Autore: Roberto D’Alimonte

  • Maggioritario partita decisiva, possibile sorpresa M5s al Sud

    Maggioritario partita decisiva, possibile sorpresa M5s al Sud

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 ottobre

    Nel 1993 è stata la volta della legge Mattarella. Nel 2005 la legge Calderoli. Nel 2015 l’Italicum. Oggi la legge Rosato. Quattro sistemi elettorali in 24 anni. Senza parlare di due sentenze della Consulta che hanno comunque introdotto sistemi diversi da quelli approvati in Parlamento. Questo è uno dei dati che coglie meglio di tante parole la persistente fragilità del nostro sistema politico dopo la crisi della Prima Repubblica. E non è finita. Purtroppo si scoprirà presto che nemmeno il sistema di voto appena varato ci darà la stabilità di cui l paese ha bisogno per affrontare le sfide difficili che ha davanti.

    Nei prossimi mesi assisteremo a una campagna elettorale in cui centro-destra, centro-sinistra e M5s faranno credere agli italiani di poter arrivare a governare da soli. È possibile. Non si può assegnare uno zero alla probabilità che uno dei tre contendenti possa arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le camere. Ma è assai poco probabile. Non occorre fare complicate simulazioni per arrivare a questa conclusione. Bastano due tabelle che incrocino le percentuali di seggi proporzionali e di seggi maggioritari necessarie per arrivare alla soglia dei 316 seggi alla Camera e dei 158 seggi al Senato (esclusi i senatori a vita). È un esercizio che abbiamo già fatto per la Camera. Ora lo facciamo anche per il Senato. A differenza della tabella già pubblicata abbiamo inserito nel calcolo 5 seggi (su 12) provenienti dalla circoscrizione estero alla Camera e 3 seggi (su 6) al Senato.

    Tab. 1 – Le combinazioni per ottenere la maggioranza dei seggi alla Camerarosatellum camera

    Tab. 2 – Le combinazioni per ottenere la maggioranza dei seggi al Senatorosatellum senato

    In sintesi, queste tabelle servono a rispondere a questa semplice domanda: quale è la combinazione di seggi maggioritari e proporzionali che può produrre un governo di maggioranza come risultato diretto del voto? La risposta è nei numeri. Alla Camera le percentuali minime sono il 60% di seggi maggioritari e il 45% di quelli proporzionali. Al Senato il 50% per entrambi le categorie di seggi. Con queste percentuali il vincente avrebbe 318 deputati e 158 senatori. Cioè una maggioranza risicata. Eppure si tratta di percentuali rilevanti. Nella storia della Seconda Repubblica non è mai successo che una coalizione sia arrivata al 50% dei voti proporzionali alla Camera. Questa percentuale è stata sfiorata dai due poli berlusconiani nel 1994 e dalle coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra nel 2006. Ed erano i tempi del bipolarismo, mentre oggi il formato del sistema partitico è tripolare. Quanto ai collegi uninominali utilizzati tra il 1994 e il 2001, i picchi sono stati registrati dalle coalizioni di Berlusconi nel 1994 alla Camera (63,7%) e al Senato nel 2001 (65,5%). Nessuno è mai arrivato al 70%.

    Cosa fa pensare che a marzo del prossimo anno uno dei tre poli possa arrivare a queste percentuali? Per essere ancora più precisi prendiamo come punto di riferimento la percentuale ottenuta dalla Casa delle Libertà di Berlusconi nel 2001 al Senato, e cioè il 65% dei seggi maggioritari. Se uno dei tre poli ripetesse questo exploit alle prossime politiche dovrebbe comunque arrivare ad ottenere alla Camera il 45 % dei voti proporzionali per riuscire ad avere 330 seggi e la stessa percentuale al Senato per avere 165 senatori. Certo, non si può escludere del tutto che questo avvenga. Ma che probabilità è realistico assegnare ad un evento del genere?

    Ciò premesso, è giusto tener conto di due fattori che potrebbero giocare a favore di un esito maggioritario. Il primo è una quota particolarmente elevata di voto disperso, cioè di voti dati a partiti che restano sotto la soglia di sbarramento del 3%. Più alto è il voto disperso, più alta è la percentuale di seggi che vanno ai partiti sopra la soglia. Questo vuol dire che il 45% dei seggi proporzionali nella nostra tabella potrebbe essere ottenuto con meno del 45% dei voti. Per esempio con un 10% di voti dispersi un partito con il 40% dei voti otterrebbe il 44% dei seggi. Ma anche in questo caso dovrebbe comunque vincere circa il 60% dei seggi maggioritari per arrivare alla Camera a 318 seggi. Il voto disperso può incidere ma non più di tanto. In ogni caso oggi è difficile da stimare. Si dovrà vedere come si coordineranno tra loro i partiti, cioè quale sarà l’offerta politica. Se il coordinamento sarà efficiente, il fattore-voto disperso potrebbe diventare del tutto ininfluente. E allora la partita si giocherà nei collegi uninominali.

    Si dice che l’introduzione dei collegi veri (e non quelli finti del sistema tedesco) avvantaggi centro-destra e centro-sinistra a danno del M5s. Può essere, ma oggi non si può dire con certezza. È vero che nelle regioni del Nord e in quelle della ex-zona rossa il M5s prenderà probabilmente meno seggi di quanti ne avrebbe presi con il consultellum, ma nelle regioni del Sud potrebbe verificarsi l’opposto. Ed è proprio in questa zona del paese che si giocherà la partita decisiva l’anno prossimo. Qui i collegi potrebbero fare la differenza.

    Ma anche così bisogna essere inguaribili ottimisti o grandi imbonitori per credere e far credere a un successo schiacciante di uno dei poli. Conquistare il 60-70 % dei seggi maggioritari e il 40-45% di quelli proporzionali a livello nazionale è un traguardo molto difficile da raggiungere nell’attuale contesto. Tanto più che deve essere raggiunto in entrambe le camere. E si sa bene che l’esito del voto al Senato potrebbe differire da quello della Camera per diverse ragioni. In primis la mancata riforma costituzionale per dare il voto ai diciottenni anche al Senato.

    In conclusione, continuiamo a dubitare che siano gli elettori a scegliere il prossimo governo. Come ai tempi della Prima Repubblica lo faranno i partiti dopo il voto rimescolando le carte. Aggiungiamo però che in ogni caso il sistema elettorale appena approvato è un passo avanti rispetto ai sistemi confezionati dalla Consulta. In fondo sono tornati i collegi uninominali. Sono pochi. Avrebbero dovuto essere molti di più, come erano con la legge Mattarella. Ma accontentiamoci per ora. Anche così la loro resurrezione è già un piccolo miracolo.

  • Il “pallottoliere” del Rosatellum

    Il “pallottoliere” del Rosatellum

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15 Ottobre 2017

    Per capire come finiranno le prossime elezioni politiche non servono strumenti complessi o ragionamenti particolarmente sofisticati. Basta una semplice tabella che tenga conto delle regole del voto e degli attori in competizione. Sulle prime deciderà il Senato in settimana. Il Rosatellum-bis pare destinato ad essere definitivamente approvato. Sui secondi  sappiamo già quanto ci interessa sapere in questa fase, e cioè il numero. Ci sarà una coalizione di centro-sinistra, una di centro-destra e il M5s. Non conosciamo la composizione delle coalizioni, ma è un dato che non serve per quello che vogliamo dimostrare ora.

    Il nuovo sistema elettorale assegnerà alla Camera 232 seggi in altrettanti collegi uninominali con la formula della maggioranza relativa e 386 seggi con formula proporzionale. Per vincere i primi basterà che un candidato ottenga un voto più degli altri. Per ottenere i secondi occorrerà avere almeno il 3% dei voti a livello nazionale. Fuori dal conto restano i 12 seggi della circoscrizione estero che, esclusi dai nostri calcoli, potrebbero comunque essere decisivi per formare un governo dopo il voto. I “Pallaro” (il senatore italo-argentino che sostenne il governo Prodi ma poi contribuì alla sua caduta) del 2018 potrebbero ancora essere una risorsa del sistema.

    Nella tabella abbiamo fatto una operazione semplicissima. Abbiamo incrociato la percentuale dei 386 seggi proporzionali che un qualunque attore potrebbe ottenere con la percentuale dei 232 seggi maggioritari che lo stesso attore potrebbe vincere nei collegi uninominali. I numeri nelle singole caselle della tabella sono il totale dei seggi che risultano dall’incrocio delle due percentuali. Per esempio, se uno dei tre principali attori della competizione – centro-sinistra, centro-destra o M5s- ottenesse il 35 % dei seggi proporzionali e il 50% dei seggi maggioritari il numero dei suoi deputati sarebbe 251.  E così via.

    In questo momento noi non sappiamo quanti voti e quanti seggi prenderanno il M5s e  ciascuna delle due coalizioni che si presenteranno alle prossime elezioni. Ma pur non conoscendo questo dato la tabella fa vedere con matematica chiarezza che la combinazione di seggi proporzionali e di seggi maggioritari difficilmente produrrà una maggioranza a favore di uno dei contendenti, cioè quei 316 seggi che servono alla Camera per fare il governo.  Certo, se ipotizziamo che uno dei tre attori possa conquistare il 50 per cento dei seggi proporzionali e il 70 di quelli maggioritari il gioco sarebbe fatto e non staremmo qui a preoccuparci di come si farà il governo dopo il voto. Ma è realistico che la coalizione di Renzi o quella di Berlusconi oppure il partito di Di Maio possano arrivare a queste percentuali ?  La risposta non può che essere negativa.

    Ma se anche immaginassimo che uno dei contendenti arrivi al 40 per cento dei seggi proporzionali dovrebbe pur vincere il 70% dei seggi maggioritari per ottenere  una maggioranza risicata di 317 seggi totali. Se invece ipotizziamo che uno dei tre competitori vinca il 55 per cento dei seggi maggioritari dovrebbe ottenere la percentuale straordinariamente elevata del 50 per cento dei seggi proporzionali per arrivare a 321 seggi totali. Pur nell’incertezza che caratterizza in questa fase il comportamento degli elettori queste combinazioni appaiono decisamente poco credibili.

    E allora la conclusione è ineludibile: il prossimo governo dovrà necessariamente nascere dalla scomposizione delle coalizioni che si presenteranno davanti agli elettori in campagna elettorale e dalla loro ricomposizione in una maggioranza di governo che non corrisponderà alle solenni promesse fatte agli elettori al momento del voto. E tutto ciò sperando che sia possibile assemblare una qualunque maggioranza di governo, viste le preclusioni, i veti e le idiosincrasie dei nostri partiti.

    Sarà un brutto spettacolo. Con buona pace di tutti coloro che votando no al referendum del 4 Dicembre 2016  e applaudendo la sentenza della Consulta sull’Italicum del Febbraio 2017 credevano di fare il bene dell’Italia.pallottoliere tabella

  • Doppio turno contro l’incertezza

    Doppio turno contro l’incertezza

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 24 settembre

    Diciamolo subito per fugare illusioni e finzioni. Il nuovo sistema elettorale proposto dal Pd non risolverà il problema della governabilità di questo paese. Nelle condizioni in cui siamo ci vuole ben altro. Occorrono sistemi a due turni. Non importa se di collegio o di lista, ma a due turni. Oggi non li vuole nessuno, perché nessuno vuole che siano gli elettori a decidere i governi. Il Rosatellum-bis è un sistema misto a un turno. I collegi uninominali, e cioè la parte maggioritaria del mix, sono troppo pochi per generare un livello di disproporzionalità tale da favorire la creazione di una maggioranza di governo al momento del voto. Alla Camera i seggi maggioritari sono 232 contro 386 seggi proporzionali. Al Senato rispettivamente 109 e 200. Con questi numeri e con gli attuali rapporti di forza tra i maggiori partiti l’esito del voto sarà comunque di stampo proporzionale. Anche se si formeranno coalizioni prima del voto i governi si faranno dopo. E il governo più probabile resta quello tra Pd e Forza Italia con l’aggiunta di partitini o di pezzi di ceto politico in libera uscita. Da questo punto di vista non cambierà nulla rispetto ai due consultelli che si vuole sostituire. Tranne che non ci sarà più un premio di maggioranza alla Camera ad alimentare la possibilità- per quanto labile- di un esito maggioritario e una soglia dell’8% al Senato a frenare la frammentazione partitica.

    Dal punto di vista dei partiti e degli elettori invece cambiano molte cose. Sparisce completamente il voto di preferenza. Senza riforma tutti i senatori e una parte dei deputati saranno eletti con le preferenze. Con la riforma nessuno. Tutti i candidati e tutti gli eletti saranno decisi dalle segreterie di partito, cioè dai leaders. Per chi non ama le preferenze non è un dramma. In fondo la resurrezione dei collegi uninominali restituisce in parte agli elettori la possibilità di giudicare le scelte dei partiti. Ma è certo che la totale cancellazione del voto di preferenza offrirà un potente argomento retorico agli oppositori della riforma.

    Non occorre essere degli specialisti per capire che questa modifica è una delle ragioni per cui Berlusconi ha accettato un sistema con una quota di quei collegi che lui e Casini hanno voluto abolire nel 2005 quando fu fatta la riforma Calderoli. Tra l’altro questi collegi sono congegnati per limitarne l’efficacia. I candidati appaiono su una scheda affollata di simboli affiancati dalle liste dei partiti che li sostengono e senza la possibilità per gli elettori di votare solo il candidato che piace. In altre parole parte maggioritaria e parte proporzionale del sistema sono così strettamente fuse da depotenziare l’effetto del collegio uninominale sulla competizione. Un meccanismo che non dispiace al leader di Forza Italia. Così come sicuramente piace il ritorno delle coalizioni alla Camera, dove non sono previste dal sistema in vigore.

    Fermo restando che oggi Berlusconi preferirebbe un sistema proporzionale puro, il Rosatellum-bis rappresenta per lui comunque un miglioramento rispetto alla situazione attuale. Con questo sistema il difficile dilemma se fare o meno il listone di tutti i partiti del centro-destra è superato. Nei collegi uninominali si presenteranno con candidati comuni come nel 1994 e nel 2001. Litigheranno sulla spartizione di queste candidature, ma alla fine troveranno l’accordo. Nella parte proporzionale, che è quella che conta di più, non dovranno fare alcun listone. Ci sarà una coalizione in cui ognuno sarà presente con il suo simbolo e la sua lista di candidati. Alleati sì, ma anche separati. Stessa cosa nel campo Pd. In fondo la combinazione di collegi e coalizioni può essere utile anche al partito di Renzi. Offre una opzione in più. Può consentire di fare accordi con altri partitini- di sinistra o di centro-sia concedendo loro qualche seggio nei collegi uninominali sia stipulando una alleanza formale nella parte proporzionale.

    Questa riforma- lo ripetiamo- non risolverà il problema politico principale del paese che è quello di avere regole che favoriscano la formazione di governi stabili e responsabili. Ma solo gli illusi e gli ingenui possono pensare che dopo il ‘combinato disposto’ del voto del 4 dicembre e della sentenza della Consulta sull’Italicum si potesse percorrere questa strada ora.

    D’altra parte, questa riforma risolve molti problemi dei partiti che l’hanno proposta. E questo è il motivo per cui ha sulla carta un ampio sostegno. Aggiungiamo però che, tutto sommato, rispetto alla situazione attuale rappresenta un piccolo miglioramento. Ci restituisce in parte i collegi maggioritari – per quanto depotenziati- e semplifica il processo elettorale. A dire il vero, il sistema di voto proposto non è proprio così semplice, ma ha il vantaggio di essere lo stesso nelle due camere. (Xanax) In questo modo si correggono i pasticci creati dalla Consulta con le sue sentenze. Il presidente Mattarella, che da sempre spinge per l’armonizzazione, sarà contento. Meno contenti sono Di Maio, Bersani e i signori delle preferenze. Per alcuni di loro l’unico vero vantaggio è la scomparsa della soglia dell’ 8% al Senato, visto che con il Rosatellum la soglia del 3% si applica in entrambe le camere. Ma questo non basterà a convincerli.

    Che questo progetto non vada bene a tutti non è una sorpresa. E’ difficile che le riforme elettorali fatte a ridosso delle elezioni siano un gioco a somma positiva, cioè che siano neutre. Qualcuno è destinato a rimetterci. Si tratta di vedere se i perdenti avranno i numeri in parlamento per bloccare la riforma. Alla Camera gli darà una mano il voto segreto. Al Senato l’esigua maggioranza su cui si regge il governo. La partita non è chiusa. Tutt’altro.

  • Benefici e rischi della lista unitaria per il leader di FI

    Benefici e rischi della lista unitaria per il leader di FI

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 10 settembre 2017

    Alle prossime elezioni politiche il centro-destra si presenterà con una unica lista oppure Forza Italia, Lega Nord e Fdi si presenteranno ognuno per conto proprio? Tra le tante domande sulla prossima campagna elettorale questa è certamente una delle più intriganti. La questione non avrebbe senso se il sistema di voto fosse veramente proporzionale. In questo caso ogni partito si presenterebbe con il proprio simbolo, il proprio programma e la propria lista di candidati. Ma non è così. I due sistemi con cui si voterà la prossima primavera non sono del tutto proporzionali. Quello della Camera prevede un premio che consente alla lista con il 40% dei voti di arrivare al 54% dei seggi. Quello del Senato prevede una soglia di sbarramento dell’8% che può scendere al 3% se i partiti fanno parte di una coalizione che prende il 20% dei voti. Premio di maggioranza e sconto sulla soglia sono due meccanismi che alterano la logica proporzionale della formula di assegnazione dei seggi e quindi le convenienze dei partiti e le loro strategie elettorali.

              Sulla base dei sondaggi disponibili oggi sembra poco probabile che alla Camera una lista possa arrivare al 40% dei voti. Ma non è questo quello che conta. Le campagne elettorali sono fatte di finzioni. La presenza del premio spingerà Pd e M5s a rivolgersi agli elettori con un appello di stampo maggioritario. Chiederanno di votare per loro per poter arrivare al 40% e governare da soli. Che la cosa sia irrealistica è irrilevante.  La poca fiducia nei sondaggi e la presenza di una larga fetta di elettorato indeciso avvalorano la finzione. Ma anche le finzioni devono avere una sia pur minima parvenza di credibilità.  Nemmeno il Berlusconi redivivo di oggi può presentarsi davanti agli elettori con la lista di Forza Italia da sola e pretendere di poter arrivare al 40% dei voti, quando tutti i sondaggi lo danno tra il 12% e il 15%. Ammettiamo pure che queste percentuali siano sottostimate, ma dal 15% al 40% ce ne corre. Quindi, per poter partecipare alla fiera delle finzioni Berlusconi deve allearsi.

              Se potesse fare una coalizione con Lega Nord e Fdi il problema non si porrebbe. Sarà così al Senato. Ma alla Camera le coalizioni non sono ammesse. Qui i tre partiti di centro-destra devono confluire tutti in una lista unica. E questo crea vari problemi: di visibilità, di leadership, di programma, e soprattutto di candidature. Alla Camera ci sono 100 collegi plurinominali. In ognuno di questi Forza Italia presenterà un capolista che verrà automaticamente eletto se il partito prenderà un seggio in quel collegio. Se ne prendesse due, il secondo seggio andrebbe al candidato in lista con più preferenze. Con questo sistema Berlusconi ha la certezza di poter far eleggere più o meno 100 deputati di suo gradimento. Gli altri eventuali eletti di Forza Italia saranno sempre messi in lista con il suo benestare anche se la loro elezione dipenderà dai voti di preferenza che riusciranno a raccogliere e non solo dalla benevolenza del capo. In ogni caso, tutti i seggi spettanti a Forza Italia andranno a candidati di Forza Italia.

              Cosa succede invece con la lista unitaria? I capilista sono sempre 100.  Come verranno divisi tra Forza Italia, Lega Nord e Fdi?  Già sarà un’operazione complicata. Ma indipendentemente dalla spartizione di questi 100 seggi, il grosso problema è che ogni componente della lista unitaria avrà meno eletti nominati dalle segreterie di quanti ne avrebbe se corresse da sola. E questo certamente non può piacere a Berlusconi e a Salvini. Il secondo problema riguarda in particolare Forza Italia. La lista unitaria otterrà certamente più di 100 deputati. Se diamo credito alle attuali stime sulle intenzioni di voto, che la danno al 35% circa, dovrebbe averne più del doppio. E chi saranno? Chi fra i candidati della lista unitaria la spunterà sugli altri nel gioco delle preferenze?

              A occhio e croce dovrebbe essere avvantaggiata la Lega Nord che ha un radicamento territoriale al Nord maggiore di Forza Italia. Se così è, la lista unica del centro-destra presenta un grosso rischio per Berlusconi. Il Cavaliere si potrebbe ritrovare alla Camera con un gruppo parlamentare più piccolo di quello di Salvini, anche avendo più voti di lui alla luce del risultato del Senato dove i voti ai singoli partiti si vedono visto che lì la lista unica non è necessaria.

              Ma senza listone il cavaliere non potrebbe partecipare alla fiera delle finzioni, né – e vale la pena sottolinearlo- potrebbe partecipare alla gara per arrivare primo. E questa non è una finzione. In fondo, a ben vedere, i premi  in palio alle prossime elezioni sono due. Uno è quello che si ottiene arrivando al 40%, l’altro è quello che si ottiene arrivando primo, cioè prendendo un voto più dei rivali.  Con una lista unitaria è plausibile che il centro-destra possa ambire quanto meno al secondo di questi premi, il che non è da sottovalutare. E chissà che non possa addirittura puntare al primo se le cose si mettessero davvero bene da qui alla prossima primavera. E allora si farà la lista unitaria del centro-destra?  Più sì che no. Una lista unica e due monete. Parallele naturalmente.

  • Test siciliano per le coalizioni, in palio i consensi per le politiche

    Test siciliano per le coalizioni, in palio i consensi per le politiche

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 30 Agosto 2017

    In Sicilia si sta giocando in questi giorni una partita complicata. C’è una legge elettorale che assegna la presidenza della regione a chi ottiene un voto più degli altri. C’è un attore- il M5s- che da tempo ha scelto un candidato e da settimane sta facendo campagna elettorale battendo tutta l’isola alla maniera di Grillo 2012. C’è un centro-sinistra diviso con Mdp e Si che candidano Fava e il Pd che ha scelto Micari. Nel centro-destra si tratta ancora, ma pare che Berlusconi si sia rassegnato ad accettare la candidatura di Musumeci, fortemente voluta da Salvini e Meloni. E poi c’è Alfano e quella galassia di frammenti ex e post- democristiani che tutti insieme valgono – a quanto pare- tra il 5 e il 10% dei voti. Per ora sembrano essere schierati con il Pd.

    In questo quadro così frammentato il M5s ha delle ottime speranze di ottenere la sua prima vittoria in una elezione regionale. I pronostici sarebbero diversi se il centro-sinistra e il centro-destra riuscissero a costruire una coalizione molto ampia. Ma al momento non è così. Come già detto, in Sicilia si vince con un voto più degli altri.  Non ci sono soglie da raggiungere per vincere. Basta anche un 30% dei consensi. Con buona pace della nostra Consulta. In queste condizioni una minoranza compatta ce la può fare. E una eventuale vittoria del M5s in Sicilia potrebbe influenzare l’esito delle prossime politiche. E’ così che la pensano in tanti, compresi Grillo, Berlusconi e Renzi.  E non hanno torto. In una situazione di grande fluidità delle opinioni una vittoria a Palermo potrebbe innescare un vento favorevole a livello nazionale in vista delle prossime politiche. Soprattutto se vincesse Grillo, e soprattutto nel resto del Sud che è il bacino elettorale più promettente per i 5stelle.

    Per Renzi e Berlusconi sconfiggere Grillo in Sicilia è quindi un obiettivo molto importante. Soprattutto per Berlusconi.  Ancora una volta è lui il più lucido. La sua strategia è chiara. Non è la Sicilia che gli interessa, ma l’Italia e l’Europa. Ha capito perfettamente che sconfiggere Grillo in Sicilia significa non solo accrescere le probabilità di far bene alle prossime politiche, ma anche di accreditarsi in Europa come la vera diga contro il populismo. Per cogliere un risultato del genere Berlusconi è disposto a tutto. In fondo la Sicilia è solo una pedina di un gioco ben più importante. Per questo pare che si sia convinto ad accettare Musumeci in nome della unità del centro-destra. E sarebbe prontissimo a  ‘perdonare’ Alfano e ad aprirgli le porte della coalizione.  Il cavaliere sa bene che uniti si vince e divisi si perde o quanto meno si rischia. Lo ha capito fin da quando è sceso in campo nel 1994. E questo è vero a Palermo come a Roma. Per questo l’accordo con Alfano per lui si potrebbe e si dovrebbe fare. Tra l’altro in questa elezione non c’è l’Euro di mezzo e quindi non c’è bisogno di trattare su monete parallele e altre diavolerie. L’importante è battere Grillo. Poi si vedrà.

    Il problema è che Alfano non è gradito a tutti nei due schieramenti maggiori. Che lo vogliano Renzi e Berlusconi si spiega. Ma si spiega anche che l’alleanza con lui non sia gradita ad altre possibili componenti delle due coalizioni in costruzione. A sinistra non la vogliono Mdp e soci che vedono l’accordo con Ap come l’anticamera di una coalizione di moderati a Roma dopo le prossime politiche. Ed è per questo che sono intenzionati a candidare Fava. A destra non lo vogliono Salvini e Meloni. Un po’ per la stessa ragione e un po’ perché anche per loro la questione Sicilia si intreccia con le politiche.  Vogliono pesare in Sicilia per pesare a Roma. Insomma siamo davanti a giochi intrecciati il cui esito al momento è ancora incerto.

    E Alfano che fa?  Il leader di Ap ha due obiettivi. Il primo è regionale: ottenere per il suo partito un ruolo di rilievo a Palazzo dei Normanni.  Il secondo obiettivo è nazionale: garantire la sopravvivenza di Ap in entrambe le camere alle prossime politiche. Sono due obiettivi difficili da raggiungere. Il secondo in particolare perchè è differito. Vuol dire infatti una diversa legge elettorale al Senato o un accordo coalizionale per ottenere lo sconto sulla soglia dall’8% al 3%. Sembra che su questo Alfano e il Pd abbiano trovato un accordo. Ma si può dire con certezza che i giochi siano definitivamente chiusi?  Per Ap la collocazione ‘naturale’ è nel centro-destra. Tutto sta a vedere se Berlusconi riuscirà a imporre ai suoi riottosi alleati la sua idea di una coalizione che comprenda tutti i pezzi del centro-destra. Come ai bei tempi. E’ difficile perché la scelta di Musumeci sembra chiudere le porte ad Alfano.  Ma in politica, e soprattutto in quella siciliana, i colpi di scena non possono essere esclusi. C’è ancora un po’ di tempo per presentare candidature e decidere alleanze. Nel frattempo i grillini non stanno a guardare.

  • Renzi, Berlusconi, Grillo: chi ha vinto e chi ha perso

    Renzi, Berlusconi, Grillo: chi ha vinto e chi ha perso

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 13 giugno 2017

    Questa volta il M5s non ci ha sorpreso. Cinque anni fa ci fu il caso Parma. L’anno scorso ci furono i casi di Roma e Torino e le 19 vittorie nei 20 ballottaggi. Quest’anno niente. Non essere riuscito a piazzare alcun candidato al secondo turno in nessun comune capoluogo, e solo 10 candidati nei 160 comuni superiori ai 15.000 abitanti, è un brutto segnale per il Movimento. Le elezioni amministrative non sono mai state il suo terreno preferito, ma ci si poteva aspettare che sulla scia dei risultati dello scorso anno avrebbe mostrato dei progressi nella selezione di una classe dirigente a livello locale capace di competere con i partiti tradizionali. Evidentemente non è così. E questo nonostante il fatto che a livello nazionale la stima delle intenzioni di voto lo diano di volta in volta al primo o al secondo posto con percentuali che oscillano tra il 25 e il 30%. Numeri molto lontani da quelli ottenuti in questa tornata elettorale che in molte delle città al voto hanno visto il Movimento con percentuali a una cifra. Va da sé che la debolezza dei suoi candidati e del suo radicamento si è riflessa pesantemente sui consensi alla lista, che complessivamente nei 160 comuni ammontano al 10%. I casi Appendino e Raggi restano per ora una eccezione. Ma da qui a profetizzare il tracollo ce ne corre. Per parlare di ritorno al bipolarismo è bene avere qualche dato in più.

    A livello locale però è vero che la partita si gioca soprattutto tra centro-sinistra e centro-destra. Nei 160 comuni superiori ci sono state 49 vittorie al primo turno. Di queste 23 sono state appannaggio di Pd e alleati e 11 di Fi e alleati. Nei 111 comuni al ballottaggio il candidato del centro-sinistra è al ballottaggio in 78 casi (in 40 comuni in pole position). Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia sono insieme al ballottaggio in 72 comuni, tra i quali ce ne sono 43 in cui il loro candidato è al primo posto. In questi 111 comuni in cui si voterà Domenica 25 ci saranno 52 sfide dirette tra i candidati del centro-destra e quelli del centro-sinistra. A questi si aggiungono una varietà di altre sfide. Nei 10 comuni su 160 in cui il M5s è al ballottaggio in 5 casi affronterà un candidato del centro-destra e in 4 casi uno del centro-sinistra. Interessante è anche la situazione nei 25 comuni capoluogo. Tre sono già stati assegnati (Como, Palermo e Frosinone). Nei 22 comuni al ballottaggio ci saranno 18 sfide dirette tra centro-sinistra e centro-destra. In 12 casi il candidato di Fi e alleati è primo.

    comunali 2017 aggregato mg

    NOTA:

    La tabella riporta i risultati maggioritari per i candidati sindaci relativamente alle elezioni comunali (precedenti e 2017). Per le politiche 2013 si usano i voti alle coalizioni (Bersani, Berlusconi, Monti, etc.). Per le europee del 2014 in ogni riga è riportata la somma dei risultati dei partiti relativi.

    Sinistra è la somma dei risultati ottenuti da candidati (comunali) o partiti (politiche ed europee) di sinistra ma non in coalizione con il Pd.

    Il Centro-sinistra somma candidati (comunali) che hanno in coalizione il Pd (a prescindere da quali altri partiti ne facciano parte e dell’appartenenza partitica del candidato sindaco) o le coalizioni (politiche ed europee) con il Pd.

    Il Centro è formato da candidati (comunali) o coalizioni (politiche ed europee) sostenuti o contenenti almeno uno fra Udc, Ncd, Fli, Sc, Dc, Adc, Api, Udeur.

    Il Centro-destra somma candidati (comunali) che hanno in coalizione Fi (o Pdl o altri centro-destra, a prescindere da quali altri partiti ne facciano parte e dell’appartenenza partitica del candidato sindaco) o coalizioni (politiche ed europee) contenenti Fi (o Pdl o altri centro-destra);

    La Destra è la somma di candidati (comunali) sostenuti da Lega Nord, Fdi o La Destra o coalizioni (politiche ed europee) contenenti almeno uno di questi.

    Criteri per l’assegnazione di un candidati a un polo: se un candidato è sostenuto dal Pd o Fi (o Pdl) è attribuito al centro-sinistra e al centro-destra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno. Se un candidato è sostenuto solo da liste civiche è un candidato civico. Se una coalizione è mista civiche-partiti, questi trascinano il candidato nel loro proprio polo se valgono almeno il 10% della coalizione, altrimenti il candidato resta civico. Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo Pd e Pdl che hanno la priorità), si valuta il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).

  • Test su divisioni a sinistra e tenuta M5S

    Test su divisioni a sinistra e tenuta M5S

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’11 giugno

    Le elezioni locali in Italia hanno sempre avuto una rilevanza nazionale. Un anno fa fecero scoprire alla massa degli osservatori la competitività del M5s. In particolare la sconfitta di Fassino a Torino al secondo turno contro la Appendino fu una grande sorpresa. Come le 19 vittorie del Movimento nei 20 ballottaggi in cui era presente. Fu allora che partì la campagna di delegittimazione dell’Italicum con la scusa che avrebbe fatto vincere Di Maio contro Renzi.

    Oggi si torna a votare in un contesto diverso dall’anno scorso e soprattutto da cinque anni fa. Il numero dei comuni maggiori al voto non è elevato. Si tratta di 161 comuni sopra i 15.000 abitanti. Ma tra questi ci sono 25 comuni capoluogo, di cui alcuni  importanti come Palermo, Genova, Verona, Parma. Inoltre quello che rende molto interessante questo test è il fatto casuale che questo insieme di comuni è così ben distribuito territorialmente e politicamente da rappresentare un campione rappresentativo dell’elettorato nazionale. In altre parole, come si vede nella tabella in pagina , nei 150 comuni  in cui si vota oggi, e dove si è votato anche nella tornata precedente con il sistema maggioritario a due turni, i partiti hanno preso – chi più, chi meno- una percentuale di voti simile a quella che hanno ottenuto a livello nazionale, sia alle europee del 2014 che alle politiche del 2013.

    Per esempio, alle europee del 2014 il Pd ha preso il 40,8% a livello nazionale e nei 150 comuni del campione ha preso esattamente la stessa percentuale, mentre alle politiche del 2013 aveva preso una % leggermente inferiore (24,6% contro il 25,4%). Così per gli altri partiti, con l’unica parziale eccezione della Lega. Per questo sarà possibile ricavare dal risultato in questi comuni una stima relativamente attendibile del consenso effettivo di partiti e coalizioni e quindi  dei loro rapporti di forza. Non dovremo quindi basarci più solo sui dati di sondaggio che molti ritengono oggi poco affidabili. Avremo finalmente dei dati ‘veri’ per cercare di capire cosa potrebbe succedere alle prossime politiche.

    Tab. 1 – I risultati delle politiche 2013 e delle europee 2014 nei 150 comuni superiori al voto e a livello nazionale[1]150 rappresentatività

    ll dato più interessante di questa tornata elettorale sta nella diversità della offerta politica tra centro-sinistra e centro-destra rispetto a cinque anni fa. Allora lo schieramento più unito fu il primo, oggi è il secondo.  Sul totale dei 161 comuni sono ben 88 i candidati sostenuti solo dai partiti alla sinistra del Pd. Nei venticinque capoluoghi i candidati dei partiti di sinistra che si contrappongono a quello del Pd sono addirittura 28.

    Tab. 2 – Riepilogo dell’offerta elettorale, candidati e liste161 offerta

    Solo a Oristano , Rieti e Como il Pd non ha almeno uno sfidante alla propria sinistra.  Questo vuole dire che nella maggioranza dei comuni e nella quasi totalità dei capoluoghi la sinistra si presenta più divisa rispetto al 2012. Il contrario di quanto accade nel centro-destra. Nei 161 comuni i candidati sostenuti solo da Lega Nord e Fdi sono  46.  In parte il dato riflette l’assenza della Lega Nord in molti comuni, ma resta il fatto che anche nei capoluoghi solo in due casi (Palermo e Belluno)  ci sono candidati dell’uno o dell’altro di questi due partiti contrapposti a quello di Forza Italia.

    Tab. 3 – Il quadro delle alleanze nei comuni capoluogo (clicca per ingrandire)25 capoluoghi sintesi offertaLe divisioni a sinistra rendono questo passaggio elettorale ancora più problematico per Renzi e il suo partito.  Sono 77 le amministrazioni uscenti targate Pd e alleati tra i 150 comuni, di cui 33 al Nord, 12 nella ex zona rossa e 32 al Sud. Sarà difficile ripetere questa performance. Cinque anni fa il centro-destra era in crisi dopo la rovinosa caduta del governo Berlusconi e il M5s non aveva i consensi che ha ora.

    Tab. 4 – Riassunto delle coalizioni vincenti nelle precedenti elezioni comunali150 uscenti

    E’ proprio il movimento di Grillo l’attore più atteso in queste elezioni. A differenza del 2012, i suoi candidati sono presenti quasi dappertutto. Per la precisione, ci sono in 131 comuni su 161 e in tutti i capoluoghi. Dato che in moltissimi casi la competizione è tripolare, sarà interessante vedere in quanti comuni i suoi candidati andranno al ballottaggio e contro chi.  E se, come l’anno scorso, riusciranno a beneficiare delle seconde preferenze degli elettori che al secondo turno hanno dovuto decidere se astenersi o votare un candidato che non era la loro prima preferenza. L’impressione che si ricava dai casi di  Genova e Parma è che questa volta la sfida sarà più complicata. Ma il M5s ci ha sorpreso in passato e potrebbe sorprenderci ancora.


    [1] Sono inclusi solo quei comuni che superiori lo erano già in occasione delle precedenti elezioni comunali e che quindi già in tale occasione votavano con il sistema elettorale a doppio turno e liste multiple a sostegno dei candidati.

     

  • Consultellum, cambio di strategia per i partiti ma la governabilità rimarrebbe una chimera

    Consultellum, cambio di strategia per i partiti ma la governabilità rimarrebbe una chimera

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 9 giugno

    Pare che il tedesco si sia arenato. In queste ore convulse non si sa se la nuova legge elettorale verrà effettivamente approvata. Ma una cosa è assolutamente chiara: se salta il modello simil-tedesco non ci sarà un’altra legge elettorale. Resteranno in piedi i due Consultelli e si andrà al voto con quelli. A beneficio del lettore che ha perso il filo di Arianna nel labirinto delle proposte elettorali ricordiamo che si tratta di due sistemi creati da due sentenze della Consulta. Quello della Camera prevede un premio di maggioranza che dà il 54% dei seggi alla lista che arriva al 40% dei voti. La soglia per avere seggi è al 3% a livello nazionale. Quello del Senato non prevede un premio di maggioranza. La soglia è all’8% a livello regionale. Scende al 3% nel caso in cui un partito si allei ad altri e insieme arrivino al 20%.

    Noi non siamo tra quelli che si stracceranno le vesti se il tedesco verrà definitivamente affossato. Dal punto di vista che ci interessa veramente, e cioè la governabilità del paese, tra tedesco o consultellum non c’è differenza. L’uno e l’altro non sono in grado di favorire nell’attuale contesto la formazione di maggioranze coese e stabili, come si vede dal confronto delle due simulazioni che proponiamo. Con i dati di oggi e il sistema simil-tedesco solo 4 partiti sarebbero rappresentati. Il leggero vantaggio della coalizione pro-Europa rispetto al fronte populista è effimero. La maggioranza dei seggi potrebbe andare a M5s e Lega Nord. Il voto sarebbe una lotteria e il risultato non è detto che sia il governo dei populisti. Potrebbe essere il non governo. Ma anche nel caso, più probabile, in cui Pd e Fi arrivino a 316 seggi o poco più sarebbe una maggioranza fragile.

    Alla stessa conclusione si approda se i partiti che superassero la soglia fossero più di 4, come abbiamo dimostrato in un precedente articolo. Ovvero se le percentuali delle intenzioni di voto fossero diverse da quelle usate qui. Non sono i numeri esatti che contano. Questi possono cambiare. Ma con sistemi proporzionali dovrebbero cambiare in maniera drastica perché il quadro delineato qui non fosse più verosimile. Al momento nulla lascia pensare a un cambiamento così profondo delle preferenze degli italiani.

    Con gli stessi dati di oggi e il Consultellum al posto del tedesco, alla Camera entrerebbero 6 partiti. Come si vede, cambierebbe la distribuzione dei seggi, ma non cambierebbero gli scenari. Maggioranze fragili e governi deboli. E la stessa probabilità che il fronte populista arrivi alla maggioranza assoluta. Sorridiamo al pensiero di tutti coloro che hanno tifato per la cancellazione del ballottaggio dell’Italicum per la paura di una vittoria del M5s. La verità pura e semplice è che senza dare agli elettori un secondo voto, come in Francia o come nel caso dei nostri sindaci, oggi qualunque sistema elettorale – tedesco, mattarellum-bis, consultellum – non può favorire alcuna reale governabilità. Per questo motivo il ritorno al consultellum non cambia il nostro giudizio sulle prospettive di governo del paese.

    Tab. 1 – Distribuzione dei seggi alla Camera, confronto fra modello tedesco e consultellumtedesco vs consultellum

    Sarebbe sbagliato però affermare che nulla cambierà se il tedesco non verrà approvato e si voterà con i due consultelli. Per i partiti cambieranno molte cose. Soprattutto per Berlusconi. Sarebbe lui il vero vincitore se il tedesco fosse approvato. Sarà lui il principale perdente se non lo fosse. Ed è paradossale che a mettere in crisi il Cavaliere sia stata una sua deputata con un emendamento che ha scatenato la bagarre.

    Il consultellum con tutti i suoi difetti è pur sempre un sistema che alla Camera prevede un premio di maggioranza che va ad una lista e non ad una coalizione. Pd e M5s potranno impostare la campagna elettorale facendo credere agli elettori di poter arrivare al 40% dei voti e quindi alla maggioranza assoluta dei seggi. Questa strategia – da voto utile – è preclusa a Forza Italia, a meno che non si associ a Lega Nord e Fratelli d’Italia. Partendo da una base del 13% delle intenzioni di voto nemmeno un grande illusionista come Berlusconi può far credere di poter arrivare da solo al 40%. Per essere credibile deve “fondersi” con i suoi antichi sodali. Non una coalizione, ma una fusione in una lista unica. Operazione complicata e rischiosa.

    Correre da solo però vorrebbe dire rassegnarsi a giocare un ruolo marginale al momento del voto, anche se dopo il voto il suo pacchetto di seggi sarebbe comunque indispensabile. Con il tedesco il dilemma non esiste. Né con questo sistema ci sarebbero le preferenze. E si sa quanto poco piacciano al Cavaliere. Tanto più che al Senato dovrebbero essere raccolte in diverse regioni in ambiti territoriali molto vasti. Si pensi alla Lombardia e alla Sicilia. Con tutte le conseguenze negative che questo comporta. Insomma, per Berlusconi l’ideale è proprio quel tedesco che la sua collega Biancofiore ha messo in crisi.

    Per i partiti minori il ritorno al consultellum ha dei pro e dei contro. La soglia del 3% alla Camera è molto più abbordabile di quella prevista dal tedesco. Al Senato però la soglia è all’8%. Solo alleandosi, come abbiamo detto, possono sperare di prendere seggi. Ma allearsi con chi? La risposta non è semplice. Per questo il consultellum, abbinato alla diversità dei corpi elettorali, potrebbe produrre risultati ancora più differenziati tra Camera e Senato di quanto farebbe il tedesco.

    Tutto questo preoccupa certamente il presidente della Repubblica che contava, e forse ancora conta, su una legge elettorale armonica. Ma se salta l’accordo a quattro sarà difficile mettere mano a modifiche significative dei due consultelli. Anche se alcune di queste sarebbero utili, necessarie e neutrali.

  • Chi vince e chi perde con il rebus proporzionale

    Chi vince e chi perde con il rebus proporzionale

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 7 giugno

    A differenza di quanto pensano in molti è relativamente semplice capire quale sarà l’esito delle prossime elezioni con il sistema elettorale in gestazione. L’unica incognita è rappresentata dalla soglia di sbarramento. (pestkill.org) Quanti partiti la supereranno? Sulla base dei dati di oggi solo quattro. Con quelli di domani potrebbero essere al massimo sette. Il confronto simulato tra questi due scenari ci dice parecchie cose.

    Se si esclude una maggioranza del fronte populista (M5s e Lega) e si assume che il movimento di Beppe Grillo continui a essere indisponibile a fare alleanze, qualunque coalizione di governo deve includere Pd e Forza Italia. Questi due partiti sono condannati a stare insieme. In altri termini, Silvio Berlusconi sarà indispensabile, e forse non basterà. Per lui il sistema tedesco è una manna. È inutile che lui da una parte ed Ettore Rosato (capogruppo Pd) dall’altra, facciano interviste per escludere questa ipotesi. O che Romano Prodi, Walter Veltroni e tutti i nostalgici dell’Ulivo cerchino di scongiurarla richiamandosi ai bei tempi andati. La realtà – o meglio la verità – è un’altra.

    Un governo Pd-Fi è più probabile in uno scenario a quattro partiti, grazie ai voti dispersi e quindi all’effetto maggioritario della soglia. Ma saranno determinanti di nuovo, come nel 2006, gli eletti della circoscrizione estero, oltre a trentini e altoatesini. In ogni caso maggioranza fragile.

    Tab. 1 – Distribuzione dei seggi in base alla legge elettorale in discussionesimulazione base

    In uno scenario a sette è praticamente certo che Pd e Fi non arriveranno alla maggioranza assoluta. Avranno bisogno di Angelino Alfano o di Giuliano Pisapia con Mdp. E non è detto che basti. I dati di oggi dicono di no. Più probabile che debbano mettersi tutti insieme da Pisapia ad Alfano per fare un governo che assomiglierà a una specie di “arco costituzionale in chiave europea” per arginare il fronte populista. Dall’anti-comunismo all’anti-populismo.

    Con questo sistema proporzionale e la presenza ingombrante del M5s una maggioranza di centrosinistra o una maggioranza di centrodestra appartengono al libro dei sogni. Insieme Pd e la sinistra di Pisapia-Mdp non possono arrivare al 50% dei seggi.

    Tab. 2 – Simulazione corretta per far arrivare al 5% Pisapia, Alfano e Melonisimulazione a7

    Anche se Pisapia arrivasse al 10% un governo con il Pd sarebbe impossibile. Il modello Milano a livello nazionale non funziona. A meno di non immaginare un (improbabile) straordinario successo di Matteo Renzi. Stessa situazione nel centrodestra. Anche se Berlusconi arrivasse al 21% dei voti, come nel 1994, non riuscirebbe a fare un governo con la Lega e Fdi. Oggi il suo partito viene stimato intorno al 13 per cento. C’è qualche buontempone che pensa che possa arrivare al 37% del 2008? Se c’è , si vada a vedere la percentuale della Lega di allora. Con i dati di oggi, e cioè la Lega Nord sopra il 10% e il M5s sopra il 20%, non è possibile che Fi possa tornare ai fasti di una volta e arrivare al 50% dei seggi con i suoi alleati del centrodestra.

    In uno scenario a quattro partiti non si può escludere del tutto che il fronte populista, M5s e Lega Nord, possa arrivare alla maggioranza assoluta. Resta un’ipotesi debole, ma le probabilità non sono zero. Quello che rende un pochino più probabile questo esito è il fatto che gli elettori che voteranno M5s o Lega Nord o Fdi non avranno consapevolezza che l’esito del loro voto potrebbe essere una maggioranza assoluta a favore di questi partiti. Nel caso francese la scelta tra Macron e Le Pen era visibile e chiara. Con un sistema come questo non lo è. In ogni caso questi due partiti oggi valgono circa il 40% dei voti/seggi. Questo dato condiziona pesantemente la formazione dei futuri governi.

    In conclusione, fare un governo dopo il voto sarà un rebus. Entreremo in una fase di grande incertezza. Maggioranze fragili e eterogenee. Qualcuno pensa che in fondo non sia un grosso problema. Sopravvivere senza governare è stata la nostra specialità in passato e forse continuerà ad esserlo in futuro. Mercati e Unione europea permettendo. Cosa potrebbe cambiare il quadro delineato fin qui e le conclusioni che ne abbiamo tratto? Solo una cosa: la disgregazione del M5s. Di certo, non qualche punto in più o in meno al Pd, a Fi o agli altri partiti. Piccoli spostamenti di voti non spostano nulla. È il proporzionale, bellezza!

  • Il patto proporzionale salvato a scapito della governabilità

    Il patto proporzionale salvato a scapito della governabilità

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 6 giugno

    La soglia al 5% c’è, e senza trucchi per aggirarla. Questa è la buona notizia che si ricava dalla lettura del testo del nuovo sistema elettorale, cosiddetto tedesco, che ora va in aula alla Camera. Imboscate di vario tipo sono sempre possibili soprattutto al Senato, ma l’accordo dei quattro maggiori partiti dovrebbe essere una garanzia. Così, per ora registriamo che la promessa di una soglia vera è stata mantenuta. Ci sono anche i collegi uninominali. Rispetto alla proposta originale quelli delle 18 regioni regolate dalla nuova legge sono diminuiti da 303 a 225 in modo da poter trovare una soluzione meno pasticciata al problema dei seggi in soprannumero che in Germania viene risolto allargando il Bundestag, cosa che da noi non si può fare.

    Poi ci sono 26 circoscrizioni (senza Trentino-Alto Adige e Valle D’Aosta) in ciascuna delle quali i partiti presenteranno una lista di candidati che va da 2 a 6 nomi. Erano 25 e l’emendamento Fiano ne ha aggiunto una in Lombardia. Le liste, come in Germania, sono bloccate, cioè non è previsto alcun voto di preferenza. Sono spariti i capilista garantiti, quelli che avrebbero preso il primo seggio disponibile a spese degli eletti nei collegi uninominali. Tutti gli eletti nei collegi uninominali avranno il seggio diversamente da quanto previsto nella proposta originale. Contrariamente a quanto pensano in tanti l’assenza del voto di preferenza non è una cosa negativa. Ricordo che l’attuale consiglio regionale lombardo è stato scelto dal 14% degli elettori andati alle urne. Solo loro hanno usato la preferenza. In queste condizioni è relativamente facile per gruppi organizzati influenzare l’elezione dei consiglieri. In Calabria invece la preferenza viene utilizzata da oltre l’80% dei votanti. Oggi il voto di preferenza da noi è sinonimo di clientelismo (soprattutto al Sud), corruzione e voto di scambio (dappertutto), e lobbies organizzate (soprattutto al Centro-Nord). Questo è l’unico punto su cui siamo d’accordo con Berlusconi.

    Mettendo da parte Trentino Alto Adige (11 seggi), Valle d’Aosta (1) e i 12 seggi della circoscrizione estero, alla Camera i seggi da distribuire ai partiti sono 606. Questi 606 seggi vengono tutti distribuiti proporzionalmente ai voti presi, e così anche al Senato. Per questo motivo chiamiamo “finti” i collegi tedeschi, per distinguerli da quelli veri in cui la vittoria o meno in un collegio incide sulla ripartizione dei seggi tra i partiti. Come in Gran Bretagna, Francia, l’Italia del Mattarellum.

    Gli elettori avranno un solo voto. Con lo stesso voto sceglieranno il candidato nel loro collegio e il partito ad esso collegato. Se non piace il candidato dovranno comunque votarlo per poter votare il partito. Se piace il candidato ma non il partito, dovranno accettare il partito per poter votare il candidato. L’unica scelta vera è quella di non votare. In Germania non è così. Questo, e non l’assenza del voto di preferenza, è uno degli elementi negativi di questo sistema. Detto ciò, occorre anche dire che questo meccanismo rappresenta un incentivo per i partiti più grandi a candidare nei collegi persone credibili per cercare di attirare voti personali che si trasformano automaticamente in voti al partito. Un piccolo vantaggio per il Pd, meno per Fi e M5s.

    Eppure, Berlusconi e Grillo sono i veri vincitori di questa partita. Volevano un sistema proporzionale e lo hanno ottenuto. In questo modo possono presentarsi davanti agli elettori da soli. Berlusconi non avrebbe potuto farlo né con il Mattarellum-bis – alias Rosatellum – né con il Consultellum. Il Cavaliere ha già annunciato in una recente intervista al Giornale la sua strategia. Correre da solo dicendo agli elettori che dopo il voto farà il governo con la Lega Nord e Fratelli d’Italia, come ai bei tempi. Solo che quei tempi non ci sono più e il governo lo farà con Renzi. Ma questo ai suoi elettori non lo dice. Né lo dirà Renzi. Le prossime elezioni – lo abbiamo già scritto – saranno la fiera delle finzioni.

    Il M5S temeva moltissimo i collegi veri. I collegi finti del simil-tedesco gli vanno bene. In più gli va benissimo che non ci siano incentivi per gli altri a fare coalizioni prima del voto. Se la giocheranno testa a testa con il Pd per il primo posto in classifica e poi si vedrà. Renzi voleva le elezioni anticipate e forse le otterrà. Tornare al governo val bene il ritorno al proporzionale. Poteva puntare sul Rosatellum e eventualmente andare al voto con il Consultellum. E invece ha sacrificato il principio maggioritario sull’altare delle elezioni anticipate e – lo dice lui- del pragmatismo.

    Ed è contento anche il presidente Mattarella che voleva fortemente una nuova legge elettorale armonica e la otterrà. La Consulta ci ha detto che i due sistemi elettorali da lei confezionati erano auto-applicativi, ma pare che non abbia convinto il presidente. Molto contenti sono anche loro, i giudici della Consulta e la grande maggioranza dei costituzionalisti italiani da sempre tenacemente ancorati all’idea che la vera democrazia sia quella proporzionale. Viva la rappresentanza. L’intendenza, cioè la governabilità, seguirà. E se non seguirà, pazienza. Per loro non è un problema. I perdenti – per ora – sono i piccoli partiti. Ma in fondo la soglia del 5% non è un obiettivo irraggiungibile né per la sinistra di Pisapia, né per il centro di Alfano né per la destra della Meloni. Se fanno bene i conti, possono giocarsela.

    Noi invece siamo molto scontenti. A noi, e – osiamo credere – alla maggioranza dei cittadini, interessa che dopo il voto ci sia un governo capace di governare e di fare quelle riforme di cui il paese ha bisogno. Il ritorno al proporzionale non garantisce affatto un esito simile. Questo è il vero problema. Non il numero dei collegi uninominali o le liste bloccate.