Autore: Roberto D’Alimonte

  • Comunali 2012: il risultato dei blocchi

    di Roberto D’Alimonte

    I dati del giorno dopo confermano il quadro. Le tendenze che si sono viste lunedì sono quelle che i dati completi (o quasi) confermano. Il centro-destra ha subito una netta sconfitta sia in termini di comuni vinti e persi sia in termini di voti, il centro-sinistra ha vinto molti comuni e molti altri li vincerà ai ballottaggi ma la sua base di consensi resta più o meno la stessa, il Movimento 5 Stelle è l’unico vero vincitore.

    Vittorie secche e ballottaggi 
    Come era facile prevedere questa volta sono stati pochi i comuni in cui le elezioni si sono decise al primo turno. Nei 157 comuni sopra i 15.000 abitanti è successo solo in 37 casi con 25 vittorie dei candidati targati Pd e alleati, 7 candidati Pdl e alleati, e 2 candidati della Lega. Negli altri 120 comuni si deciderà al ballottaggio. In questi comuni è interessante vedere la distribuzione dei vari tipi di “duelli”. In 58 casi lo scontro è tra i candidati del blocco di centro-sinistra (nelle sue diverse configurazioni) e quello del Pdl e alleati. La Lega va al ballottaggio in 7 casi contro il candidato del Pd e in uno contro il candidato di una lista civica. I candidati del terzo polo (nei suoi vari formati) vanno al ballottaggio in 13 comuni contro i candidati del Pd e alleati e in 6 comuni contro quelli del Pdl e alleati. La sorpresa è il Movimento 5 Stelle che è riuscito a far passare al secondo turno 5 candidati che affronteranno tutti un candidato del blocco di centro-sinistra.

    Partiti e blocchi 
    Il voto ai partiti è quello che attira sempre l’attenzione di tutti gli osservatori ma è un voto impossibile da decifrare in una elezione amministrativa in cui la presenza di tante liste collegate ai candidato-sindaco nasconde la vera forza dei partiti. L’unica cosa che si può dire è che i brand Pd, Pdl ecc. non hanno un grande appeal se per sostenere i propri candidati i partiti storici devono ricorrere ad altri brand con una immagine meno logora. In questa situazione di grande frammentazione sono più indicativi i dati aggregati per aree politiche (i blocchi), come abbiamo fatto nella tabella in pagina. I blocchi sono stati costruiti sommando nei 26 comuni capoluogo i voti ottenuti dai partiti tradizionali e quelli delle varie liste comprese nella coalizione che sosteneva lo stesso candidato sindaco. Dai dati emerge chiaramente che mentre il blocco di centro-sinistra (Pd, Idv, Sel + liste civiche) arretra relativamente poco rispetto alla sua consistenza nel 2008 (dal 43,1% al 37,7%) il blocco di centro-destra (Pdl, Nuovo-Psi, La Destra + liste civiche) passa dal 39,9% del 2008 al 25,7% di oggi. Quanto alla Lega che abbiamo separato dal blocco targato Pdl resta sulle stesse posizioni includendo Verona, grazie allo straordinario successo della lista di Tosi, ma in realtà perde significativamente senza Verona passando dal 4,7% al 2,3%. Per il Carroccio però è più significativo calcolare i voti solo per i comuni in cui era presente. Così facendo si vede che nei 14 comuni del 2012 per cui abbiamo anche il dato delle regionali del 2010 (manca Gorizia) il Carroccio passa dal 15,3% al 5,3%. Se a questo dato sommiamo anche i voti della lista Tosi a Verona il gap si riduce ma resta comunque molto negativo. Per il blocco di centro il discorso è più complicato. In realtà questo blocco non esiste. Non esiste nemmeno il terzo polo. Esistono dei partiti e delle liste collegate che insieme però hanno raccolto un discreto bottino. Ma il dato più significativo è che, nel momento in cui si assiste al netto smottamento dell’elettorato del Pdl e della Lega, l’Udc resta al palo.

    Fig.1: il risultato proporzionale per partiti e blocchi

    Il Movimento 5 Stelle 
    Fino a pochi giorni fa molti irridevano quei sondaggi che davano il movimento di Grillo sopra il 7% dei voti. E invece erano stime corrette. Anzi no, ma per la ragione inversa a quella degli scettici perché ora sappiamo che erano stime al ribasso. Nei 20 comuni capoluogo in cui si è presentato il movimento di Grillo ha ottenuto in media l’8,2% dei voti. Questo dato nasconde però una grande varianza. Nei 10 comuni del Nord (tutti quelli in cui si è votato) la percentuale è stata 11,3. Mentre nei quattro comuni capoluogo della ex zona rossa arriva al 13,1. Al Sud invece il movimento era presente solo in 6 comuni su 12 e i suoi consensi sono modesti, il 3,1%. Questa diversità territoriale non è una sorpresa. Era così anche prima di queste elezioni, ma è poco probabile che sia così dopo queste elezioni. Le condizioni politiche, economiche e sociali sono favorevoli ad una espansione del movimento anche nelle regioni meridionali. Il successo di oggi è destinato ad alimentare quello di domani se nulla cambierà nel campo dei partiti tradizionali.

    Tra questi invece si assiste più al tentativo di demonizzare il pericolo rappresentato da Grillo che a dare risposte concrete ad alcune delle istanze che ne spiegano il successo.

    Verso le politiche del 2013 
    Queste elezioni confermano un dato già rilevato da tutti i sondaggi di opinione negli ultimi mesi. La fine del ciclo berlusconiano ha aperto il mercato elettorale. Ci sono milioni di elettori disponibili a cambiare le loro scelte di voto, ma l’offerta di nuovi “prodotti” è praticamente inesistente. Una fetta di loro ha scelto Grillo. Ma sono molti di più quelli che non hanno ancora deciso per mancanza di alternative accettabili. Se non verranno fuori da qui alla prossima primavera non andranno a votare. Ci sarà una domanda inevasa che rischia di ingrossare ancora di più la marea montante della disaffezione nei confronti della politica e forse nei confronti delle istituzioni democratiche e dell’Europa.

     

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 9/5

  • Oggi il 60% degli elettori è sul mercato

    di Roberto D’Alimonte

    In questo quadro confuso di fine legislatura una sola cosa è certa: il disorientamento di gran parte degli elettori. Nel sondaggio Cise-Il Sole 24 Ore diversi dati lo evidenziano. Uno è l’affluenza alle urne, un altro le intenzioni di voto. Nel 2008 hanno votato circa 38 milioni di elettori, l’80,5% degli aventi diritto; il 19,5% è rimasto a casa. Se si andasse alle urne domani resterebbe a casa il 35%: una cifra che potrebbe salire addirittura al 42% tenendo conto di quelli che sono incerti se votare o meno. Questo vuol dire che almeno 7 milioni e mezzo di italiani che nel 2008 votarono oggi si asterrebbero. Cifra che da sola dà la misura del distacco nei confronti della attuale classe politica.

    Dodici mesi fa non era così: nell’aprile dello scorso anno nel primo dei sondaggi Cise-Il Sole 24 Ore gli astenuti erano il 18,6%. Oggi siamo potenzialmente al 42,1%: solo il 58% è certo di votare. E solo 4 elettori su dieci sanno per che partito votare.Ma fortunatamente non si voterà domani. Nella primavera del 2013 è certo che la partecipazione al voto sarà più alta di quella registrata dal nostro sondaggio. Quanto più alta? Impossibile prevederlo oggi. Dipenderà da molti fattori. In ogni caso sarà più bassa di quella del 2008. L’affluenza alle urne ha cominciato a diminuire dalla fine degli anni settanta a un ritmo medio di circa due punti percentuali ad ogni elezione. In teoria dovremmo quindi aspettarci una partecipazione intorno al 78 per cento. Non sarà così. Un dato del genere – con questa offerta politica – è del tutto irrealistico.

    Per completare il quadro al dato sull’astensione va aggiunto quello sull’indecisione. Come si può vedere dal grafico in pagina, la percentuale di coloro che dichiarano di volere andare a votare ma che non sanno per chi votare è rimasta relativamente stabile negli ultimi 12 mesi. Gli indecisi sono il 19,8 per cento del campione contro il 18 per cento circa di dodici mesi fa. Sommando a questo dato quello sulla astensione il risultato è che meno di 4 elettori su 10 dichiarano oggi di voler andare a votare e per quale partito voterebbero. È su questo 40% dell’elettorato che sono calcolate le percentuali di voto ai partiti riportate in tabella. Si tratta di 18 milioni di elettori sui 36,5 milioni che hanno espresso un voto valido nel 2008. Ora se ipotizziamo che nel 2013 vada a votare il 72% degli elettori, cioè 34 milioni, la conclusione è che oggi ci sono circa 16 milioni di futuri voti in cerca di partito. È un calcolo approssimativo che non tiene conto né delle schede bianche e nulle (circa un milione e mezzo nel 2008) né di coloro che non ci dicono oggi per chi voterebbero pur sapendolo. Eppure anche tenendo conto di queste correzioni il numero di elettori che possiamo chiamare “disponibili” è impressionante e molto simile a quello del periodo finale della Prima Repubblica. Questo vuol dire che esistono oggi le condizioni per un profondo cambiamento del quadro politico, quello che gli esperti indicano con il termine “riallineamento”. Negli anni ’92-’94 furono Bossi e Berlusconi ad approfittarne. Furono loro a rispondere alla domanda di nuovo. Chi saranno oggi? Casini, Pisanu, Grillo, De Magistris ecc.?

    È alla luce di questi dati che va interpretato un altro risultato sorprendente di questo sondaggio. Agli intervistati che hanno risposto di voler andare a votare (il 58 per cento del campione) sono state fatte due domande. Nella prima gli si è chiesto per quale fra i partiti esistenti avrebbero votato. Successivamente gli si è chiesto per quale partito voterebbero se “fosse presente anche una lista guidata da Mario Monti”. Il 29,6 per cento ha risposto che voterebbe per Monti. La presenza di questa lista ridurrebbe i consensi al Pd al 19,6 per cento e quelli al Pdl al 15,2 per cento. Il “partito di Monti” sarebbe di gran lunga il più grande partito italiano. Va da sé che si tratta di un risultato virtuale. Il dato è certamente sovrastimato. Inoltre è un dato fragile come lo sono in questa fase tutti gli altri dati relativi alle intenzioni di voto degli italiani. C’è troppa incertezza in giro per considerare affidabili oggi le percentuali di voto ai partiti. Ma è un dato che fa riflettere. Tanto più che da quanto emerge da altre domande la maggioranza degli intervistati (il 56 per cento) non dà più un giudizio positivo sull’operato dell’attuale governo e non vorrebbe che questa esperienza si ripetesse dopo le prossime elezioni politiche tra un anno. Eppure quasi un elettore su tre tra quelli che sono intenzionati a votare per un partito voterebbe oggi per quello guidato da Monti. A migrare verso questa lista sarebbero in misura quasi uguale gli elettori dei tre partiti che attualmente appoggiano il governo: il 21,7 per cento degli elettori del Pd, il 23,4 del Pdl e il 26,2% dell’Udc. Un sostegno trasversale ma friabile, molto legato al giudizio positivo che i potenziali sostenitori di questa lista danno dell’operato del governo. In ogni caso un sostegno che evidenzia inequivocabilmente la debolezza dei partiti visto che quasi un loro elettore su quattro è disponibile a defezionare.

    Insomma il maggior partito italiano oggi è un partito che non c’è, e che probabilmente non ci sarà. Ma gli attuali partiti non possono consolarsi con l’idea che alle prossime elezioni non troveranno Monti come competitore. Anche senza Monti ci saranno delle novità perché un mercato elettorale aperto, con tanti elettori disponibili, alimenta appetiti e ambizioni che non si sono ancora chiaramente manifestati. In questi giorni stiamo assistendo alle prime manovre di riposizionamento sul fronte del centrodestra. È naturale che questo avvenga in questa area dello spazio politico perché è qui che troviamo la maggioranza degli elettori disorientati in cerca di un nuovo approdo. Come nel 1994. Il partito della nazione è al decollo. Il “nuovo Pdl” è stato invocato e ora è stato annunciato da Alfano. La scomposizione e ricomposizione del centrodestra è iniziata e potrebbe riservare delle sorprese. La più grossa sarebbe il ritorno di Berlusconi sotto diverse spoglie. In fondo il Cavaliere è quello che di mercati e di campagne pubblicitarie se ne intende più di tutti. Sarebbe incredibile che riuscisse a ripetere il “miracolo” del 1994 quando riunì sotto una unica bandiera tutti i pezzi della destra italiana. Incredibile ma non impossibile. Siamo sempre il paese del Gattopardo. (airlines-gethuman.org)

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 21/4/2012

  • The Twilight of the Berlusconi Era: Local Elections and National Referendums in Italy, May and June 2001

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2012). The Twilight of the Berlusconi Era:Local Elections and National Referendums in Italy, May and June 2001. SOUTH EUROPEAN SOCIETY & POLITICS, 17, 261–279.

    Following its victory in the spring 2008 general elections, the centre-right coalition led by Silvio Berlusconi formed a government that appeared to be the most cohesive in the history of the Second Republic. Three-and-a-half years later, in November 2011, Berlusconi was forced to resign, ending a long period in which he had dominated Italian politics. By analysing the 2008–11 political–economic cycle, with special attention to the local elections and the referendums of May and June 2011, we argue that the downfall of Berlusconi’s government can be explained by the interplay of the international economic crisis, the scandals related to the prime minister’s private life, the divisions of the parties of the centre-right and the shrinking of its parliamentary base

  • La legge elettorale fra illusioni e pericoli

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2012). La legge elettorale fra illusioni e pericoli. IL MULINO, 402–412.

    Questo contributo del Professor D’Alimonte alla rivista il Mulino, analizza rischi e opportunità legate ai tentativi di riforma elettorale avvenuti durante il governo Monti.

  • Il premio di maggioranza:questioni di principio

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2011). Il premio di maggioranza: questioni di principio. In A. C. e. G. T. Barbieri (Ed.), Il premio di maggioranza. Origini, applicazioni e implicazioni di una peculiarità italiana (pp. 211–223). Roma: Carocci.

    Le riforme elettorali che hanno ridisegnato l’assetto istituzionale della Seconda Repubblica hanno progressivamente teso a convergere su un istituto – il premio di maggioranza – che ha finito per diventare l’aspetto dominante e caratteristico dell’intera legislazione elettorale italiana. Il premio di maggioranza viene infatti applicato nel nostro paese a tutti i livelli: comunale e provinciale a partire dal 1993, regionale dal 1995 e, dal 2005 in poi, anche nelle elezioni nazionali. Di qui l’obbiettivo del volume di procedere ad una indagine più approfondita su questo meccanismo che, combinando le prospettive storica, giuridica e politologica, sia in grado di rivelarne l’effettiva natura anche attraverso l’analisi comparata, di riscoprire le motivazioni della sua genesi in un passato ormai lontano ma anche della sua ciclica riproposizione, di individuare le implicazioni che ne derivano per il sistema dei partiti e per la forma di governo.

  • La formazione elettorale dei governi

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2011). La formazione elettorale dei governi. In S. Fabbrini, V. Lippolis, & G. M. Salerno (Eds.), Governare le democrazie. Esecutivi, leader e sfide (pp. 55–74). Napoli: CASA EDITRICE DOTT. EUGENIO JOVENE S.R.L.

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

    D’ALIMONTE, R. D. R., & CHIARAMONTE, A. (Eds.). (2010). Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008, 1–273.

    La Seconda Repubblica ha ormai compiuto quindici anni. In questo arco di tempo si sono svolte cinque elezioni politiche, con due sistemi elettorali diversi: un maggioritario di collegio con quota proporzionale per le prime tre; un proporzionale con premio di maggioranza per le ultime due. In entrambi i casi, sistemi misti portatori di un bipolarismo imperfetto, che fino al 2006 è stato molto frammentato. Inaspettatamente, nelle elezioni del 2008 – cui questo libro è dedicato – il quadro cambia radicalmente. Da maxi che erano le coalizioni diventano mini; alla Camera dei deputati i gruppi parlamentari si riducono da undici a cinque; i partiti di governo da otto a due. E qui viene utile il richiamo a Pirandello, per cogliere l’ambiguità del responso elettorale. Date le stesse regole del 2006, il copione pareva già scritto. E invece, con l’entrata in scena di Pd e Pdl, sono cambiati i personaggi principali e con essi il ruolo dei comprimari. Qual è allora il nostro “vero” sistema elettorale? E quali i “veri” risultati che ha prodotto, quelli del 2006 o quelli del 2008? In altri termini, il sistema partitico emerso dalle ultime elezioni è destinato a durare? Interrogativi a cui il volume fornisce una risposta qualificata e documentata.

  • Il verdetto elettorale

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2008). Il verdetto elettorale. In Itanes (Ed.), Il ritorno di Berlusconi. Vincitori e vinti nelle elezioni del 2008 (pp. 15–18). Bologna: Il Mulino.

    Bastano tre dati a dirci che le ultime elezioni politiche rappresentano una svolta rispetto alle precedenti. Primo: nel 2006 sono entrati alla Camera gli eletti di 15 liste, nel 2008 quelli di 9 liste. Secondo: nel 2006 sedevano in Parlamento 72 deputati di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi; oggi non ce n’è nessuno, come non c’è nessun eletto in partiti che si richiamino alla tradizione socialista. Terzo: nel 2006 le due aree politiche che si sono date battaglia con alterne vicende dal 1996 in poi erano alla pari quanto a voti validi, nel 2008 c’è stato un divario di oltre 4 milioni di voti.

    Dopo un simile sconvolgimento, grande è la confusione sotto il cielo, soprattutto – naturalmente – sotto quello degli sconfitti. Per capire meglio ciò che è avvenuto questo volume affronta, sulla base di una vasta indagine campionaria condotta subito dopo il voto, una serie di quesiti decisivi: che ruolo hanno avuto delusione e astensionismo? Quali sono stati i flussi dello spostamento a destra? Chi è stato premiato dall’appello al “voto utile”? In che modo ha pesato la questione cattolica? E il problema dell’insicurezza? Quanto hanno contato Silvio e Walter? Si è trattato solo di un referendum sul governo Prodi?

  • Il voto: perché ha rivinto il centrodestra

    D’ALIMONTE, R. D. R., & Sio, L. D. (2008). Il voto: perché ha rivinto il centrodestra. In R. D’Alimonte & A. Chiaramonte (Eds.), Proporzionale se vi pare: le elezioni politiche del 2008 (pp. 75–106). Bologna: Il Mulino.

    La Seconda Repubblica ha ormai compiuto quindici anni. In questo arco di tempo si sono svolte cinque elezioni politiche, con due sistemi elettorali diversi: un maggioritario di collegio con quota proporzionale per le prime tre; un proporzionale con premio di maggioranza per le ultime due. In entrambi i casi, sistemi misti portatori di un bipolarismo imperfetto, che fino al 2006 è stato molto frammentato. Inaspettatamente, nelle elezioni del 2008 – cui questo libro è dedicato – il quadro cambia radicalmente. Da maxi che erano le coalizioni diventano mini; alla Camera dei deputati i gruppi parlamentari si riducono da undici a cinque; i partiti di governo da otto a due. E qui viene utile il richiamo a Pirandello, per cogliere l’ambiguità del responso elettorale. Date le stesse regole del 2006, il copione pareva già scritto. E invece, con l’entrata in scena di Pd e Pdl, sono cambiati i personaggi principali e con essi il ruolo dei comprimari. Qual è allora il nostro “vero” sistema elettorale? E quali i “veri” risultati che ha prodotto, quelli del 2006 o quelli del 2008? In altri termini, il sistema partitico emerso dalle ultime elezioni è destinato a durare? Interrogativi a cui il volume fornisce una risposta qualificata e documentata.

  • La legislazione elettorale italiana. Come cambiarla e perché

    ALIMONTI R., FUSARO, C. (2008). La legislazione elettorale italiana. Come cambiarla e perché.

    In questo lavoro, Alimonti e Fusaro analizzano le criticità presenti nella legge elettorale in vigore nelle elezioni del 2006 e le possibili direttrici di riforma per risolverle.