Autore: Roberto D’Alimonte

  • Affluenza e dieci Stati chiave, a Biden mancano 38 delegati

    Affluenza e dieci Stati chiave, a Biden mancano 38 delegati

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 ottobre

    Le elezioni presidenziali USA sono un puzzle e allo stesso tempo una lotteria. Donald Trump ha vinto nel 2016 per 77.744 voti (lo 0,06 % del totale nazionale). Per la precisione ha battuto Hillary Clinton in Michigan per 10.704 voti (lo 0,2%), nel Wisconsin per 22.748 (lo 0,6%) e in Pennsylvania per 44.292 (lo 0,7 %).  Se la Clinton avesse conquistato questi tre stati, dove prima di lei avevano vinto Obama, Bush, Gore e suo marito, avrebbe ottenuto 278 grandi elettori contro i 260 di Trump e sarebbe diventata presidente. Domanda: è possibile che dopo quattro anni di presidenza Trump, con il Covid che ancora imperversa, con la disoccupazione al 7.9% Trump riesca a conservare un vantaggio così esiguo in questi tre stati?  La domanda ha senso, ma la risposta non è semplice. Sono molti i fattori in gioco. I principali sono due: l’affluenza alle urne e quel peculiare meccanismo- il collegio elettorale-con cui si elegge il presidente.

    Il puzzle del collegio elettorale

    Il presidente degli USA non viene eletto direttamente dal popolo. Nel 2016, per la quinta volta nella storia del Paese, è stato eletto con meno voti del suo rivale. Una delle poche cose sicure oggi è che Trump, se vince, non avrà di nuovo la maggioranza del voto popolare. Attualmente il suo distacco da Biden a livello nazionale si aggira tra gli 8 e i 10 punti. E su questo è difficile che i sondaggi sbaglino di grosso. Ma è il collegio elettorale l’arena in cui si decide chi vince. E per vincere occorre comporre il puzzle in modo da arrivare a 270 voti su 538.

    All’interno del collegio gli stati non pesano tutti allo stesso modo. Gli stati che contano sono quelli in cui il risultato è incerto. In molti casi invece la partita è già decisa prima ancora del voto. Non sono solo i sondaggi a dirlo, ma soprattutto i risultati storici. Come si vede nella mappa in Figura 1, in sette stati (più il Distretto di Columbia) è certo che vinca Biden. Nel caso di Trump gli stati sicuri sono dieci. Aggiungendo a questi gli stati in cui è probabile o molto probabile che vinca l’uno o l’altro dei due contendenti arriviamo a quaranta stati in cui le elezioni sono praticamente già decise. Sono anni che a Ovest del Mississippi si muove poco o nulla dal punto di vista elettorale. Nel 2016 Clinton ha vinto esattamente gli stessi stati in cui aveva vinto Obama nel 2012 e nel 2008. Lo stesso si può dire a proposito degli stati del New England tradizionalmente democratici o quelli del Sud tradizionalmente repubblicani.

    Fig. 1 – Variazioni tra 2016 e 2012. Voti nel collegio elettorale

    La novità di questo anno è che gli stati contendibili sono più del 2016. È un segno della crescente volatilità dell’elettorato legata anche ai mutamenti demografici. Non solo Michigan, Wisconsin, Pennsylvania sono in bilico, ma anche Arizona, North Carolina, Georgia e Texas che una volta invece erano stabilmente nel campo repubblicano. E poi ci sono gli stati ballerini come Nevada, Ohio e Florida. In totale fanno 181 grandi elettori su 538. È in questi stati che si gioca la partita. Per Trump si tratta di una partita ancora più difficile di quella del 2016. Contando gli stati in cui la vittoria dell’uno e dell’altro è certa o probabile, Biden parte con una base di 232 grandi elettori contro i 125 di Trump. Gli ne mancano 38 per arrivare a 270 e diventare presidente. Gli basterebbe vincere in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania dove è nettamente favorito. È in vantaggio, ma con un margine minore, anche in Florida dove nel 2016 Trump ha vinto con l’ 1,2%. Se Biden vincesse in questo stato pivotale, con i suoi 29 voti, gli basterebbe vincere solo in Wisconsin per arrivare a 271. Insomma le combinazioni del puzzle con cui Biden può vincere sono numerose, più numerose di quelle a disposizione di Trump. Potrebbe addirittura stravincere. Ma i sondaggi non sono a prova di errore. Questa volta però, Biden non dovrà fare i conti con un fattore che invece ha gravemente danneggiato Clinton: il voto disperso.

    Il voto disperso

    Il 2016 è stata una elezione particolare anche per la entità del voto dato a candidati senza alcuna possibilità di successo. A livello nazionale sei milioni di elettori hanno votato per il candidato del partito Libertarian (Gary Johnson) o per la candidata dei Verdi (Jill Stein), il 4,4 % dei voti validi. Nel 2012 per gli stessi candidati avevano votato circa 1.750.000 elettori, l’1,4%. Ma quello che più conta è stato il risultato di questi due partiti in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. In tutti e tre questi stati i loro voti sono stati molti di più del 2012 e hanno fatto la differenza. Alla Clinton sarebbero bastati i voti dei Verdi per diventare presidente. L’entità ‘anomala’ del voto disperso è un chiaro segnale del fatto che, davanti a candidati molto sgraditi come Trump e Clinton, una quota marginale ma decisiva di elettori ha preferito votare figure terze. Questa volta il voto disperso tornerà su valori ‘normali’. Il suo declino favorirà Biden che è un candidato più gradito in assoluto rispetto alla Clinton e più gradito tra gli elettori libertari e verdi. Ma un fattore che avrà un impatto ancora più decisivo sul voto sarà l’affluenza alle urne.

    Il rebus della affluenza

    Nelle elezioni di medio-termine del 2018 i Democratici hanno conquistato la maggioranza dei seggi alla Camera grazie a un aumento eccezionale della affluenza. Tra le elezioni di medio-termine del 2014 e quelle del 2018 è passata dal 41,9% al 53,4 %, secondo i dati del US Census Bureau. In particolare sono andati a votare molti più giovani, più elettori appartenenti a minoranze etniche e più abitanti dei centri metropolitani. Sono tutte categorie che tendono a preferire il Partito Democratico. Il fenomeno potrebbe ripetersi il 3 Novembre e decidere l’esito. A favore di questa ipotesi gioca anche il fatto che, a differenza del 2016, il Partito Democratico oggi è unito nel sostenere il suo candidato. I sostenitori di Bernie Sanders non amano particolarmente Biden ma questa volta è molto probabile che non diserteranno le urne. La voglia di battere Trump trascende le differenze ideologiche.

    Ma quale sarà l’impatto della pandemia sulla affluenza e quindi sul voto? È impossibile da prevedere. Per questo motivo i sondaggi devono essere presi con ancora maggiore cautela. In tutti i paesi occidentali è diventato difficile stimare i votanti ed è proprio questo il fattore principale che rende meno affidabile la stima delle intenzioni di voto. La pandemia rende tutto ancora più complicato. Però, il numero eccezionale di elettori che hanno già votato, in persona o per posta, fa pensare che il Covid non deprimerà l’affluenza. Al contrario, nonostante il Covid, queste elezioni, come quelle di medio-termine del 2018, potrebbero stabilire un record di votanti. Per i Democratici sarebbe una ottima notizia che renderebbe forse possibile anche la conquista della maggioranza dei seggi al Senato.

    La base elettorale di Trump e il partito-setta

    Trump non è particolarmente popolare (Figura 2). Non lo era nel 2016 e non lo è oggi. Nel corso della sua presidenza il giudizio positivo degli elettori sul suo operato è sempre stato intorno al 40%. Un valore basso, ma eccezionalmente stabile. Quello di Trump è un elettorato motivato e fedele. Nemmeno il Covid ne ha scalfito la fedeltà. Per il 56,6% degli elettori la sua gestione della pandemia è stata negativa. Ma non per i suoi elettori. Covid o no lo voteranno in maniera massiccia recandosi personalmente alle urne. Trump ha trasformato il Partito Repubblicano in una setta di cui lui è il guru indiscusso. Ed è proprio sulla mobilitazione della sua base che si fonda la sua strategia elettorale. Ma chi sono i suoi elettori? 

    Fig. 2 – Giudizio sull’operato di Trump 

    Sono prevalentemente elettori bianchi, soprattutto maschi e senza laurea. Vivono più in piccoli centri o in zone rurali che nelle grandi città. Sono religiosi, in particolare evangelici e contrari all’aborto. Vogliono meno tasse, meno immigrati e uno stato meno invadente. Sono affezionati alle loro armi. Vogliono un paese che pensa più ai propri interessi che a coltivare alleati. Ma il loro numero non è sufficiente per far vincere il loro capo. Trump ha vinto nel 2016 perché ha conquistato non solo il 90% degli elettori che si auto-definiscono Repubblicani ma anche la maggioranza relativa degli Indipendenti che sono circa il 40% dell’elettorato. È successo perché Clinton era straordinariamente poco gradita e a Trump è stato concesso il beneficio del dubbio. In fondo era l’uomo nuovo della politica americana.

    Cosa è successo dal 2017 a oggi? Molti dati evidenziano l’erosione della sua base elettorale. Percentuali marginali ma decisive di donne bianche e di anziani sembrano averlo abbandonato a favore di Biden. Restano straordinariamente fedeli i bianchi senza laurea che rappresentano il nocciolo duro del suo consenso. Ma non bastano. Il voto degli Indipendenti sarà di nuovo importante. La maggioranza di loro però non è soddisfatta di come il presidente sta gestendo la pandemia. Non è una buona notizia per lui. E non c’è più la ‘antipatica’ Clinton a dargli una mano. Ma la storia non finisce qui.

    Chi vincerà?

    Il quadro che abbiamo tracciato fa pensare che Biden abbia una possibilità molto concreta di diventare presidente. Le probabilità sono a suo favore. Nate Silver del sito FiveThirtyEight le stima all’ 87%. Eppure, resta ancora il dubbio che una altra sorpresa possa essere dietro l’angolo. Come nel 2016. È vero che gli stati contendibili sono tanti e quasi tutti i sondaggi danno Biden in vantaggio. In particolare in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Ma non si tratta di un vantaggio decisivo, con l’eccezione del Michigan. E il fatto che i sondaggi di oggi, soprattutto a livello statale, siano di qualità superiore a quelli del 2016 non elimina completamente il dubbio. È vero anche che quest’ anno gli indecisi sono meno che nel 2016 e questo dovrebbe aumentare l’affidabilità dei sondaggi. Ma è anche vero che è difficile stimare quanti siano gli elettori di Trump ‘nascosti’, che i sondaggi non intercettano. Soprattutto è impossibile escludere del tutto che nella ultima fase della campagna elettorale non riaffiori prepotentemente tra gli elettori bianchi d’America, che sono ancora il 66 % della popolazione, quella rabbia che ha fatto vincere Trump nel 2016 e che è stata descritta in questi termini da P. Hart e D. McGinn: ‘un ampio settore della nostra società è profondamente, visceralmente arrabbiato… Le persone che hanno guidato questa rivoluzione non hanno nulla a che vedere con Washington, Los Angeles e New York.  Non vanno da Starbucks, non mandano I loro figli all’università, né guardano i programmi di NPR. Fanno i loro acquisti da Wal-Mart, mangiano da McDonald’s, e si interessano più degli sport a scuola che delle partite di football professionale. I loro redditi stanno diminuendo e non hanno fondi pensione. Pensano che i loro genitori e i loro nonni hanno costruito questo paese. E martedì notte hanno urlato a gran voce che lo rivogliono indietro’.

    Questa volta però l’urlo potrebbe non bastare al presidente uscente per restare alla Casa Bianca. A decidere sarà l’affluenza al tempo del Covid. Se non lo faranno le corti, o addirittura la Corte Suprema, come nel 2000. Speriamo di no.

  • Regionali: le debolezze puntellano il governo, a rischiare è il PD

    Regionali: le debolezze puntellano il governo, a rischiare è il PD

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15 settembre

    Che impatto sulla tenuta del governo può avere l’esito delle prossime elezioni regionali e del referendum costituzionale? L’ipotesi più accreditata è che un collegamento ci sia. Quindi che il governo rischi. La nostra tesi è che indipendentemente da cosa succederà il 21 Settembre il governo Conte continuerà a sopravvivere. Tutt’al più potrebbe esserci un rimpastino.

    Perché scoppi una crisi di governo occorre che o il Pd o il M5s o Italia Viva decidano di mettere fine alla attuale alleanza. In teoria la crisi potrebbe essere il risultato dello sfaldamento della esile maggioranza su cui poggia il governo al Senato, ma non la riteniamo una ipotesi plausibile. Eventuali nuove defezioni dal M5s non si traducono necessariamente in possibili voti di sfiducia. Gioca sempre l’istinto di sopravvivenza. Più plausibile invece che sia l’uno o l’altro dei due maggiori partiti di governo oppure Renzi a provocarla. Ma perché dovrebbero farlo? 

    C’è chi dice che il detonatore potrebbe essere un cattivo risultato del voto regionale e/o referendario. Ma qui occorre una premessa. Dato il contesto attuale, una crisi vorrebbe dire tornare alle urne. Infatti, non è ragionevole immaginare che oggi sia possibile una altra maggioranza in parlamento in modo da evitare elezioni anticipate. A meno che non scoppi una crisi economica e sociale così grave da rendere credibile l’ipotesi di un governo di unità nazionale con o senza Mario Draghi primo ministro. Ciò premesso, torniamo alla domanda da cui siamo partiti e cerchiamo una risposta prima dal punto di vista del M5s e poi del Pd/Renzi.

    Il M5s ha ben poche aspettative rispetto alle regionali, Questa è una competizione in cui non ha mai brillato. Solo in Molise nel 2018 è andato vicino ad eleggere un suo candidato alla presidenza. Nelle sei principali regioni in cui si vota ora ha presentato 5 candidati suoi. Nessuno di questi ha la benché minima possibilità di essere eletto. Sulla base dei sondaggi Winpoll-Cise pubblicati nelle scorse settimane su questo giornale la candidata messa meglio è in Puglia ed è Antonella Laricchia stimata al 15,9%. Quanto al voto di lista le cose non andranno particolarmente bene, ma anche questo risultato verrà facilmente metabolizzato con la giustificazione che non è in questo tipo di elezioni che si può misurare il reale livello di consensi per il Movimento. Ci vogliono le politiche.

    Più delicata è invece la questione del referendum. Il taglio della casta è da sempre una bandiera del partito di Grillo. Fino a poco tempo fa sembrava che il Sì avrebbe prevalso largamente. Poi i sondaggi regionali che abbiamo pubblicato su questo giornale hanno rivelato la sorprendente forza del No, cosa che ora viene confermata anche da sondaggi nazionali. In questo momento pare che il Sì possa vincere seppure con percentuali inferiori alle aspettative di qualche tempo fa. In questo caso per il M5s sarà comunque una vittoria. Oggi però non si può escludere che possa vincere il No. Quale sarebbe in questo caso l’effetto sul Movimento? Potrebbe essere questo il motivo della fine della sua esperienza al governo e quindi della crisi? Non lo crediamo. È un fatto noto che gli attuali parlamentari del M5s si sentono a proprio agio nelle posizioni che ricoprono. Sanno che in caso di elezioni anticipate pochi di loro verrebbero rieletti. Tanto più che la vittoria del No sarebbe un altro inequivocabile segnale che il vento dell’anti-politica, grazie al quale il Movimento ha costruito la sua fortuna elettorale, non tira più come una volta. Ergo, Conte su questo versante può stare tranquillo. Sia nel caso che vincesse il No sia nel caso che il Si prevalesse di poco con una bassa affluenza alle urne.

    E il Pd? Non è il referendum che deve temere. Se vince il Sì ha vinto una parte, se vince il No ha vinto una altra parte del Pd. In questo secondo caso Zingaretti ne uscirebbe indebolito ma non il governo. Sono le elezioni regionali il test vero. Al momento il Pd è certo di vincere solo in Campania. Toscana e Puglia sono in bilico. Se vincesse in entrambe le regioni finirebbe tre a tre, e sarebbe un ottimo risultato. Se finisse quattro a due non andrebbe proprio bene ma se fra le due ci fosse la Toscana, oltre alla Campania, è probabile che il risultato verrebbe metabolizzato. L’esito peggiore, per non dire disastroso, sarebbe la perdita della Toscana. Cosa che fino a poco tempo veniva considerata impossibile dalla dirigenza locale e nazionale del Pd. 

    In questo caso ci sono pochi dubbi che la attuale leadership del partito verrebbe messa in discussione. Si aprirebbe una delicata fase pre-congressuale. Ma c’è qualcuno disposto a scommettere che uno qualunque dei possibili leader del Pd, compreso l’attuale segretario, voglia provocare una crisi di governo sapendo che porterà ad elezioni anticipate e alla vittoria certa della destra? Potrebbe farlo Renzi? Non perdere il governo, non perdere la possibilità di eleggere il prossimo presidente della repubblica, non perdere la gestione dei fondi europei non rappresentano forse un potente incentivo -per il Pd, per il M5s e per Renzi- per continuare a sopravvivere anche da separati in casa? Razionalmente la risposta non può che essere positiva. Ma sappiamo bene che in politica anche la irrazionalità e il caso hanno un loro peso.

  • Puglia, Emiliano tallona Fitto. Decisivi incerti e voto utile

    Puglia, Emiliano tallona Fitto. Decisivi incerti e voto utile

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 3 settembre

    Sono due le regioni in cui il risultato del voto del 20-21 Settembre è del tutto incerto. Una è la Toscana che abbiamo analizzato il 1 Settembre. L’altra è la Puglia. Secondo le stime del sondaggio Winpoll-CISE Raffaele Fitto, candidato di tutto il centrodestra, e già governatore tra il 2000 e il 2005, raccoglie il 39,6 % delle intenzioni di voto contro il 38,2% del presidente uscente Michele Emiliano (Figura 1). Una differenza statisticamente insignificante. Seguono Antonella Laricchia del M5s con il 15,9% e Ivan Scalfarotto, candidato di Italia Viva, +Europa, e Verdi, con il 4,7%.

    Fig. 1 – Intenzioni di voto ai candidati e liste

    Per Emiliano è una corsa in salita. A differenza di altri governatori uscenti che si sono ricandidati, Zaia, De Luca, Toti, il Covid non sembra averlo avvantaggiato veramente. Né può sfruttare un giudizio particolarmente favorevole sull’operato della sua amministrazione. Infatti ne danno una valutazione molto o abbastanza positiva solo il 46% degli intervistati (Figura 2). Rispetto a cinque anni fa, quando conquistò il suo primo mandato, il quadro è cambiato nettamente. Allora aveva vinto con il 47,1%, sostenuto da una coalizione che comprendeva tutti i partiti del centrosinistra (tranne Verdi e l’Altra Puglia) e aveva preso complessivamente il 48,3% dei voti proporzionali (Figura 3). Per di più il centrodestra era diviso. Infatti, Forza Italia e Noi Con Salvini appoggiarono Adriana Poli Bortone che prese il 14,4%, mentre Fratelli d’Italia presentò come candidato presidente Francesco Schittulli che raccolse il 18,3%. Oggi invece la situazione si è ribaltata: il centrodestra è unito e il centrosinistra è diviso con Italia Viva e + Europa che hanno deciso di non appoggiare il presidente uscente. Un po’ per questo motivo ma soprattutto per il declino del Pd e della sinistra in generale le liste che lo sostengono valgono oggi solo il 35,3 %.

    Fig. 2 – Operato del governo regionale

    Fig. 3 – Trend elettorali in Puglia nelle ultime tornate elettorali

    Eppure la partita è aperta. In un sondaggio fatto da Winpoll a Giugno di questo anno la situazione per Emiliano era peggiore. Allora il vantaggio di Fitto era di quasi cinque punti percentuali. Oggi sembra che si sia ridotto a 1,4 come abbiamo già fatto notare. A quell’epoca non erano state ancora decise né liste né candidature. E si sa quanto le une e le altre siano importanti in una competizione locale, soprattutto al Sud. Emiliano ha dalla sua parte ben 15 liste. Una cosa indecente consentita da una legge elettorale su questo punto sbagliata. C’è di tutto: Pd, Sinistra alternativa, Democrazia Cristiana, Liberali, Partito animalista, Partito del Sud, Pensionati e invalidi, Sud indipendente Puglia e così via. Tante liste uguale tanti candidati. Ogni lista è una rete acchiappa-voti. E qui sta forse la ragione della rimonta. Messe insieme, le 14 liste civiche (che civiche non sono) fanno il 18,6% dei consensi. Complessivamente pesano più del Pd (16,7%). Fatta la somma di tutto si arriva a quel 35,3% citato sopra che rappresenta la base elettorale di partenza di Emiliano. Per arrivare al 38,2% di cui viene accreditato dal nostro sondaggio occorre ipotizzare che ci sia una quota di elettori che votano lui senza passare da nessuna delle liste che lo appoggiano.

    A differenza di Emiliano, Fitto ha fatto una scelta molto più parsimoniosa in termini di liste a lui collegate. Appena 5, di cui solo una ‘La Puglia domani’ può essere considerata civica. Le altre sono Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Nuovo Psi-Udc. Tutte insieme queste liste sono stimate al 40,9%, vale a dire 5,6 punti percentuali più delle liste a sostegno di Emiliano (35,3%). Fitto quindi può contare su uno zoccolo più ampio di quello del suo rivale. La differenza si era già manifestata nettamente alle europee dello scorso anno quando il centrodestra aveva ottenuto il 45,3% dei voti contro il 23,6 del centrosinistra (Figura 3).

    Alla fine la partita verrà decisa dagli incerti e dal comportamento degli elettori dei due terzi incomodi, cioè di chi dichiara oggi di voler votare Laricchia o Scalfarotto. È certo che un accordo tra Emiliano e il M5s o Italia Viva avrebbe incrementato notevolmente le sue prospettive di vittoria. In assenza, sia Emiliano che Fitto possono sperare nel voto disgiunto. È possibile che alcuni degli elettori che oggi dichiarano di voler votare Laricchia o Scalfarotto decidano nelle urne di esprimere un ‘voto utile’ a influenzare la scelta tra i due candidati più competitivi.

    È difficile stimare quanti lo faranno. Un indizio al riguardo ci viene dalla analisi dei flussi tra il voto espresso alle europee dello scorso anno e l’intenzione di voto dichiarata oggi (Figura 4). Per Emiliano hanno detto di voler votare il 72% degli elettori del Pd. Questo è un dato relativamente basso ed è un suo punto di debolezza. In confronto De Luca in Campania ne mobilita l’89% e Giani in Toscana l’87%. Lo stesso Fitto mobilita l’86% degli elettori del suo partito, Fdi. Però Emiliano dimostra di avere un appeal più trasversale. Attira il 25% di chi ha votato M5s alle europee (contro l’11% di Fitto e il 15% di Giani) cui si aggiungono il 23% degli elettori di Forza Italia, il 14% della Lega e anche un piccolo ma non insignificante 8% che viene da Fdi. È questa sua capacità di attrazione, che non può essere paragonata a quella di De Luca ma che gli assomiglia, a rendere la sua candidatura competitiva. Da qui al 21 Settembre si vedrà se questo fattore genererà una quota sufficiente di voto disgiunto tale da permettergli di vincere. Ma certo Fitto non sta a guardare.

    Fig. 4 – Flussi di voto tra europee e regionali

    Infine il referendum sul taglio dei parlamentari. I Sì prevalgono sui No: 59 a 41% (Figura 5). Più o meno come nelle altre regioni oggetto dei nostri sondaggi (con l’eccezione della Toscana). Ma solo tra gli elettori del Pd e quelli del M5s i Sì sono in maggioranza. In tutti i partiti del centrodestra non è così. La sensazione è che nell’elettorato dei partiti di opposizione stia prendendo sempre più piede l’idea di usare questo referendum per indebolire il governo o ‘punire’ il M5s. È la ‘sindrome Renzi 2016’.

    Fig. 5 – Il referendum costituzionale

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore – Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll – Cise. Periodo di realizzazione interviste: 28 agosto-1 settembre 2020. Popolazione di riferimento: popolazione pugliese, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all’universo della popolazione pugliese. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1000: 500 cati-cami (3059 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervallo di confidenza al 99%: 2,4%.

  • La Toscana è sempre meno rossa, partita aperta tra Giani e Ceccardi

    La Toscana è sempre meno rossa, partita aperta tra Giani e Ceccardi

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 1 settembre

    La Toscana come l’Emilia-Romagna? Dopo decenni di dominio incontrastato del centrosinistra, in Toscana si profila una competizione aperta come lo fu a Gennaio di questo anno in Emilia-Romagna quando l’attuale presidente di regione Stefano Bonaccini dovette faticare non poco per battere la candidata della Lega e del centrodestra, Lucia Borgonzoni. Questo dice Il sondaggio Winpoll-Cise che registra una sostanziale parità tra il candidato di centrosinistra Eugenio Giani (con il 43,0%) e la candidata di centrodestra Susanna Ceccardi (con il 42,5%) (Figura 1). Come in Emilia-Romagna il primo è esponente del Pd e la seconda della Lega. Molto distaccati ci sono la candidata del M5S Irene Galletti che ottiene l’8,3%, e altri candidati minori cui è attribuito il 6,2% complessivamente.

    Fig. 1 – Intenzioni di voto ai candidati e liste

    Considerando che altri sondaggi indicano una situazione simile, con distacchi a favore di Giani al massimo di pochi punti, è difficile in questo momento prevedere chi vincerà. La Toscana non sono le Marche, altra regione rossa in cui però il centrodestra appare nettamente favorito (questo giornale). E non sono nemmeno la Campania dove il centrosinistra con De Luca ha un vantaggio difficilmente colmabile dal centrodestra (questo giornale). Va da sé che una eventuale sconfitta del Pd e alleati in Toscana avrebbe un valore politico e simbolico enorme. La partita è aperta, come lo era alla vigilia del voto anche in Emilia-Romagna. Lì è finita bene per il centrosinistra. Ma lì c’era Bonaccini e qui c’è Giani.

    Ma facciamo un passo indietro: da dove salta fuori questa Toscana competitiva? La regione è stata da sempre amministrata dal centrosinistra, e nelle ultime due legislature ha avuto come presidente Enrico Rossi. Già assessore alla sanità tra il 2005 e il 2010 con la precedente giunta Martini, Rossi si era candidato nella prima volta nel 2010 (con una coalizione che comprendeva anche la sinistra radicale) vincendo con il 59,8% (contro il 34,4% di Monica Faenzi candidata da Pdl e Lega). Nel 2015 (Figura 2) si è ricandidato e venne riconfermato (stavolta con il solo Pd più una lista riformista) con il 48,0%, contro il complessivo 29,1% dei due candidati separati del centrodestra (Borghi di Lega e FdI con il 20,0% e Mugnai di Fi con il 9,1%), e il 15,1% di Giannarelli del M5S e il 6,3% di Fattori della sinistra radicale. Un distacco tra centrosinistra e centrodestra che quindi è cambiato nel tempo: da oltre 25 punti a ancora quasi 20 punti, e tuttavia oggi annullato.

    Fig. 2 – Trend elettorali in Toscana nelle ultime tornate elettorali

    Cosa è successo in Toscana? In termini di evoluzione delle preferenze politiche, le elezioni del 2018 avevano registrato un forte rafforzamento del M5S (salito al 24,7%) quasi totalmente a danno del centrosinistra (Figura 2). Poi le europee del 2019 (anche se con un’affluenza ben più bassa, quindi meno utili a fini di previsione) hanno addirittura visto il centrodestra superare il centrosinistra (con un M5S dimezzato rispetto al 2018). La conclusione che se ne trae è che anche in Toscana si sono fortemente indeboliti quei fattori sub-culturali e organizzativi che per decenni ne hanno fatto una delle regioni della cosiddetta zona rossa.  

    È su questa evoluzione degli orientamenti politici dei toscani che si innestano alcuni potenziali punti deboli del candidato di centrosinistra Giani. Combinati con la forza impressa al centrodestra dalla linea più “populista” di Salvini e Meloni, capace di fare breccia già dalle europee del 2019, questi fattori di debolezza sono all’origine di questa situazione inaspettatamente competitiva. Anzitutto, Giani non è un incumbent, come lo era Bonaccini, e quindi non può beneficiare (come ad esempio De Luca in Campania e Zaia in Veneto) del giudizio positivo della maggioranza dei toscani per come il governo uscente ha amministrato la regione (54%) (Figura 3) e per come ha gestito l’emergenza Covid (64%).

    Fig. 3 – Operato del governo regionale

    In secondo luogo, la sua limitata visibilità e capacità di attrazione personale gli permette di raccogliere solo pochi voti in più di quelli dei partiti che lo sostengono. Infatti la differenza tra i voti a lui come candidato presidente e quelli della sua coalizione è di appena +1,4 punti (43% contro il 41,6%). Su questo piano nemmeno la Ceccardi va bene. Anzi, nel suo caso il bilancio è negativo, visto che le viene attribuito un 42,5% contro il 43,8% delle sue liste. E questo conferma che la sua competitività non è tanto dovuta alla sua popolarità quanto alla forza della Lega e alla crescita di Fratelli d’Italia. In terzo luogo, Giani, socialista craxiano di formazione e in passato vicino a Renzi, non sembra avere il profilo ideale per attrarre né gli elettori provenienti dal M5S (molti dei quali in Toscana provenivano storicamente da sinistra) né quelli della sinistra più radicale. Questo potrebbe essere per lui un grosso handicap perché il voto utile potrebbe risultare decisivo per dargli la vittoria. L’analisi dei flussi (Figura 4) però non depone a suo favore. Tra gli elettori M5S delle Europee, chi non sceglie la Galletti (M5S) si orienta in prevalenza verso la Ceccardi; e gli elettori ex Pd sono quelli che più degli altri risultano indecisi o potenziali astensionisti

    Fig. 4 – Flussi di voto tra europee e regionali

    Giani tuttavia è favorevole al referendum sul taglio dei parlamentari; una posizione che forse potrebbe essergli utile per attrarre voti M5S nel finale della campagna elettorale. Ma la questione è delicata. I toscani appaiono nettamente divisi, addirittura con una leggera prevalenza dei No (52% contro 48%) (Figura 5). E anche qui, come in altre regioni che abbiamo analizzato, si distinguono i leghisti come fautori del No. Una situazione competitiva, quindi, che lascia presagire un intenso finale di campagna elettorale.

    Fig. 5 – Il referendum costituzionale

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore – Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll – Cise. Periodo di realizzazione interviste: 27-28 agosto 2020. Popolazione di riferimento: popolazione toscana, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all’universo della popolazione toscana. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1000: 500 cati-cami (2317 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervallo di confidenza al 99%: 2,4%.

  • Marche, Acquaroli al 51,8%. Il centrodestra stacca Pd e M5S

    Marche, Acquaroli al 51,8%. Il centrodestra stacca Pd e M5S

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 30 agosto

    Tra le regioni al
    voto il 20-21 settembre, le Marche sono quelle dove l’esito è più carico di
    significato simbolico e politico. Simbolicamente, il dato rilevante è la
    probabile svolta al vertice. Tradizionale roccaforte rossa, la regione potrebbe
    passare sotto la guida del centrodestra dopo anni di amministrazione
    ininterrotta di centrosinistra. Secondo la stima Winpoll-CISE Francesco
    Acquaroli, candidato di Fratelli d’Italia ed espressione del centrodestra
    unito, sarebbe infatti in vantaggio di quasi 16 punti percentuali rispetto al
    candidato del centrosinistra Maurizio Mangialardi (Figura 1): 51,8% contro il 36,1%.
    Staccato e fuori partita il candidato del M5s Gian Mario Mercorelli (8,9%).

    Fig. 1 – Intenzioni di voto ai candidati e liste

    La partita dunque sarà
    decisa in un confronto tra centrosinistra e centrodestra, con i grillini, però,
    nel mezzo a fare da possibile ago della bilancia insieme con gli indecisi e
    l’area del non voto. Questi due ultimi gruppi pesano rispettivamente per il 24
    ed il 22% del campione.  Per recuperare
    lo svantaggio stimato, Mangialardi dovrebbe riuscire a mobilitare questi gruppi
    di elettori e attrarre voto utile, soprattutto grillino.  Né l’una né l’altra è cosa facile.

    Il bacino elettorale del M5s è esiguo (appena l’8,9%).
    Anche se Mangialardi riuscisse a convincere una parte di questo elettorato a
    votare per lui, il divario tra centrosinistra e centrodestra non verrebbe
    comunque colmato.  Dovrebbe recuperare
    anche voti dall’astensione. Per quanto gli elettori del M5s siano oggi ideologicamente
    più vicini al centrosinistra, ci sono diverse ragioni per cui l’opzione del
    voto utile a favore del candidato dem è difficilmente percorribile.

    In primis, la legge elettorale. Nelle Marche, al
    contrario di quanto accade in altre regioni, il voto disgiunto non è previsto.
    Gli elettori non possono votare per una lista e, contestualmente, per un
    candidato presidente non collegato a questa stessa lista. Per gli elettori del
    M5s, la possibilità del voto disgiunto avrebbe consentito di coniugare la
    “fedeltà” al Movimento (il voto “con il cuore”) con un voto utile a
    favore di Mangialardi. In assenza di questa possibilità, la risoluzione
    dell’eventuale conflitto tra fedeltà ed opportunità è tutt’altro che scontata.
    Per questo il mancato accordo su un candidato unico tra Pd e Movimento pesa qui
    ancor più che in altre regioni.

    Molto dipenderà, in secondo luogo, dall’appeal di Mangialardi. Quest’ultimo è senz’altro conosciuto (è sindaco di Senigallia e presidente dell’ANCI nelle Marche). Eppure, stando ai dati, la sua capacità di mobilitazione al di fuori dell’area di centrosinistra (in particolare tra gli elettori pentastellati) è limitata. Guardando i flussi di voto tra le Europee del 2019 e le stime delle regionali del 2020 (Figura 2), si vede che solo il 23% di chi che aveva votato M5s alle Europee dichiara oggi di voler votare per il candidato di centrosinistra. Un quarto si riversa su Acquaroli e un altro 23% si colloca tra gli incerti e gli astenuti. Tra questi ultimi gli ex elettori del Movimento formano un gruppo rilevante, di fatto contendibile, ma per il quale è difficile stabilire 1) se sarà disposto realmente a mobilitarsi; 2) in favore di quale candidato.

    Fig. 2 – Flussi di voto tra europee e regionali

    Grava inoltre su Mangialardi la debolezza del PD, a cui fa da contraltare la forte crescita di Lega e Fdi. Il PD è oggi stimato nelle Marche al 22,8%, non distante da quanto aveva ottenuto alle europee dello scorso anno (22,3%) (vedi Figura 3), ma ben 12,3 punti percentuali in meno rispetto alle regionali del 2015 quando ottenne il 35,1%.  In forte calo anche il M5s che alle regionali aveva preso il 18,9% e oggi invece è stimato all’8,9%.

    Fig. 3 – Trend elettorali nelle Marche nelle ultime tornate elettorali

    Nel centrodestra è sorprendente la crescita della Lega e, soprattutto di FdI rispetto alle precedenti regionali. Nel 2015 la Lega ottenne il 13% dei voti, mentre FdI si fermò al 6,5%. Oggi il partito di Salvini è stimato al 23,3%, mentre FdI al 18,1% (un divario di poco più di cinque punti percentuali). Il dato relativo a FdI non deve sorprendere visto che Acquaroli viene da lì e che il partito della Meloni è in crescita ormai da mesi. Il fatto però interessante (e che restituisce plasticamente l’evoluzione politica della regione) è che anche nel 2015 Acquaroli fu il candidato alla presidenza di Lega e FdI (ma non di Forza Italia in quell’occasione). Il successo del centrodestra di oggi, quindi, non sembra attribuibile alla forza del candidato presidente, quanto piuttosto ad un profondo mutamento degli orientamenti politici degli elettori marchigiani. Come l’Umbria, si può parlare anche delle Marche come di una ex regione della Zona Rossa.

    Un ultimo elemento è il mancato effetto Covid. Contrariamente a quanto accaduto in altre regioni (dove la buona gestione dell’emergenza ha offerto ai governatori uscenti la possibilità di rafforzare o rilanciare la propria immagine), la gestione della crisi sanitaria non sembra aver prodotto effetti particolarmente rilevanti sulle scelte di voto degli elettori marchigiani. L’amministrazione uscente di centrosinistra guidata da Luca Ceriscioli viene infatti ampiamente promossa sull’emergenza Covid: il 62% degli intervistati ritiene che la regione abbia gestito molto o abbastanza bene l’emergenza, con maggioranze assolute di giudizi positivi non solo tra gli elettori di PD e M5s, ma anche di Forza Italia e FdI. Un dato in linea con quanto accaduto in altre regioni al voto (è il caso di Zaia in Veneto e di De Luca in Campania). Eppure Mangialardi, che è stato preferito dal PD a Ceriscioli come candidato alla presidenza, non sembra aver raccolto i frutti di quella che viene considerata una buona gestione dell’emergenza.  C’è da chiedersi se non abbia fatto male il Pd a sacrificare Ceriscioli, che pure poteva correre per un secondo mandato.

    Infine il referendum sul taglio dei parlamentari. Come già rilevato in altre regioni, i SI prevalgono sui NO in modo piuttosto trasversale (unica eccezione, la Lega dove il sostegno al SI si ferma al 44%). Complessivamente i Sì sono il 61% (Figura 4). Più o meno quello che abbiamo visto nelle altre regioni. (lilyjackson.com.au)

    Fig. 4 – Il referendum costituzionale

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore – Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll – Cise. Periodo di realizzazione interviste: 25-27 agosto 2020. Popolazione di riferimento: popolazione marchigiana, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all’universo della popolazione marchigiana. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1000: 500 cati-cami (2621 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervallo di confidenza al 99%: 2,4%.

  • Liguria, Toti avanti con il 60%. Non decolla il patto Pd-M5S

    Liguria, Toti avanti con il 60%. Non decolla il patto Pd-M5S

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 28 agosto

    Giovanni Toti è avviato alla riconquista del suo secondo mandato alla guida della regione Liguria. Questo dice il sondaggio Winpoll-CISE, il terzo della serie dedicata alle regionali di settembre. Secondo la nostra stima sarebbe riconfermato con il 60,1% dei voti contro il 34,4% di Ferruccio Sansa, candidato della coalizione di centrosinistra che include – unicum fra le 7 regioni al voto il 20 e 21 settembre – anche il Movimento Cinque Stelle (Figura 1). Il numero di indecisi è ancora cospicuo (22%) ma comunque non sufficiente a ribaltare la sfida fra i due candidati principali.

    Fig. 1 – Operato del governo regionale e intenzioni di voto ai candidati

    Il sondaggio fotografa chiaramente il cambiamento dei rapporti di forza in questi anni a favore del centrodestra. Alle regionali del 2015 Giovanni Toti, alla guida di un centrodestra unito, era riuscito a conquistare la regione con poco più di un terzo dei voti (34,4%) (Figura 2). Ciò grazie alla frammentazione del campo progressista dove, oltre al centrosinistra (27,8%), competevano il M5S (24,8%) e la sinistra radicale di Luca Pastorino (9,4%). Oggi lo scenario è cambiato e Toti appare largamente favorito nonostante la riconfigurazione del sistema in senso bipolare.

    Fig. 2 – Trend elettorali in Liguria nelle ultime tornate elettorali

    Cinque anni fa un’alleanza fra M5S, PD e sinistra avrebbe quasi certamente vinto visto che la somma dei tre candidati di allora totalizzava 63,6%. Ma, si sa, la politica non è una somma algebrica. Oggi la coalizione a sostegno di Sansa vale poco più della metà dei voti di allora. E così il centrodestra si avvia a vincere per la prima volta una secondo mandato consecutivo in regione. Osservando le forze in campo si nota che la coalizione a sostegno di Sansa non è esattamente la stessa che a Roma sostiene Conte. Italia Viva si è infatti sfilata e sostiene il Prof. Aristide Massardo. Ci sono poi due ex pentastellate, Alice Salvatore e Marika Cassimatis, che corrono con due liste civiche. Nel complesso, però, queste tre candidature drenano pochi voti, complessivamente circa il 5%.

    Tradizionalmente la Liguria è stata una sorta di “swing state”, come l’Ohio o la Florida negli USA. Posta geograficamente al confine fra la Zona rossa e il Nord industriale, già nella Prima Repubblica si notava chiaramente la spaccatura fra il Levante ligure, che costituiva l’ultima propaggine della subcultura rossa, e il Ponente, che invece premiava la DC e i partiti di centrodestra. Nella Seconda Repubblica, la regione ha visto una quasi perfetta alternanza fra le due coalizioni del bipolarismo italiano, con il centrosinistra vincente 3 volte (nel 1995, 2005 e 2010) e il centrodestra due (2000 e 2015). Anche alle politiche c’è stato grande equilibrio a partire dal 1994, anche se l’ultima vittoria del centrosinistra risale al 2006. Da quel momento il pendolo ha iniziato a oscillare a favore del centrodestra, che alle politiche del 2018 è arrivato primo con il 37,3%, staccando il centrosinistra – terzo polo, superato anche dal M5S – di oltre 13 punti.

    La supremazia del centrodestra e di Toti è quindi in parte riferibile a un generale spostamento a destra dell’elettorato ligure negli ultimi anni.  Ma incidono anche fattori di breve periodo. Fra questi ne citiamo tre: l’emergenza Covid, la popolarità di Toti e la debolezza del candidato rivale. Anche in Liguria, come in Veneto e Campania, analizzate nei giorni scorsi su questo giornale, la pandemia sembra aver favorito il governatore uscente. Il 65% dei liguri è soddisfatto di come la regione ha gestito l’emergenza sanitaria. Fra i soddisfatti troviamo anche un elettore del PD su due e uno del M5S su tre. In generale, 7 liguri su 10 giudicano molto o abbastanza positivamente l’operato dell’amministrazione regionale.

    Il “voto disgiunto” è un altro indizio della popolarità di Toti.  Anche in Liguria gli elettori possono votare un candidato Presidente e una lista che sostiene un altro candidato. Dal confronto della Figura 1 (voti ai candidati) e della Figura 3 (che riporta invece le intenzioni di voto alle liste) si ricava che Toti raccoglie il 60% dei voti maggioritari contro il 57% dei voti alle sue liste (proporzionali). Al contrario Sansa raccoglie come candidato presidente il 34%, mentre le sue liste arrivano al 37%. Quindi a livello di liste le due coalizioni sono distanziate di 20 punti percentuali, ma a livello di candidati la differenza diventa di circa 26 punti. All’interno del centrodestra la Lega si conferma in base alle stime il primo partito con il 25,7%, sebbene distante dal 33,9% raggiunto alle europee del 2019. In calo anche il PD, al 17,1%, e il M5S, che otterrebbe appena l’11%, la metà di quanto preso alle scorse regionali. Certo non un bel segnale per il Movimento nella regione natia del suo fondatore, Beppe Grillo. Il M5S sarebbe anche scavalcato da Fratelli d’Italia, che, con il 12,5% raddoppierebbe la performance delle europee. Nel centrodestra, inoltre, a fronte del calo di Forza Italia (6,9%) in linea con suo trend nazionale spicca il 10,9% della lista personale del governatore, “Cambiamo!”. Un altro segnale della sua capacità di attrazione.

    Fig. 3 – Intenzioni di voto alle liste

    I flussi elettorali fra le europee 2019 e le intenzioni di voto alle prossime regionali (Figura 4) mostrano invece chiaramente la debolezza del candidato di centrosinistra, che sembra aver unito -si fa per dire- più le classi dirigenti locali che gli elettori dei due principali partiti. Basta guardare le defezioni degli elettori di PD e M5S delle europee dello scorso anno. Nel caso del Pd 4 elettori su 10 non sono intenzionati a votare Sansa.  Piuttosto che votare il candidato del loro schieramento preferiscono astenersi. Quanto al M5s, solo la metà di coloro che hanno votato il Movimento alle europee dice di votare Sansa mentre il 15% è intenzionato a astenersi e un terzo a votare Toti. Il dato stupisce se pensiamo che Sansa, giornalista del Fatto Quotidiano, è certamente un candidato più vicino al M5S che al PD. È il candidato che non funziona o l’alleanza? Non abbiamo i dati per rispondere. In ogni caso è prematuro giudicare le prospettive della alleanza organica tra Pd e M5s a livello nazionale partendo dal caso della Liguria. Certo il segnale che viene da questa regione non è positivo. Ma visto il percorso accidentato con cui si è arrivati alla candidatura di Sansa non può sorprendere più di tanto.

    Fig. 4 – Flussi di voto tra europee e regionali

    Interessante, infine, il risultato relativo al referendum costituzionale. In linea con quanto abbiamo constatato in Veneto e in Campania, il Sì al taglio dei parlamentari è in vantaggio (60 a 40), ma si tratta di un vantaggio inferiore alle aspettative diffuse fino a poco tempo fa. La campagna per il No fa proseliti. La riforma vede convinti solo i pentastellati (97% per il SI), mentre gli elettori di tutte le altre forze politiche sono piuttosto divisi, con il Sì che prevale di misura, e mai sopra il 56%.

    Fig. 5 – Il referendum costituzionale

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore – Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll – Cise. Periodo di realizzazione interviste: 24-25 agosto 2020. Popolazione di riferimento: popolazione ligure, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all’universo della popolazione ligure. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1000: 500 cati-cami (2243 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervallo di confidenza al 99%: 2,4%.

  • Campania, De Luca oltre il 58%. Più vicine le due coalizioni

    Campania, De Luca oltre il 58%. Più vicine le due coalizioni

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 agosto

    De Luca contro Caldoro, atto terzo. Per adesso è parità, ma sembra che la bella andrà a De Luca. Questo dice il sondaggio Winpoll-Cise, il secondo della nostra serie dedicata alle regionali di settembre: 58,6% per De Luca, 28,9% per Caldoro (Figura 1). Per il governatore uscente sarebbe un ottimo risultato, anche se in calo di sei punti rispetto al precedente sondaggio Winpoll (questo giornale 1 Luglio). Ma allora la candidatura di Caldoro era stata appena annunciata.

    Fig. 1 – Intenzioni di voto ai candidati e alle liste

    È raro che in elezioni di stampo maggioritario gli stessi protagonisti principali si trovino a competere per tre volte di fila. Nelle elezioni del 2010 Caldoro sconfisse largamente l’allora sindaco di Salerno. In quelle del 2015, invece il governatore attualmente in carica prevalse di misura sull’allora incumbent che correva per il secondo mandato. Questa volta il divario tra i due ‘eterni’ rivali sembra essersi allargato notevolmente. Come nel caso di Zaia in Veneto il Covid-19 ha fatto bene a De Luca.

    Il distacco stimato oggi tra De Luca e Caldoro è di circa trenta punti percentuali. Questo è il divario nella parte maggioritaria del sistema di voto, quella che conta per la vittoria finale. Anche in Campania la presidenza della regione e la maggioranza dei seggi in consiglio vanno al candidato che ottiene un voto più degli altri. Gli elettori hanno a disposizione due voti: uno per i candidati presidente e uno per le liste che li sostengono. Possono votare (1) solo un candidato presidente, (2) un candidato presidente e una delle liste che lo sostengono, (3) un candidato presidente e una delle liste che non lo sostengono. In questo ultimo caso esprimono quello che si chiama ‘voto disgiunto’. A differenza del Veneto (questo giornale 23 agosto) dove il voto disgiunto non pesa, in Campania il voto al solo candidato (voto personale) e il voto disgiunto sembrano giocare un ruolo rilevante. Infatti, a livello di voti alle liste (quindi voti proporzionali) i dati del sondaggio Winpoll-Cise (Figura 1) dicono che il distacco tra la coalizione che appoggia De Luca e quella che appoggia Caldoro non è di trenta punti percentuali ma di soli otto. 

    Come si spiega nel caso di De Luca la differenza tra il 58,6% attribuito a lui come candidato presidente (voto maggioritario) e il 44,8% delle liste che lo appoggiano? L’ipotesi più plausibile è che siano elettori che votano lui senza votare altre liste e/o elettori che votano lui ma votano anche una delle liste che non lo appoggiano, magari un partito del centro-destra. Non è un caso che secondo la nostra stima Caldoro prende otto punti in meno delle sue liste. I giudizi largamente positivi sull’operato del governo regionale (Figura 2) e i dati sui flussi elettorali (Figura 3) confermano ampiamente questa ipotesi.

    Fig. 2 – Operato dell’amministrazione regionale

    Fig. 3 – Flussi di voto tra europee e regionali

    I secondi sono ancora più interessanti dei primi. De Luca dimostra di essere in grado di attrarre consensi da tutte le parti (con la parziale eccezione dell’elettorato leghista). Dichiarano di votarlo oltre un terzo degli elettori delle europee sia di Fi che di Fdi. Ma la cosa veramente sorprendente è che sono intenzionati a votarlo oltre la metà di quelli del M5s. Più del doppio di quanti voteranno il candidato del Movimento, Ciarambino! Almeno in Campania, e almeno per queste regionali, De Luca sembra capace di fare quello che molti dirigenti del Pd nazionale vorrebbero, e cioè prendersi gli elettori del Movimento senza fare accordi di vertice. Dulcis in fundo, a ulteriore conferma della sua capacità di attrazione e nel quadro di un sistema molto frammentato, la sua lista personale ‘De Luca Presidente’, risulta essere quella più votata con il 17,2 %, seguita da quella del M5s con il 17%.

    Serve un altro elemento per completare il quadro. Dietro il magnetismo elettorale di De Luca non c’è solo la sua personalità e la sua gestione del Covid, che pure contano moltissimo, ma anche una notevole abilità come tessitore di alleanze. Una larga fetta dell’elettorato campano, soprattutto in certe aree, è inquadrata in ben strutturate reti clientelari. Il voto di scambio è assai diffuso. E il numero elevato di preferenze espresse in rapporto ai voti lo dimostra. Gli accordi fatti da De Luca con i vari De Mita e Mastella sono una delle ragioni del suo successo. Un’altra è il numero di liste che lo sostengono, addirittura 15. Anche queste fanno parte di una precisa strategia di raccolta di consensi. Questa è la politica in Campania. E De Luca sa come adattarvisi. Anche per questo il centro-sinistra a livello proporzionale viene stimato oggi al 44,8%, mentre alle politiche del 2018 aveva preso il 16,4% e alle europee dello scorso anno il 23,1 (Tabella 1).

    Tab. 1 – Trend elettorali in Campania nelle ultime tornate elettorali . Nota: Nella parte superiore sono riportati i risultati al proporzionale; nella parte inferiore sono riportati i risultati proporzionali per le europee e maggioritari per regionali/politiche

    Dicevamo dei cinque stelle e del comportamento ‘anomalo’ dei loro elettori. A dire il vero occorre prudenza a usare questo termine. Quello che con gli occhi di un osservatore del Nord può sembrare anomalo, a Napoli lo è molto meno. La disponibilità degli elettori, la frammentazione delle liste, la logica della scelta di voto, la differenza tra le arene elettorali rende tutto molto più incerto e fluido, come si vede dai dati della tabella in pagina in cui riportiamo il risultato del voto nelle ultime tre competizioni. Ciò premesso, è indubbio che il Movimento di Grillo ha perso in Campania quella forza che aveva dimostrato alle politiche di due anni fa quando ottenne il 49,4%. Quelle elezioni non sono state la prima tappa nella costruzione di una egemonia politica. Ci vuole altro che il reddito di cittadinanza. Il M5s non è la Dc e nemmeno Forza Italia. È vero che in un quadro di grande frammentazione resta qui, a differenza del Veneto e di altre regioni del Nord, una forza relativamente significativa, ma senza un vero radicamento territoriale. Il risultato stimato di oggi è praticamente identico a quello delle regionali del 2015. Ma in quel caso fu ottenuto all’interno di un trend in ascesa. Oggi è diverso. Quanto agli altri partiti Pd, Lega e Fdi sono tutti tra il 14 e il 15%. Per i due maggiori partiti del centro-destra si tratta di un ottimo risultato visto il tipo di competizione. Va male invece Forza Italia che con il suo 6% conferma di essere diventata anche in Campania la componente più debole del centro-destra.

    Da ultimo il referendum sul taglio dei parlamentari (Figura 5). Anche in questa regione, come in Veneto, il SÌ al taglio prevale con un ampio margine (70% contro 30%), pur in un quadro in cui sono tanti gli elettori che non andranno a votare o sono indecisi su cosa fare.  La curiosità è che qui ai leghisti la riforma piace meno che agli elettori degli altri partiti.

    Fig. 5 – Il referendum costituzionale

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore – Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll – Cise. Periodo di realizzazione interviste: 20-22 agosto 2020. Popolazione di riferimento: popolazione campana, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all’universo della popolazione campana. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1002: 502 cati-cami (2334 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervallo di confidenza al 99%: 2,4%.

  • Veneto, Zaia da record al 76,8%. Sfida amica tra le due Leghe

    Veneto, Zaia da record al 76,8%. Sfida amica tra le due Leghe

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 23 agosto

    Tra tutte le regioni che vanno al voto il prossimo 20-21 Settembre il Veneto è quella in cui l’esito è più scontato. Ma ciò non toglie che di fronte ai numeri del sondaggio Winpoll-CISE in vista delle prossime regionali si resti stupiti. Un presidente di regione che potrebbe vincere con il 76,8% dei consensi non si è mai visto (Figura 1). Fino ad oggi il primato spetta a Vito De Filippo del Pd che nelle elezioni del 2005 in Basilicata vinse con il 67%. Nelle precedenti elezioni regionali del 2015 Zaia aveva vinto, ma con il 50,1% (Figura 2) . In quelle elezioni la sua coalizione, comprendente tutti i partiti del centro-destra, era arrivata al 52,2%. Oggi è stimata al 74%. Sono dati impressionanti. Ma sono ancora più impressionanti i dati relativi all’effetto Zaia. La lista ‘Zaia presidente’ è stimata al 33,6% contro il 26,8% della ‘Lega per Salvini premier’ (Figura 3). Nel 2015 la lista personale di Zaia aveva preso il 23,1%. 

    Fig. 1 – Operato del governo regionale e intenzioni di voto al candidato presidente 

    Fig. 2 – Trend elettorali in Veneto nelle ultime tornate elettorali

    Fig. 3 – Intenzioni di voto – liste 

    Anche in Veneto si vota con un sistema misto che consente agli elettori di esprimere due voti, uno per il candidato-presidente (voto maggioritario) e l’altro per una delle liste in campo (voto proporzionale). Questo consente di votare un candidato-presidente e una lista che non fa parte della sua coalizione. È il cosiddetto ‘voto disgiunto’. Ci aspettavamo di vederne tracce nei nostri dati. Non è così. Poca roba. Chi è intenzionato a votare Zaia intende votare la sua lista personale o altra lista della sua coalizione. Il fatto è che, tra il 2015 e il 2020, il centro-destra ha allargato le sue basi di consenso in una regione dove era già maggioritario passando dal 50,1% di allora al 74% stimato di oggi. Grazie a Zaia, ma anche grazie al successo delle altre componenti dello schieramento tranne Forza Italia. Notevole è il risultato di Fratelli d’Italia che passa dal 2,6% delle regionali 2015 e il 6,8% delle Europee 2019 al 10,3% stimato di oggi. Il voto per Zaia è maggioritario in tutte le categorie socio-professionali con una punta del 92% tra gli operai. 

    Sugli altri partiti c’è ben poco da dire. Il Pd che nel 2015 aveva preso il 16,7% e nel 2019 il 18,9% viene stimato al 10,7%. Italia Viva sotto il 2%. Quanto al M5s alle politiche di due anni fa aveva ottenuto il 24,4% e alle regionali del 2015 l’11,9%. Oggi è al 4,7%. E pensare che se andiamo ancora più indietro, e cioè alle politiche del 2013, il movimento di Grillo era arrivato addirittura ad essere il primo partito nella regione. Erano i tempi in cui anche in Veneto la voglia di cambiamento era tale che nemmeno le declamazioni di Grillo sulla ‘decrescita felice’ in Piazza San Giovanni a Roma hanno fatto desistere operai e imprenditori del Veneto dal votare un movimento così alieno alla loro cultura.  

    Il contributo di Zaia è decisivo. Basta guardare il suo gradimento (Figura 1) e i flussi elettorali (Figura 4). L’85% dei veneti giudica molto positivamente (44%) o abbastanza positivamente (41%) l’operato del governo regionale. È un dato del tutto trasversale, visto che il 56% degli elettori del Pd e il 58% di quelli del M5s, esprimono lo stesso giudizio. E poi ci sono i flussi dove si vede chiaramente il perché del successo personale di Zaia. Il 23% di chi ha votato Pd alle ultime europee e addirittura il 36% di chi ha votato M5s dice di essere intenzionato a votare Zaia alle regionali. Nel caso degli elettori del Movimento è quasi la stessa percentuale (38%) di quelli che dichiarano di voler votare il candidato presidente del loro movimento, Enrico Cappelletti. Aggiungiamo, per inciso, che solo il 5% degli elettori del M5s delle europee sono intenzionati a votare il candidato del Pd. Un segno anche questo, piccolo ma eloquente, delle difficoltà della coalizione giallo-rossa a livello locale.

    Fig. 4 – Flussi elettorali tra elezioni Europee ed elezioni regionali 

    Il successo di Zaia trascende i confini del Veneto. Zaia è sempre stato un leader molto apprezzato dai veneti. Vero erede della tradizione democristiana, fatta di moderatismo e di attenzione al territorio. Ma oggi, grazie al Covid, ha acquistato anche un profilo politico nazionale. Già il 28 Aprile su questo giornale avevamo pubblicato un sondaggio Winpoll da cui emergeva il fenomeno. Per questo, le elezioni regionali in Veneto hanno anche una valenza nazionale. In gioco non c’è solo la guida della regione, ma forse la leadership futura della Lega. In Veneto si presentano due liste: Lega per Salvini premier e Lega Zaia presidente. Naturalmente sono liste alleate, ma sono comunque due liste diverse: una che fa capo al segretario della Lega e l’altra al presidente uscente della regione. E la seconda supera nettamente la prima. Qualcuno potrebbe obiettare che senza l’alleanza con la Lega molti elettori non voterebbero la lista Zaia. È possibile ma non sappiamo in che misura. Sappiamo invece che tutti i dati di questo sondaggio dicono che Zaia gode di un consenso personale straordinariamente elevato.   

    Se il risultato del voto di settembre sarà quello che vediamo qui la prospettiva di una competizione tra Salvini e Zaia per la leadership della Lega potrà diventare molto concreta al di là delle dichiarazioni d’ufficio che faranno i due protagonisti. E questo perché Zaia potrebbe rappresentare dentro la Lega una linea alternativa a quella di Salvini, una linea che trova molti consensi anche fuori dal Veneto. Al progetto salviniano di una Lega nazionale, sovranista e anti-europea Zaia può contrapporre una linea di moderatismo pragmatico e più vicino ai valori originari della prima Lega ma declinati in chiave di autonomia anziché di secessione.  

    Va da sé che fino a quando la Lega di Salvini sarà su percentuali superiori al 20% sarà difficile e rischioso sfidarlo. Nonostante tutti gli errori che ha fatto a partire dalla estate del 2019 resta il fatto che Salvini è il leader che ha portato la Lega dal 4 % del 2013, quando ne ereditò la guida da Maroni, agli attuali livelli. Ma da molti mesi a questa parte il trend elettorale non è positivo. Questo sondaggio sul Veneto va interpretato con molta cautela in chiave di tendenze nazionali. Un po’ più indicativi saranno i dati delle altre regioni che vanno al voto a Settembre. Ma una cosa è certa: se il declino dovesse continuare, nuovi scenari diventeranno più credibili. E allora si vedrà se Zaia vorrà giocare le sue carte e come. Sarà una partita importante e non solo per la Lega.

    Una ultima annotazione sul prossimo referendum costituzionale. Sono molti quelli che in Veneto non voteranno e molti sono ancora gli indecisi, ma tra chi ha già deciso il 66% è intenzionato a votare Sì al taglio dei parlamentari (Figura 5). Il Sì prevale tra gli elettori di tutti i partiti (un po’ meno nel Pd), ma in una misura inferiore alle aspettative più diffuse. L’Italia sorprende sempre.

    Fig. 5 – Il referendum costituzionale 

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore – Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll – Cise. Periodo di realizzazione interviste: 19-22 agosto 2020. Popolazione di riferimento: popolazione veneta, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all’universo della popolazione veneta. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1008: 508 cati-cami (2099 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervalli di confidenza al 99%: 2,4%.

  • De Luca al 65%, pesca voti anche da Lega e M5S

    De Luca al 65%, pesca voti anche da Lega e M5S

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 3 Luglio

    Il Covid 19 ha fatto bene a Vincenzo De Luca. Ma non è solo la pandemia che può spiegare l’eccezionale livello di consenso che il sondaggio Winpoll-Arcadia (Figura 1) attribuisce all’attuale presidente della regione Campania. Pare che oggi la Campania di De Luca sia assimilabile al Veneto di Zaia. Sono le due regioni, tra le sette in cui si voterà a Settembre, in cui l’esito del voto sembra del tutto scontato. Secondo le stime di questo sondaggio il 65,4% degli elettori campani voterebbe De Luca contro il 21,9% che voterebbe il candidato del centro-destra Stefano Caldoro e il 10,9% Valeria Ciarambino, esponente del M5s. Anche tenendo conto del fatto che gli astensionisti e gli indecisi sono tanti si tratta di un dato straordinario. Delle due l’una: o il campione su cui si basa questo sondaggio è del tutto non rappresentativo o siamo di fronte a uno di quei casi in cui un leader politico è diventato talmente popolare da travalicare prepotentemente gli schieramenti politici. Esattamente come è successo in Veneto con Zaia. La seconda ipotesi è decisamente la più probabile. Non solo questi dati, ma molti altri indizi tendono a confermarla.

    Fig. 1 – Sondaggio Winpoll-Arcadia sulle regionali in Campania

    Quello di De Luca è decisamente un successo personale. Sulla
    base delle intenzioni di voto delle liste che lo sostengono la sua coalizione
    può contare sul 45,1%. In Campania gli elettori possono esprimere un voto
    disgiunto. Possono votare un partito appartenente a una coalizione e il candidato-presidente
    di un’altra. Nel caso di De Luca la differenza tra la stima del voto a lui come
    candidato-presidente (65,4%) e il voto alle liste che lo sostengono (45,1%) è
    di 20 punti percentuali. Un dato ancora più sorprendente se si considera che
    all’interno del 45,1% di voti alla coalizione c’è un 19,8% di voti a liste che
    in un modo o nell’altro si richiamano a lui. La somma dei voti dei partiti di
    centro-sinistra (dal Pd a Renzi e Calenda per intenderci) non arriva al 25%. E
    questo la dice lunga sulla capacità di De Luca di sconfinare verso elettorati
    non tradizionalmente o stabilmente di centro-sinistra.

    La dimostrazione di quanto abbiamo appena detto è nei flussi
    elettorali. Quei 20 punti percentuali in più che fanno arrivare De Luca al 65%
    sono la somma di 10 punti persi da Caldoro e 10 punti persi dalla Ciarambino.
    Il tutto confermato dai flussi tra le ultime europee e le intenzioni di voto
    rilevate dal sondaggio Winpoll-Arcadia. Infatti, il 56% di coloro che hanno
    votato Lega alle Europee e il 49% degli elettori del M5s si dichiarano oggi
    intenzionati a votare De Luca. Un’altra conferma viene dai dati sulla fiducia. Non
    solo il 78% degli elettori campani dice di avere molta o abbastanza fiducia in lui
    ma è ancora più rivelatore che la pensi allo stesso modo il 68% degli elettori
    della Lega, il 72% dei 5 Stelle e il 65% di quelli di Fdi. Insomma, un
    plebiscito. Tanto più che i giudizi positivi sull’operato dell’amministrazione regionale sono passati dal 42%
    del sondaggio Winpoll-Arcadia dello scorso Dicembre al 75% di oggi, come fa
    notare Domenico Giordano di Arcadia.

    Come si spiega tutto ciò? L’elettorato meridionale in
    generale, e ancora più quello campano, è un elettorato mobile, emotivo e
    razionale allo stesso tempo. La pandemia ha fornito a De Luca l’occasione di
    risvegliare l’orgoglio dei campani come era riuscito a fare Bassolino
    all’inizio della sua esperienza come sindaco di Napoli. La sua capacità di
    comunicazione, venata di istrionismo, ne ha fatto un personaggio nazionale. Cosa
    che non sembra dispiacere quando si abbina alla percezione che l’istrione è
    anche un capace amministratore. E De Luca ha dimostrato di esserlo. In primis a
    Salerno. Ma ciò detto, non si può dimenticare l’altra faccia della medaglia,
    quella della razionalità politica. (www.dermaflage.com) De Luca già nel 2015, e ancora più oggi, ha tessuto
    una fitta rete di rapporti politici e clientelari. Nel 2015 riuscì a battere
    Caldoro grazie all’appoggio ricevuto all’ultimo minuto da De Mita. Oggi tra i
    suoi sostenitori c’è anche Mastella, tanto per fare un esempio. È la
    combinazione di questi diversi fattori che spiega il fenomeno De Luca.

    Quanto ai partiti singolarmente presi, questo non è il tipo
    di competizione in cui se ne può misurare la consistenza effettiva. A livello
    locale prevalgono personalizzazione e frammentazione. Ciò premesso, il M5s
    conferma di avere una sua base di consensi che ne fa insieme al Pd il partito
    più votato con una percentuale intorno al 21. È il doppio della stima
    attribuita a Lega e Fdi. Sono tutti dati falsati dalla capacità di attrazione
    del governatore uscente. Ma ciò non toglie che grazie a De Luca questa sembra
    essere una delle regioni in cui il centro-sinistra ha concrete possibilità di
    vittoria a Settembre.

  • La controriforma elettorale

    La controriforma elettorale

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 Giugno

    Questa settimana è iniziata in Commissione Affari Costituzionali della Camera la discussione sulla controriforma elettorale. Si tratta del progetto di ritorno al proporzionale concordato tra Pd e M5s e firmato da Giuseppe Brescia, esponente del M5s e presidente della suddetta Commissione. Il sistema che si vorrebbe introdurre in sostituzione dell’attuale Rosatellum è un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento del 5%. Per i partiti che non arrivano alla soglia, ma che soddisfano determinate condizioni, è prevista la possibilità di ottenere seggi sotto forma di un diritto di tribuna. Non c’è il voto di preferenza. Per garantire la parità tra uomini e donne i candidati sono collocati in lista secondo un ordine alternato di genere. Ma questi ultimi sono dettagli. La sostanza è che siamo davanti al tentativo di tornare al passato.

    Naturalmente i sostenitori di questa controriforma rifiutano l’etichetta di nostalgici della Prima Repubblica. Sono pronti a sottolineare che a differenza del sistema elettorale allora in vigore il nuovo sistema prevede una soglia elevata. In effetti il 5% è una soglia alta. E questo è un aspetto positivo del progetto. Ma chi conosce la storia delle soglie elettorali nel nostro paese e chi sa contare i voti dentro Camera e Senato di oggi sa bene che questa soglia è uno specchio per le allodole. Non verrà mai approvata. Ci sarà un compromesso al ribasso. Forse il 4%, ma non è detto che non sia il 3%. E allora si dirà che in fondo è cosa buona e giusta favorire la rappresentatività delle minoranze, anche se questo va a scapito della funzionalità del sistema. La rappresentatività prima di tutto.            

    Dopo la destrutturazione del sistema partitico della Prima Repubblica il Parlamento italiano è stato eletto fino ad oggi con sistemi elettorali misti. Per la precisione sono stati tre. Il primo -la legge Mattarella- era un sistema prevalentemente maggioritario con una quota del 75% di collegi uninominali. È stato utilizzato nelle elezioni del 1994, 1996 e 2001. Il secondo -la legge Calderoli- era un sistema proporzionale con premio di maggioranza. È stato utilizzato nelle elezioni del 2006, 2008, e 2013. Il terzo -la legge Rosato- è un sistema prevalentemente proporzionale con una quota di circa un terzo di collegi uninominali. È stato utilizzato nella elezione del 2018. Sette elezioni tre sistemi elettorali diversi. Senza contare l’Italicum e quelli introdotti dalla Corte Costituzionale, visto che con questi non si è votato.

    Tre sistemi diversi ma accomunati da una caratteristica cruciale. Sono tre sistemi che hanno incentivato le forze politiche a decidere prima del voto con chi allearsi per governare il paese. Con questi sistemi si è passati da un modello di competizione fondato sulle coalizioni post-elettorali della Prima Repubblica a un modello basato sulle coalizioni preelettorali della Seconda. Non solo. Fino al 2013 il sistema elettorale ha prodotto maggioranze di governo come espressione del voto popolare. Sono stati gli elettori a decidere ‘direttamente’ il governo del paese e non i partiti dopo il voto. In altre parole, il sistema elettorale è stato decisivo perché ha assegnato una maggioranza assoluta di seggi alla coalizione con più voti. Certo, nel 2013 questo esito non c’è stato perché il successo del M5s e della coalizione di Monti ha messo in evidenza un grave difetto della riforma elettorale del 2005 legato al meccanismo di assegnazione dei premi al Senato. La riforma Rosato non ha reintrodotto un sistema elettorale decisivo, come si è visto nelle elezioni del 2018, perché la quota di collegi uninominali è troppo esigua. Ma quella riforma aveva comunque conservato l’incentivo per i partiti a dichiarare le alleanze prima del voto.

    Coalizioni preelettorali, ruolo decisivo degli elettori, maggioranze di governo uscite dalle urne, alternanza sono le caratteristiche del modello di democrazia italiana degli ultimi 26 anni. È un modello che ha trovato applicazione anche ai livelli sub-nazionali, nei comuni e nelle regioni, dove è rafforzato dalla elezione diretta del capo dell’esecutivo. È quello che ci piace chiamare ‘modello italiano di governo’ per sottolinearne la originalità.

    Il progetto di riforma elettorale in discussione rappresenta la rottura di questo modello e l’abbandono del tentativo di costruire una democrazia fondata su un equilibrio più efficiente tra rappresentatività e governabilità. L’approvazione del sistema elettorale in discussione significherebbe il ritorno alla democrazia della delega. Una delega in bianco ai partiti a fare dopo il voto gli accordi che preferiscono, senza una approvazione preventiva da parte degli elettori. Il paradosso è che questo cambiamento è voluto principalmente dal M5s, il partito che ha fatto della democrazia diretta il suo obiettivo ideale.

    I sistemi elettorali sono uno strumento che può favorire o meno la creazione di governi stabili. Non sono certo il solo meccanismo. Ma in questa fase della politica italiana per trovare un giusto equilibrio tra rappresentatività e governabilità abbiamo bisogno o dei collegi uninominali o del premio di maggioranza. Senza uno di questi due meccanismi il rischio, per non dire la certezza, è quello del ritorno a governi ancora più instabili degli attuali e a elettori sempre più delusi e disorientati. Ce lo possiamo permettere per soddisfare il desiderio del M5s di avere le mani libere e correre da solo alle prossime elezioni?