I 41 ballottaggi hanno chiuso il ciclo elettorale aperto due settimane fa. Il bilancio nei 118 Comuni superiori restituisce un quadro di sostanziale stabilità tra i due poli: il centrosinistra conferma le sue 52 amministrazioni, il centrodestra sale da 40 a 41 e i civici, usciti ridimensionati dal 1° turno, risalgono al ballottaggio fino a 21, quasi quanti ne contavano prima (23). Ma il saldo numerico, come spesso accade, racconta solo una parte della storia. Sotto la superficie dell’equilibrio si registra infatti una significativa rotazione dovuta a un’alta competitività, con città di primo piano che cambiano colore in entrambe le direzioni. A pesare è soprattutto la fatica del centrodestra al secondo turno: meno capace di riconfermare i propri sindaci uscenti e di trasformare in vittoria i vantaggi maturati al primo turno. La geografia del potere locale cambia, insomma, anche quando i totali restano fermi.
Il quadro complessivo: confronto prima/dopo
Chiusa anche la partita dei ballottaggi, la fotografia complessiva dei 118 Comuni superiori ai 15.000 abitanti conferma le tendenze già emerse al primo turno. Il bipolarismo regge: centrosinistra e centrodestra si spartiscono 93 delle 118 amministrazioni, mentre tra le forze esterne ai due poli quasi scompaiono quelle minori (un solo Comune alla sinistra radicale, tre a liste di centro, azzerati Lega e M5S) e i civici, lungi dall’essere travolti, recuperano terreno. L’affluenza, come da copione, è ulteriormente calata al secondo turno, fermandosi attorno al 52%: otto punti meno del primo turno (isole escluse). La struttura della competizione, del resto, era prevalentemente bipolare già in partenza, come avevamo osservato due settimane fa: in 23 dei 41 ballottaggi si fronteggiavano direttamente centrosinistra e centrodestra.
Eppure dietro la stabilità dei totali si nasconde un forte rimescolamento. Il centrodestra strappa 15 Comuni al centrosinistra, ma quest’ultimo gliene sottrae a sua volta 11: un travaso quasi simmetrico, che lascia invariato il saldo ma ridisegna la mappa. Tra le conquiste del centrodestra spicca Reggio Calabria – la città più popolosa tra quelle che hanno cambiato schieramento, peraltro già decisa al primo turno – cui si aggiungono, al ballottaggio, Viareggio, Cava de’ Tirreni e il capoluogo lombardo di Lecco. Il centrosinistra risponde riprendendosi Pistoia, conferma della forza ritrovata in Toscana grazie alla strategia del campo largo, e conquistando Marsala e Afragola, tutte già al primo turno. Tutt’altro che assottigliato, il fronte civico mostra anzi il recupero più vistoso: ridotto a soli 11 sindaci dopo il primo turno, al ballottaggio risale fino a 21, a un soffio dai 23 della tornata precedente. Sotto questo saldo si muovono molti scambi: il centrosinistra recupera ai civici realtà come Avellino, Agrigento ed Enna, mentre il centrodestra vi conquista Crotone e San Benedetto del Tronto. Il rimescolamento investe anche le forze minori: i due Comuni amministrati dal Movimento 5 Stelle passano entrambi al centrodestra e tre piazze finora bipolari finiscono a liste di centro, mentre in controtendenza alcuni centri sfuggono ai due grandi blocchi a favore di nuove civiche, da Vigevano a Casalnuovo di Napoli. Un quadro in movimento, dunque, che la sola lettura dei totali aggregati rischia di appiattire.
Incumbent solidi, ma nel secondo turno il centrodestra fatica di più
Un’utile chiave di lettura arriva dall’incumbency factor. Dei 41 sindaci uscenti ricandidati, 32 sono stati riconfermati: il 78%, a riprova di un vantaggio che resta robusto. Il dato, però, non è omogeneo tra gli schieramenti. I sindaci civici si confermano nella quasi totalità dei casi (quasi il 90%), il centrosinistra all’81%, mentre il centrodestra si ferma al 71%: una difficoltà evidente della coalizione a far rieleggere i propri amministratori, anche là dove partiva dalla posizione di chi già governa.
La stessa asimmetria emerge osservando come i ballottaggi abbiano rovesciato i verdetti del primo turno. Il centrodestra, va detto, era arrivato in testa nella maggioranza dei secondi turni – 21 dei 41 Comuni, contro i 12 in cui guidava il centrosinistra – eppure è proprio dove partiva avanti che ha pagato il prezzo più alto. In 11 dei 41 Comuni la coalizione in vantaggio dopo il voto iniziale è stata poi superata: e in 8 casi su 11 a farne le spese è stato il centrodestra, contro le 2 volte del centrosinistra e l’unico caso di un candidato civico. Il ballottaggio – con il suo calo di partecipazione e le inevitabili rinegoziazioni degli appoggi dei candidati esclusi, dinamiche che avevamo anticipato – si conferma così il terreno più ostico per il centrodestra: capace di arrivare in testa al primo turno, ma meno abile nel chiudere la partita quando la competizione si restringe a due.
La spiegazione, almeno in parte, rimanda a un tratto strutturale già noto. Il centrodestra trae la propria forza soprattutto dai Comuni più piccoli, dove la partita si decide in un turno solo, e continua a faticare nei centri maggiori, quelli che più spesso vanno al ballottaggio e dove il secondo turno premia la capacità di aggregare oltre il proprio perimetro. È qui che il centrosinistra, quando riesce a tenere unito il campo largo, ritrova competitività: la riconquista di un capoluogo come Pistoia ne è la prova più nitida. Gli equilibri complessivi, alla fine, non si muovono; ma la geografia del potere locale, sì.
