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Pochi mesi fa, all’indomani del voto del 4 marzo, avevamo identificato un risultato inaspettato per la politica italiana: la comparsa di una sorta di voto di classe rovesciato (De Sio 2018). Il PD infatti risultava l’unico partito a presentare un’influenza della classe sociale sul voto, ma in una direzione inaspettata: la propensione a votare PD cresceva infatti al crescere della classe sociale di appartenenza, configurando il PD come “partito delle élite”.

A nove mesi da quell’elezione, vale la pena ripetere quell’analisi sui dati appena raccolti dall’Osservatorio Politico CISE[1] . È vero che la strategia del PD in questi mesi è rimasta complessivamente invariata rispetto a quella della campagna elettorale: da un lato con una scelta che, partendo dalle accuse di incompetenza al governo, è sostanzialmente di opposizione di principio sui contenuti di tutti suoi provvedimenti; dall’altro in termini di strategia complessiva, in cui ancora stenta ad avviarsi, in linea con i tempi del congresso, una riflessione sulle scelte strategiche degli ultimi anni. Per questi motivi non avevamo attese di un cambiamento sostanziale nella caratterizzazione dell’elettorato del PD. Tuttavia ripetiamo quest’analisi anche per un altro motivo: da un lato di offrire un breve confronto con gli altri partiti; dall’altro di cercare di approfondire i contenuti più specifici che stanno dietro a una differenziazione tra cittadini che dichiarano di appartenere a una particolare classe.

La prima domanda è quindi quella di nove mesi fa: esistono effetti di classe nella propensione a votare i principali partiti? In base a come gli intervistati si autodefiniscono, cambia la loro disponibilità a considerare diverse scelte di voto? I quattro grafici della Figura 1 riportano, per i vari partiti, l’effetto sulla propensione al voto del dichiararsi appartenenti a una specifica “classe sociale”. Si tratta di un costrutto rilevato tramite una domanda che menziona esplicitamente il termine (usata anche in varie indagini internazionali): “Se Le chiedessero di scegliere uno di questi cinque nomi per la sua classe sociale, a quale direbbe di appartenere?”. Di conseguenza la risposta non è legata a una definizione precisa basate sull’occupazione o sulla condizione occupazionale dell’intervistato, ma rileva semplicemente l’autopercezione dell’intervistato (vedi più oltre un breve confronto con altre variabili).

Fig. 1 – Propensione a votare i diversi partiti in base alla classe socialeall_classeIl grafico riporta, per ogni partito e per ogni classe, il punteggio medio previsto per gli intervistati di quel gruppo (al netto dell’effetto di sesso, età, titolo di studio, zona geografica e condizione professionale) rispetto alla possibilità di votare in futuro per quel partito, su una scala da 0 a 10. Ogni barra (che esprime il punteggio medio) riporta anche un margine di incertezza statistica in più o in meno.

Come si può vedere, l’effetto per il PD che avevamo rilevato a marzo appare pressoché invariato oggi. Esiste una differenza statisticamente significativa (ovvero gli intervalli di incertezza sono nettamente distinti) sia tra classe medio-bassa e classe “bassa” che tra classe “medio-alta” (dove abbiamo inserito anche i pochi intervistati che riportano “alta”) e classe operaia. In altre parole, come a marzo, il profilo di questo partito appare ancora confinato ad avere punteggi PTV rilevanti (intorno a 4) soltanto nella classe medio-alta, e punteggi chiaramente decrescenti nelle classi più basse. È interessante notare invece il pattern speculare del M5S, dove la propensione scende all’aumentare della classe sociale, di nuovo con differenze significative tra quasi tutte le classi. Inoltre va tenuto conto che, in ogni caso, nella classe medio-alta – dove il M5S registra la propensione più bassa – si registrano comunque valori analoghi a quelli del PD. Potremmo quindi dire che è il PD a non riuscire ad attrarre le classi più basse, mentre il M5S attrae comunque le classi più alte, anche se la sua penetrazione sale molto nelle classi più basse. È infine interessante notare come non ci siano, invece, differenze significative né per la Lega né per Forza Italia. Se si tiene conto dei margini di incertezza statistica, non esiste nessuna classe che sia diversa dalle altre in misura statisticamente significativa; in altre parole, questi due partiti appaiono entrambi complessivamente interclassisti; e per questo motivo per certi versi hanno elettorati più sovrapponibili e compatibili. Ovviamente sapendo che la Lega ha in questo momento valori di PTV complessivamente ben più alti di Forza Italia, tali da farla risultare con il PTV medio più alto di tutti i partiti sia nella classe medio-alta che in quella più bassa. Un aspetto interessante, che per certi versi testimonia della capacità di questo partito di combinare in questo momento elettorati diversi; lasciando al M5S il punteggio più alto nelle classi medie.

Infine, vale la pena di accennare a una domanda importante: cosa c’è, nella mente degli intervistati, dentro questo concetto di classe? Quali altre variabili permettono di ottenere effetti simili? Alcune analisi ulteriori che abbiamo svolto puntano chiaramente nella condizione delle diverse condizioni economiche – a prescindere dalla collocazione professionale. Abbiamo infatti replicato le analisi sostituendo alla classe sociale rispettivamente il reddito dichiarato (per fasce), le condizioni di vita (se si dichiara di vivere in condizioni agiate, con tranquillità, con qualche difficoltà, o non riuscendo ad arrivare a fine mese) e infine una classificazione innovativa per classi sociali proposta dallo studioso svizzero Oesch (2006a, 2006b) in base alla collocazione professionale. I risultati ci dicono sostanzialmente che lo schema di classi sociali di Oesch non fa emergere differenze molto rilevanti, a conferma della struttura ormai fluida della nostra società, in cui la condizione occupazionale non necessariamente produce effetti chiari nelle condizioni di vita. Viceversa, effetti molto simili a quelli della classe autodichiarata emergono sia per il reddito che per le condizioni di vita, a testimonianza di una rilevanza della crisi economica (e delle condizioni di difficoltà economica di una parte rilevante dell’elettorato) per le scelte di voto.

Riferimenti bilbiografici

De Sio, L. (2018), ‘Il ritorno del voto di classe, ma al contrario (ovvero: se il PD è il partito delle élite)’, in Emanuele, V. e Paparo, A. (a cura di), Gli sfidanti al governo. Disincanto, nuovi conflitti e diverse strategie dietro il voto del 4 marzo 2018, Dossier CISE(11), Roma, LUISS University Press e Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 133-137.

Oesch, D. (2006a), ‘Coming to grips with a changing class structure’, International Sociology, 21(2), pp. 263-288.

Oesch, D. (2006b), Redrawing the Class Map. Stratification and Institutions in Britain, Germany, Sweden and Switzerland, Basingstoke, Palgrave Macmillan.


[1] Il sondaggio è stato realizzato con metodo CAWI (Computer-Assisted Web Interviewing) da Demetra opinioni.net S.r.l. nel periodo 10-19 dicembre. Il campione ha una numerosità di 1.113 rispondenti ed è rappresentativo della popolazione elettorale italiana per genere, classe di età, titolo di studio, zona geografica di residenza, e classe demografica del comune di residenza. Le stime qui riportate sono state ponderate in funzione del ricordo del voto alle politiche e di alcune variabili socio-demografiche. L’intervallo di confidenza al 95% per un campione probabilistico di pari numerosità in riferimento alla popolazione elettorale italiana è ±2,9%.