Autore: Roberto D’Alimonte

  • Il compromesso per la governabilità

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 9 novembre 2012

    Prima delle elezioni siciliane il progetto di riforma elettorale su cui i partiti stavano lavorando si basava sulla sostituzione dell’attuale premio di maggioranza con un premio di governabilità in cifra fissa. Dopo mesi di trattative l’accordo era stato raggiunto su un premio del 12,5%. Al partito o alla coalizione con un voto più degli altri veniva dato alla Camera un bonus di 62 seggi. Questo era lo schema. Poi si è bloccato tutto per l’ennesima volta. La proposta di riforma presentata sulle pagine di questo giornale (si veda Il Sole 24 Ore di domenica) tende a superare l’impasse. L’idea di fondo è quella di modificare l’attuale sistema di voto lasciando in piedi un premio tale da garantire la maggioranza assoluta dei seggi al partito o alla coalizione con più voti ma alla condizione che ottengano almeno il 40% dei consensi. In questo caso gli verrebbe assegnato un premio tale da garantire il 54% dei seggi.

     Martedì scorso in Senato questo meccanismo è stato approvato anche se la soglia è stata fissata al 42,5% con il voto contrario di Pd e Idv. È un fatto positivo: rispetto allo schema pre-Sicilia questa soluzione offre ai partiti un’opportunità in più. Oggi è difficile immaginare che ci sia una coalizione in grado di arrivare a “quota 40”, ma quello che vale oggi potrebbe non valere domani. (crossover99.com) In fondo un premio che assicura la maggioranza assoluta dei seggi può spingere partiti affini a coalizzarsi prima del voto. Questo non è un fatto negativo. È invece un elemento di maggiore responsabilizzazione della classe politica. Perché le coalizioni che si fanno dopo il voto dovrebbero essere “migliori” di quelle che si fanno prima? Però affinché questo incentivo funzioni occorre che la soglia non sia troppo alta. Se lo fosse i partiti non sarebbero indotti ad aggregarsi. Anzi. Una soglia alta incoraggerebbe i partiti minori, soprattutto quelli più centrali, a stare fuori da ogni coalizione per giocare dopo il voto un ruolo pivotale contando sul fatto che il premio non venga assegnato.

    Ma la soglia non esaurisce il problema della riforma. Visto che oggi è difficile che questa soglia venga raggiunta è cruciale che sotto la soglia ci sia un meccanismo che comunque garantisca un minimo di governabilità proprio nel caso in cui il premio di maggioranza non venga assegnato. Nella proposta citata questo meccanismo è un premio del 10% da dare al partito che ottiene più voti. Questo elemento non è stato recepito nel testo approvato in commissione al Senato. E molto probabilmente questo è il vero motivo della opposizione del Pd. In breve, nello schema approvato se nessuno raggiungesse la soglia tutti i seggi verrebbero assegnati con una formula proporzionale, quindi senza nessun correttivo. In pratica questo significa il ritorno ad un sistema proporzionale puro.

    Se fosse confermata sarebbe una decisione grave. In questo quadro politico frammentato e volatile l’esito certo sarebbe l’ingovernabilità. Ci auguriamo quindi che il voto dell’altro giorno sia solo un episodio contingente legato a una trattativa complessa. Ci sono partiti che vogliono una soglia più alta e un premio di governabilità più basso. Ma se prevarrà la ragionevolezza un compromesso è possibile. In fondo il Pd, che è il partito che ha più da perdere dalla riforma elettorale, ha fatto un primo passo. Nello schema pre-Sicilia aveva accettato un premio del 12,5%, mentre oggi sarebbe disposto – pare – ad accettare un premio del 10%. Pone però una condizione: che questo premio più basso sia accompagnato dalla possibilità di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel caso in cui riuscisse a mettere insieme una coalizione che arrivi a “quota 40”. È una disponibilità da non sottovalutare. La prossima settimana vedremo se gli altri protagonisti della trattativa dimostreranno la stessa volontà di compromesso.

  • L’ombra dell’ingovernabilità

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 30 ottobre 2012

    Non è mai successo nel nostro Paese che in una elezione regionale la partecipazione elettorale sia scesa sotto il 50%. In Sicilia ha votato il 47,4%. Per trovare un valore inferiore dobbiamo far riferimento alle europee in Sardegna nel 2009 quando solo il 40,9% degli elettori è andato alle urne.

    Questo dato rappresenta il record negativo per qualunque regione in qualunque tipo di consultazione. In Sicilia ci si è andati molto vicino. Nelle regionali del 2008 aveva votato il 66,7% ma allora si votava anche per le politiche e le urne erano aperte anche il lunedì. Il confronto più attendibile è quello con le regionali del 2006 quando la partecipazione è stata il 59,2%. Il calo quindi è stato di quasi 12 punti percentuali. In valori assoluti vuol dire una differenza di mezzo milione di elettori.
    Non è mai nemmeno successo che in una elezione regionale il primo partito abbia ottenuto meno del 15% dei voti. Questa è più o meno la percentuale del movimento di Grillo. È una cifra che per il Movimento 5 Stelle rappresenta un notevole successo, ma che da un punto di vista sistemico desta gravi preoccupazioni. Dopo il M5S troviamo un Pd al 13,5% e un Pdl addirittura al 12,9%. Certo, si tratta della Sicilia e di una elezione regionale con liste civiche legate ai candidati. Ma anche tenuto conto di queste attenuanti resta la netta impressione che si sia davanti alla ulteriore frantumazione del sistema dei partiti. E come si governano una regione e un paese in queste condizioni?

     È in questo contesto di accentuata disaffezione dell’elettorato e di crescente frammentazione della rappresentanza che va inquadrato il risultato di queste elezioni. Ha vinto Crocetta. Non era un esito scontato. Gli ultimi sondaggi disponibili davano Musumeci in vantaggio o quanto meno lasciavano presagire una competizione molto più serrata tra i due principali sfidanti. E invece non è stato così. La vittoria di Crocetta è stata netta e rappresenta un successo storico per il centrosinistra. Da quando è stata introdotta l’elezione diretta del presidente non era mai successo che vincesse un candidato di sinistra. Né che il centrodestra non avesse la maggioranza assoluta dei seggi. In Sicilia nessuno oggi ha la maggioranza. Né la destra né la sinistra. È l’effetto del successo di Grillo. La destra l’ha persa per la prima volta dal 1948, ma la sinistra non l’ha conquistata. Né in termini di voti né in termini di seggi. Il premio previsto dal sistema elettorale non è bastato a convertire una minoranza in maggioranza come invece avviene nelle altre regioni italiane. Da domani vedremo come Crocetta riuscirà a governare.

    Il centrosinistra ha vinto con poco più del 30% dei consensi in una regione che è ancora, nonostante Grillo, prevalentemente orientata a destra. Il risultato del Pd non è soddisfacente. Non cresce in una situazione in cui il mercato elettorale diventa più fluido. Lo stesso si può dire della sinistra radicale e dell’Idv. Entrambi non riescono ad arrivare al 5% e quindi restano fuori dalla assemblea regionale. Complessivamente il bacino elettorale della sinistra non si è allargato. Ha funzionato però l’alleanza tra Pd e Udc. E questa è una nota positiva.
    La destra siciliana esce male da queste elezioni. Nella sua sconfitta c’è di tutto. C’è il voto di protesta che si è rivolto sia verso Grillo che verso l’astensionismo. C’è la voglia di cambiamento. C’è forse una minore presa del voto clientelare. Ma ci sono anche le divisioni profonde che separano le sue varie componenti. E questo spiega non solo la vittoria di Crocetta ma anche il pessimo risultato del Pdl. Alle politiche del 2008 il partito di Berlusconi aveva ottenuto addirittura il 46,6% dei voti. Nelle regionali del 2006 aveva il 33,4%. Il 12,9% di oggi è una débâcle, anche se si deve tener conto della scissione di Fini e di quella di Miccichè che si sono presentati con liste diverse. Nel suo complesso però la destra non è sparita. Resta lì, con i suoi Musumeci, Lombardo, Miccichè, Romano ecc. Aspetta un nuovo federatore.

    E cosa dire infine di Grillo e del suo movimento? Il 18% del suo candidato fa impressione. Fino ad oggi a livello regionale aveva ottenuto il suo maggiore successo in Emilia Romagna nel 2010 arrivando al 6% come lista e al 7% come voto al candidato-presidente. Il risultato di Parma per quanto importante era pur sempre un successo cittadino. In Sicilia alle amministrative della scorsa primavera si era presentato in soli tre comuni superiori ai 15mila abitanti ottenendo il 4,2%. Si parla di pochi mesi fa. Oggi è il primo partito nell’isola. Il Sud non è più il buco nero del M5S. È così che si spiegano le stime che lo danno oltre il 15% a livello nazionale. Fino ad oggi erano dati di sondaggio, oggi sono un dato reale.

  • Regole e identità

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 6 ottobre 2012

    Un accordo tra Bersani e Renzi sulle regole delle primarie non c’è ancora. Ma nelle ultime ore si sono fatti progressi. Restano due questioni irrisolte. Il voto al secondo turno e la registrazione. In realtà sono una questione sola. Il nodo vero è la registrazione. Su questo punto c’è confusione. Va da sé che chi vuole votare nelle primarie di un partito debba registrarsi.

    L’anonimato non è ammissibile. Il problema vero sono i tempi e il luogo della registrazione. Se si chiede a un potenziale elettore delle primarie di registrarsi prima del voto, la partecipazione elettorale si abbassa perché il costo dell’andare a votare aumenta. Ma pare che la pre-registrazione non sia una condizione necessaria. Infatti, la proposta di cui si parla in queste ore prevede che ci si possa registrare anche lo stesso giorno del voto. Ma – e qui sta il problema – in un luogo diverso da quello in cui si vota. Anche questa regola aumenta i costo del voto e quindi tende a diminuire la partecipazione. Perché quindi introdurla? A che serve una regola che invece di favorire la mobilitazione dei cittadini tende a scoraggiarla? La risposta dei suoi sostenitori è che essa rappresenta un filtro rispetto alla manipolazione del voto da parte di elettori “indesiderati”.

    Questo argomento si presta a diverse obiezioni. E’ vero che le primarie aperte comportano il rischio di “incursioni “da parte di elettori di altri partiti. Anche negli Usa, che sono la patria delle primarie, il problema esiste da sempre. Ma non si vede perché questo rischio dovrebbe essere minore se la registrazione avviene in un luogo diverso da quello in cui si vota. Gli incursori veri sono gente organizzata che non si ferma davanti a un requisito del genere. Sono gli elettori disorganizzati che si scoraggiano di fronte al fastidio di dover recarsi in due luoghi diversi per poter votare. Per fermare gli incursori – a condizione che possano essere identificati come tali – basterebbero i controlli effettuati al momento del voto. E qui sorge spontanea una domanda: su che base si possono escludere dal voto cittadini che si presentano ai seggi? Chi decide? Con quali criteri? Non sono luoghi diversi di registrazione che possono risolvere il problema. Se si vogliono fare primarie aperte bisogna correre dei rischi. L’importante è che i benefici siano superiori ai rischi.

    In realtà la polemica sui tempi e i luoghi della registrazione nasconde un problema di fondo che il Pd si porta dietro fin dalla sua nascita e che può essere riassunto in una semplicissima domanda: chi ha diritto di votare alle primarie? Coloro che vogliono regole restrittive pensano che questo diritto spetti, se non proprio solo agli iscritti, almeno a chi è “di sinistra”. Coloro che vogliono regole più inclusive pensano invece che spetti a tutti quelli che sono attratti da uno dei candidati del partito indipendentemente dalla propria connotazione ideologica.

    Questa è la differenza tra Bersani e Renzi. Il segretario è il candidato che si identifica con i valori e gli interessi tradizionali del partito mentre il sindaco di Firenze vuole cambiare il suo profilo identitario. Il primo fa appello ai militanti e agli elettori di sinistra per difendere il Pd così com’ è. Il secondo vuole cambiare il Pd facendo appello anche a elettori che sono più di centro che di sinistra. Questi elettori sono più tiepidi, più incerti e meno motivati rispetto a quelli su cui può fare affidamento Bersani. Ma sono anche elettori che possono allargare la base elettorale di un moderno partito riformista. E sono tanti in questo momento storico della vita del nostro Paese. Rendergli più faticoso l’atto di votare può tenerli lontani dalle urne. E’ per questo che regole più o meno restrittive possono fare la differenza. Ma il problema non sono le regole. Dietro la polemica sulle regole si staglia la vera questione irrisolta del Pd, quella della sua identità. Se le primarie serviranno a risolverla saranno utili al Pd e al Paese.

  • Le primarie e i rischi di rottura dei democratici

    di Roberto D’Alimonte

    Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il 3 Ottobre 2012

    E se Renzi vincesse le primarie del Pd? Fino a ieri poteva sembrare una domanda retorica. Oggi non più. Anche la candidatura di Vendola potrebbe dargli una mano. Non si può dire con certezza non conoscendo le regole della competizione, ma la presenza del leader di Sel rischia di portar via voti a Bersani e non a Renzi rendendo l’esito del voto ancora più incerto.
    A questo punto non possono esserci dubbi: il sindaco di Firenze è un candidato competitivo e non un semplice outsider. Certo, all’interno del gruppo dirigente del suo partito resta sostanzialmente isolato (a parte qualche timido endorsement), ma non tra i suoi elettori. Il suo messaggio di rinnovamento sta facendo breccia anche lì. I sondaggi lo danno ancora dietro Bersani ma in questa fase non c’è da fidarsi di questi dati. Per quanto metodologicamente raffinati è difficile che i sondaggi riescano a cogliere gli umori del “popolo delle primarie”. In primo luogo perché questo popolo non ha contorni ben definiti. In secondo luogo perché i suoi umori sono anche essi indefiniti, volatili. In realtà si deciderà tutto negli ultimi giorni della campagna elettorale sempreché siano primarie veramente aperte. Perché il vero bacino di Renzi è tra gli elettori “indipendenti” e non solo tra quelli che hanno un legame di appartenenza al Pd.
    Renzi può vincere. Quindi è cosa giusta e saggia chiedersi cosa potrà succedere dopo. Bersani e Bindi – i due massimi dirigenti del partito – hanno già espresso la loro opinione pubblicamente. Renzi sarà il candidato premier del Pd e loro resteranno ai loro posti. Formalmente è una precisazione ineccepibile. Queste primarie non si fanno per rinnovare gli organi del partito. Quelle si faranno il prossimo anno. La conseguenza implicita di tutto ciò è che da una parte ci sarà Renzi e dall’altra il partito, all’interno del quale Renzi conta molto poco. Quindi, se vincesse sarebbe un leader dimezzato. Chi deciderebbe il programma e le alleanze? Per non parlare delle candidature. Formalmente Renzi non avrebbe la possibilità di attuare nemmeno quello che è il suo messaggio più forte e cioè l’esclusione dalle liste di tutti coloro che sono in parlamento da troppo tempo, i D’Alema, Veltroni ecc. Non toccherebbe a lui decidere.
    Questo è vero sulla carta. Ma una cosa sono le regole e una altra cosa è la realtà politica. La verità è che una eventuale vittoria di Renzi avrebbe una portata “rivoluzionaria”. Il suo impatto non potrà essere contenuto dentro uno statuto di partito. Ed è proprio a questo che si riferisce D’Alema quando dice che la vittoria del sindaco di Firenze segnerebbe la fine del centrosinistra. Si badi bene: il riferimento è addirittura al centrosinistra e non solo al Pd. Ma se anche la profezia catastrofica di D’Alema fosse limitata alla fine del solo Pd sarebbe comunque molto preoccupante. Coloro cui sta veramente a cuore il futuro di questo paese non possono restare indifferenti davanti alla prospettiva della dissoluzione del maggiore partito della sinistra italiana.
    Eppure nei corridoi della politica si parla apertamente di una scissione a sinistra del Pd nel caso in cui Renzi vincesse. A quel punto cosa farebbe il sindaco di Firenze? Metterebbe insieme un suo partito? E come si presenterebbe alle elezioni? Con quali alleanze per vincere il premio? Dopo una scissione lacerante sarebbe ancora possibile mettere insieme i cocci a sinistra per impedire alla destra di tornare a vincere? Oppure il “partito di Renzi” correrebbe da solo contro tutti sull’onda del messaggio di un rinnovamento radicale della politica? Bastano queste domande per comprendere che la dissoluzione del Pd aprirebbe scenari completamente nuovi e inesplorati.
    È questo che vuole l’attuale gruppo dirigente del Pd? È questo che vuole Renzi? Se così non è, le due parti devono trovare un accordo. Prima di tutto sulle regole delle primarie. Poi sulla conduzione della campagna. E infine sulla gestione del dopo. In questa ottica la polemica sui possibili infiltrati di destra che possono inquinare il voto è destabilizzante, come lo sono le dichiarazioni di D’Alema. L’una e l’altra servono solo a delegittimare o a scongiurare un’eventuale vittoria di Renzi. E questo porta dritto dritto verso la scomparsa del Pd.
    Da parte di Renzi è sbagliata l’enfasi eccessiva sulla “rottamazione”. Ma è altrettanto sbagliato opporre ai suoi argomenti la minaccia che una sua eventuale vittoria segnerebbe la fine del Pd e del centrosinistra. È un ricatto che serve a scoraggiare il ricambio di uomini e di idee. E invece il confronto dei prossimi mesi deve essere proprio sugli uomini e sulle idee per mettere gli elettori nella condizione di scegliere tra alternative chiare e liberamente discusse. E se questo confronto servirà ad allargare il bacino elettorale del Pd motivando elettori nuovi a votare per uno dei suoi candidati non si vede perché questo esito dovrebbe essere demonizzato. Non si possono fare primarie aperte perché più coinvolgenti e pretendere poi che producano necessariamente il risultato di primarie chiuse. Né si possono fare primarie chiuse facendole passare per primarie aperte. Bersani forse lo ha capito. Altri no.
    In ogni caso una cosa è certa: dopo queste primarie il Pd non sarà più come prima. Chiunque vinca. Certo, non è facile trovare un accordo partendo da posizioni così distanti e nel bel mezzo di una competizione per la leadership. Ma salvare il Pd si può e si deve. Basta volerlo. Prima che sia troppo tardi.

  • Proposta: un premio in due tempi

    di Roberto D’Alimonte
    Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il 20 settembre 2012

    Assegnare il premio di maggioranza in due turni e non in un turno solo. Con questa modifica dell’attuale sistema elettorale si possono cogliere diversi obiettivi. La sera delle elezioni si sa chi governerà il paese. Chi vince – partito o coalizione- avrà la maggioranza assoluta dei seggi. I governi si faranno nelle urne e non dopo il voto. Gli elettori continueranno ad essere gli arbitri della competizione elettorale. Il premio al vincente sarà legittimato da una maggioranza assoluta di voti al secondo turno.
    Il nuovo sistema elettorale funzionerebbe in questo modo. Al partito o alla coalizione che ottiene un voto più degli altri viene garantita una maggioranza del 54 per cento dei seggi alla Camera ma solo alla condizione che ottenga almeno il 40 per cento dei voti. Se nessun partito o nessuna coalizione arriva a questa soglia i due partiti o le due coalizioni più votate si affrontano in un secondo turno. Al vincente viene assegnato il premio pari alla differenza tra il 54 per cento dei seggi e la percentuale di seggi ottenuti al primo turno. Se uno o più partiti superano la soglia del 40 % al primo turno il premio va a chi ha la percentuale di voti più alta. Anche con questo sistema, data la frammentazione esistente, il premio potrebbe essere elevato ma sarebbe comunque legittimato dalla maggioranza assoluta dei voti presi dal vincente al secondo turno. Esattamente come avviene in Francia, dove il partito socialista ha vinto le elezioni pur avendo solo il 29 % dei voti.
    E’ un meccanismo chiaro e facilmente comprensibile da tutti. Come nel modello francese il primo turno è il momento in cui gli elettori scelgono il partito, il secondo turno quello in cui votano per il governo. La differenza con la Francia è il collegio uninominale maggioritario. Da noi non si può introdurre per il veto di Udc e Pdl. Quindi ci si deve accontentare di utilizzare il doppio turno con le liste al posto dei collegi. Ma i vantaggi di questo sistema restano: la sera delle elezioni – dopo il primo turno o dopo il secondo- si sa chi governerà il Paese.
    Immaginiamo di calare questo sistema elettorale dentro l’attuale quadro politico. Tenendo conto dei sondaggi che circolano oggi, se tutti i partiti si presentassero da soli nessuno vincerebbe il premio al primo turno. Al secondo andrebbero Pd e Pdl. Ma non è detto. Un sistema maggioritario a due turni, anche se di lista, non può essere valutato in chiave statica ma va visto dinamicamente. Soprattutto nel caso in cui al secondo turno passino solo i due partiti o le due coalizioni più votate al primo turno. Questo significa due cose. Primo, i partiti affini hanno un incentivo a presentarsi insieme per massimizzare la possibilità di vincere al primo turno o di passare al secondo. Gli elettori meno ideologici e più strategici hanno interesse a votare non per il partito preferito in assoluto ma per quello che ha maggiori chance di vincere tra quelli meno sgraditi . In questo modo il sistema può contribuire a contenere il radicalismo. Ed è proprio questo il vantaggio di tutti i sistemi a due turni: servono a ‘costringere’ gli elettori a mettere in campo anche le loro seconde preferenze in funzione di una scelta che non è solo identitaria ma anche orientata al governo.
    Ma tutto ciò cosa vuol dire in concreto ? Il Pd dovrà decidere se presentarsi da solo, cosa che potrebbe fare, o insieme a Sel e altri. Il Pdl dovrà cercarsi alleati oppure inventarsi uno schema per non rischiare di restare fuori dal secondo turno. Ma è l’Udc che rappresenta il caso più interessante. E’ difficile che decida di presentarsi insieme al Pd già al primo turno. Casini lo ha detto. Semmai l’alleanza con il partito di Bersani si farà dopo il voto, non prima. A maggior ragione con il sistema elettorale proposto qui. Al primo turno all’Udc conviene andare da sola. Se non passa al secondo turno deciderà dopo il primo turno con chi schierarsi. Ma questo sistema offre una opzione in più al partito di Casini o meglio a tutti coloro che si collocano al centro dello spazio politico e mirano a rappresentare una alternativa ai moderati delusi da Berlusconi. Infatti non è detto che al secondo turno vada il Pdl. E se fosse invece quel rassemblement cui sta lavorando Casini? Allora si aprirebbe veramente la strada ad un radicale cambiamento della politica italiana. E’ proprio una utopia immaginare al secondo turno una scelta tra una coalizione progressista e una ‘popolare’ di stampo europeo ? Temiamo di sì. Per uno scenario di questo genere ci vorrebbe una offerta politica moderata veramente nuova e accattivante per essere competitiva con quella del Cavaliere, che è indebolito ma non è fuori gioco. Questa offerta per ora non si vede. Un sistema elettorale a due turni ne faciliterebbe la realizzazione se si trovasse il coraggio di accettare la sfida.
    Naturalmente questo sistema andrebbe completato con una serie di correttivi miranti a eliminare i difetti del cosidetto porcellum: dalle soglie di sbarramento alle liste bloccate , al problema del Senato. Ma su queste questioni l’accordo si può trovare . Non si troverà invece sul doppio turno. Questo per i partiti attuali rappresenta un meccanismo troppo rischioso. Mettere nelle mani degli elettori in maniera netta la scelta del governo è una soluzione che non piace a nessuno. Il nuovo sistema elettorale- se si farà- sarà sempre a turno unico e con un premio di consolazione al posto di un premio di maggioranza. Con il rischio concreto di mettere a repentaglio la governabilità del paese.

  • I difetti (da correggere) dei collegi proporzionali

    di Roberto D’Alimonte

    Per eliminare le liste bloccate i collegi uninominali sono la vera alternativa  al voto di preferenza.  Quelli più noti sono i collegi maggioritari ma non è di questi che si sta parlando nell’ambito della trattativa sulla nuova legge elettorale  E’ un peccato perché è di questi collegi che l’Italia avrebbe bisogno oggi. Ma tant’è. Gli interessi del Paese non coincidono con quelli dei partiti. Né esiste un attore esterno in grado di imporre questa riforma. La UE si occupa d’altro anche se la governabilità economica non è indipendente da quella politica.

                Le alternative ai collegi maggioritari sono tre . Di voto di preferenza e liste flessibili ci siamo già occupati (si veda il Sole del 27 luglio e del primo agosto). I collegi uninominali proporzionali sono la terza. Sono lo strumento preferito dal Pd in alternativa al voto di preferenza, ma non sono graditi a  tutti gli altri partiti. Almeno per ora. I collegi proporzionali sono un meccanismo ‘strano’, attualmente utilizzato per le elezioni provinciali. Con i collegi maggioritari hanno in comune la caratteristica positiva che i candidati si devono presentare davanti agli elettori di un dato collegio con la loro faccia per cercarne i voti.  Ma, a differenza dei loro omologhi maggioritari, arrivare primi  nel proprio collegio potrebbe non bastare per ottenere il seggio.

                Facciamo un esempio con una circoscrizione di 10 seggi.  La circoscrizione viene divisa in dieci collegi. In ogni collegio i partiti presentano un candidato (da qui il termine collegi uninominali). Si contano i voti di tutti i candidati dello stesso partito in tutti i collegi della circoscrizione. Questa somma viene utilizzata per determinare con formula proporzionale (da qui il termine collegi proporzionali) quanti seggi spettano a ciascun partito in quella circoscrizione. Ma a chi vanno i seggi?  Se il Pdl ha diritto a tre seggi, vengono eletti i suoi tre candidati che hanno ottenuto la percentuale più alta dei voti nei collegi della circoscrizione indipendentemente dal fatto che in quei collegi siano arrivati primi. Questo produce due effetti negativi.

                 Il primo è  che in un dato collegio il candidato che ha ottenuto più voti possa non essere eletto.  Questo può accadere se un dato partito è molto forte in una data circoscrizione per cui tutti i suoi candidati arrivano primi in tutti i collegi. Dato che l’ attribuzione proporzionale dei seggi impedisce che li possa vincere tutti la conseguenza è che alcuni suoi candidati (quelli con meno voti rispetto ai loro colleghi di partito negli altri collegi) non saranno eletti pur avendo avuto più voti dei loro avversari nel loro collegio.

                Il secondo effetto è che possono esserci collegi che eleggono più di un candidato e collegi che non ne eleggono nessuno.  Può accadere infatti che in un dato collegio sia il candidato del Pd che quello del Pdl o di altro partito abbiano conseguito  percentuali di voto tra le più alte di tutti i candidati del loro partito nella circoscrizione e allora quel collegio eleggerà due rappresentanti. Al contrario in un altro collegio della stessa circoscrizione può accadere che nessuno dei candidati sia tanto competitivo da ottenere una percentuale di voti superiore a quella ottenuta dai loro colleghi di partito negli altri collegi. In questo caso il collegio in questione non avrà rappresentanti in parlamento.

                Questi due effetti dei collegi proporzionali sono in realtà dei difetti che potrebbero essere in parte mitigati con alcuni accorgimenti tecnici. Tanto più che, a quanto pare dalle indiscrezioni che filtrano, i partiti della ‘strana maggioranza’ stanno cercando un accordo che prevede un mix di collegi e  di liste. Solo quando saranno noti i dettagli di questo accordo si potrà valutare il reale funzionamento del nuovo sistema elettorale. Per ora ci limitiamo a dire che se la scelta dovesse essere tra voto di preferenza e collegi proporzionali questi ultimi sarebbero senz’altro da preferire come male minore. Tutti e due hanno difetti e alcuni sono comuni. Ma i collegi proporzionali costringono i candidati a cercare i voti tra tutti gli elettori del collegio mentre con il voto di preferenza basta corteggiare lobbies e clientele organizzate per ottenere il seggio. E’ una differenza che incide negativamente sul tipo di rappresentanza che si vuole avere e quindi sul funzionamento delle istituzioni parlamentari.

     Pubblicato sul Sole 24 Ore del 5/08/2012

  • Collegi uninominali per restituire la voce agli elettori

    di Roberto D’Alimonte

    Voto di preferenza o collegi uninominali? Insieme al premio di governabilità (si veda Il Sole24Ore del  27 luglio) questa è l’altra questione sui cui si è arenata la riforma elettorale. A parole i partiti sono tutti d’accordo sull’ eliminazione delle famigerate liste bloccate. Di tutti gli aspetti dell’attuale sistema elettorale questo è sempre stato il più demonizzato. L’obiettivo apparentemente condiviso è quello di restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Ma come?

                Il voto di preferenza è il meccanismo più conosciuto. I partiti presentano una lista di candidati. Gli elettori hanno una o più preferenze con le quali possono modificare l’ordine in cui i candidati appaiono sulla lista. Una volta calcolati i seggi spettanti a ciascun partito, i candidati con più voti di preferenza vengono eletti. Sulla carta sembrerebbe un meccanismo irreprensibile. Poi però si vanno a vedere i dati e sorge qualche dubbio. Alle ultime elezioni regionali del 2010 solo il 30 per cento dei votanti nelle regioni del Nord ha espresso un voto di preferenza contro quasi l’ 80 % dei votanti nelle regioni meridionali. Questa è l’ inequivocabile geografia del voto di preferenza nel nostro paese. Era così anche durante la Prima Repubblica. Anzi, oggi il gap Nord- Sud è addirittura aumentato.

                E’ un fatto che il voto di preferenza favorisce clientele e gruppi organizzati,  sia quelli legali che quelli criminali. Fa lievitare le spese elettorali, soprattutto se i candidati sono costretti a far campagna in grandi circoscrizioni. Introduce un elemento di forte competizione diretta tra i candidati di uno stesso partito e quindi tende a minarne la coesione interna. Si pensi alle correnti della Dc al tempo della  Prima Repubblica.  Sono queste alcune delle controindicazioni del voto di preferenza. A suo favore si può certamente dire che è uno strumento semplice da usare.

                Una sua variante utilizzata in diversi paesi europei è la lista flessibile. Anche in questo caso sono i partiti a fare le liste e a fissare l’ordine di presentazione dei candidati in lista. Ma questo ordine, a differenza di quanto avviene con la lista bloccata, può essere modificato a certe condizioni. Per esempio, in Austria un candidato può ‘scalare’ l’ordine di lista se ottiene un numero di preferenze pari alla metà dei voti necessari per ottenere un quoziente elettorale oppure se ottiene un numero di preferenze pari a un sesto dei voti raccolti dal partito in una data circoscrizione. In Belgio invece un candidato può scavalcare chi lo precede in lista  se il suo numero di preferenze è pari al totale dei voti ottenuti dal suo partito diviso  per il numero dei seggi da distribuire + 1. Sono esempi di come con la lista flessibile si può conciliare il ruolo dei partiti nella selezione della classe politica e quello degli elettori.  Fissando una condizione forte per modificare l’ordine di lista  si favorisce la scelta del partito, con una condizione leggera si dà invece più voce agli elettori.

                Per salvare il voto di preferenza c’è chi pensa di ridurre la dimensione delle circoscrizioni in cui si eleggono i candidati. Una circoscrizione piccola significa una lista di candidati corta. Secondo i sostenitori di questa tesi la presenza di pochi candidati in lista ne aumenterebbe la visibilità e quindi consentirebbe agli elettori di conoscerli meglio e decidere a ragion veduta se votare quel partito con quella lista di candidati. Tutto questo è vero ma resta il fatto che la lista corta, anche se è meglio di una lista lunga, è pur sempre una lista bloccata. Con questo strumento i candidati non hanno un incentivo forte a farsi conoscere e a cercare il voto degli elettori. Viene meno quindi la spinta a colmare il deficit di fiducia che si è creato tra elettori e classe politica. E invece è proprio questo uno degli obiettivi che si dovrebbe perseguire in questo momento con una nuova legge elettorale.

                I collegi uninominali sono la vera alternativa al voto di preferenza.  Questi si dividono in due tipi: maggioritari e proporzionali. I primi sono quelli utilizzati in Francia (abbinati al doppio turno), in Gran Bretagna e anche da noi tra il 1994 e il 2001 ai tempi della legge Mattarella. I partiti presentano un candidato in un collegio. Chi vince in quel collegio va in Parlamento. I candidati non possono contare solo su lobby ristrette per vincere il seggio, come nel caso del voto di preferenza, ma devono cercare consensi tra tutti gli elettori del collegio. Sono la soluzione di gran lunga migliore per favorire un rapporto più stretto tra elettori ed eletti. Ma sulla loro adozione c’è un veto del Pdl. Per questo il Pd ha proposto come alternativa i collegi uninominali proporzionali. Questi sono poco noti, e molto poco compresi, nonostante siano utilizzati per  le elezioni provinciali. Con i collegi maggioritari hanno in comune la caratteristica positiva citata sopra: i candidati si devono presentare davanti agli elettori con la loro faccia per cercarne i voti.  Ma, a differenza dei loro omologhi maggioritari, presentano delle controindicazioni. In ogni caso rappresentano una alternativa valida al voto di preferenza.

    Pubblicato sul sito del Sole 24 Ore dell’ 1/08/2012 

  • Il rischio di ridurre la governabilità

    di Roberto D’Alimonte

              Il partito socialista francese ha vinto le ultime elezioni presidenziali e quelle parlamentari con meno del 30 per cento dei consensi. Per la precisione ha ottenuto il 49  per cento dei seggi nella assemblea nazionale con il 29 per cento dei voti.  Il premio è stato dunque di ben 20 punti. In realtà è stato ancora più alto tenendo conto dei seggi vinti da candidati affiliati  con i quali è arrivato al 52 per cento. Questo spread seggi-voti  è il meccanismo che , insieme alla elezione diretta del presidente, favorisce la governabilità in presenza di una frammentazione politica molto elevata.

                Il partito democratico italiano ha oggi più o meno la stessa consistenza del suo omologo francese e potrebbe vincere allo stesso modo le prossime elezioni. Infatti l’attuale deprecatissimo sistema elettorale consente al primo partito  – e oggi il PD lo è- di avere alla Camera il 54 per cento dei seggi. Un premio certamente consistente che  da noi desta scandalo e in Francia no. Naturalmente esiste una  spiegazione. In Francia il premio viene prodotto da un sistema a due turni con collegi uninominali maggioritari che ‘nasconde’  la trasformazione di una minoranza in maggioranza. Da noi invece l’operazione è ‘brutale’ e quindi viene considerata da molti come una distorsione inaccettabile. Anzi una lesione della democrazia.

                Anche dentro il PD,  che oggi sarebbe il maggiore beneficiario dell’attuale sistema di voto, molti la pensano così.  Ed è questo uno dei motivi per cui il partito di Bersani è disposto a rinunciare al tipo di premio previsto dall’attuale legge elettorale e ad ‘accontentarsi’  di un premio meno consistente.  Messi da parte il doppio turno, il ritorno alla legge Mattarella, il modello spagnolo e quello tedesco e varie combinazioni dei due, l’orientamento sulla riforma elettorale pare  quello di ritoccare l’attuale sistema di voto   eliminando le liste bloccate e sostituendo il premio di maggioranza con  un premio di governabilità .  I due premi sembrano simili e invece non lo sono affatto. L’attuale premio assicura sempre e comunque una maggioranza di seggi ( il 54 % alla Camera) al partito o alla coalizione con un voto più degli altri.  Con il nuovo premio chi arriva primo ottiene solo dei seggi  in più rispetto alla sua percentuale di voti.  Quanti seggi in più ?  Una percentuale che il Pd vorrebbe di 15 punti e il Pdl meno.

                Il nuovo premio è funzionale al quadro politico attuale. Ed è questo il vero motivo per cui sembra esserci una convergenza su questo meccanismo. Con questo premio ci sarà un vincitore ma non avrà la maggioranza assoluta dei seggi. Il governo si farà in parte nelle urne e in parte in Parlamento. La sera delle elezioni si saprà quale partito (o quale coalizione) ha la maggioranza relativa dei seggi ma non si saprà con quali e quanti alleati aggiuntivi riuscirà a fare il governo.  Facciamo un esempio realistico con i dati di oggi che però- occorre dirlo- potrebbero anche non essere più veri domani. Oggi il Pd vale circa il 28 per cento dei voti. Potrebbe vincere il premio da solo e andare più o meno al 38-40 per cento dei seggi. Con chi farà il governo dopo il voto ?  Ovviamente dipenderà dall’esito. Se il polo di centro (Udc e altri) arrivasse al 15 per cento  la soluzione potrebbe essere un governo Pd-polo di centro, Ma se Casini e alleati non andassero così bene ?  Allora il quadro si complicherebbe. Vendola, Di Pietro, lo stesso Berlusconi potrebbero tornare in ballo. Anzi, Vendola potrebbe essere della partita anche prima del voto. Infatti è  possibile che il Pd si presenti alle elezioni con una alleanza pre-elettorale con Sel, semprechè il nuovo sistema di voto preveda la possibilità di assegnare il premio anche alla coalizione più votata. Ma il quadro non cambierebbe sostanzialmente. Una alleanza Pd-Sel  conquisterebbe il premio ma non arriverebbe comunque alla maggioranza assoluta dei seggi.  La coalizione pre-elettorale dovrebbe essere allargata dopo il voto e diventare quindi una coalizione post-elettorale. Forse addirittura una grande coalizione.

                Il premio di governabilità è una trovata ingegnosa. Va bene al Pd perché gli consente di non dover scegliere prima del voto tutti gli alleati ma gli consente comunque di pesare di più come primo partito del sistema.  Con questo premio sia il Pd che l’Udc evitano scelte pre-elettorali difficili. Dopo il voto sarà più facile convincere i propri sostenitori ad accettare l’alleanza perché il voto non sarà decisivo, cioè non produrrà una maggioranza di governo.  La forza persuasiva dei numeri legittimerà la scelta degli alleati. Anche al Pdl di oggi un sistema del genere va bene, soprattutto se il premio sarà basso. Con i voti che ha ,e senza alleati, Berlusconi non può vincere. E allora meglio un sistema elettorale proporzionale che favorisca la formazione del governo in parlamento dove il peso del suo partito potrebbe essere determinante. Un sistema del genere non dispiace nemmeno ai sostenitori di Monti.  Infatti  se l’esito delle prossime elezioni non sarà decisivo una grande coalizione, con Monti premier, potrebbe diventare una necessità. Mercati e Unione Europea applaudirebbero.  Resta da vedere se il passaggio dal premio di maggioranza attuale al premio di governabilità futuro andrà bene al paese. Riuscirà a garantire condizioni sufficienti di governabilità  in una situazione di grande frammentazione  e di  pesante crisi economica? Basterà lo spread seggi-voti contenuto nel nuovo premio a garantire stabilità politica e coesione dei governi?  In condizioni normali la risposta sarebbe negativa. Oggi è tutto da vedere.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27/07/2012

  • I Democratici facciano le primarie con il sistema a doppio turno

    Di Roberto D’Alimonte

    Finalmente si comincia a vedere una luce in fondo al tunnel della politica italiana.  La confusione sotto il cielo è ancora grande ma  le primarie del Pd (e quelle del Pdl) rappresentano un punto fermo per cominciare a capire gli scenari futuri. Particolarmente importanti saranno le primarie del Pd. Infatti, date le divisioni del centrodestra, potrebbero essere una sorta di elezioni anticipate.  In altre parole, chi vincerà le primarie democratiche potrebbe vincere anche le elezioni del 2013 e diventare presidente del consiglio.  Anche per questo motivo Bersani ha avuto coraggio e ha dimostrato lungimiranza nell’accettare la sfida. In punta di statuto- uno statuto veltroniano- poteva non farlo. Invece ha fatto bene, superando le resistenze interne , a non difendere il suo diritto alla premiership invocando le primarie da lui vinte tre anni fa.  Si faranno nuove primarie modificando lo statuto. Ci sarà una grande mobilitazione che riavvicinerà il partito e i suoi candidati alla gente. Ne uscirà un leader fortemente legittimato. Però, perché tutto questo accada occorre che le regole della competizione siano ‘eque’ (fair, si direbbe meglio in inglese).

    Al momento tutte le regole non si conoscono. Bersani si è limitato a dire che si procederà  entro l’anno a “primarie aperte per la scelta del candidato dei progressisti e dei democratici italiani alla guida del Paese”. Questa espressione lascia intendere due cose, entrambe molto rilevanti. La prima è che il diritto di voto non sarà limitato agli iscritti o ai simpatizzanti dichiarati di uno dei partiti del centrosinistra . Primarie aperte vuol dire che chiunque potrà votare, indipendentemente dalla tessera o dalle simpatie politiche. Così è stato nelle primarie precedenti vinte da Prodi, Veltroni e Bersani. E’ giusto che sia così anche questa volta. E’ una scelta rischiosa , soprattutto per Bersani, e proprio per questo molto coraggiosa. Ma è anche una scelta che paga perché allargando la platea degli elettori può favorire il rafforzamento del Pd.

    Primarie di partito  o di coalizione ?  Venerdì scorso Bersani ha dato una risposta anche a questa domanda.  Il riferimento ai progressisti e ai democratici non può che voler dire che saranno primarie di coalizione e non solo del Pd. Questa dovrebbe essere l’ interpretazione corretta. Ma qui nasce il primo problema. Come si fa a fare primarie di coalizione senza una coalizione ?  Oggi la coalizione non c’è.  C’era nelle recenti elezioni amministrative, ed era quella di Vasto, Pd-Idv-Sel,  ma il Pd non ha detto ancora che questa sarà la coalizione con cui si presenterà alle prossime politiche. Quindi, a rigor di logica, la coalizione dovrà essere decisa prima delle primarie se queste devono essere di coalizione. Questo pone un altro problema legato al sistema elettorale. Se l’attuale sistema viene cambiato e  salta il premio di maggioranza senza che sia sostituto dal doppio turno, salta anche la necessità di fare alleanze prima del voto. Ogni partito si presenterà da solo e gli accordi tra partiti si faranno dopo il voto. Quindi, in questo caso salterà anche la necessità di fare primarie di coalizione. Saranno solo primarie del Pd senza la partecipazione di esterni. Che senso avrebbe farvi partecipare Vendola e Di Pietro ?

    Se il sistema elettorale in vigore non cambia, o per essere più precisi se resta il premio di maggioranza,  il Pd deve scegliere tra l’opzione Prodi e quella Veltroni: una grande coalizione o una corsa solitaria (o quasi) ?  Nel primo caso le primarie di coalizione hanno un senso. Nel secondo no. Dato che è altamente improbabile che il Pd si presenti da solo alle prossime elezioni , se il sistema di voto non cambia,  si faranno primarie di coalizione, come lascia intendere la dichiarazione di Bersani. Ma chi deciderà quale sarà la coalizione ?  Il partito prima delle primarie o i candidati nel corso delle primarie ?  E quali saranno le altre regole della competizione ?  Quelle che non compaiono nella decisione presa dalla direzione del Pd Venerdì scorso .

    La prima regola dovrà disciplinare la presentazione delle candidature.  Ci deve essere un filtro per impedire che la consultazione diventi un caravanserraglio.  Non crediamo che alla fine sarà un problema trovarne uno ‘equo’.  Un problema invece più delicato sarà quello dei finanziamenti. Come verranno regolamentati ?  Questa è questione assai delicata. Dulcis in fundo, quale sarà il sistema elettorale che deciderà il vincitore ?  E’ impensabile che in primarie con più candidati e soprattutto in primarie in cui ci saranno – ed è certo- più candidati del Pd possa essere applicata la regola della maggioranza semplice, cioè vince il candidato con un voto più degli altri. Ci vuole il doppio turno. Sarà più complicato e più costoso ma è certamente più equo e più ‘legittimante’.  Il partito socialista francese ha fatto così.  Dopo aver studiato il sistema delle primarie del Pd  lo ha adottato aggiungendovi il doppio turno. Adesso tocca al Pd copiare il Ps. A meno che non si voglia ricorrere a sistemi elettorali che funzionano come il doppio turno ma con un turno solo.

    Intanto aspettiamo di vedere cosa succederà nelle prossime settimane in tema di legge elettorale. E’ ora di mettere un punto fermo anche su questa questione per continuare a fare chiarezza.

     

     

     

    Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 10 Giugno 2012

  • Comunali 2012: risultati percentuali per partiti e coalizioni

    di Roberto D’Alimonte

    Quanto valgono oggi i partiti? Tra tutte le domande cui cercare risposta nel recente voto comunale questa è certamente la più difficile. La eterogeneità della offerta politica è così elevata che tutto ciò che possiamo chiedere ai dati è di darci delle tendenze più che delle risposte.

    È quello che avevamo già fatto (si veda il Sole 24 Ore del 9 maggio) con i dati dei 26 comuni capoluogo ed è quello che possiamo fare ora con i dati di tutti i 157 comuni sopra i 15mila abitanti. La tendenza più netta riguarda la frammentazione del voto. È il risultato della presenza di tantissime liste locali, ma anche dell’indebolimento dei partiti maggiori. Fa impressione vedere che in questi comuni il Pdl abbia ottenuto solo 426.797 voti (12,1%) contro i 1.720.237 voti (39,8%) che in questi stessi comuni aveva preso nelle politiche del 2008. Per il Pd il quadro è solo un po’ meno brutto: da 1.380.634 (32%) a 555.178 (15,7%). Per avere un dato più realistico sulla consistenza di Pd e Pdl occorre aggiungere ai loro voti quelli delle liste collegate ai candidati sindaco da loro sostenuti. Per il Pdl si tratta di 414.877 voti con i quali il partito di Berlusconi arriva al 23,9%. I voti da aggiungere alla lista del Pd sono 386.738 con i quali arriva al 26,7% dei voti.


    Questa è la sola operazione possibile per cercare di dare una risposta alla domanda iniziale, ma è pur sempre arbitraria. In questo modo infatti si attribuiscono a Pdl e Pd tutti i voti di tutte le liste locali che fanno parte della loro coalizione senza tener conto che nella coalizione ci sono altri partiti alleati. Per questo motivo è meglio guardare alla consistenza delle aree politiche più che a quella dei partiti per farsi una idea più realistica sulla distribuzione attuale dei consensi. In questo modo si riesce a cogliere chiaramente perché Pd e alleati hanno largamente vinto queste elezioni. Infatti le liste di centrosinistra hanno raccolto complessivamente 1.651.389 voti contro 1.069.067 delle liste di centrodestra. Il confronto con i dati del 2008 è opinabile trattandosi di una elezione politica, ma è comunque utile perché fa vedere come il centrosinistra, nonostante il forte calo della partecipazione elettorale tra le due elezioni, abbia preso quasi gli stessi voti mentre non è stato così per il centrodestra che invece ne ha persi più di un milione. Tanti elettori moderati non si sono recati alle urne. Questo, insieme alla divisione del centrodestra, è stato il fattore decisivo che ha consentito al Pd e ai suoi alleati di ottenere una vittoria così netta in questa tornata elettorale.


    I dati analizzati qui sono già obsoleti. L’esito di queste elezioni ha già modificato le preferenze degli elettori. È la naturale conseguenza di un quadro politico estremamente fragile in un contesto di incertezza e volatilità. Ciò premesso, con questi dati quale potrebbe essere l’esito delle prossime elezioni politiche? È molto probabile che la coalizione Pd-Idv-Sel possa vincere a condizione che: 1. resti l’attuale sistema elettorale con il premio di maggioranza; 2. l’offerta politica non cambi significativamente; 3. l’astensionismo sia elevato; 4. il centrodestra rimanga diviso. Le ultime tre condizioni sono legate tra loro. In particolare la partecipazione elettorale sarà molto influenzata dalla presenza di credibili novità nel campo moderato. E questo potrebbe fare la differenza.

    Ma ci saranno queste novità fuori e dentro il perimetro del centrodestra? Qualcosa si sta muovendo. Il Movimento 5 Stelle è ormai diventato un competitore temibile per il voto di tutti i partiti tradizionali. Non è chiaro come riuscirà a fare il salto dal livello locale a quello nazionale, ma intanto cresce nelle intenzioni di voto registrate da tutti i sondaggi.

    Renzi ha lanciato la sua sfida alla attuale classe dirigente del Pd. Il sindaco di Firenze non vuole uscire dal Pd, vuole conquistarne la leadership grazie alle primarie. Ma non è affatto detto che Bersani gliele conceda né che le vinca. Montezemolo aspetta che si chiariscano le cose dentro il centrodestra. Non sbaglia a temporeggiare in questa fase in cui sono ancora indefiniti sia le regole che gli attori della competizione. Prima o poi però dovrà decidere e non è affatto chiaro come si presenterà. È difficile che possa riuscire a fare il “federatore” dei moderati come fece il Berlusconi del 1994. Altre novità sono in preparazione. Il Pdl deve fare qualcosa se non vuole sparire. Cosa? Non si sa ancora. Brandire il progetto del semi-presidenzialismo francese non basta. Anche nella Lega si annunciano cambiamenti dopo i prossimi congressi. Insieme a Pizzarotti, Tosi è l’altro vero vincitore di queste elezioni. Vincere a Verona al primo turno con una propria lista prendendo il 57% dei voti è un fatto che deve far riflettere i leghisti e gli altri.

    Se Maroni riuscirà a plasmare una nuova Lega applicando il “modello Verona” ne vedremo delle belle nel Nord del paese. Queste elezioni hanno evidenziato in maniera inequivocabile il vuoto di rappresentanza in questa area. Lo stesso vuoto che esisteva negli anni 1992-1994. Le vittorie dei sindaci di centrosinistra non devono trarre in inganno. Hanno vinto per abbandono dell’avversario, non per forza propria. Nulla di male. Si può vincere in tanti modi e non è certo colpa del Pd se gli altri lo fanno vincere. La responsabilità del partito di Bersani è un’altra. Il Pd di oggi, come i Progressisti di Occhetto nel 1994, ha davanti a sé una occasione storica per allargare i suoi consensi al Nord e non solo. Ma ancora una volta si presenta a questo appuntamento con una offerta politica inadeguata.

    Di fronte a un Paese che chiede con forza una nuova classe dirigente quella del Pd appare irrimediabilmente “vecchia”. Nelle facce e nelle idee. In fondo nemmeno questa è una colpa. Anche così il Pd di Bersani resta il primo partito del Paese, e il più solido. Il problema è che questo Pd non ce la fa a riempire il vuoto lasciato da Pdl e Lega. Eppure questa volta, a differenza del 1994, potrebbe vincere, nonostante i suoi scomodi alleati. Ma molte cose devono andare per il verso giusto perché questo accada.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27/5