Autore: Roberto D’Alimonte

  • Milano, il Pd al 26% traina Sala. La Lega in vantaggio su Fdi

    Milano, il Pd al 26% traina Sala. La Lega in vantaggio su Fdi

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 17 settembre

    Sono dieci anni che il centrosinistra governa Milano. Sarà così anche per i prossimi cinque. È quanto risulta dal sondaggio Winpoll-Il Sole24Ore. Stando alle attuali intenzioni di voto il sindaco uscente Beppe Sala dovrebbe riuscire a conquistare un secondo mandato già al primo turno. Il suo vantaggio sul rivale più accreditato che è il candidato del centrodestra, Luca Bernardo, è tale da sfidare l’aleatorietà dei sondaggi. Resta solo un margine di incertezza se ci sarà un secondo turno o meno. Ma anche nel caso in cui si andasse al ballottaggio l’esito pare scontato. Non è stato così nelle precedenti comunali. Allora Sala prevalse sul candidato del centrodestra Stefano Parisi ma di poco. Parisi al primo turno prese più o meno gli stessi voti che questo sondaggio attribuisce a Bernardo, ma al ballottaggio riuscì ad allargare i suoi consensi. Non sembra che sia il caso di Bernardo.

    A favore di Sala giocano tre fattori. Il primo è la forza del Pd. Il 26,3% stimato qui ne fa di gran lunga il primo partito a Milano. Non è una sorpresa. Alle elezioni europee del 2019, la consultazione in cui a livello nazionale la Lega superò il 33%, il Pd aveva ottenuto a Milano il 36% contro il 27,4% del partito di Salvini. Bisogna tornare alle comunali del 2011 per vedere il Pd al secondo posto dietro Forza Italia, e anche allora solo di un 0,1%. Il dato di oggi è simile a quello delle politiche del 2018, 26,9%, e a quello delle comunali del 2016, 29%. Al di là del risultato del Pd, è l’asse della politica milanese che nel corso degli ultimi anni si è spostato verso il centrosinistra, complice il declino di Forza Italia che alle comunali di dieci anni fa aveva il 28,7% e oggi è stimata all’8,1%.

    Il secondo fattore a sostegno del sindaco uscente è il voto personale. Già nelle precedenti elezioni la sua lista civica aveva ottenuto il 7,7% dei voti. In queste elezioni viene stimata al 17,9%. Non tutti sono voti personali ma una parte certamente sì. Un indizio viene dai flussi tra il voto alle ultime europee e le intenzioni di voto in queste comunali. Una quota piccola, ma non insignificante, di elettori che allora hanno votato i partiti del centrodestra o il M5s, oggi sembrano preferire la lista civica di Sala al voto per i loro partiti di riferimento o per la lista civica di Bernardo. Un altro indizio viene dal voto disgiunto, cioè dal voto di chi si esprime per il consiglio a favore di una lista di centrodestra ma dichiara di votare Sala invece di Bernardo come sindaco. Secondo i nostri dati si tratta nel complesso di 4,5 punti percentuali in più a Sala rispetto alle sue liste.

    Il terzo fattore è lo straordinario sviluppo di Milano di questi ultimi anni, nonostante la pandemia. Va da sé che chi ha amministrato la città in questo periodo ne beneficia in termini di gradimento. Ed è appunto il caso di Sala che ha saputo essere in sintonia con i settori più dinamici della città.

    A Milano in queste elezioni si gioca anche una altra partita, tutta interna al centrodestra, tra Salvini e Meloni, tra Lega e Fratelli d’Italia. Una sfida in cui la posta in gioco ha una valenza politica che va al di là della conquista di Palazzo Marino. Di Milano si parla come di un test per capire se Fdi sia destinata a diventare il primo partito del centrodestra a livello nazionale. L’idea di chi avanza questa ipotesi è che se a Milano, città con una radicata cultura antifascista, Fdi prendesse un voto più della Lega non sarebbe azzardato proiettare questo risultato su tutto il territorio nazionale. Tanto più che un evento del genere avrebbe una tale risonanza simbolica da produrre di per sé un effetto moltiplicatore dei consensi a favore del partito della Meloni.

    Su questa questione il nostro sondaggio suggerisce che la Lega dovrebbe riuscire a mantenere il primo posto tra i partiti del centrodestra. Il margine stimato però è tale da non garantire che sarà così a urne chiuse. In ogni caso merita sottolineare che anche a Milano Fdi conferma il suo trend ascendente. Aveva preso il 2,4% alle comunali del 2016 e il 5,2% alle Europee e ora viene stimata vicino al 10%. Come nel resto del Paese, una parte significativa di questi voti proviene dagli altri partiti del centrodestra. In fondo i loro elettorati sono piuttosto simili. Oggi li divide soprattutto il giudizio sul governo Draghi, mentre hanno posizioni simili sulla scala sinistra-destra, su green pass e Unione Europea. E la Meloni ne approfitta, a dispetto della ambiguità di Salvini o forse proprio per questo.

    Una osservazione finale sul M5s. A Milano, come in gran parte del Nord, è ridotto ai minimi termini. È tornato sui valori delle comunali del 2011 e cioè tra il 3 e il 4% mentre alla comunali di cinque anni fa aveva comunque superato il 10%. Per non parlare delle politiche del 2018 quando con il 18,4% aveva superato sia Forza Italia che Lega e era dietro solo al Pd. Altri tempi. Se il 3-4 Ottobre Sala vincerà al primo turno non avrà nemmeno bisogno di porsi il problema se cercarne il sostegno o meno. A Milano sono diventati irrilevanti.

  • Dopo il voto ai diciottenni, la riforma delle Camere

    Dopo il voto ai diciottenni, la riforma delle Camere

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’ 11 luglio

    Era ora. Finalmente è stata approvata la riforma costituzionale che consente ai diciottenni di votare anche al Senato. La differenziazione dei corpi elettorali nei due rami del Parlamento aveva poco senso già nel 1947, ma allora era tutto sommato una peculiarità innocua. Erano i tempi in cui deputati e senatori venivano eletti con un sistema proporzionale che pur essendo sulla carta diverso al Senato rispetto alla Camera in realtà funzionava più o meno allo stesso modo.  Per di più a quell’epoca il voto era più stabile. In quel contesto il fatto che al Senato votasse chi aveva compiuto 25 anni non produceva danni. I risultati elettorali nelle due camere erano sostanzialmente gli stessi.

    Poi è cambiato il mondo. Non solo il voto è diventato più fluido, quello dei giovani in primis, in una società sempre più secolarizzata. Soprattutto sono cambiati i sistemi elettorali. A partire dal 1994 abbiamo sempre votato con sistemi misti caratterizzati dalla presenza di una componente più o meno rilevante di elementi maggioritari. Come è noto, mentre con i sistemi proporzionali piccole differenze di voti tendono a tradursi in piccole differenze di seggi, questo non è vero nel caso dei sistemi maggioritari. Con questi piccole differenze di voti si possono tradurre in grandi differenze di seggi. Quindi l’adozione di sistemi del genere amplifica il rischio che camere elette con due corpi elettorali diversi possano avere maggioranze diverse.  Un rischio grave in un sistema, come il nostro, in cui le due camere hanno le stesse funzioni, compresa quella di dare e togliere la fiducia ai governi.

    Perciò già nel 1993 quando fu approvata la legge Mattarella, che ha introdotto un sistema elettorale in cui il 75 % dei seggi veniva assegnato con la maggioranza semplice in collegi uninominali, si sarebbe dovuto modificare contestualmente la Costituzione per unificare i corpi elettorali delle due camere. Non fu fatto allora. Né fu fatto dopo, quando nel 2005 fu approvata la riforma Calderoli che sostituiva i collegi con il premio di maggioranza. Anzi. Allora fu fatto l’errore di introdurre un premio unico alla Camera e 17 premi al Senato moltiplicando ulteriormente il rischio di esiti diversi tra le due camere. E così è stato, per esempio, nelle elezioni del 2006 quando la coalizione di Prodi ebbe la maggioranza dei voti alla Camera, ma non al Senato. Ma già con la legge Mattarella si sono registrati esiti diversi tra le due camere.

    La responsabilità del fenomeno non è da attribuire interamente alla differenza dei corpi elettorali ma indubbiamente questo elemento vi ha contribuito e comunque ha sempre rappresentato un inutile fattore di rischio.  La riforma della costituzione approvata in questi giorni riduce il rischio, ma non lo elimina. Offerte elettorali diverse, in un contesto di grande volatilità elettorale, possono comunque produrre esiti diversi. Il prossimo passo deve essere quello di differenziare le funzioni delle due camere.  Anche questa è una riforma da troppo tempo attesa.  Siamo rimasti l’unico paese dell’Unione con due camere che hanno esattamente gli stessi poteri.

  • Roma, la lotteria del primo turno decisiva anche per il ballottaggio

    Roma, la lotteria del primo turno decisiva anche per il ballottaggio

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 26 giugno

    Tra tutti i comuni capoluogo in cui si voterà il prossimo autunno Roma è certamente il caso più interessante. Nella capitale sono quattro i candidati competitivi. Chi più, chi meno. Nessuno di loro ha oggi un vantaggio decisivo sugli altri. Sarà decisivo il primo turno. I posti disponibili al ballottaggio sono due. Uno andrà molto probabilmente all’unico candidato del centro-destra,  Michetti. L’altro se lo contenderanno i tre candidati del centro-sinistra. Sarà una gara all’ultimo voto. Se Gualtieri o Calenda andranno al ballottaggio hanno buone possibilità di vincere. Se invece fosse Raggi a passare il turno Michetti sarebbe il favorito. Questo in sintesi il quadro della situazione oggi. Ma molto potrebbe cambiare nel corso dei mesi che ci separano dal voto.

    Enrico Michetti. È l’unico candidato che non dovrebbe avere nulla da temere dall’esito della lotteria del primo turno. Con il 29,2% delle intenzioni di voto è in pole position (Figura 1). Uno dei due posti al ballottaggio è suo. Sarebbe clamoroso che a Roma il centro-destra unito non riuscisse a far arrivare al ballottaggio il suo unico candidato. Però, una volta arrivato lì per Michetti cominciano i problemi (Figura 2). Quello principale è mobilitare i suoi elettori. Alla luce delle stime del sondaggio Winpoll la coalizione che lo sostiene conta su circa il 45% dei voti. Tra i voti a lui e quelli alla coalizione ci sono quindici punti di differenza. C’è spazio per crescere. Al momento però sembra che l’unico avversario che è in condizioni di battere al ballottaggio è Raggi. In questo caso potrebbe contare su una quota di elettori di Calenda e di Gualtieri che preferiscono lui alla sindaca uscente. I flussi tra primo e secondo turno dicono che, contro Raggi, lo voterebbero il 54% degli elettori di Calenda e il 23% di quelli di Gualtieri. Invece nel caso in cui al ballottaggio si trovasse a sfidare Gualtieri o Calenda sarebbe per lui molto più difficile. Soprattutto contro il secondo. Molto dipenderà dalla mobilitazione dei diversi elettorati e dalle divisioni all’interno del centro-sinistra.

    Fig. 1 –  Il primo turno

    Fig. 2 –  I ballottaggi

    Roberto Gualtieri. È il candidato al momento apparentemente più competitivo. Non deve ingannare il fatto che sia solo al secondo posto nelle intenzioni di voto al primo turno con il 25,5%. Questo dato sconta la presenza in campo di ben tre candidati di centro-sinistra che si dividono i voti. Tra questi tre candidati è quello messo meglio per andare al ballottaggio. Oggi la sfida tra lui e Michetti è lo scenario più probabile. Gualtieri parte in vantaggio: 53,5% contro il 46,5% del rivale. Per lui al ballottaggio voterebbero il 48% degli elettori di Calenda e il 34 % degli elettori di Raggi. Ma il suo vero punto di forza è il Pd che si conferma primo partito nella capitale con il 27,7%. Gualtieri non ha l’appeal trasversale di Calenda. Gode di scarsa fiducia al di fuori del Pd, con la parziale eccezione -curiosamente- degli elettori della Lega.  Ma, come si è visto alle primarie, ha una solida base nel Pd romano. Se il Pd si mobilita a suo favore e se non si alienerà in toto gli elettori di Calenda e di Raggi, di cui ha bisogno al ballottaggio, potrebbe vincere. Ma il suo attuale vantaggio su Michetti, pari a sette punti percentuali, non lo mette al sicuro.

    Virginia Raggi. La sindaca uscente non è messa bene. Il 66% degli intervistati pensa che nei cinque anni del suo mandato la vita a Roma sia peggiorata e dà un giudizio negativo sulla sua amministrazione (Figura 3). Nonostante ciò, il 21,3% dice di volerla votare al primo turno. Una percentuale nettamente superiore a quella raccolta dal suo partito che si ferma al 12,9%. Evidentemente ha saputo costruirsi una sua base elettorale con una significativa componente personale. Non le basterà però per vincere. Se fosse lei and andare al ballottaggio contro Michetti verrebbe nettamente sconfitta. Nel nostro sondaggio viene data perdente per 44,2% a 55,8%. Più di dieci punti di differenza sono tanti. I flussi tra il primo e il secondo turno fanno vedere perché. Sono troppo pochi gli elettori di Calenda (29%) e di Gualtieri (31%) disposti a votarla al ballottaggio contro Michetti. Per la Raggi sarà difficile superare lo scoglio del primo turno e ancora più difficile vincere al secondo. Ma una lotteria è una lotteria. Tutto può succedere, ma saremmo veramente sorpresi se una sindaca così impopolare dovesse essere rieletta.

    Fig. 3 –  Il giudizio su Raggi

    Carlo Calenda. È il vero outsider. Non ha un partito solido alle spalle. Azione raccoglie solo il 3,9% dei voti. Eppure il 17,8% degli intervistati dichiara di volerlo votare al primo turno. È la percentuale più bassa tra i quattro candidati. Il paradosso è che il candidato meno votato al primo turno è quello che ha il maggior vantaggio su Michetti al secondo: 54,8% a 45,2%. La forza di Calenda sta nel suo appeal trasversale. Gode della fiducia del 70% degli elettori del Pd e del 62% di quelli di Forza Italia. Ma la cosa forse più sorprendente è il dato relativo a M5S (42%) e Fdi (39%). Nessuno dei candidati in lizza ha lo stesso profilo. È lui la seconda preferenza del maggior numero di elettori. Il 68% degli elettori di Gualtieri al primo turno e il 34% di quelli di Raggi lo voterebbero al secondo. Resta il fatto che per Calenda arrivare al ballottaggio sarà dura. Cercherà di trasformare in un vantaggio la mancanza di un vero partito alle spalle presentandosi come candidato civico appoggiato da una lista civica. Punterà sulla sua competenza e sulla sua indipendenza dagli apparati che hanno ingessato Roma. Ma è comunque una sfida difficile. Deve competere con Gualtieri e Raggi al primo turno, strizzando l’occhio agli elettori moderati di centro-destra, sapendo che avrà bisogno dei voti di Pd e M5s al ballottaggio per battere Michetti. Ci vorrà molta abilità e tanta fortuna.

  • Un doppio turno (ma solo  eventuale) per la governabilità

    Un doppio turno (ma solo eventuale) per la governabilità

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 5 maggio

    Collegio uninominale o premio di maggioranza? Dopo il fallito tentativo di tornare al proporzionale, se una riforma elettorale si farà, cosa poco probabile, la scelta cadrà tra un sistema con una quota consistente di collegi uninominali e un altro con premio di maggioranza. Il primo sarebbe simile alla legge Mattarella del 1993, il secondo alla legge Calderoli del 2005. Entrambi rafforzerebbero una delle caratteristiche distintive della Seconda Repubblica e cioè l’incentivo per i partiti a formare coalizioni prima del voto per massimizzare le probabilità di vittoria. Rispetto al sistema attualmente in vigore entrambi aumenterebbe la probabilità che le elezioni determinino un vincitore con una maggioranza assoluta di seggi e quindi decidano chi governa.

    Ma ci sono differenze importanti tra collegio e premio. La prima sta nella natura delle coalizioni pre-elettorali. Con il collegio i partiti sono ‘costretti’ a scegliere candidati comuni, collegio per collegio, e a dividersi le candidature in base alla loro forza relativa. In un sistema molto frammentato come il nostro la scelta di candidati unitari e la spartizione dei collegi sono operazioni complicate e conflittuali. Con il premio tutto questo non è necessario.  Ogni partito della coalizione si presenta con il suo simbolo e con la sua lista di candidati. Gli elettori votano il partito, il candidato e la coalizione insieme. È tutto più semplice e rispettoso della autonomia dei singoli contraenti il patto di coalizione. Per questo ci sentiamo di dire che in questa fase storica, e in questo contesto multipartitico, un sistema elettorale a premio di maggioranza sia più adatto al nostro paese rispetto sia al sistema attuale che a un sistema con una quota più consistente di collegi uninominali. Non è un caso, come andiamo ripetendo da tempo, che questo è il tipo di sistema con cui abbiamo assicurato una decente stabilità nei comuni e nelle regioni a partire dal 1993.

    L’ altra differenza importante tra collegio e premio sta nell’effetto disproporzionale associato all’uno e all’altro. Entrambi sono sistemi capaci di trasformare una maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta di seggi.  Sia la legge Mattarella che la legge Calderoli lo hanno fatto fino al terremoto prodotto dal M5s nel 2013. Ma lo fanno in modo diverso. Con il premio di maggioranza l’effetto disproporzionale ha un limite predeterminato. A chi vince viene assegnato un premio in seggi tale da farlo arrivare- diciamo- al 55%.  Se la soglia in termini di voti per far scattare il premio è posta al 40% e la coalizione con più voti arriva al 48% il premio è di 7 punti percentuali. Se invece la coalizione vincente prende il 40% di voti il premio è di 15 punti. E questo è il premio massimo.

    Con il collegio uninominale non ci sono massimi. Più alta è la quota di collegi prevista dal sistema, maggiore è il potenziale di disproporzionalità, e quindi maggiore è il premio in seggi che va al vincente. Due esempi nostrani: nel 1994 alla Camera con il 37,7% dei voti i Poli di Berlusconi presero il 61,8% dei seggi maggioritari; nel 2001 la Casa delle libertà al Senato con il 42,5% dei voti ottenne il 65,5% dei seggi. Il risultato finale fu diverso perché la legge Mattarella prevedeva il 25% di seggi proporzionali e lo scorporo. Ma la disporporzionalità prodotta dai collegi uninominali è un fatto. E potremmo continuare con esempi francesi e inglesi.

    Nel contesto frammentato in cui ci troviamo non è possibile prevedere quale sarebbe l’esito del voto con un sistema come quello francese che piace a molti o anche solo con un sistema con più collegi uninominali rispetto al Rosatellum in vigore oggi, come piace a Letta. Quello che si può dire è che entrambi potrebbero generare una maggioranza molto ampia per chi vince e questo accadrebbe con certezza a favore del centro-destra se per esempio Pd e M5s non si alleassero. Una maggioranza tanto ampia grazie alla quale l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e della Consulta spettanti al Parlamento non dovrebbe essere concordata con l’opposizione.

    Ma quale sistema a premio di maggioranza? Chi scrive è da tempo convinto che il migliore sia un sistema a due turni. Il secondo turno però non piace a tutti. Ma una soluzione di compromesso ci sarebbe. È un sistema in cui il premio viene assegnato alla coalizione che prende più voti al primo turno a patto che arrivi almeno al 40%.  Il secondo turno scatterebbe solo se nessuna delle coalizioni in campo arrivasse al 40%. Anche così il sistema potrebbe funzionare. Sarebbe comunque un modo per dare una maggioranza assoluta di seggi a chi ottiene più voti utilizzando sia le prime che le seconde preferenze degli elettori. L’Italia ha bisogno di uscire dalla trappola della instabilità dei governi. Senza governi stabili non riusciremo a fermare il declino. Un buon sistema elettorale non è una condizione sufficiente per raggiungere l’obiettivo ma è un ingrediente essenziale.

  • Eppure la Raggi potrebbe ancora farcela

    Eppure la Raggi potrebbe ancora farcela

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 18 aprile

    Virginia Raggi potrebbe essere rieletta sindaco di Roma. Per due motivi. Il primo è che il centro-destra non ha un candidato competitivo. In un articolo recente su questo giornale abbiamo ipotizzato che il candidato della coalizione Lega-Fdi-Fi potesse essere Bertolaso. Tra tutti i nomi che sono stati fatti è quello più noto. Ma Bertolaso ha già detto di non essere interessato. Sulla sincerità di questa affermazione abbiamo qualche dubbio. Abbiamo meno dubbi su fatto che Bertolaso non sia il candidato preferito di Giorgia Meloni.

    A Roma Fratelli d’Italia è il primo partito del centro-destra. Nel sondaggio Winpoll-Sole24Ore la stima è 22,8%. Nei comuni si vota con un sistema che ‘obbliga’ i partiti affini a mettersi d’accordo su candidati comuni. Solo così possono massimizzare le probabilità di vittoria. Il corollario è la spartizione delle candidature tra i soci della coalizione: un posto a te, un posto a me. È il caso delle elezioni del prossimo autunno che vedono coinvolti molti comuni, tra i quali alcuni capoluoghi importanti. Nella spartizione concordata tra Fdi, Lega e Fi Roma spetta al partito della Meloni. E Bertolaso non vi appartiene. Al momento Fdi non ha candidati competitivi da contrapporre alla sindaca uscente. Ma i giochi non sono ancora conclusi. C’ è tempo. Però, se Fdi insisterà su un suo candidato, e questo non fosse competitivo, la Raggi vedrà soddisfatta la prima condizione per essere rieletta.

    La seconda condizione è interna al centro-sinistra. Al momento i candidati in campo sono due: Raggi e Calenda. Il Pd potrebbe decidere di appoggiare uno dei due. Ma è improbabile. Quindi ci sarà anche un Mister X del Pd. Solo uno dei tre potrà andare al ballottaggio. A disposizione hanno il 65-70% dei voti. L’altro 30-35% andrà al candidato del centro-destra. Infatti, messi insieme i suoi partiti valgono a Roma più del 40%. Come si dividerà il pacchetto di voti destinato ai tre candidati del centro-sinistra? Chi prenderà un voto più degli altri?

    Se il Mr. X del Pd fosse Zingaretti, il biglietto vincente per il ballottaggio lo pescherebbe probabilmente lui con una percentuale superiore al 25%. Fino ad oggi però Zingaretti ha negato di voler candidarsi. Nel suo rifiuto giocano diversi fattori compreso probabilmente una punta di risentimento nei confronti del suo partito per le note vicende legate alla crisi del Conte II. Con Zingaretti in campo le possibilità della Raggi di andare al ballottaggio si ridurrebbero di molto.

    Se invece di Zingaretti il Mr. X del Pd fosse Gualtieri, per la Raggi la partita sarebbe aperta. Non si può escludere infatti che possa avere un pacchetto di voti superiore a quello di Gualtieri e di Calenda. Nonostante il fatto che il suo partito, il M5s, sia stimato intorno al 14%, la sua base di consensi è più ampia, diciamo intorno al 25%. Con un po’ di fortuna potrebbe essere sufficiente. E una volta al ballottaggio il gioco è fatto. Potrebbe essere rieletta, nonostante che solo il 30% dei romani pensi che abbia fatto un buon lavoro some sindaco.

    In conclusione, se Zingaretti non si presenta, solo un accordo tra il Pd e Calenda potrebbe fermare con certezza la Raggi. Altrimenti sarà una lotteria cui la Raggi intende fermamente partecipare perché ha capito che ha qualche possibilità di farcela a dispetto dei santi. E lo stesso vale per Calenda.

  • Roma, se Raggi batte il PD poi perde al secondo turno

    Roma, se Raggi batte il PD poi perde al secondo turno

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 16 aprile

    Le prossime elezioni comunali a Roma potrebbero nascondere un paradosso. È quello che emerge dai dati del sondaggio Winpoll-Sole24Ore. In questo momento i candidati che potrebbero presentarsi alle elezioni sono quattro, anche se i loro nomi non sono tutti noti: Raggi, Calenda, un candidato del Pd, un candidato del centro-destra. In queste condizioni, e chiunque siano i candidati ancora ignoti, si può dire con certezza che nessuno vincerà al primo turno. Il sindaco di Roma verrà eletto al ballottaggio. Ma lì bisogna arrivarci e i posti a disposizione sono solo due. Ed è qui che si nasconde il paradosso.

    In un contesto quadripolare come quello che potrebbe prospettarsi, con quattro candidati relativamente forti, occorre poter contare su una base di sostegno intorno al 25% per sperare di arrivare al ballottaggio. Stando così le cose, nel centro-sinistra il passaggio al secondo turno sarebbe una sorta di lotteria. Il biglietto vincente potrebbe andare a uno qualunque dei tre candidati in corsa -la sindaca uscente, il candidato del Pd e Calenda- che oggi sono più o meno sullo stesso piano. Solo uno di loro potrebbe andare al secondo turno, visto che è impensabile che, chiunque sia il candidato unico del centro-destra, non ottenga uno dei due posti disponibili al ballottaggio. Tra Raggi, Calenda e il mister x del Pd chi sarebbe il fortunato vincitore della lotteria? 

    Se il candidato del Pd fosse Zingaretti è probabile che il biglietto vincente lo peschi lui. I nostri dati dicono che è quello messo meglio. Ma il punto è che la cosa non è del tutto sicura. Sia la Raggi che Calenda possono contare su un consenso non lontano dal 25%. Anche la Raggi, nonostante che solo il 30% degli intervistati pensi che abbia governato bene e solo il 28% ne ha fiducia. Ma anche un dato così basso che certamente non basta per vincere è pur sempre una base per puntare al ballottaggio. Per questo il passaggio al secondo turno sarebbe una lotteria. E la lotteria potrebbe trasformarsi nel paradosso.  Questo perché, se fosse la Raggi a pescare il biglietto vincente, i nostri dati mostrano che sarebbe destinata a perdere mentre Zingaretti e Calenda avrebbero migliori possibilità di vincere.

    Per esplorare questo punto abbiamo testato quattro ipotetici ballottaggi. In assenza di un candidato certo del centro-destra, cui opporre i diversi candidati del centro-sinistra, abbiamo scelto quello che appare come il candidato potenzialmente più forte anche se per ora si è tirato fuori dalla corsa, e cioè Bertolaso. L’assunzione che facciamo è che se i candidati del centro-sinistra fossero in grado di sconfiggere Bertolaso potrebbero vincere ancora più facilmente contro candidati meno conosciuti e meno forti di lui, per esempio Rampelli o Abodi. Il risultato delle quattro sfide mostra che Calenda e Zingaretti sono i due candidati più forti del centro-sinistra, e potenzialmente vincenti, mentre Gualtieri potrebbe non vincere (Figura 1). Di certo non vincerebbe la Raggi. D’Altronde, non sorprende che un sindaco uscente che raccoglie un giudizio così sfavorevole sul suo operato sia un candidato vulnerabile.

    Fig. 1 – Simulazione esiti ballottaggi

    In sintesi, sia Zingaretti che Calenda sono candidati competitivi. Il primo più del secondo. Il diagramma di Venn ci dice che l’appeal di Zingaretti è più trasversale di quello di Calenda (Figura 2). È gradito anche agli elettori del M5s mentre, come si vede nel diagramma l’elettorato potenziale della Raggi e quello di Calenda non si sovrappongono affatto, e si capisce il perché. Il leader di Azione in compenso ha più appeal tra gli elettori di centro-destra. Però il minor sostegno che riceverebbe da parte dei Cinque Stelle al ballottaggio rende la sua elezione più incerta di fronte ad un candidato forte del centro-destra. 

    Fig. 2 – Sovrapposizione degli elettorati dei diversi candidati

    Zingaretti dunque dovrebbe essere il candidato del centro-sinistra, con o senza il sostegno del M5s al primo turno. Ma non è semplice per il governatore del Lazio lasciare la carica che occupa nel bel mezzo della pandemia per fare il sindaco di Roma. Allora Gualtieri? Ma ce la farà ad arrivare al ballottaggio? E se invece passasse la Raggi? Sarebbe un bel pasticcio per il Pd. Certo, se si ritirassero sia Calenda che la Raggi tutto sarebbe più semplice. Basterebbe anche che si ritirasse uno dei due. Ma per ora non è così. Quanto a Calenda in particolare, la domanda da fargli è questa: come può aspettarsi che il Pd ne appoggi la candidatura a Roma in competizione con la Raggi, o anche senza la Raggi in campo, senza avere una contropartita a livello nazionale? Letta punta a costruire la più ampia coalizione possibile per rendere il centro-sinistra competitivo e comprenderà anche il M5s. Azione ne farà parte o no? Insomma, per Calenda Roma vale o no una messa con i Cinque Stelle alle prossime politiche?

  • Centrodestra avanti, con FdI primi al Sud. PD-M5S, decisivo il Nord

    Centrodestra avanti, con FdI primi al Sud. PD-M5S, decisivo il Nord

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 24 marzo

    Nel panorama politico italiano i cambiamenti non finiscono mai. È cosa nota. Il nostro è un sistema politico che non ha ancora trovato un suo punto di equilibrio dopo il terremoto generato dall’arrivo sulla scena del M5s. Ma è anche vero che non mancano elementi di continuità. Uno di questi è la distribuzione delle preferenze politiche a livello territoriale. Lo conferma il sondaggio Winpoll-Sole24Ore dedicato proprio a questo tema. La dimensione del campione su cui si basa il sondaggio ci consente infatti di disaggregare le intenzioni di voto per grandi aree geografiche. Il risultato è che l’Italia è ancora oggi grosso modo divisa in tre parti che continuano ad avere caratteristiche distintive, anche se non così marcate come in passato (Tabella 1).

    Tab. 1 – % intenzioni di voto per area, per partito e per blocchi, centrodestra e centrosinistra 

    Italia Nord Ex Zona Rossa Sud
    Lega 22,2 28,8 20,6 15,5
    Fdi 19,1 15,7 19,4 24,2
    Fi 6,7 6,6 5 8
    CD 48 51,1 45 47,7
    Pd 20,1 18,7 24,3 18,2
    M5s 14,1 10,2 12,3 23,4
    Azione/+Europa/IV 6,1 6,5 8,1 5,6
    Leu/Verdi 4,3 4 5,6 4
    CS 44,6 39,4 50,3 51,2

    Il centrodestra domina il Nord

    Il Nord continua ad essere il dominio del centrodestra. La debolezza del centrosinistra in questa area, soprattutto nel Nord Est, è un dato storico. E continua ad essere la vera ragione della sua difficoltà a governare il paese. Nelle regioni del Nord durante tutta la Seconda Repubblica il centrodestra è sempre stato lo schieramento di maggioranza relativa. Una volta lo guidava Berlusconi. Oggi la leadership è passata alla Lega di Salvini che con il suo 28,8% sopravanza il Pd di dieci punti. Tutto insieme il centrodestra è sopra il 50%. È tornato sui livelli pre-M5s, pur con una configurazione diversa. Il centrosinistra continua a non essere competitivo anche con l’aggiunta del M5s, che dal picco del 23,7% del 2018 si attesta oggi intorno al 10,2%. In questa zona il cambiamento oggi è rappresentato da Fdi che dal 5,9% delle Europee passa al 15,7%. Alleanza nazionale, ai suoi tempi d’oro, non era mai riuscita ad andare oltre l’11% in questa parte del paese. La Lega resta lontana ma il Pd no.

    La zona rossa è sempre più ‘ex’

    Nelle quattro regioni della ex zona rossa è ancora in testa il centrosinistra con il Pd stimato al 24,3%, ma il suo primato si è eroso negli ultimi anni. Basti pensare che prima del terremoto politico del 2013 la distanza tra i due poli di allora era superiore ai dieci punti. Oggi si è dimezzata. A differenza di quanto è successo al Nord dove il Pd non è cresciuto, qui sono cresciuti molto sia Lega che Fdi. La supremazia del centrosinistra in questa zona è da tempo pericolante, come dimostrano i numerosi casi di elezioni comunali e regionali perse da Pd e alleati

    Il Sud tra M5s e Fdi

    Il Sud continua ad essere il dominio della incertezza. Questa è sempre stata la zona del paese più volatile anche se tendenzialmente più orientata a destra che a sinistra. È qui che il M5s ha registrato nel 2018 il suo successo più clamoroso arrivando a prendere il 43% dei voti e oltre l’80% dei seggi uninominali. Alle Europee del 2019 era già sceso al 26,6%. La nostra stima lo dà oggi al 23,4%. È ancora un buon risultato ma non sufficiente a farne il primo partito. Lo sopravanza Fdi con il 24,2%. È la prima volta che un partito di destra è il maggior partito al Sud. Bene anche la Lega di Salvini (15,5%) che pur non arrivando al 25,5% delle Europee conferma di aver messo radici in questa parte del paese.

    Letta come Prodi?

    Passando dai dati per area a quelli nazionali, colpisce la distanza di soli quattro punti tra centrodestra e centrosinistra. È un dato simile a quello di altri sondaggi recenti. A fare la differenza è il Nord, visto che nelle altre due zone il centrosinistra è in vantaggio. Ma la vera differenza tra i due schieramenti non è nei numeri ma nella loro composizione. Il centrosinistra è più frammentato e meno coeso. La sommabilità degli elettorati delle sue varie componenti è più incerta. Anche questa è una storia vecchia. Le due coalizioni con cui Prodi ha vinto nel 1996 e nel 2006, e cioè L’Ulivo e L’Unione, comprendevano entrambe 14 componenti. E anche così vinse tutte e due le volte per il rotto della cuffia e i suoi governi non durarono più di due anni. Pare che il neosegretario del Pd Enrico Letta voglia resuscitare questa strategia di ‘coalizioni acchiappatutti’. I partiti di oggi non sono quelli di allora. Ma le difficoltà di una simile strategia rimangono. La distanza che separa Leu da Calenda o Calenda dal M5s non sono facilmente colmabili. Né sarà semplice far convivere il Pd di Letta e il M5s di Conte alla caccia degli stessi elettori.

    Salvini o Meloni? 

    Nel centrodestra le cose sono più semplici. I partiti sono meno, la distanza che li separa è più gestibile e la loro convivenza è già testata. Il problema in questo campo è quello dei rapporti tra Lega e Fdi. Recentemente le posizioni dei due partiti si sono differenziate rispetto al governo Draghi e di riflesso rispetto alla Unione Europea. Ma tra loro resta tutto sommato una sintonia di fondo. Ed è un dato di fatto che l’uno ha bisogno dell’altro. Per vincere sia a livello locale che a livello nazionale devono trovare un accordo. E lo sanno. Questo li pone in un rapporto simbiotico di cooperazione/competizione, non dissimile da quello che si sta creando tra il Pd di Letta e il M5s di Conte. Devono cooperare per vincere le elezioni ma sono in competizione per la leadership del loro schieramento e quindi per la guida del governo.

    Non era così fino a poco tempo fa. Il successo di Fdi e della sua leader ha cambiato le carte in tavola nel centrodestra. Così come è successo nel centrosinistra con la decisione di Conte di guidare il M5s. Il distacco in termini di voti tra Lega e Fdi nel nostro sondaggio è di poco più di tre punti. Il 59% dei nostri intervistati pensa ancora che alle prossime elezioni Salvini vincerà la sfida, ma non è così scontato. Tanto più che l’opposizione al governo Draghi mette il partito della Meloni nelle condizioni di lucrare sul malcontento generato dalla gestione della crisi.

    La quadriglia bipolare     

    In sintesi, a partire dalle elezioni del 2018 il nostro sistema partitico sembra strutturarsi in un formato che assomiglia vagamente alla ‘quadriglia bipolare’ della prima fase della V Repubblica francese: quattro partiti di medie dimensioni, due da una parte e due dall’altra dello spettro politico affiancati da partiti minori collocati verso il centro. A sinistra la pattuglia dei partiti personali di Renzi, Calenda e Bonino, a destra Forza Italia. Gli uni e l’altro di ispirazione liberal-democratica. Nessuno dei quattro partiti maggiori può vantare una chiara leadership nel proprio schieramento. Non lo può fare il Pd di Letta nel centrosinistra dopo la metamorfosi del M5s di Conte, né lo può fare la Lega di Salvini dopo la crescita dei consensi di Fdi della Meloni. È una gara che vede quattro leader in corsa con più o meno le stesse credenziali. Gli elettori di centrodestra pensano che la debba vincere chi prende più voti. Ma non è detto che finisca così. Le prossime elezioni potrebbero decidere la coalizione vincente, ma non la guida del governo.

  • Serve una legge elettorale per garantire governabilità senza tradire chi vota

    Serve una legge elettorale per garantire governabilità senza tradire chi vota

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 18 marzo

    Ci vuole coraggio a riproporre in piena pandemia la questione della riforma elettorale. Enrico Letta lo ha fatto ben sapendo che il tema non è in cima alle priorità degli italiani. Ma ha fatto bene. Finché non si troverà il modo di stabilizzare i governi nazionali, come è stato fatto per quelli comunali e regionali, l’Italia non arresterà il declino. Non volendo cambiare la forma di governo o modificare la costituzione lo strumento da usare è il sistema elettorale.  

    Attualmente è in vigore sia alla Camera che al Senato un sistema misto ma prevalentemente proporzionale, la legge Rosato. Circa due terzi dei seggi sono assegnati con formula proporzionale e un terzo in collegi uninominali dove vince il candidato che prende un voto più degli altri. La proposta di Letta è quella di incrementare la quota di collegi uninominali. Da quello che sembra di capire vorrebbe resuscitare la vecchia legge Mattarella, cioè il sistema elettorale con cui si è votato nelle elezioni del 1994, 1996 e 2001, la stagione dell’Ulivo. Nella sostanza Letta punterebbe a un sistema con una componente maggioritaria molto più robusta dell’attuale. La Mattarella prevedeva il 75% di collegi uninominali sia alla Camera che al Senato. Per il Pd si tratta di una svolta radicale rispetto al progetto che giace ancora in Parlamento per un ritorno a un sistema interamente proporzionale seppur corretto da una soglia di sbarramento. E questa è una buona notizia, visto che l’Italia in questa fase storica non ha bisogno di sistemi proporzionali da Prima Repubblica.

    La cattiva notizia è che difficilmente la proposta di Letta raccoglierà molti consensi.

    L’unico partito disposto ad accettarla è la Lega di Salvini. E si capisce, vista la sua forza nel Centro-Nord. Dentro lo stesso Pd prevalgono le perplessità. Infatti con un sistema elettorale con una prevalenza di collegi uninominali il Pd rischierebbe di vincere pochissimi seggi nel Nord del Paese. Nel 1994 il centrosinistra ne vinse 14 su 180, nel 2001 furono 38 su 180 (senza contare il caso particolare del Trentino-Alto Adige). Ne vinse di più nel 1996 ma solo perché il centrodestra era diviso. Eppure anche in quella elezione, l’unica vinta dall’Ulivo di Prodi, la vittoria fu risicata e fu un ‘regalo’ di Pino Rauti. Oggi il Pd avrebbe un ulteriore problema al Sud. Dando per scontato che Pd e M5s si alleino a livello nazionale prima del voto (se non lo facessero il centrodestra farebbe il pieno dei collegi) e presentino candidati comuni, il M5s, che ha il suo unico punto di forza nelle regioni meridionali, ne reclamerebbe probabilmente la fetta maggiore. Al Pd resterebbero soprattutto i collegi dell’Emilia Romagna e della Toscana e qualche collegio a Est del Ticino.

    I collegi uninominali sono una buona cosa ma non sono adatti al nostro paese in questa fase. Data la distribuzione asimmetrica dei consensi sul territorio nazionale l’esito del voto finirebbe con l’essere troppo disproporzionale anche per uno come il sottoscritto che ritiene la disproporzionalità necessaria per favorire la governabilità. La Figura 1 è molto indicativa a questo proposito. Fa vedere come si sono distribuite in maniera squilibrata tra gli schieramenti le vittorie nei collegi uninominali nelle quattro elezioni in cui sono stati utilizzati. Con la legge Rosato alle prossime elezioni andrà più o meno allo stesso modo. I Cinque Stelle non vinceranno certamente l’83% dei seggi uninominali al Sud ma il centrodestra farà probabilmente il pieno dei collegi nel Nord.

    Fig. 1 –  Come hanno funzionato il Mattarellum e il Rosatellum nei collegi uninominali della Camera nelle elezioni del 1994,1996,2001(Mattarellum) e 2018 (Rosatellum), % seggi per coalizioni e per zone. Fonte: cise.luiss.it

    Oggi il sistema più adatto è un sistema proporzionale con premio di maggioranza a un turno o-meglio ancora-a due turni. Non è un caso che questo sia il tipo di sistema adottato nei comuni e nelle regioni. Agli elettori piace. E piace a sindaci e governatori eletti che durano in carica, nella stragrande maggioranza dei casi, cinque anni e possono dimostrare quello che sanno fare, avendo a disposizione un arco di tempo congruo per poter essere giudicati. Inoltre sistemi di questo genere generano una disproporzionalità limitata e non casuale. In breve producono un mix soddisfacente tra governabilità e rappresentatività.

    La riforma di Calderoli del 2005 e quella di Renzi del 2015 andavano in questa direzione, ma avevano dei difetti. Tenendo conto dei rilievi fatti dalla Corte Costituzionale nelle sue due sentenze su quelle leggi elettorali si potrebbe battere di nuovo quella strada. Ma restiamo scettici sul fatto che si riesca a coagulare un consenso sufficiente per fare approvare una nuova legge elettorale prima delle prossime elezioni. L’ipotesi di gran lunga più probabile è che si voti con il sistema attualmente in vigore. È meglio di quello che Pd e M5s volevano introdurre fino a qualche settimana fa, ma non è il migliore dei sistemi possibili.

  • USA, la ratifica del 6 gennaio ultima sfida per i trumpiani

    USA, la ratifica del 6 gennaio ultima sfida per i trumpiani

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 dicembre

    Dopo la decisione del collegio elettorale dello scorso 14 dicembre resta un ultimo atto prima che Joe Biden sia proclamato ufficialmente presidente. Il 6 Gennaio la Camera dei rappresentanti e il Senato in una sessione congiunta dovranno ratificare il risultato dei cinquanta stati della federazione, uno per uno. Sono cinquanta certificati elettorali che i rappresentanti e i senatori eletti lo scorso 3 Novembre possono accettare o contestare. Prima di Trump era un atto solenne ma formale. Il 6 gennaio potrebbe non esserlo

    Diciamo subito che non esiste nessuna concreta possibilità che il risultato deciso in sede di collegio elettorale venga rovesciato. Ma questo ultimo atto, prima della inaugurazione del nuovo presidente il 20 gennaio, rappresenta per Trump e i suoi sostenitori una sede ideale per riaffermare ancora una volta in modo clamoroso la tesi che l’elezione di Biden sia illegittima e per fare in modo che il GOP continui a essere il partito di Trump anche dopo la sua uscita dalla Casa Bianca. Con quali conseguenze per il partito e per la democrazia americana è difficile prevedere oggi. 

    La Costituzione americana dice poco su questo ultimo atto. Si limita ad affermare che spetta al Presidente del Senato aprire i certificati trasmessi dagli stati e contare i voti.

    Solo nel 1887 con il passaggio dell’Electoral Count Act il ruolo del Congresso è stato specificato. Per contestare uno qualunque dei certificati elettorali trasmessi dagli stati occorre che la ratifica sia messa in discussione congiuntamente da un membro della Camera e da un membro del Senato. In questo caso ciascun ramo del Congresso dovrà riunirsi e avrà due ore di tempo per decidere se approvare o meno il risultato dello stato in questione. Perché il risultato sia rigettato occorre che Camera e Senato siano d’accordo. Nel passato è accaduto che singoli membri di una delle due camere abbiano sollevato obiezioni. Ed è anche accaduto- l’ultima volta nel 2005- che un deputato e un senatore abbiano agito di comune accordo. Ma sono stati atti senza conseguenze.

    Sul piano sostanziale anche il 6 Gennaio non ci saranno conseguenze. Infatti, anche se tutti i senatori repubblicani, che -dopo il voto in Georgia- potrebbero essere ancora in maggioranza, si esprimessero contro la ratifica, il loro voto non avrà alcun effetto, visto che i democratici controllano la Camera.  Quindi è certo che il Congresso approverà la decisione del collegio elettorale e alla fine del conteggio dei 50 certificati il presidente del Senato Pence dichiarerà ufficialmente- forse con qualche imbarazzo- Joe Biden presidente degli Stati Uniti.

    Ma l’importanza di quanto avverrà il 6 gennaio non sta nella formalizzazione della elezione di Biden che, come abbiamo detto, è scontata ma nella posizione del partito repubblicano nel caso in cui Camera e Senato siano chiamati a votare su uno o più certificati elettorali. Come voteranno deputati e senatori repubblicani? A favore della ratifica e quindi riconoscendo la correttezza della elezione di Biden o contro avvalorando le tesi di Trump e la sua strategia di delegittimazione del processo elettorale? Fino a oggi non si sono trovati davanti a una scelta così netta. C’è chi ha appoggiato Trump in maniera decisa e chi lo ha fatto tiepidamente e c’è anche chi è stato semplicemente in silenzio. Il 6 Gennaio dovranno scegliere tra fedeltà a Trump e attaccamento alle istituzioni.

    Che probabilità ci sono che si arrivi a votare per rigettare o meno il voto di uno o più stati?  Si sa già che un gruppo di eletti repubblicani alla Camera, guidati da Mo Brooks deputato dell’ Alabama, hanno intenzione di impugnare il risultato di cinque stati. Ma da soli non possono farlo. Devono trovare un collega al Senato che firmi insieme a loro la richiesta. La sorpresa di questi giorni è che il leader del partito repubblicano al Senato Mitch McConnell, che dal 3 Novembre in poi aveva sempre sostenuto tutte le mosse di Trump, ha deciso di riconoscere l’elezione di Biden e si sta dando da fare per convincere i suoi colleghi senatori a non appoggiare l’iniziativa dei repubblicani della Camera.

    McConnell è un trumpiano, ma non è uno sprovveduto. Ha capito il pericolo che uno scontro frontale il 6 Gennaio rappresenta per il suo partito. È facile immaginare che un voto del genere potrebbe rappresentare un passo ulteriore nella definitiva trasformazione del GOP nel partito di Trump ovvero potrebbe spaccarlo irrimediabilmente. Per questo vuole evitare questa ultima sfida al processo elettorale da cui Trump è uscito sconfitto. Così facendo mostra un coraggio inaspettato, visto che sa bene che il presidente uscente ha dalla sua la grande maggioranza degli elettori repubblicani del tutto convinti che Biden abbia vinto grazie a frodi massicce. Ma a ben vedere non è tanto il coraggio che lo guida, ma il calcolo razionale. McConnell è un politico di lungo corso che cerca di limitare i danni in attesa che passi la nottata.

    Tra pochi giorni si vedrà come andrà a finire. Non c’è dubbio che ci siano senatori repubblicani sensibili al richiamo dell’ultima sfida. E ci sono pochi dubbi che Trump cambi idea prima del 6 Gennaio. Perciò anche questo ultimo atto del lungo e farraginoso processo di selezione del Presidente USA servirà a capire cosa possano aspettarsi Joe Biden e la democrazia americana nel prossimo futuro.

  • Elezioni prima del 2023? I numeri dicono di no

    Elezioni prima del 2023? I numeri dicono di no

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 16 dicembre

    Ancora una volta tanto rumore per nulla. Periodicamente si torna a parlare di crisi di governo e di possibili elezioni anticipate senza tener conto della realtà. Sono i numeri a dirci che l’ipotesi di elezioni prima del 2023 è del tutto infondata. È vero che i numeri sottendono comportamenti razionali e gli umani, compresi i politici che siedono in Parlamento, spesso non lo sono. Ma quando si tratta di convenienze politiche ed economiche chiaramente definite è difficile che le emozioni sostituiscano il calcolo razionale. E questo è proprio il caso dell’analisi costi-benefici applicata alla eventuale decisione da parte della maggioranza degli attuali deputati e senatori di far cadere il governo da cui dipendono la loro sopravvivenza politica e, per molti di loro, la fortuna economica.

    I numeri di cui parliamo sono quelli che si vedono nella Tabella 1.

    Tab. 1 – Composizione stimata del parlamento in caso di nuove elezioni. Fonte: cise.luiss.it.

    Oggi siedono in Parlamento (eletti nel 2018) 339 grillini, 181 leghisti, 162 forzisti, 50 fratelli, 165 democratici, 18 liberi-uguali. Dal 2018 il quadro politico è cambiato radicalmente. Sono cambiati i rapporti di forza tra i partiti come abbiamo visto alle Europee dello scorso anno, e come ci dicono i sondaggi attuali. E poi c’è stato il referendum costituzionale con cui gli elettori hanno approvato la riduzione dei componenti delle due camere. La combinazione di questi due fattori incide pesantemente sulle prospettive degli attuali deputati e senatori. E nel caso dei cinque stelle occorre aggiungere anche un terzo fattore: il limite dei due mandati.

    Quindi, fatti i calcoli sia in base ai voti delle europee sia in base alla media dei sondaggi attuali l’unico partito destinato ad avere più seggi, se si votasse oggi, sarebbe Fratelli d’Italia. Per la Lega la differenza in meno sarebbe modesta. Per tutti gli altri le elezioni sarebbero un disastro. In particolare per il M5s e per Forza Italia. Il primo passerebbe dagli attuali 339 rappresentanti a poco più di 100. La seconda passerebbe da 162 a 55. Sono calcoli fatti utilizzando il sistema elettorale proporzionale in discussione in parlamento. Se utilizzassimo l’attuale sistema elettorale, la legge Rosato, le cose per i partiti di governo molto probabilmente andrebbero anche peggio. Quanto a Renzi (che oggi può contare su 30 deputati e 18 senatori), Calenda e Bonino, non compaiono nelle nostre stime perché la clausola del 5% e la stima della loro forza attuale li terrebbe fuori, a meno che non formino un cartello allo scopo di superare la soglia.

    Questo è il quadro. Sono stime, ma affidabili. E soprattutto sono, a grandi linee, dati ben noti a chi siede alla Camera e in Senato oggi. È plausibile che alla luce di questi dati ci sia una maggioranza di deputati e senatori che voglia andare a votare sapendo che pochi di loro potrebbero tornare in Parlamento?  Non è semplicemente razionale. La banale verità è che il taglio dei parlamentari ha stabilizzato la legislatura. Questo è un Parlamento destinato a durare.

    Scartata l’ipotesi ‘elezioni anticipate’ resta in piedi l’ipotesi ‘nuovo governo’. L’attuale è un esecutivo debole dal punto di vista della coesione dei partiti che lo compongono e delle competenze che ha messo in campo, ma difficile da sostituire nonostante la sua intrinseca fragilità. In altre circostanze sarebbe caduto da un pezzo. Ma oggi non è così. Lasciamo perdere che una crisi in piena pandemia, che miri a sostituire un primo ministro che tutto sommato gode ancora di un discreto grado di fiducia, sarebbe incomprensibile a una buona fetta dell’elettorato. Quello che più conta è che una crisi potrebbe sfociare in quelle elezioni anticipate che tanti non vogliono. Per questo vale sempre la massima quieta non movere. Teniamoci Conte e teniamoci gli emolumenti attuali, con l’aggiunta della pensioncina che maturerà dopo quattro anni e mezzo di legislatura. Questo è il ragionamento di tanti deputati e senatori. Che questo coincida o meno con l’interesse del paese è una altra questione. E proprio l’interesse del Paese in caso di aggravamento della crisi e di paralisi della decisione politica potrebbe determinare uno sbocco inatteso con un governo molto diverso dall’attuale. Naturalmente senza nuove elezioni.