Autore: Roberto D’Alimonte

  • Primarie Pd, una conta in due tempi. Ecco regole e variabili

    Primarie Pd, una conta in due tempi. Ecco regole e variabili

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 14 febbraio

    Con la convocazione dell’assemblea nazionale e le dimissioni di Matteo Renzi si riapre la partita della leadership dentro il Pd. Una partita che si giocherà in due tempi, regolati da uno statuto complicato che pare non verrà cambiato, come qualcuno invece vorrebbe. La chiave saranno le primarie. Ma il primo tempo è dedicato alla scelta dei candidati che vi parteciperanno.

    Questa è questione che riguarda esclusivamente gli iscritti del Pd. Chiunque raccolga il sostegno del 10% dell’attuale assemblea nazionale del partito o le firme di 1.500 iscritti potrà presentare la sua candidatura a segretario. Nelle prossime settimane si riuniranno i circoli del partito e gli iscritti voteranno. Tutti i candidati che avranno raccolto il 15% dei voti a livello nazionale saranno ammessi alle primarie. In ogni caso verranno ammessi tre candidati, a condizione che abbiano preso almeno il 5% dei voti. Per essere ancora più chiari: se due candidati raccogliessero singolarmente il 15% dei voti e il terzo più votato ne avesse il 5%, tutti e tre farebbero le primarie.

    Se quattro candidati avessero raccolto ciascuno il 15% tutti e quattro sarebbero ammessi. Nel 2013, i candidati ammessi alle primarie furono tre: Renzi, Pippo Civati e Gianni Cuperlo. Renzi ottenne il 45%, Cuperlo il 39% e Civati il 9 per cento. Il voto nei circoli è il momento della conta. Ogni candidato avrà una o più liste che lo sosterranno. In teoria Renzi potrebbe presentarsi da solo, con una sua lista e basta. Il 15% dei voti degli iscritti è largamente alla sua portata. Ma non lo farà. La sua candidatura sarà sostenuta da più liste con l’obiettivo di essere lui il candidato più votato anche dentro il partito, come è già successo nel 2013. È in questo tempo della partita che le fazioni del Pd si conteranno. E così si saprà quanto effettivamente valgono tra gli iscritti i vari Andrea Orlando, Dario Franceschini, Maurizio Martina, Roberto Speranza, Enrico Rossi, Michele Emiliano ecc. Sarà una radiografia interessante.

    Il secondo tempo è rappresentato dalle primarie. Qui entrano in gioco gli elettori. Infatti, si tratta di primarie aperte cui possono partecipare tutti i cittadini italiani, i cittadini di paesi membri della Unione europea e residenti in Italia e i cittadini di altri paesi muniti di permesso di soggiorno. Basta dichiararsi sostenitori del Pd e versare una quota modesta a copertura delle spese organizzative. Con le primarie si eleggono il segretario e i mille membri dell’assemblea nazionale. La distribuzione dei seggi dell’assemblea viene fatta con sistema proporzionale sulla base di collegi plurinominali (4-9 seggi) sub-regionali. Una cosa importante di cui tener conto è che i seggi spettanti alle regioni sono parametrati non solo sulla popolazione, ma anche sui voti ottenuti dal partito nelle più recenti elezioni per la Camera dei deputati. Gli esiti possibili del voto sono due. Se uno dei candidati-segretario riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in assemblea con la sua lista o coalizione di liste è proclamato eletto senza passaggi ulteriori. Non è quindi una elezione diretta vera e propria.

    Si badi bene: è la maggioranza dei seggi in assemblea che garantisce l’elezione e non i voti raccolti, anche se il sistema proporzionale con cui vengono eletti i delegati stabilisce un rapporto stretto tra voti e seggi. Nel 2013 in questa fase Renzi ottenne il 68% dei voti (e 657 delegati), Cuperlo il 18% (194), Civati il 14 % (149). Gli elettori furono circa 2,8 milioni. Se invece nessun candidato conquista la maggioranza assoluta si gioca un tempo supplementare. In questo caso la scelta del segretario viene fatta dalla assemblea attraverso un ballottaggio tra i due candidati più forti.

    Questa assemblea non è più quella eletta con le primarie ma comprende, oltre i mille eletti con le primarie, 21 segretari regionali, trecento rappresentanti eletti nelle primarie regionali, cento rappresentanti eletti dai parlamentari nazionali ed europei del partito, 44 rappresentanti provenienti dalla circoscrizione estero e un numero variabile di rappresentanti delle candidature minori non ammesse alle primarie. Se non ci saranno modifiche regolamentari, si tratterà di una specie di convention all’americana, con delegati e superdelegati, dove riuscire a vincere il ballottaggio richiederà accordi trasversali e probabilmente costosi. Finora non è mai successo che un segretario del Pd sia stato eletto dalla assemblea. La partita si è sempre chiusa nei tempi regolari. Ma è chiaro che per fermare Renzi, i suoi avversari dovranno impedirgli di ottenere alle primarie la maggioranza assoluta dei seggi. In questo modo la sfida si sposterebbe dentro l’assemblea, su un terreno scivoloso per lui, e non si potrebbero escludere del tutto delle sorprese. Ma con o senza sorprese, un segretario eletto in assemblea non è la stessa cosa di un segretario scelto direttamente dai cittadini con le primarie. Renzi deve vincere il giorno delle primarie. Questa è la sua nuova sfida. E deve vincere portando a votare un numero importante di elettori. I sondaggi che circolano in questi giorni dicono che i probabili sfidanti di Renzi, e cioè Speranza, Emiliano e Rossi, non solo non sono competitivi singolarmente presi, ma non dovrebbero nemmeno riuscire a impedirgli di arrivare alla soglia del 50% alle primarie. Ma la partita è appena iniziata.

    Fig. 1 – I principali organi del PD e i percorsi per la loro selezione (clicca per ingrandire)

    PD

     

  • Premio di coalizione senza appeal se la soglia del 40% è un miraggio

    Premio di coalizione senza appeal se la soglia del 40% è un miraggio

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 5 febbraio 2017

    Tra le possibili modifiche della legge elettorale della Camera il premio alla coalizione è quella più discussa in questo momento. Ricordiamo al lettore che attualmente la lista che arriva prima con almeno il 40% dei voti incassa un premio di maggioranza che la porta automaticamente al 54% dei seggi. Molti avrebbero preferito che la Consulta avesse bocciato anche questo elemento dell’Italicum, oltre al ballottaggio. E invece no. La decisione della Corte è importante perché da ora in poi non si potrà più sostenere (o almeno così speriamo) che un sistema disproporzionale – cioè un sistema che trasforma una minoranza relativa del 40% dei voti in una maggioranza del 54% dei seggi- sia incostituzionale. Con buona pace degli Zagrebelski, Besostri ecc.
    Questa è una buona notizia per chi crede che, nelle condizioni in cui siamo, l’unica speranza di dare un minimo di governabilità a questo paese poggi sulla presenza nel sistema di voto di meccanismi maggioritari. Uno di questi è proprio il premio, anche se questo premio non garantisce una maggioranza. Si tratta di un premio che viene dato ad una lista e non ad una coalizione di liste, come era nel famigerato porcellum. Ma questa differenza su cui tanto si discute oggi conta qualcosa o no nell’attuale contesto della politica italiana? A cosa e a chi può servire l’introduzione del premio alla coalizione?
    Se ragioniamo dal punto di vista dell’interesse del paese questa modifica andrebbe fatta se favorisse effettivamente una maggiore governabilità. Tradotto in termini concreti il premio alla coalizione va bene se serve a creare coalizioni pre-elettorali che possano arrivare al 40% dei voti e quindi vincere il premio e governare. Come è successo tra il 1994 e il 2008. Mettiamo da parte il fatto che oggi non si vedono in giro coalizioni fattibili che possano raggiungere questa soglia. Il punto cruciale è un altro. Se l’obiettivo della riforma è la governabilità, allora il premio dovrebbe essere introdotto anche al Senato. Alla Camera abbiamo un premio senza coalizione. Al Senato una coalizione senza premio. Sarebbe ragionevole dunque introdurre la coalizione alla Camera e il premio al Senato. Ma questa ultima operazione solleva un problema giuridico e crea un potenziale rischio politico.
    Molti costituzionalisti sostengono che un premio nazionale al Senato è incostituzionale, mentre i premi regionali sono stati bocciati dalla Consulta e dal buon senso. Il rischio politico è che in due camere con corpi elettorali diversi il premio possa essere vinto da forze politiche diverse. Il che – a dire il vero- potrebbe succedere anche se gli elettori fossero gli stessi. Un bel pasticcio in un sistema bicamerale paritario. E allora se il premio non viene introdotto al Senato perché introdurre la coalizione alla Camera? Se la motivazione è la governabilità, è ragionevole che ci sia un premio anche al Senato. Ma se lì non si può o non si vuole fare, la coalizione alla Camera non risolve il problema.
    Ragionando dal punto di vista dei partiti a prima vista sembra che il premio alla coalizione serva soprattutto al centro-destra. Senza coalizione, fare una lista unica mettendo insieme Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia è operazione molto complicata e forse impossibile. Con il premio alla coalizione è molto più facile per i tre partiti presentarsi insieme davanti agli elettori. Ma Berlusconi lo vuole veramente? Se la possibilità di arrivare al 40% fosse realistica, magari sì. Ma senza questa prospettiva, perché legarsi le mani prima del voto? Inoltre, non è semplice per il cavaliere accettare di non essere lui il leader della coalizione di centro-destra. Sarebbe la prima volta dal 1994. E a sua volta Salvini potrebbe accettare di non essere lui il candidato premier per far posto a qualcuno scelto da Berlusconi? Insomma solo la possibilità di vittoria potrebbe facilitare il compromesso per uscire dall’impasse dei veti incrociati.
    Quanto a Renzi, anche per lui la questione sta più o meno negli stessi termini. Se la possibilità di arrivare al 40% con una qualunque coalizione è irrealistica, perché complicarsi la vita facendo una coalizione prima del voto. Si presenta da solo, dice di voler governare da solo, punta al 40%, se ci arriva bene, se non ci arriva gli alleati li decide dopo. In fondo, se gli elettori non gli danno i voti per governare da solo, sarà chiaro a tutti che nonostante la sua volontà di non fare accordi li dovrà fare per forza per dare un governo al paese. Quindi, che ci sia o meno il premio alla coalizione non fa molta differenza. E’ un falso problema. Anche se ci fosse, Renzi potrebbe comunque presentarsi da solo.
    Ai tempi dell’Ulivo e dei Poli il collegio uninominale della Mattarella e il premio di maggioranza della Calderoli incentivavano veramente la formazione di coalizioni pre-elettorali perché la possibilità di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi era concreta. Senza questa prospettiva le coalizioni pre-elettorali perdono appeal. Possono servire soltanto a creare l’illusione della vittoria. Ma se poi la vittoria non arriva le alleanze fatte prima del voto diventano ingombranti dopo il voto, quando per fare un governo occorrerà mettere insieme partiti che si sono presentati in schieramenti contrapposti.
    Sarà interessante vedere a quale conclusione arriveranno Pd e Fi dopo aver soppesato dal loro punto di vista i pro e i contro di questa modifica. La nostra conclusione è che non è questa la riforma di cui ha bisogno il paese. Ci vuol ben altro.

  • Nuove regole di voto, governabilità più lontana

    Nuove regole di voto, governabilità più lontana

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 gennaio 2017

    Dopo la decisione della Consulta sull’Italicum le residue speranze di un esito maggioritario alle prossime elezioni sono legate a due meccanismi che sono sopravvissuti miracolosamente ai due interventi della Corte (Gennaio 2014 e Gennaio 2017). Uno è il premio di maggioranza alla Camera. L’altro sono le soglie di sbarramento al Senato. C’è chi pensa che questi meccanismi possano produrre un esito maggioritario, cioè che possano trasformare una maggioranza relativa di voti in una maggioranza assoluta di seggi nelle due camere. Se così fosse il problema della governabilità del paese sarebbe risolto. Il voto deciderebbe chi governa. E noi – incalliti disproporzionalisti- ne saremmo ben felici. Ma non sarà così.

    Per testare il nostro pessimismo abbiamo fatto qualche simulazione che proponiamo qui con tutte le precauzioni del caso. E qui il lettore ci dovrà scusare se entriamo in dettagli tecnici piuttosto noiosi, ma ce l’impone il dovere della trasparenza. Le nostre simulazioni combinano i dati reali delle elezioni del 2013 con i dati virtuali delle intenzioni di voto rilevati nell’ultimo sondaggio CISE-Sole24Ore di fine Novembre. La base di calcolo è il comune. Nel sondaggio di Novembre agli intervistati sono stati chiesti sia l’intenzione di voto a Novembre 2016 che il voto espresso nel 2013. Con questi dati il CISE ha calcolato una matrice di flussi tra il voto 2013 e l’intenzione di voto a Novembre 2016 . Questi flussi sono stati stimati separatamente per il Nord, l’ex zona rossa e il Centro-sud per tener conto delle differenze nel comportamento di voto. Con questi coefficienti di flusso per zona si sono trasformati i voti reali nei comuni nel 2013 nelle intenzioni di voto negli stessi comuni a Novembre 2016 moltiplicando in ogni comune i voti ottenuti da ciascun partito nel 2013 per i coefficienti di zona stimati. A questo punto si sono trasformati i voti in seggi usando le formule previste dalla legge elettorale.

    Per la Camera le stime sono più semplici rispetto al Senato. Se un partito arriva al 40% dei voti ottiene automaticamente il 54% dei seggi. Questo è certamente un esito maggioritario. Ma c’è oggi un partito capace di una simile performance? Un partito, o meglio una lista, non una coalizione. Alla Camera infatti le coalizioni non sono ammesse. Rebus sic stantibus, l’esito delle elezioni alla Camera sarà proporzionale, con gli effetti che si vedono nelle due simulazioni in pagina. La prima fatta con la procedura descritta sopra, che probabilmente sottostima Ncd e Fdi e sovrastima i partiti maggiori.

    Tab. 1 – Simulazione Camera con risultati dei partiti stimati secondo la procedura CISE

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    La seconda usando la media degli ultimi sondaggi[1]. Il risultato è lo stesso: nessuna maggioranza plausibile. Nemmeno una maggioranza Pd, Forza Italia, Ncd. Ma il punto non è tanto questo. Alla fine una maggioranza risicata potrebbe anche venir fuori. Il punto è che in ogni caso la governabilità è a rischio. E in ogni caso, se si potrà fare un governo, dovrà tenere insieme necessariamente Renzi e Berlusconi.

    Tab. 2 – Simulazione Camera con i risultati dei partiti ricavati dalla media dei sondaggi

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    Al Senato la situazione è più complessa e il risultato delle nostre simulazioni è diverso, ma non troppo. Qui gli effetti maggioritari sono affidati non al premio di maggioranza che non c’è, ma al fatto che ci sia una quota elevata di voti dispersi a causa delle soglie di sbarramento. Come è noto, al Senato le liste singole devono arrivare all’ 8% dei voti per avere seggi. Le liste in coalizione invece godono di uno sconto: gli basta il 3% dei voti a condizione che la coalizione di cui fanno parte arrivi al 20%. Il tutto calcolato a livello regionale. Con queste soglie alcuni partiti potrebbero prendere voti ma non prendere seggi. Sarebbero voti dispersi. Più sono i voti dispersi, più sono i seggi aggiuntivi che vanno ai partiti più grandi e quindi più forte è l’effetto maggioritario del sistema. L’ipotesi è che questo meccanismo possa produrre una maggioranza assoluta di seggi a favore del partito o della coalizione più votati.

    Abbiamo controllato questa ipotesi facendo due simulazioni con la procedura CISE. In una tutti i partiti si presentano da soli. Non sarà così. Ma l’abbiamo fatto perché questo è lo scenario in cui il voto disperso è maggiore, cioè è il caso più favorevole ai sostenitori dell’esito maggioritario.

    Tab. 3 – Simulazione Senato con risultati dei partiti stimati secondo la procedura CISE e nell’ipotesi che ciascuno corra da solo (CLICCA PER INGRANDIRE)

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    Nell’altra simulazione abbiamo ipotizzato che il Pd faccia una coalizione con il Ncd e la Lega con Fdi. In entrambi i casi una maggioranza c’è. E in entrambi i casi la maggioranza deve comprendere Forza Italia.

    Tab. 4 – Simulazione Senato con risultati dei partiti stimati secondo la procedura CISE e nell’ipotesi che Pd e Ncd formino una coalizione, così come Lega e Fdi (CLICCA PER INGRANDIRE)

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    Ma per Berlusconi, che grazie al fallimento della riforma costituzionale, è tornato ad essere un attore indispensabile non sono comunque tutte rose e fiori. Il Cavaliere ha davanti a sé un dilemma difficile da risolvere, come abbiamo già scritto ieri. Se alle prossime elezioni si presenta da solo per avere le mani libere dopo il voto, rischia di apparire come un perdente e quindi di prendere meno voti di quelli stimati qui. Se entra in coalizione con la Lega Nord e Fdi compromette la sua immagine di leader moderato e rende molto più difficile fare il governo con Renzi dopo il voto.

    Questo esempio per dire che alle prossime elezioni entreranno in gioco molte variabili che possono cambiare le stime presentate qui. Ma questo esercizio non è inutile. I voti ai partiti possono essere diversi da quelli stimati qui o in altre sedi. Ma i partiti sono questi e le regole di voto sono queste (a meno che non vengano modificate). Con questi partiti e queste regole si possono anche utilizzare percentuali di voto diverse (in un range plausibile), ma la conclusione è comunque la stessa: sarà difficile dare stabilità al governo nazionale, come invece è stato fatto con le riforme degli anni novanta a livello di comuni e di regioni. Ci si è provato, ma è andata male.


    [1] Per calcolare le medie riportate sono stati utilizzati i dati dei 4 sondaggi pubblicati negli ultimi sette giorni: quello svolto da EMG per La7 del 23 gennaio, quello di Winpoll per Huffington Post del 22 gennaio, quello di SWG del 19 gennaio e quello di Technè per Matrix del 17 gennaio.

  • Mattarellum, maggioranza da costruire dopo il voto

    Mattarellum, maggioranza da costruire dopo il voto

    di Roberto D’Alimonte e Matteo Cataldi

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 30 dicembre

    La settimana scorsa  abbiamo pubblicato su questo giornale (si veda il Sole del 22 dicembre) una simulazione del risultato delle elezioni politiche del 2013 se si fosse votato allora con il Mattarellum e tenendo conto della offerta politica e delle percentuali di voto di quelle elezioni. Il risultato era che il centro-destra avrebbe conquistato la maggioranza relativa dei collegi uninominali (212), davanti al centro-sinistra (188), con il M5s fermo a quota 74. Dal 2013 il quadro è cambiato, anche se non del tutto. Pd e M5s sono ancora i due maggiori partiti del sistema. Anzi, secondo tutti i sondaggi il loro predominio si è ulteriormente rafforzato. Qualcuno pensava che il Movimento di Grillo si sarebbe dissolto o comunque fortemente indebolito dopo quell’incredibile exploit del 2013, ma non è stato così. A quanto pare, nemmeno il ‘fattore Raggi’ sembra averlo danneggiato gravemente.  I cambiamenti più significativi sono al centro e a destra. La coalizione di Monti si è dissolta e Scelta Civica esiste solo sulla carta. A destra Forza Italia e Lega Nord si sono divise. Né si sa se si rimetteranno insieme. Dipenderà dalla futura legge elettorale. In ogni caso il centro-destra nel suo complesso è più debole di allora. A sinistra non c’è più la Sel di Vendola, ma non si sa ancora con cosa verrà sostituita.

    In questo quadro quale impatto potrebbe avere l’uso di un sistema elettorale basato sui collegi uninominali come quelli della legge Mattarella? Con i dati di sezione del voto referendario si sarebbe potuto fare una simulazione più interessante e più aggiornata. Ma questi dati non sono disponibili. Nel nostro paese a livello di sezione elettorale sono disponibili solo i dati delle elezioni politiche perché interessano la Camera e il Senato. Nonostante ciò, è possibile fare una stima utilizzando una procedura sofisticata, ma non priva di limiti, messa a punto dal CISE.

    La simulazione che proponiamo qui combina i dati reali delle elezioni del 2013 con i dati virtuali delle intenzioni di voto rilevati nell’ultimo sondaggio CISE-Sole24Ore del mese scorso. Prima di tutto, abbiamo ricostruito i voti ottenuti nel 2013 dalle coalizioni e dal M5s, come se si fosse votato nei 475 collegi della Mattarella. Questo si è potuto fare grazie ai dati di sezione. Poi, visto che nel nostro sondaggio agli intervistati è stato chiesto sia l’intenzione di voto oggi (Novembre) che il voto espresso nel 2013, si è utilizzato questo dato per calcolare una matrice di flussi. Tali flussi tra il voto 2013 e l’intenzione di voto a Novembre 2016 sono stati stimati separatamente per il Nord, l’ex zona rossa e il Centro-sud. Questi coefficienti di flusso per zona consentono di trasformare i voti nei collegi nel 2013 nelle intenzioni di voto negli stessi collegi nel 2016.

    Basta moltiplicare in ciascun collegio i voti di ciascun partito del 2013 per i coefficienti di zona stimati e ottenere così i voti 2016. Per esempio, nel collegio di Abano il Pd nel 2013 prese 17.379 voti. I flussi calcolati per il nord ci dicono che il 66% rivoterebbe il Pd, il 9% voterebbe il M5s, il 18% si asterrebbe, con il resto diviso su altri partiti. Ciò significa che la nostra simulazione ipotizza che di quei 17mila elettori, 11mila e 400 voterebbero Pd, 3mila si asterrebbero, 1500 sceglierebbero il M5s. Sommando infine i risultati dei partiti che nei collegi si presentano in coalizione con candidati comuni, si stima i voti dei candidati di ciascuna coalizione/lista e quindi il vincente in ciascun collegio. Da qui si arriva al risultato complessivo nella parte maggioritaria.

    Per stimare la distribuzione dei 155 seggi proporzionali non si fa altro che sommare i voti stimati in tutti i collegi per i partiti e assegnarli proporzionalmente a chi ha superato la soglia del 4%. In questo modo abbiamo una mappa più aggiornata, rispetto a quella pubblicata la scorsa settimana, del possibile risultato elettorale con la legge Mattarella. Nella simulazione si è ipotizzata questa offerta politica: una coalizione di centrosinistra formata da Pd e Ncd-Udc, una coalizione di centrodestra formata da Fi, Lega e Fdi, il M5s che corre da solo, e una coalizione di sinistra formata da una lista unitaria di Sel e Si.

    Quali sono le analogie e quali le differenze tra la mappa di oggi e quella della scorsa settimana che riproduciamo qui per comodità del lettore ?  L’analogia più rilevante è la assenza di una maggioranza di governo. Il sistema elettorale non è decisivo nemmeno con questi dati.  La maggioranza va costruita dopo il voto. E non è facile. Le differenze più importanti riguardano il M5s e il centro-destra. Nella mappa del 2013 la coalizione di Berlusconi risultava la più forte in termini di seggi maggioritari e di seggi totali. Come si vede nelle due mappe in pagina, prevaleva nettamente nei collegi del Nord e in molti collegi del Sud, grazie alla sua competitività sia nei confronti del Pd che del M5s. Tre anni dopo le cose sono nettamente cambiate. Da una parte il declino di Berlusconi e le divisioni del centro-destra, dall’altra la crescita elettorale del M5s nelle regioni meridionali penalizzano gravemente la competitività del centro-destra sia al Nord che al Sud. Con i voti stimati di oggi riuscirebbe ad ottenere solo 30 seggi maggioritari e 69 seggi totali. Così funzionano i collegi: cambiamenti anche modesti nelle percentuali di voto tra i partiti si possono trasformare in forti variazioni di seggi.  Non è un caso che Berlusconi non li voglia, come ha ripetuto per l’ennesima volta in questi giorni. E’ meno chiaro perché non li voglia il M5s. Ma questa è una altra storia.

    Figura 1 – Mappa dei vincenti nei 475 collegi uninominali del Mattarellum, per classi di scarti tra vincente e secondo arrivato in ciascun collegio. Dati elezioni Camera 2013.

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    Tabella 1 – Simulazione del Mattarellum con i dati delle politiche 2013

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    Figura 2 – Mappa dei vincenti nei 475 collegi uninominali del Matarellum stimati con la procedura CISE per il 2016 e suddivisi per classi di scarti tra vincente e secondo arrivato in ciascun collegio.

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    Tabella 2 – Simulazione con il Mattarellum del risultato 2016 stimato con la procedura CISE

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  • Con il Mattarellum i risultati del 2013 avrebbero visto il centrodestra avanti

    Con il Mattarellum i risultati del 2013 avrebbero visto il centrodestra avanti

    di Roberto D’Alimonte e Aldo Paparo

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 22 Dicembre 2016

    Con il ritorno di interesse per i collegi uninominali molti si chiedono cosa succederebbe oggi se si andasse alle urne con un sistema elettorale come quello della legge Mattarella con cui si è votato tra il 1994 e il 2001. Va da sé che una risposta solida a questa domanda non si può dare. Si possono fare delle stime per farsi una idea di come quel sistema elettorale potrebbe funzionare in un contesto profondamente cambiato. Allora c’erano due schieramenti che si contendevano la vittoria e lo schema della competizione era bipolare. Oggi gli schieramenti sono tre. Oltre al centro-sinistra e al centro-destra occorre tener conto anche del M5s che – secondo i sondaggi attuali – sfiora il 30% dei voti. La stima più semplice è quella che usa il voto delle politiche del 2013 ricalcolato sui collegi della Camera della legge Mattarella. In quelle elezioni gli attori principali alla Camera erano la coalizione di Bersani (Pd e Sel), la coalizione di Berlusconi (Pdl, Lega Nord e Fdi), il M5s e la coalizione di Monti.

    Ogni stima si basa su semplificazioni. Nel nostro caso la prima semplificazione è ipotizzare che con i collegi uninominali l’offerta politica sarebbe stata la stessa. E non è vero. Il sistema elettorale modifica l’offerta perché ogni sistema contiene determinati incentivi che spingono i partiti a fare certe scelte invece di altre per massimizzare il proprio interesse. La seconda semplificazione è ipotizzare che anche il voto degli elettori sarebbe stato lo stesso. E anche questo non è vero. Anche gli elettori tendono a esprimere scelte diverse in presenza di una offerta politica diversa. Per esempio, votare per un candidato in un collegio non è la stessa cosa che votare una lista di partito in una circoscrizione. Questi sono i limiti di tutte le simulazioni. Detto ciò, resta l’interesse a farsi questa domanda: quanti seggi avrebbero preso quegli attori (coalizioni e M5s) con quelle percentuali di voto se si fosse votato nei 475 collegi uninominali della Camera?

    Con le semplificazioni fatte la risposta non è complicata. Basta avere a disposizione la mappa dei collegi e i dati delle oltre 60mila sezioni elettorali in cui si è votato nel 2013. Proiettando sui collegi i voti ottenuti nelle sezioni da coalizioni e M5s si può vedere collegio per collegio chi avrebbe conquistato il seggio. E’ quello che ha fatto il CISE. La tabella in pagina riporta il risultato complessivo sia per quanto riguarda i 475 seggi maggioritari sia per i 155 seggi proporzionali. Dal calcolo è stato eliminato lo scorporo che in ogni caso non avrebbe cambiato le cose. Il risultato è questo : il centro-destra sarebbe risultato lo schieramento di maggioranza relativa con 259 seggi totali, di cui 212 nei collegi e 47 nella parte proporzionale. Al secondo posto si sarebbe piazzata la coalizione di Bersani con 234 seggi, di cui 188 maggioritari e 46 proporzionali. Al M5s sarebbe andati 121 seggi, di cui 74 maggioritari e 47 proporzionali. La coalizione di Monti non avrebbe vinto nessun seggio uninominale. Il partito di Monti-Scelta civica- avrebbe preso solo 15 seggi proporzionali.

    Tab. 1 – Simulazione dei risultati elettorali delle politiche 2013 con il Mattarellum

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    Sono tre le osservazioni da fare. Primo, questi dati confermano che il collegio uninominale non fa male a Berlusconi. Il cavaliere ha maturato l’avversione a questo strumento sulla base di un dato vero, ma parziale. Nelle elezioni del 1996 e del 2001 aveva preso meno voti nei collegi con i suoi candidati che nella parte proporzionale con le liste di partito (D’Alimonte e Bartolini 1997, Bartolini e D’Alimonte 2002) . Da qui la riforma fatta nel 2005 con la legge Calderoli che ha sostituito i collegi con il premio di maggioranza calcolato su liste di partito. Quello che nessuno ha mai detto al cavaliere è che la distribuzione territoriale dei suoi voti è migliore di quella del centro-sinistra. In altre parole con meno voti del centro-sinistra prende più seggi. Se non avesse fatto la riforma del 2005 avrebbe vinto le elezioni del 2006.

    Secondo, nel 2013 l’Italia era divisa in tre parti, come si vede bene dalla mappa delle vittorie nei collegi. Al Nord prevaleva il centro-destra, nella ex zona rossa vinceva il centro-sinistra mentre il Centro-sud era più competitivo, con il M5s in grado di vincere un buon numero di collegi contro le due principali coalizioni, soprattutto nelle isole. Questa tripartizione vale anche oggi? Per quanto riguarda la forza del M5s nel Centro-sud senza dubbio. Anzi, come vedremo in una prossima simulazione, in questa area il Movimento di Grillo si è ulteriormente rafforzato fino al punto di diventare la forza predominante. Nella ex zona rossa, come si è visto anche con il recente voto referendario, nulla o quasi è cambiato. Per quanto riguarda il Nord molto dipende dalla ricomposizione o meno del centro-destra e dalla sua futura configurazione.

    Fig. 1 – Mappa dei vincenti nei 475 collegi uninominali del Mattarellum

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    La terza osservazione è la più rilevante. In un contesto tripolare un sistema misto come quello della legge Mattarella non può assicurare la maggioranza assoluta dei seggi a nessun competitore. Soprattutto nel caso in cui il tripolarismo sia non solo politico ma anche geografico. Con il predominio di ciascuno dei tre poli in una certa area geografica è difficile per qualsiasi sistema maggioritario produrre una disproporzionalità sufficiente per trasformare la minoranza maggiore di voti in maggioranza assoluta di seggi. Certo, se uno dei tre poli si indebolisse il risultato cambierebbe. Ma nell’Italia di oggi non è così. Almeno per ora. Quindi, quale governo si potrebbe fare con un esito elettorale come quello simulato qui?

    Riferimenti bibliografici:

    D’Alimonte R. e S. Bartolini (1997), Come perdere una maggioranza: la competizione nei collegi uninominali, in D’Alimonte R. e S. Bartolini (a cura di), Maggioritario per caso, Bologna, Il Mulino, pp. 237-283.

    Bartolini, S. e D’Alimonte, R. (2002), La maggioranza ritrovata. La competizione nei collegi uninominali, in D’Alimonte, R. e S. Bartolini, (a cura di), Maggioritario finalmente? La transizione elettorale 1994- 2001, Bologna, Il Mulino, pp. 199-248.

     

  • Verso un ‘Nazareno proporzionale’ sulla legge elettorale

    Verso un ‘Nazareno proporzionale’ sulla legge elettorale

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 13 dicembre 2016

    La matassa è ingarbugliata. Il governo Gentiloni è nato con l’obiettivo esplicito di fare una nuova legge elettorale. Ma non è affatto chiaro quale sarà il suo ruolo. Il premier parla di ‘accompagnare’ i partiti. Ma cosa vuole dire ‘accompagnare’?  Il governo farà o no una proposta o lascerà che nasca in Parlamento ? E in questo caso chi prenderà l’iniziativa e quando?  Renzi tace. Eppure se sono i partiti a doversene occupare, e non il governo, il ruolo di guida in questo processo tocca a lui come segretario del partito di maggioranza relativa. Di sicuro si può dire che se nessuno si muove non c’è verso che su una materia così delicata si faccia alcun progresso. La tentazione è forse quella di aspettare la Corte.

              Nel 2014 la nuova legge elettorale, dopo la sentenza della Consulta, fu fatta da Renzi e Berlusconi. E’ probabile che finirà così anche questa volta.  Ma l’esito sarà diverso. E’ passato un secolo da quel 18 gennaio del 2014 quando i due si misero d’accordo su un sistema con premio di maggioranza e ballottaggio. A Renzi sarebbero andati bene anche i collegi uninominali, una riedizione della Mattarella, ma Berlusconi non era disponibile. I collegi non gli sono mai piaciuti. Non gli piacevano allora e continuano a non piacergli oggi. La differenza è che oggi non gli piacciono più i sistemi disproporzionali, soprattutto quelli che lo costringerebbero a scegliersi gli alleati prima del voto. In tarda età ha riscoperto il proporzionale e la libertà che gli consente.

              I collegi piacciono invece alla minoranza Pd e a Salvini. La conversione di Salvini al collegio è recente. (expertseoinfo.com) Calderoli deve avergli spiegato che con il collegio costringe Berlusconi a rifare l’alleanza a destra mentre con il proporzionale il Cavaliere se ne va per i fatti suoi. I collegi piacciono anche al sottoscritto. Soprattutto quelli a due turni. In un contesto tripolare il doppio turno è lo strumento più adatto per favorire un minimo di governabilità. A differenza dell’Italicum il secondo voto nei collegi non garantisce che le elezioni producano una maggioranza assoluta, ma aumenta le probabilità che ciò avvenga. Probabilmente anche Renzi non sarebbe contrario ai collegi. Lo sarebbe però il M5s. Quindi, è realistico pensare a una riforma elettorale di questo tipo approvata con i voti del Pd e della Lega Nord contro Forza Italia e M5s ?  Abbiamo qualche dubbio.

              A togliere le castagne dal fuoco a Gentiloni e al Pd ci penserà probabilmente la Consulta. Nessuno sa cosa effettivamente farà. Potrebbe decidere l’abolizione del ballottaggio, più qualche altra modifica su candidature plurime e dintorni. Queste ultime non cambieranno la sostanza delle cose. L’abolizione del ballottaggio sì. Con questa modifica Camera e Senato avrebbero due sistemi proporzionali abbastanza simili da rendere possibile il ricorso alle urne. Il che non è detto che accada. Ma senza ballottaggio la strada è percorribile. La riforma elettorale sarebbe fatta e i partiti potrebbero non fare nulla o quasi.

              Se resta il ballottaggio la palla passa di nuovo ai partiti. In questo caso con chi si alleerebbe il Pd per fare la riforma?  Il M5s non ci sta. Lo ha detto Di Maio l’altro ieri. Al M5s sta bene l’Italicum. Andrebbe applicato anche al Senato visto che vige solo alla Camera. A questo scopo ha già fatto una proposta. Sarebbe paradossale che l’Italicum fosse salvato dal M5s. Ma non sarà così. La paura di una sua vittoria ne ha decretato prematuramente la fine, anche se fosse risparmiato dalla Consulta. Vista l’indisponibilità del M5s a trattare su un altro sistema elettorale che non sia l’Italicum, l’unico partner possibile del Pd è sempre e solo Berlusconi. Ci sarà il Nazareno bis. Si passerà dal Nazareno maggioritario al Nazareno proporzionale.

              Quale proporzionale è tutto da vedere. Forse il modello spagnolo proposto una volta dal M5s prima che i pentastellati si innamorassero dell’Italicum. O potrebbe essere un proporzionale con un premietto di governabilità. Ma già questa seconda soluzione è più opinabile perché un premio porrebbe a Berlusconi il problema di allearsi con qualcuno prima del voto. E questo il cavaliere non lo vuole più fare. Preferisce tenersi le mani libere. Tolto Berlusconi non ci sono altri partners con cui il Pd potrebbe fare una nuova legge elettorale. La scelta è tra il Cavaliere e Grillo. Tra il proporzionale del primo e l’Italicum del secondo. Le parti in commedia si sono rovesciate. Incredibile, ma vero. Che paese!  Intanto aspettiamo Godot…

  • Senza collegi e premio si torna al ’92: governo scelto dopo il voto

    Senza collegi e premio si torna al ’92: governo scelto dopo il voto

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 10 dicembre 2016

              Non è ancora il ritorno alla Prima Repubblica, ma è molto probabile che questo sarà lo sbocco della crisi innescata dall’esito del referendum costituzionale. Due meccanismi elettorali potrebbero salvare il modello di competizione della Seconda Repubblica basato su coalizioni che si formavano prima del voto. Uno è il collegio uninominale. L’altro è il premio. Il primo ha funzionato nel 1994, 1996 e 2001 (legge Mattarella). Poi è arrivata la riforma berlusconiana e il collegio è stato sostituito dal premio (legge Calderoli). Con il premio si è votato nel 2006, 2008, 2013. Con quale sistema elettorale si svolgeranno le prossime elezioni, anticipate o meno?  Lo deciderà la Corte il 24 Gennaio. E’ praticamente certo che la Corte cancellerà ballottaggio e forse anche il premio rendendo il sistema elettorale della Camera simile a quello del Senato, da lei stessa introdotto nel 2014. Torneremo così al proporzionale, cioè al 1992, le ultime elezioni della Prima Repubblica. Possibile che sia Renzi a gestire il ritorno al passato?  Sarà lui a deciderlo. Sarebbe di certo uno strano destino.

              Eppure sfuggire a questo destino è praticamente impossibile. In teoria dopo la sentenza della Consulta (o anche prima) il parlamento potrebbe approvare una legge elettorale con i collegi o con il premio, ma non sarà così purtroppo. Un buon sistema con i collegi sarebbe quello della vecchia legge Mattarella. Ma non è possibile. In primo luogo perché non esiste una maggioranza parlamentare a suo favore. L’altra ragion è legata al contesto. Quando fu introdotto la competizione era bipolare. In un contesto tripolare il collegio uninominale comporta dei rischi. Per molti il rischio maggiore è che il M5s potrebbe ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Ma questo esito è meno probabile dell’altro rischio, e cioè che nessuno arrivi alla maggioranza.

              Con un sistema maggioritario basato sui collegi scenderanno in campo una coalizione di centro-sinistra, una di centro-destra e il M5s. Se nessuno arriva alla maggioranza come si fa il governo?  Berlusconi, i cui candidati sarebbero eletti con i voti di Lega Nord e Fratelli d’Italia, potrebbe staccarsi dagli alleati e fare il governo con il Pd di Renzi ?  Questo è il nodo. Con i collegi uninominali Forza Italia non può presentarsi da sola perchè non prenderebbe nemmeno un seggio maggioritario. Il collegio uninominale  spingerebbe Berlusconi a rifare la Casa delle libertà. Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia presenterebbero dei candidati comuni spartendosi i collegi. Come ai tempi della Mattarella. In un collegio il candidato della Casa sarà quello di Fi, in un altro sarà quello della Lega Nord e così via. Se Berlusconi rinunciasse a fare la coalizione per tenersi le mani libere potrebbe contare solo sulla quota di seggi proporzionali, più o meno una trentina. Non è da Berlusconi.

              L’alternativa ad un sistema con i collegi uninominali maggioritari potrebbe essere un sistema con un premio di maggioranza limitato, cioè ‘costituzionalizzato’. Un premio dato non ai singoli partiti ma a coalizioni di partiti, a condizione che raggiungano una certa percentuale di voti.  Ma anche questo sistema comporta il rischio che il premio vada al M5s che in questo momento ha il vento in poppa, visto che la destra è in crisi di leadership e la sinistra annaspa dopo la sconfitta referendaria. Forse ha qualche probabilità in più di essere considerato, ma poche probabilità di essere adottato. Sarebbe però il sistema con cui resteremmo dentro il modello della Seconda Repubblica. Le coalizioni si farebbero prima del voto per potere vincere il premio.

              La conclusione è che per non rischiare si tornerà a un sistema proporzionale da Prima Repubblica in cui ognuno andrà per conto suo, non vincerà nessuno e il problema del governo si cercherà di risolvere dopo il voto. E’ il sistema che confezionerà la Consulta. E Zagrebelski sarà contento. Con questo sistema però, e con la frammentazione esistente, esiste il rischio concreto che non si possa fare un governo. Cosa succederebbe infatti se la somma dei voti di Pd, Forza Italia e Ncd non arrivasse alla maggioranza assoluta?  Questo a Zagrebelski non interessa, ma a noi sì.

              Per limitare- non annullare-  questo rischio una strada ci sarebbe: l’adozione del sistema elettorale proposto dal M5s o una sua variante, e cioè un proporzionale di tipo spagnolo. Si tornerebbe comunque alla Prima Repubblica ma con un pochino di disproporzionalità in più. La disproporzionalità generata dal sistema non sarebbe tale da garantire maggioranze di governo stabili e coese (si veda la Spagna di oggi), ma le probabilità sarebbero più alte rispetto al sistema elettorale della Consulta. Sulle caratteristiche dello spagnolo torneremo in altro momento. Per ora ci limitiamo a far notare la situazione surreale in cui ci troviamo: il M5s oggi vuole l’Italicum, gli altri vogliono il sistema del M5s. In ogni caso il destino sembra segnato. La restaurazione della vecchia repubblica è dietro l’angolo. Approfittando della crisi economica, i conservatori hanno una buona chance di riportare le lancette indietro. Il referendum del 2016 cancellerà quello del 1993. Tutto sta a vedere come si riuscirà a governare questo paese. E se sarà Renzi a gestire la restaurazione dopo aver lanciato la rottamazione.

  • Gli scenari dopo la sentenza della Consulta

    Gli scenari dopo la sentenza della Consulta

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 9 dicembre 2016

    Tali sono le evoluzioni della politica italiana che da ieri la Consulta è candidata al ruolo di scomodo alleato di Renzi. Infatti, la scelta tra governo di responsabilità e voto subito, annunciata come la posizione del Pd in questa fase, non è nelle mani del premier dimissionario. Da una parte è nelle mani degli altri partiti che non hanno nessuna voglia di entrare in un governo di unità nazionale. Dall’altra è nelle mani della Consulta. Questo ultimo punto va spiegato.

              Con gli attuali sistemi elettorali di Camera e Senato non si può andare a votare. Su questo il presidente Mattarella è stato chiaro. Ci vuole una nuova legge elettorale.  La possono fare o la Consulta o il Parlamento. Se il 24 Gennaio la Consulta eliminerà il ballottaggio, e magari anche il premio di maggioranza, i due sistemi elettorali saranno abbastanza simili da poter votare a Marzo-Aprile. A quel punto sarebbe meglio che il Parlamento aggiustasse le soglie di sbarramento (Sole24Ore del 7 dicembre) , ma anche senza questo intervento le elezioni anticipate sarebbero una opzione percorribile. Certo, non basterà la decisione della Consulta per andare a votare. Il presidente e il parlamento dovranno dire la loro. Ma la decisione della Consultà è la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per poter andare a votare in tempi brevi. Se invece la Consulta si limiterà a modificare l’Italicum su alcuni aspetti secondari, come per esempio le candidature plurime, i due sistemi elettorali resteranno comunque troppo diversi e le elezioni anticipate non sarebbero possibili senza fare un salto nel buio. In questo caso la palla passerà al Parlamento. La nuova legge elettorale dovrà essere fatta lì. E i tempi si allungheranno.

              In Parlamento le elezioni anticipate non sono affatto popolari. Deputati e senatori vogliono durare. Di mezzo ci sono i privilegi legati alla carica. Perché rinunciarci prematuramente? Ma soprattutto c’è il vitalizio. Questo diritto maturerà solo a Settembre 2017. Infatti le nuove regole prevedono che per avere questa rendita la legislatura debba durare quattro anni e mezzo. Quindi fino a Settembre. Ciò premesso, come farà Renzi a convincere i suoi, per non parlare degli altri parlamentari, a fare una nuova legge elettorale in tempi brevi per poter andare a votare ad Aprile?  Tra l’altro, non essendo lui un parlamentare, non potrebbe nemmeno seguirne direttamente l’iter. L’ipotesi più plausibile è che il naturale istinto di sopravvivenza di deputati e senatori li porterà ad allungare i tempi fino a rendere impraticabile l’ipotesi di elezioni anticipate. D’altronde mettersi d’accordo su due leggi elettorali -Camera e Senato-  è oggettivamente una cosa complicata.

              La sola arma che Renzi ha in mano per convincere i suoi parlamentari è la promessa di posti in lista alle prossime elezioni. Non è detto però che funzioni. Anche se c’è da dire che con la mancata riforma del Senato i posti da distribuire saranno ancora parecchi. Ma per approvare una nuova legge elettorale non basteranno i voti del Pd. E gli altri voti di cui avrebbe bisogno dove li potrebbe prendere e come ?  Forse un accordo con Forza Italia. Un nuovo patto del Nazareno che, a differenza del precedente, questa volta comprenderebbe riforma elettorale e governo. Difficile ma non impossibile.

              Se l’accordo con Forza Italia non si realizza e la Consulta non si sostituirà al Parlamento nel rifare la legge elettorale la seconda opzione di Renzi – le elezioni anticipate-verrà meno. Resterà in piedi solo la prima, il governo di responsabilità. Ma, come abbiamo già detto, questa opzione in realtà non esiste. Nemmeno la notevole capacità di persuasione del presidente Mattarella basterà a convincere Forza Italia, M5s, Lega Nord ecc. a far parte di un governo di grandissima coalizione. Troppo conveniente per loro stare all’opposizione in un frangente simile. A meno che Berlusconi non sia tentato dall’accordo di cui sopra.

              Quindi, il futuro delle legislatura è nella mani della Consulta, la quale non è immune dalla influenza del clima politico. Se non vorrà mettere nelle mani del segretario del Pd uno strumento che gli potrebbe consentire di andare a votare subito, non dovrà fare altro che non cancellare il ballottaggio. Chissà, forse l’Italicum è salvo. Almeno per ora. Ma è solo una battuta.

  • Città spaccate dal voto: centri per il Sì, periferie per il No

    Città spaccate dal voto: centri per il Sì, periferie per il No

    di Roberto D’Alimonte e Vincenzo Emanuele

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 6 dicembre 2016

    Tra i tanti dati interessanti di questo voto referendario ce n’è uno che spiega più di altri cosa è successo effettivamente Domenica. Nei 100 comuni con la percentuale più alta di disoccupati ha vinto il NO con il 65,8%. Nei 100 comuni con la più bassa il SI ha prevalso con il 59%. E’ quello che emerge dalla analisi fatta dopo il voto da You Trend. Come si è sempre sospettato è la insoddisfazione per la situazione economica il fattore più importante per spiegare la vittoria del NO. Un altro fattore, collegato a questo, è la sorprendente affluenza alle urne.
    Ci si chiedeva prima del voto quale delle due parti sarebbe stata favorita da una partecipazione elevata. Ora lo sappiamo. In Italia, senza tener conto della circoscrizione estero, ha votato il 68,5% degli elettori. Una percentuale di soli 7 punti inferiore a quella delle ultime elezioni politiche e di 10 punti superiore a quella delle europee del 2014. E tutto ciò senza che sulla scheda comparissero partiti e candidati. La regione in cui si è votato di più è stata il Veneto (76,7%) mentre quella in cui si è votato di meno è stata la Calabria (54,4). Da notare che in Veneto addirittura più che in Emilia (75,9%) e in Toscana (74,5%)
    Colpisce in particolare il dato del Sud dove si è recato alle urne il 61,6% degli elettori. In questa zona, che va dal Lazio alla Sicilia, si è registrata tra l’altro la più alta percentuale di NO, e cioè il 67,4% contro il 57,3% del Nord e il 48,8% della Zona Rossa. Ed è proprio nelle regioni più periferiche del paese che la percentuale dei NO è stata la più alta in assoluto. Per esempio 72,2% in Sardegna e 71,6% in Sicilia. L’importanza del fattore marginalità emerge anche da altri dati. Nelle grandi città, quelle sopra i 100.000 abitanti, e nei capoluoghi il SI va decisamente meglio rispetto ai piccoli centri e ai comuni non capoluogo. Questo è vero soprattutto al Nord. Il caso di Milano, dove il Si ha prevalso sul NO, ci fa capire ancora meglio cosa è successo. Infatti il SI ha vinto largamente nei quartieri centrali e più agiati ma ha perso in quelli periferici. Lo stesso fenomeno si riscontra anche a Roma e a Torino, dove complessivamente il NO ha prevalso, tranne che nei quartieri del centro. In breve, questo referendum può essere assimilato alla Brexit e alla elezione di Trump. Due casi in cui si è visto bene l’impatto che hanno avuto il fattore centro-periferia e l’influenza degli elettori marginalizzati.
    La politicizzazione del voto ha segnato il destino della riforma costituzionale. Una volta associata la riforma a Renzi e al suo governo è scattato in tanti elettori un riflesso partigiano. Era difficile evitare questa associazione, ma il premier è stato incauto nel rendere la cosa più facile ai suoi avversari. La sostanziale omogeneità del risultato denota che questo voto è stato percepito dalla maggioranza degli elettori come se si trattasse di una elezione politica vera e propria, anche se partiti e candidati non erano in lizza. Una prova ulteriore viene dal buon risultato del SI nelle regioni della zona rossa. In altre parole in questo voto si vede bene una componente partigiana. Dove il Pd è più forte, il SI è andato meglio. L’organizzazione territoriale conta ancora. Ma il problema è che il Pd rimane forte solo in una zona limitata. Il bilancio complessivo è che il SI ha prevalso in 12 province su 106, e 11 di queste sono situate in Emilia-Romagna e Toscana.

    Fig. 1 – Il risultato referendario per comune

    Un altro problema del Pd è svelato dai flussi calcolati sui dati di sezione (Tabella 1). Da questi dati emerge che, rispetto alle elezioni politiche del 2013, il Pd riesce a mobilitare in favore del SI solo circa due terzi dei suoi (ex) elettori nel centro-nord, e appena la metà a Napoli. Il SI fa invece il pieno nell’ex elettorato montiano, che risulta il più compatto in assoluto tra tutte le città esaminate. Fra i partiti a sostegno del NO, quello con le minori defezioni è il M5S che cede piccole quote verso l’astensione, ma porta a votare NO la stragrande maggioranza dei suoi elettori (fra il 76 e il 100%), con la parziale eccezione di Parma. Infatti nella città di Pizzarotti un terzo dei pentastellati non ha votato secondo le indicazioni del Movimento. Anche la Lega mostra grande compattezza, ma solo nelle sue roccaforti di Brescia e Treviso, in cui il NO leghista oscilla fra l’85 e l’89%. Viceversa, a Torino e Parma quasi la metà dei votanti leghisti del 2013 ha votato SI. L’elettorato berlusconiano del 2013 mostra la maggiore divisione interna, cedendo quote rilevanti di voti a Brescia e ad Ancona verso il SI, e a Napoli verso l’astensione. Infine, in tutte le città prese in esame, gli ex astenuti del 2013, che domenica sono andati alle urne, hanno scelto in larga maggioranza il NO.

    Tab. 1 – I flussi elettorati fra politiche 2013 e referendum 2016 in alcune città

    flussi referendumIn conclusione, con il senno di poi si può dire che questo è stato un referendum che difficilmente il Pd poteva vincere. Troppi fattori hanno giocato contro il premier. Ma resta il fatto che 13 milioni di voti sono tanti. E da qui può ripartire la sfida di Renzi.

    Riferimenti bibliografici:

    Goodman, L. A. [1953], Ecological regression and behavior of individual, «American Sociological Review», 18, pp. 663-664.


    Nota metodologica: le analisi dei flussi elettorali qui riportate sono state ottenute applicando il modello di Goodman corretto dall’algoritmo Ras ai risultati a livello di sezione elettorale in ciascuno dei comuni considerati. I valori dell’indice VR sono riportati nei post individuali.

  • Scelta di garanzia che «bilancia» il maggioritario

    Scelta di garanzia che «bilancia» il maggioritario

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 ore del 29 Novembre 2016

     Le nuove modalità di elezione del presidente della repubblica rappresentano l’esempio più eclatante della malafede dei critici della riforma costituzionale. L’attuale Costituzione prevede che dopo il terzo scrutinio il presidente sia eletto a scrutinio segreto dalla maggioranza dei grandi elettori. Finchè è rimasto in vigore il sistema elettorale proporzionale, e cioè fino al 1993, questa regola aveva un senso. In fondo, le maggioranze di seggi di allora coincidevano più o meno con la maggioranza dei voti popolari. Ma dopo l’introduzione di un sistema prevalentemente maggioritario – la legge Mattarella – questo non è stato più vero.

    Dal 1994 a oggi le maggioranze di governo sono state ‘fabbricate’ dal sistema elettorale che ha sistematicamente convertito una minoranza di voti in maggioranza di seggi, come avviene in Gran Bretagna, Francia e in altri paesi che adottano sistemi di voto maggioritari. Nulla di male in questo. Almeno per chi, come il sottoscritto, crede che l’Italia di oggi abbia bisogno di sistemi simili per favorire un minimo di stabilità dei governi e di governabilità.  Il problema però è che ciò che è legittimo a livello di governo non lo è a livello di presidenza della repubblica. Per essere assolutamente chiari. Va bene che il premier possa essere eletto da una minoranza, ma non va bene che lo sia il presidente della repubblica.

    Per il ruolo di equilibrio e di garanzia che nel nostro sistema il presidente della repubblica è chiamato a svolgere è giusto, anzi è necessario, che sia eletto da una maggioranza più ampia rispetto a quella che elegge il capo del governo. Quindi, era urgente che subito dopo l’approvazione della legge Mattarella nel 1993 si mettesse in cantiere una riforma costituzionale per alzare l’asticella per l’elezione del presidente della repubblica (e per dare il voto ai diciottenni al Senato), prevedendo che invece della maggioranza assoluta fosse necessaria una super-maggioranza. E invece niente. Silenzio anche da molti di coloro che oggi gridano allo scandalo in merito alle nuove modalità di elezione del capo dello stato.

    Finalmente, dopo più di venti anni dalla legge Mattarella, il governo Renzi si è posto il problema di rendere compatibile l’elezione del capo dello stato con il principio maggioritario. Infatti, le nuove norme che regolano la sua elezione prevedono questo: l’assemblea  è formata da 730 membri (630 deputati e 100 senatori), per i primi tre scrutini ci vuole la maggioranza di due terzi della assemblea, dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti, dal settimo scrutinio la maggioranza resta sempre dei tre quinti, ma non più degli aventi diritto, ma dei votanti. Ecco lo scandalo! Ecco un altro tassello della deriva autoritaria! I votanti, non gli elettori.

    Sono due gli argomenti dei sostenitori del complotto anti-democratico. Il primo è usato dai più sprovveduti. La loro tesi è che con il premio di maggioranza assegnato dall’Italicum chi vince le elezioni potrebbe comunque eleggersi a suo piacimento il presidente della repubblica. La loro è una matematica particolare. Infatti, se tutti i grandi elettori votano, la soglia per l’elezione è 438 su 730. Se a questa cifra sottraiamo i 340 seggi dati al vincitore dall’Italicum la differenza è il numero di senatori necessari per l’elezione. Ci vorrebbero cioè 98 senatori su 100 perché il vincitore delle elezioni potesse eleggersi da solo il presidente. No comment.

    L’altro argomento dei complottisti è altrettanto politicamente sballato. La loro tesi è che molti grandi elettori il giorno della elezione del capo dello stato stiano a casa o vadano in vacanza o si ammalino. Non votano. In questo modo, visto che la maggioranza dei tre quinti è calcolata sui votanti, con pochi votanti il capo dello stato potrebbe essere eletto da una minoranza. Questa è proprio bella. Le nuove norme sono state introdotte per fare in modo che i partiti di opposizione possano concorrere alla elezione del capo dello stato. Senza il consenso di una parte di loro il nuovo presidente non potrà essere eletto. E loro cosa fanno?  Rinunciano a usare il potere di veto che la costituzione gli dà e stanno a casa. Ci vuole una grande fantasia giuridica per articolare ragionamenti di questo tipo.

    I fatti raccontano invece che dal 1948 (Einaudi) al 2015 (Mattarella) la percentuale dei votanti non è mai scesa sotto il 96% degli aventi diritto e spesso è stata il 99%.  Il vero problema legato alle nuove modalità di elezione del presidente della repubblica è esattamente l’opposto di quanto temono i fautori del NO. Con una soglia di elezione così elevata il rischio è quello di negoziati estenuanti tra maggioranza di governo e opposizioni. Potrebbero volerci decine di scrutini prima di raggiungere un accordo. Basta vedere quanto tempo c’è voluto per eleggere gli ultimi giudici della Corte Costituzionale. Altro che minoranze che eleggono il capo dello stato!