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Dopo aver illustrato il quadro delle imminenti elezioni per la Camera (Cuccurullo 2018), in quest’articolo analizziamo il contesto in cui si terranno le elezioni per il rinnovo dei 35 seggi per il Senato in palio in queste elezioni di midterm. Come già ricordato, il Senato è composto da 100 membri, due per ogni Stato, e si rinnova parzialmente, per un terzo dei suoi membri, ogni due anni. A tal fine, i 100 seggi senatoriali, il cui mandato dura sei anni, sono divisi in tre classi, una delle quali è a rotazione chiamata alle urne in ciascun election day biennale, il primo martedì di novembre.

Prima del 2016 il Partito Repubblicano poteva contare in Senato su una maggioranza relativamente tranquilla, avendo 54 seggi. Sui 34 seggi contesi nel 2016, però i Repubblicani sono riusciti a confermarsi in 22 sui 24 totali già in loro possesso, perdendone quindi due a favore dei Democratici. La maggioranza repubblicana all’inizio del mandato presidenziale di Trump contava perciò su 52 senatori. Il numero di senatori repubblicani si è ulteriormente assottigliato in seguito alle elezioni suppletive per uno dei due seggi dell’Alabama, precedentemente repubblicano ma passato ai Democratici con la vittoria di Doug Jones. Il Partito Repubblicano attualmente ha dunque 51 seggi, pari a una maggioranza di appena due voti, dal momento che, in caso di parità, la Costituzione prevede che il Vicepresidente degli Stati Uniti (attualmente il vice di Trump è il repubblicano Mike Pence), possa esprimere il proprio voto in qualità del suo ruolo formale di Presidente del Senato.

La Figura 1 mostra la composizione per partito delle attuali delegazioni in Senato. Come si osserva immediatamente, tra i 100 senatori ne sono presenti due indipendenti, che sono stati eletti, cioè, senza il sostegno di alcun simbolo di partito. Si tratta dei Senatori Angus King del Maine e Bernie Sanders, già candidato alle primarie del Partito Democratico nel 2016, per il Vermont. Entrambi questi senatori indipendenti sono iscritti al gruppo dei democratici in Senato e dunque votano – la maggior parte delle volte – in linea con il Partito Democratico. Sia King che Sanders dovranno difendere il proprio seggio in questa tornata elettorale, come vedremo più avanti. Quest’ultimo corre stavolta sotto le insegne del Partito Democratico.

Nel dettaglio, sommando Sanders e King ai democratici, attualmente ci sono 19 Stati rossi, in cui entrambi i Senatori sono repubblicani; 18 Stati blu, in cui entrambi i Senatori sono espressione del Partito Democratico; e 13 Stati viola, con una delegazione mista.[1] Gli Stati blu sono collocati principalmente, rispecchiando la situazione alla Camera (Cuccurullo 2018), sulla costa occidentale, nel Nordest e in parte del Midwest (Minnesota, Illinois e Michigan). Blu sono inoltre le Hawaii, il New Mexico e la Virginia. Gli Stati rossi sono concentrati invece nella roccaforte del Partito Repubblicano, il Sud (con le importanti eccezioni di Alabama e Florida), nella regione del Midwest e in quella delle Montagne Rocciose. A questi si aggiunge infine l’Alaska. Viola sono poi, oltre alle citate Alabama e Florida,  Nevada, Arizona, Montana, Nord Dakota e la gran parte degli Stati che affacciano sui Grandi Laghi.

Fig. 1 – Composizione partitica delle attuali delegazioni in Senato dei 50 StatiUS_senate_pre_1Occorre qui sottolineare un elemento importante, che costituisce un vantaggio strutturale per i repubblicani nella conquista di una maggioranza al Senato. Questo ha a che vedere con sua rappresentanza per Stati e non in base alla popolazione, in combinato disposto con la forza dei repubblicani negli Stati meno popolosi e la prevalenza dei democratici in quelli più grandi. Ad esempio, sono rossi 10 dei 21 Stati meno popolosi (contro i 6 blu), mentre solo il Texas fra gli otto più popolati è rosso (contro i quattro blu). Alla Camera, dove i seggi sono distribuiti fra gli Stati in proporzione alla popolazione, nel complesso, i 19 Stati rossi eleggono un totale di 133 seggi, contro i ben 191 seggi dei 18 Stati blu. In pratica, stando ai dati dell’ultimo censimento, gli Stati rossi eleggono un senatore ogni 2,5 milioni di abitanti, quelli blu uno ogni 3,75 milioni. Una differenza non da poco.

Come accennato in apertura, nelle elezioni di questo 6 novembre sono complessivamente in palio 35 seggi in Senato. Ai 33 seggi della Prima Classe, chiamati alle urne per la normale scadenza del mandato, se ne aggiungono infatti 2 oggetto di elezioni suppletive. Le precedenti elezioni per i seggi della Prima Classe si sono svolte nel 2012, in contemporanea, cioè, con la rielezione alla Presidenza di Barack Obama. Come visibile nella Figura 2, di questi 33 seggi, 23 al momento appartengono a senatori democratici, 2 a indipendenti (ma entrambi, come ricordato, iscritti al gruppo dei democratici), e i restanti 8 a repubblicani. Completano il quadro il seggio della Seconda Classe del Minnesota, chiamato al voto in seguito alle dimissioni del senatore democratico Al Franken, e quello, sempre della Seconda Classe, del Mississippi, in cui a dimettersi è stato invece un repubblicano, Thad Cochran.[2] In ciascuno di questi due Stati, dunque, si svolgeranno due distinti elezioni per il Senato, con candidati diversi, che rinnoveranno l’intera delegazione statale alla Camera alta del Congresso.

Nel complesso, quindi, questa tornata si presenta assai più favorevole ai repubblicani, che hanno meno da difendere e molte più occasioni di strappare seggi ai rivali. Inoltre, come osservato da Cain (2018), occorre considerare come ben 10 degli uscenti democratici cerchino la rielezione in Stati in cui Trump ha vinto nelle presidenziali di due anni fa, un numero superiore a quello totale dei seggi repubblicani chiamati alle urne. Nel dettaglio, si tratta di Florida, Indiana, Michigan, Missouri, Montana, Nord Dakota, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin – mentre solo in Nevada i repubblicani devono mantenere il seggio in uno Stato vinto dalla Clinton nel 2016. In questi Stati, molti dei quali tutt’altro che blu per tradizione elettorale (oltre che per voto nelle scorse presidenziali), la riconferma dell’incumbent democratico non può certo essere data per scontata: ulteriore elemento di vantaggio per i repubblicani in questa tornata elettorale per il Senato.

La Figura 2 consente però anche di evidenziare un ulteriore elemento, che al contrario depone a favore dei democratici. Tutti i 24 uscenti democratici cui scade il mandato sono in corsa per la rielezione. Lo stesso vale anche per i due indipendenti, che come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte possono essere sommati ai democratici. Al contrario, in un terzo dei seggi attualmente detenuti da repubblicani sono ‘seggi aperti’, ovvero senza l’incumbent in corsa. Questi sono il l’Arizona, il Tennessee e lo Utah. L’incumbency advantage è un fattore cruciale nelle elezioni per il Congresso (Jacobson e Carson 2015). Anche al Senato, dove ormai i tassi di rielezione degli uscenti superano l’80%, arrivando quindi a sfiorare quelli della Camera. Considerata quindi la forza dell’incumbency factor, i seggi aperti dei repubblicani rappresentano un, certamente parziale, bilanciamento del grande vantaggio che i questi hanno rispetto ai democratici in quanto a seggi complessivi da difendere.

Fig. 2 – Mappa delle 35 competizioni elettorali del 2018 al Senato, per partito di appartenenza e ricandidatura o meno del senatore uscente[3]US_senate_pre_2Per conquistare la maggioranza, il Partito Democratico dovrebbe mantenere i 26 seggi attuali (compresi i 2 dei senatori indipendenti) e vincerne almeno due. Gli Stati in cui potrebbero provare a strappare un seggio ai Repubblicani sono il Nevada, dove il candidato repubblicano è il senatore uscente, ma, come detto, lo Stato è stato vinto da Hillary Clinton alle elezioni del 2016 e fa registrare un indice PVI di +1 verso il Partito Democratico, l’Arizona e il Tennessee, in cui i Senatori uscenti si stanno ritirando e il distacco non pare incolmabile (come invece in Utah).[4]

Un’altra sfida che sta generando molto entusiasmo tra gli elettori del Partito Democratico è quella per il seggio in Texas: il deputato democratico Beto O’Rourke sfida il senatore uscente, già candidato alle primarie del Partito Repubblicano del 2016, Ted Cruz. Secondo quanto rilevato dagli istituti di ricerca, la competizione è sorprendentemente molto serrata, ma in ogni caso la vittoria di Cruz continua a essere il risultato più probabile. Il Texas, che negli ultimi anni era diventato uno stato saldamente repubblicano, sta vivendo importanti cambiamenti demografici che hanno portato i latinoamericani, elettorato vicino al Partito Democratico, a essere una percentuale sempre maggiore della popolazione, rendendolo, di fatto, uno Stato competitivo.

Sembra tuttavia improbabile che il Partito Democratico riesca ad avere la maggioranza del prossimo Senato: il modello probabilistico di FiveThirtyEight attribuisce circa l’85% di possibilità al mantenimento del controllo del Senato da parte dei repubblicani. Una probabilità curiosamente simile a quella di una maggioranza democratici alla Camera. Come detto, infatti, il vero problema per i democratici saranno i seggi da difendere. Molti degli Stati in cui si vota il 6 novembre sono Stati che nelle elezioni del 2016 sono stati vinti da Trump con larga maggioranza. Anche per questa ragione, il quadro sembra molto più favorevole ai repubblicani, che possono, tra l’altro, concentrare le risorse nei soli 8 Stati in cui devono difendere i seggi attualmente in loro possesso.

I sondaggi più recenti escludono la possibilità che possano esserci grandi sorprese, ma un’incognita riguarda sicuramente il peso che avrà l’early voting, il voto anticipato permesso in alcuni Stati: mercoledì 31 ottobre avevano già votato 20 milioni di statunitensi, una quota più alta rispetto al 2014 e, in alcuni Stati, maggiore addirittura rispetto all’affluenza totale delle ultime elezioni di metà mandato. Tra gli Stati in cui si è registrato un aumento di elettori che si sono recati in anticipo alle urne ci sono il Nevada, l’Arizona, il Texas e il Tennessee (Agorakis 2018). La speranza di una vittoria per il Partito Democratico passa anche da qui. Lo statistico Nate Silver (2018) ha spiegato infatti pochi giorni fa che affinché i Democratici possano ottenere il controllo del Senato, sarebbe necessario un errore sistematico nelle rilevazioni, come potrebbe essere, per esempio, un gruppo di elettori sovrastimato o sottostimato dagli istituti di ricerca. Certo, non sarà probabile: ma nel quartier generale democratico, qualcuno ci spera…

Riferimenti bibliografici

Agorakis, Stavros (2018), ‘The surge in early voting, explained’. https://www.vox.com/2018/11/3/18013760/surge-early-voting-explained

Cain, Bruce E. (2018), ‘Un Presidente “Me-First” all’epoca del “#MeToo”‘. https://cise.luiss.it/cise/2018/11/03/un-presidente-me-first-allepoca-del-metoo/

Cuccurullo, Davide (2018), ‘Elezioni di midterm alla Camera: il quadro della vigilia’. https://cise.luiss.it/cise/2018/11/02/elezioni-di-midterm-alla-camera-il-quadro-della-vigilia/

Jacobson, Gary C., e Jamie L. Carson (2015), The politics of congressional elections, Lanham, Rowman & Littlefield.

Silver, Nate (2018), ‘Election Update: Democrats Need A Systematic Polling Error To Win The Senate’. https://fivethirtyeight.com/features/democrats-need-a-systematic-polling-error-to-win-the-senate/


[1] Ai fini di questo calcolo, i due Senatori indipendenti sono considerati tra le fila del Partito Democratico.

[2] La Seconda Classe ha svolto l’ultima tornata ordinaria nel 2014. Quindi il mandato dei due senatori che saranno eletti in queste elezioni suppletive durerà solamente due anni, ovvero fino a scadenza dal mandato originario del senatore supplito. Questo in modo che nel 2020 tutta la Classe possa rinnovare i propri senatori con mandati che dureranno per i sei anni canonici.

[3] Il rettangolo tracciato all’interno del territorio di uno Stato indica che in quello Stato, oltre alla elezione ordinaria per il rinnovo del senatore della Prima Classe, si svolge anche l’elezione suppletiva per il secondo senatore dello Stato.

[4] Il PVI (Partisan Voting Index) è l’indice, aggiornato dopo ogni ciclo elettorale, che misura la tendenza di uno Stato verso uno dei due partiti.