johnson) o per la candidata dei Verdi (Jill Stein), il 4,4 % dei
voti validi. Nel 2012 per gli stessi candidati avevano votato circa 1.750.000
elettori, l’1,4%. Ma quello che più conta è stato il risultato di questi due
partiti in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. In tutti e tre questi stati i
loro voti sono stati molti di più del 2012 e hanno fatto la differenza. Alla
Clinton sarebbero bastati i voti dei Verdi per diventare presidente. L’entità
‘anomala’ del voto disperso è un chiaro segnale del fatto che, davanti a
candidati molto sgraditi come Trump e Clinton, una quota marginale ma decisiva
di elettori ha preferito votare figure terze. Questa volta il voto disperso
tornerà su valori ‘normali’. Il suo declino favorirà Biden che è un candidato
più gradito in assoluto rispetto alla Clinton e più gradito tra gli elettori libertari
e verdi. Ma un fattore che avrà un impatto ancora più decisivo sul voto sarà
l’affluenza alle urne.
Il rebus della affluenza
Nelle elezioni di medio-termine del 2018 i Democratici hanno
conquistato la maggioranza dei seggi alla Camera grazie a un aumento
eccezionale della affluenza. Tra le elezioni di medio-termine del 2014 e quelle
del 2018 è passata dal 41,9% al 53,4 %, secondo i dati del US Census Bureau. In
particolare sono andati a votare molti più giovani, più elettori appartenenti a
minoranze etniche e più abitanti dei centri metropolitani. Sono tutte categorie
che tendono a preferire il Partito Democratico. Il fenomeno potrebbe ripetersi
il 3 Novembre e decidere l’esito. A favore di questa ipotesi gioca anche il
fatto che, a differenza del 2016, il Partito Democratico oggi è unito nel
sostenere il suo candidato. I sostenitori di Bernie Sanders non amano
particolarmente Biden ma questa volta è molto probabile che non diserteranno le
urne. La voglia di battere Trump trascende le differenze ideologiche.
Ma quale sarà l’impatto della pandemia sulla affluenza e quindi
sul voto? È impossibile da prevedere. Per questo motivo i sondaggi devono
essere presi con ancora maggiore cautela. In tutti i paesi occidentali è
diventato difficile stimare i votanti ed è proprio questo il fattore principale
che rende meno affidabile la stima delle intenzioni di voto. La pandemia rende
tutto ancora più complicato. Però, il numero eccezionale di elettori che hanno
già votato, in persona o per posta, fa pensare che il Covid non deprimerà
l’affluenza. Al contrario, nonostante il Covid, queste elezioni, come quelle di
medio-termine del 2018, potrebbero stabilire un record di votanti. Per i
Democratici sarebbe una ottima notizia che renderebbe forse possibile anche la conquista
della maggioranza dei seggi al Senato.
La base elettorale di Trump e il
partito-setta
Trump non è particolarmente popolare (Figura 2). Non lo era nel 2016 e non lo è oggi. Nel corso della sua presidenza il giudizio positivo degli elettori sul suo operato è sempre stato intorno al 40%. Un valore basso, ma eccezionalmente stabile. Quello di Trump è un elettorato motivato e fedele. Nemmeno il Covid ne ha scalfito la fedeltà. Per il 56,6% degli elettori la sua gestione della pandemia è stata negativa. Ma non per i suoi elettori. Covid o no lo voteranno in maniera massiccia recandosi personalmente alle urne. Trump ha trasformato il Partito Repubblicano in una setta di cui lui è il guru indiscusso. Ed è proprio sulla mobilitazione della sua base che si fonda la sua strategia elettorale. Ma chi sono i suoi elettori?
Fig. 2 – Giudizio sull’operato di Trump
Sono prevalentemente elettori bianchi, soprattutto maschi e
senza laurea. Vivono più in piccoli centri o in zone rurali che nelle grandi
città. Sono religiosi, in particolare evangelici e contrari all’aborto.
Vogliono meno tasse, meno immigrati e uno stato meno invadente. Sono
affezionati alle loro armi. Vogliono un paese che pensa più ai propri interessi
che a coltivare alleati. Ma il loro numero non è sufficiente per far vincere il
loro capo. Trump ha vinto nel 2016 perché ha conquistato non solo il 90% degli
elettori che si auto-definiscono Repubblicani ma anche la maggioranza relativa
degli Indipendenti che sono circa il 40% dell’elettorato. È successo perché
Clinton era straordinariamente poco gradita e a Trump è stato concesso il
beneficio del dubbio. In fondo era l’uomo nuovo della politica americana.
Cosa è successo dal 2017 a oggi? Molti dati evidenziano
l’erosione della sua base elettorale. Percentuali marginali ma decisive di donne
bianche e di anziani sembrano averlo abbandonato a favore di Biden. Restano
straordinariamente fedeli i bianchi senza laurea che rappresentano il nocciolo
duro del suo consenso. Ma non bastano. Il voto degli Indipendenti sarà di nuovo
importante. La maggioranza di loro però non è soddisfatta di come il presidente
sta gestendo la pandemia. Non è una buona notizia per lui. E non c’è più la ‘antipatica’
Clinton a dargli una mano. Ma la storia non finisce qui.
Chi vincerà?
Il quadro che abbiamo tracciato fa pensare che Biden abbia una possibilità molto concreta di diventare presidente. Le probabilità sono a suo favore. Nate Silver del sito FiveThirtyEight le stima all’ 87%. Eppure, resta ancora il dubbio che una altra sorpresa possa essere dietro l’angolo. Come nel 2016. È vero che gli stati contendibili sono tanti e quasi tutti i sondaggi danno Biden in vantaggio. In particolare in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Ma non si tratta di un vantaggio decisivo, con l’eccezione del Michigan. E il fatto che i sondaggi di oggi, soprattutto a livello statale, siano di qualità superiore a quelli del 2016 non elimina completamente il dubbio. È vero anche che quest’ anno gli indecisi sono meno che nel 2016 e questo dovrebbe aumentare l’affidabilità dei sondaggi. Ma è anche vero che è difficile stimare quanti siano gli elettori di Trump ‘nascosti’, che i sondaggi non intercettano. Soprattutto è impossibile escludere del tutto che nella ultima fase della campagna elettorale non riaffiori prepotentemente tra gli elettori bianchi d’America, che sono ancora il 66 % della popolazione, quella rabbia che ha fatto vincere Trump nel 2016 e che è stata descritta in questi termini da P. Hart e D. McGinn: ‘un ampio settore della nostra società è profondamente, visceralmente arrabbiato… Le persone che hanno guidato questa rivoluzione non hanno nulla a che vedere con Washington, Los Angeles e New York. Non vanno da Starbucks, non mandano I loro figli all’università, né guardano i programmi di NPR. Fanno i loro acquisti da Wal-Mart, mangiano da McDonald’s, e si interessano più degli sport a scuola che delle partite di football professionale. I loro redditi stanno diminuendo e non hanno fondi pensione. Pensano che i loro genitori e i loro nonni hanno costruito questo paese. E martedì notte hanno urlato a gran voce che lo rivogliono indietro’.
Questa volta però l’urlo potrebbe non bastare al presidente
uscente per restare alla Casa Bianca. A decidere sarà l’affluenza al tempo del Covid. Se non lo
faranno le corti, o addirittura la Corte Suprema, come nel 2000. Speriamo di no.