Autore: Roberto D’Alimonte

  • I flussi elettorali a Torino e Palermo

    di Roberto D’Alimonte e Lorenzo De Sio

    Pubblicato su Il Sole 24 ore del 27 febbraio.

    Grillo è il primo partito alla Camera. Come evidenziato in un altro articolo, la distribuzione geografica del successo del Movimento 5 Stelle mostra coordinate inedite. A conferma di un tratto fondamentale di queste elezioni, ci troviamo di fronte a un vero e proprio cambio di paradigma, che mette in crisi allineamenti territoriali consolidati. E a questo punto emerge il dubbio che non solo gli allineamenti territoriali, ma anche quelli politici e sociali siano in fase di cambiamento. Da dove viene quindi il consenso di Grillo? Quali sono i ceti sociali che lo hanno premiato? Quali le loro scelte politiche?

    E’ evidente che rispondere a queste domande richiede riflessioni e analisi meditate; che riguardano non solo il cambiamento delle scelte degli italiani, ma anche la crisi di fiducia nell’intero sistema della politica. Quello che tuttavia possiamo fare in prima battuta è di rispondere a una domanda semplice: da quali partiti provengono i voti al Movimento 5 Stelle? Quali hanno patito di più la concorrenza di Grillo?

    Per iniziare a rispondere a questa domanda abbiamo effettuato alcune analisi di flussi, rispettivamente per le città di Torino e Palermo. Piemonte e Sicilia (con il Veneto) sono le tre grandi regioni italiane dove Grillo è il primo partito in quasi tutte le province. Tuttavia al tempo stesso si tratta di due casi estremamente diversi tra loro, e perciò stimolanti: Torino città industriale e postindustriale, con una forte tradizione politica di sinistra; Palermo città dalla realtà sociale complessa, e tradizionalmente dominata dal centrodestra. Le due tabelle presentate riportano le matrici di flusso delle due città, calcolate su dati di sezione utilizzando il modello di Goodman. Ogni colonna si riferisce all’elettorato 2008 di un singolo partito: i valori sulle varie righe esprimono quanti elettori di quel partito si sono spostati, nel 2013, sui vari partiti o coalizioni presenti (per brevità abbiamo aggregato i partiti della stessa coalizione 2013). Ovviamente ci concentriamo sulla riga del Movimento 5 Stelle.

    Tab. 1 – Flussi elettorali a Torino: destinazioni 2013 degli elettorati 2008 dei vari partiti.

    Iniziamo da Torino. In questo caso il dato fondamentale è che Grillo ha colpito in modo particolarmente duro la sinistra. Sia per la Sinistra Arcobaleno che per l’Idv i tassi di passaggio verso Grillo sono molto alti: degli elettori 2008 circa il 42% per Sa, addirittura circa il 60% per l’Idv (ma con un sensibile margine di errore) sarebbe passato a Grillo nel 2013. Ma a colpire è anche il dato del Pd: viene stimato circa un 14% di elettori che si spostano verso Grillo. Un dato che, date le dimensioni notevoli del Pd, appare determinante per il successo dell’M5S a Torino. In questo senso appare un netto contrasto con il centrodestra. Qui a soffrire Grillo è principalmente la Lega (perdendo circa un quinto propri elettori), ma anche il Pdl, che gli avrebbe ceduto un decimo del suo elettorato 2008. Di conseguenza il quadro di Torino è quello di un consenso a Grillo che proviene in misura sensibilmente maggiore dal centrosinistra (il 50% circa), e che ha penalizzato il centrodestra in misura inferiore.

    Tab. 2 – Flussi elettorali a Palermo: destinazioni 2013 degli elettorati 2008 dei vari partiti.

    Il caso di Palermo appare invece decisamente diverso. Se si eccettua infatti l’elettorato della Sinistra Arcobaleno (ma, di nuovo, le stime per i partiti più piccoli sono spesso instabili), la penetrazione di Grillo è straordinariamente trasversale: sono tutti i partiti a perdere verso il movimento del comico genovese in modo assolutamente simmetrico, con percentuali di elettorato stabilmente comprese tra il 23 e il 30%.

    Due situazioni, quindi, divergenti. A testimonianza del punto di forza attuale dell’M5S, ovvero la capacità di raccogliere istanze e punti di vista estremamente eterogenei. A Torino (forse anche in relazione alle vicende della Tav) si vede apparire la matrice originaria, partecipativa e bottom-up, del movimento, che fiorisce in un contesto postindustriale caratterizzato da una tradizione di partecipazione politica. Non a caso le prime affermazioni di Grillo alle amministrative dell’anno scorso si erano verificate al Centro e al Nord, in contesti di alta tradizione civica. Viceversa a Palermo sembra manifestarsi la componente top-down del successo del grillismo, ovvero l’appello personale del leader (spesso con toni fortemente populisti), che fa leva in modo completamente trasversale sulla protesta anti-establishment (ottenendo consensi anche a destra), in contesti caratterizzati da forte disagio sociale e spesso privi di una specifica tradizione partecipativa. Si tratta delle due componenti fondamentali che hanno dato origine al successo di Grillo; e che finora hanno convissuto, seppur con alcune tensioni, senza danneggiare il movimento. E’ però indubbio che l’ingresso in Parlamento di una folta delegazione del Movimento 5 Stelle, con la necessità di affrontare sfide politiche complesse, potrebbe rapidamente portare a una maturazione di questa contraddizione. Di certo si tratta di un quadro da analizzare con lenti diverse da quelle del passato.


    NOTA: Le stime sono state ottenute mediante il modello di Goodman su dati di sezione. I valori relativi ai piccoli partiti hanno un maggior livello di incertezza.

  • Sul voto l’incognita della tenuta di Monti

    di Roberto D’Alimonte

    pubblicato su Il Sole 24 ore del 22 Febbraio

    Il prossimo governo del paese dipenderà dal voto del Senato. Questo è vero sia che alla Camera vinca Berlusconi sia che vinca Bersani, come sembra molto probabile viste le tendenze che avevamo sotto gli occhi fino a qualche giorno fa. In questo ramo del parlamento può succedere di tutto. Nel 2006 la Casa delle Libertà di Berlusconi arrivò prima in 7 regioni su 17 e questo bastò per dare al Cavaliere 155 seggi contro i 154 dell’Unione di Prodi. Andò così perché la Cdl vinse in molte regioni ‘pesanti’: Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio. Puglia e Sicilia (oltre a Friuli-VG). Prodi si salvò grazie alla Campania dove arrivò primo con il 49,6 % dei voti contro il 49,1 % del centrodestra. Senza quello 0,5 % di elettori campani la storia del paese avrebbe preso una altra piega.

    Nel 2013 se Berlusconi vincesse nelle stesse 7 regioni otterrebbe 124 seggi, vale a dire 31 in meno. E questo indipendentemente dalla sua percentuale di voti. Questo dato da solo ci dice quanto sia cambiata la situazione oggi rispetto al 2006. La differenza la fanno Grillo e Monti. Nel 2006 la competizione era bipolare, oggi invece è quadripolare. Sono quattro infatti le formazioni capaci di prendere più dell’ 8 % dei voti al Senato e quindi di ottenere seggi. Questo vuol dire che chi perde il premio in una regione perde molti più seggi di quanto accadeva nel 2006 perché non incassa tutti quelli destinati ai perdenti ma li deve dividere con altri due pretendenti. Quindi, per vincere oggi bisogna arrivare primi in molte più regioni. Anzi, bisogna vincere praticamente in tutte le regioni. Solo così si può ottenere una maggioranza consistente.

    Ciò premesso, gli esiti possibili della lotteria del Senato sono tre. Il primo è che Bersani e Vendola ottengano la maggioranza assoluta dei seggi come fece Berlusconi nel 2008 quando riuscì a eleggere 174 senatori. E’ difficile che accada questa volta ma non impossibile. In ogni caso c’è maggioranza e maggioranza. Anche quella di Prodi lo era. Immaginiamo ora che il centrosinistra vinca in tutte le 17 regioni. In questo caso arriverebbe a 178 seggi. Un bel risultato. Però Lombardia, Veneto e Sicilia vengono considerate unanimemente regioni in bilico. Basta che Bersani perda la Lombardia e scenderebbe a 162, solo 4 seggi sopra la soglia di maggioranza. Una perdita di 16 seggi in una regione sola sono tanti e illustrano bene il ragionamento fatto sopra. Perdere il premio in regioni pesanti, e la Lombardia è la più pesante di tutte, vuol dire passare dal paradiso all’inferno. Ma la Lombardia da sola non basta. Infatti anche se il centrosinistra vincesse qui ma Berlusconi prevalesse in Veneto e Grillo (o lo stesso Berlusconi) in Sicilia la coalizione di centrosinistra si fermerebbe comunque a 159 seggi. Decisamente pochi per una navigazione tranquilla. Né a Bersani basterebbe vincere in Sicilia per avere una maggioranza assoluta, anche se risicata, se perdesse in Lombardia e Veneto. Insomma la possibilità che Bersani e Vendola riescano a fare maggioranza da soli esiste ma è fragile.

    Tab. 1 – La distribuzione dei seggi a Palazzo Madama in base ai diversi possibili risultati del voto.

    L’esito più probabile di queste elezioni è che il centrosinistra abbia bisogno di Monti per fare il governo. Questo risultato può scaturire da diversi mix di regioni vinte e perse. Nella tabella in pagina abbiamo fatto alcune ipotesi ma naturalmente se ne possono fare altre. Le ultime due simulazioni fanno vedere cosa succederebbe nel caso in cui il centrosinistra perdesse tutte e tre le regioni in bilico: avrebbe 143 seggi, ma con i 33 della lista Monti la eventuale coalizione di governo potrebbe contare su una maggioranza di 176 seggi. Come si vede, abbiamo anche ipotizzato che Grillo, e non Berlusconi, possa vincere il premio di maggioranza in Sicilia ma non cambierebbe nulla per il centrosinistra. Per Bersani la vittoria in queste regioni è molto importante ma, posto che non sia lui a vincere, è indifferente chi sia il vincitore.

    Quello che invece non è indifferente per Bersani è la tenuta di Monti. Nella tabella abbiamo ipotizzato che la lista del premier scenda sotto l’ 8 % in alcune regioni. Il suo totale scenderebbe da 33 a 27 seggi. Una perdita di 6 seggi riduce la maggioranza dell’eventuale futuro governo con Bersani ma non la compromette. Se però dovesse accadere che Monti non superi la soglia dell’ 8 % in altre regioni pesanti, le cose cambierebbero. Per esempio, se alle regioni indicate nella tabella aggiungessimo la Lombardia la lista di Monti scenderebbe a 22 seggi rendendo più difficili eventuali maggioranze post-elettorali con Bersani e aprendo la strada al terzo possibile esito di queste elezioni.

    Se Berlusconi dovesse vincere nelle regioni incerte e ribaltare i pronostici in altre in cui attualmente è dato per perdente, e se allo stesso tempo il risultato della lista Monti fosse al di sotto delle attese, la somma dei seggi di Vendola, Bersani e Monti potrebbe non fare 158. In questo caso gli unici governi possibili sarebbero o la grande coalizione (senza Grillo) o un governo con Grillo. Non c’è bisogno di soffermarsi sul rischio di instabilità di un esito del genere. Fortunatamente è lo scenario meno probabile di tutti.

    In questi ultimi giorni che ci separano dal voto nulla è veramente sicuro tranne una cosa: Berlusconi non può ottenere la maggioranza assoluta dei seggi al Senato. Questa è una delle poche certezze assolute di queste elezioni. Perché questo accada basta che il centrosinistra vinca- e così sarà- in Toscana, Emilia, Marche, Umbria e Basilicata. E questo porta a una domanda finale. E se Berlusconi vincesse alla Camera come potrebbe fare un governo visto che al Senato non potrà avere la maggioranza assoluta dei seggi? Con chi si potrebbe alleare? E con quali prospettive per il Paese?

  • How Berlusconi could yet pull off the unimaginable

    How Berlusconi could yet pull off the unimaginable

    di Roberto D’Alimonte

    Articolo pubblicato sul Financial Times il 14 febbraio 2013

    Can Silvio Berlusconi do it? A few weeks ago the prospect that  Italy’s  former prime minister  would stage a comeback was laughable.  Now, with less than two weeks to go before polling day, it may be the media magnate  and playboy former premier  who has the last  laugh.  The last  opinion polls published  before an official blackout period point to a closer race than many expected: the gap between Pier Luigi Bersani’s  left-of-centre coalition  and Mr Berlusconi’s  right­ of-centre alliance  has  narrowed  to 5-6 percentage  points. In most western  countries,  such a lead in the last  stretch  of a campaign would be considered  safe.

    Not in Italy. To start  with, there  are lingering  doubts  that  the polls are a proper reflection  of public opinion. For many  people, voting for Mr Berlusconi  is a guilty  secret  not to be shared  with a pesky pollster. There  are ways to correct  for this bias but there  is no way to know if they  really  work.

    The real uncertainty, however, is Mr Berlusconi  himself. The man is stili  by far the best campaigner around.  He is not a statesman – he is a showman.  The media is his natural habitat  (and the source of much  of his wealth). In spite of everything – the scandals,  judicial indictments, poor performance  in office – Sm voters are stili  willing to vote for him and his illusory promises  of tax  paybacks  and  job creation.  Combined with his allies’ supporters, they could be enough  for a victory. Were this  to happen,  all the credibility  Mario Monti’s technocratic government  has painfully  won for Italy in the past 14 months  would disappear  instantly.

    As Europe slowly sorts  out its financial  crisis,  this  would be a very serious  setback.

    But the magic and  tricks  of the consummate  performer are  unlikely to work as they  used to. Many are comparing  this  campaign  to that  of 2006, when Romano Prodi wasted a lead of 6 percentage  points and ended up winning  in the lower house with a margin  of 0.1 per cent. Today the picture  is different. Then it was a two-way race. Now there  are four competitors:  running alongside  the two main ones are Mr Monti and Beppe Grillo, an anti-establishment comedian.

    It is true  that  Mr Berlusconi  has been able to win back some of his lost supporters  since his return  to the scene after  he was forced to resign in  November 2011 in the midst of a dramatic  financial  crisis. But the easy gains  are over; in a crowded field the extra,  decisive votes are more elusive.

    For this  reason  it is likely – though  by no means  certain  – that Mr Bersani and  his allies  will win one vote more than  anybody  else in the lower house, which is all it takes to win a majority  of the seats.

    The senate  is a different story. Here  the majoritarian bonus is assigned  region by region, creating  a sort  of US-style electoral  college, where each region has a certain weight. To gain a solid majority,  it is necessary  to win the bonus in most of these  regions and  particularly in the big ones. Lombardy, in the north, is crucial.  It is a combination of Ohio and California.  Like Ohio, it is up for grabs  by either  coalition but  it carries  a weighting  similar  to that  of California. If Mr Bersani  loses here, it is highly  unlikely  he can win an absolute  majority.  This scenario will open the door for Mr Monti’s participation in the next government. The paradox is that  this  will happen only if Mr Berlusconi  wins Lombardy,  since Mr Monti himself cannot.

    A Bersani-Monti cabinet  is the most likely outcome. Yet one cannot entirely  discard  the most disturbing possibility of all. Mr Berlusconi’s chance of increasing  his share  of the vote are limited – but Mr Bersani’s chances  of decreasing  his are  not. If polls do not lie, the present  leads should  be safe. But, as I have said, polls may lie to some extent.  What matters  more now, however, is that in recent  weeks the  trend  for Mr Bersani  has been downwards.

    A lacklustre campaign,  Mr Berlusconi’s  bravado and  the derivatives  scandal  surrounding Monte dei Paschi  di Siena, the Tuscan  bank,  have all contributed to this  trend.  Mr Grillo has been the main  beneficiary.  His Five Star Movement will be the surprise success of this election  but it will not change  the outcome. If the slide of Mr Bersani’s  coalition  continues, what  was unimaginable  just a few weeks ago could become possible: a victory  by default  for Mr Berlusconi in the lower house.

    Even so, Mr Berlusconi will not win in the senate.  Electoral arithmetic makes  this a fact, not a guess. The outcome then would be a house-senate  split. The government needs a confidence vote in both. Where would Mr Berlusconi  find the extra  seats  he would need?

    For Italy – and Europe – the answer  to that  question  is no laughing  matter.  The reappearance of Mr Berlusconi  is bad enough.  The prospect of Italy plunging  once more into  chronic instability is worse.

  • Con un’affluenza alta Berlusconi può cercare la rimonta alla Camera

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 ore del 3 febbraio 2013

    La rimonta di Berlusconi è l’incognita di questa campagna elettorale. ll ricordo corre naturalmente al 2006. Anche allora i sondaggi davano l’Unione di Prodi in vantaggio di molti punti sulla Casa delle libertà di Berlusconi. E poi a urne chiuse si scoprì che il Cavaliere aveva preso più voti di Prodi al Senato e aveva perso alla Camera per una inezia. E’ possibile che si possa ripetere un exploit del genere ?  A distanza di tre settimane dal voto non è possibile rispondere con assoluta certezza a questa domanda . Si può solo far parlare i numeri per capire a quali condizioni la rimonta si potrebbe concretizzare. Naturalmente ci riferiamo alla Camera perché è qui che, con un voto più di Bersani, Berlusconi potrebbe ribaltare gli attuali pronostici e ‘vincere’. Come si sa il Senato è una altra storia.

                I primi dati da cui partire sono quelli delle intenzioni di voto alle due coalizioni che si  contendono la vittoria. La media degli ultimi sondaggi dà Bersani al 35 % e Berlusconi al 28 %. Grillo e Monti sono molti punti indietro e comunque il loro peso non è determinante ai fini del nostro calcolo. Il secondo dato è quello della partecipazione al voto. Le percentuali indicate sopra risultano da un tasso di risposte degli intervistati mediamente intorno al 65 %.  Nelle ultime settimane questo dato è cresciuto notevolmente in tutti i sondaggi. Vuol dire che la platea degli indecisi si sta progressivamente restringendo. Nelle politiche del 2008 ha votato l’ 80,5 % degli elettori. Il 19,5 % sono rimasti a casa e continueranno a farlo. Questo tasso di astensionismo non è recuperabile.

                Passiamo dalle percentuali ai numeri reali. Gli elettori in Italia (escludiamo i residenti all’estero) che possono votare il 24-25 Febbraio sono 47.154.000 (nel 2008 erano 47.041.000). Circa il 65 % di loro risponde oggi alla domanda sul voto. Questo è lo scenario-base. Tradotto in numeri significa 30.650.000 elettori. Con una affluenza alle urne pari all’ 80 % (come nel 2008) i votanti in questa consultazione sarebbero 37.723.000. La differenza tra queste due cifre, cioè tra gli elettori di oggi e quelli di domani, è 7.073.000, Questa è la stima della platea degli indecisi. E’ certamente una stima per eccesso. Infatti sarebbe un vero miracolo se l’80 % degli elettori andasse questa volta a votare.

                Sulla base di questa stima il 35 % assegnato dai sondaggi a Bersani corrisponde a 10.728.000 elettori; il 28 % di Berlusconi  a 8.582.000. Quindi tra i due schieramenti la differenza attuale è di 2.146.000 voti. Quanti dei 7.073.000 indecisi dovrebbe conquistare Berlusconi per colmare la distanza che lo separa da Bersani ?  Se nessuno votasse per il leader del Pd ne basterebbe il 30 %. Se invece il 20 % di loro lo facesse, la percentuale necessaria per la rimonta salirebbe al 50 %. E se il 25 Febbraio, come è più probabile, la percentuale dei votanti non fosse l’ 80 % ma il 75 % o il 70 % ?  Nel primo caso gli indecisi non sarebbero più 7.073.000, ma 4.715.000. Nel secondo caso sarebbero 2.358.000.  Dato il divario attuale tra Bersani e Berlusconi, nel primo scenario il Cavaliere dovrebbe conquistarne il 46 %, posto che nessuno di loro voti Bersani, e il 66 % se il 20 % di loro lo facesse. Nel secondo caso (70 % di votanti) Berlusconi potrebbe superare Bersani solo conquistando il 91 % dei consensi degli indecisi.

                Quali conclusioni ipotetiche si possono trarre da questo ragionamento ?  L’affluenza alle urne è un elemento decisivo per capire chi vincerà. Più alta sarà, maggiori sono le possibilità di una rimonta di Berlusconi. Se andrà a votare solo il 70 % degli elettori  il Cavaliere non può vincere. Ma dei tre scenari il secondo ( 75 % di votanti) è quello più realistico. Con 4.715.000 elettori ancora in ballo la partita non può definirsi chiusa. Si sa che gli indecisi sono per lo più elettori moderati. Ciò premesso, è comunque molto difficile che Berlusconi riesca a conquistarne tanti da ribaltare i pronostici. Intanto deve riuscire a convincerli a votare. Poi deve succedere che pochi votino Bersani. E qui Renzi potrebbe fare la differenza. Questa volta poi, a differenza del 2006, la sfida non è a due. Ci sono altre formazioni che competono con il Pdl per il voto degli indecisi. Per tante ragioni la sfida del 2013 è molto più ardua per il Cavaliere di quella del 2006.

                Ma per completare il ragionamento non si possono trascurare altri due fattori.  Primo, gli attuali sondaggi potrebbero non darci una fotografia del tutto corretta sulla distribuzione delle intenzioni di voto. Se la distanza tra le due coalizioni maggiori fosse oggi più piccola anche i nostri calcoli andrebbero rivisti. Secondo, tutto quello che abbiamo scritto si basa sulla assunzione che le scelte di voto fotografate dai sondaggi oggi non cambino domani. Vale a dire che i 10.728.000 elettori che dicono oggi di votare la coalizione di Bersani lo facciano veramente. E’ molto probabile che sia così, ma non è certo. Così come non è certo che una parte degli attuali elettori di Monti e di Grillo non spostino il loro voto su Berlusconi. Il quadro è ancora molto fluido. Inoltre potrebbe esserci un fatto nuovo, la ‘sorpresa di Febbraio’, capace di provocare flussi dell’ultima ora. E anche in questo caso salterebbero le nostre stime. Tutto sommato, però, lo schema di un centrosinistra che vince alla Camera e rischia al Senato resta ancora valido. Eppure……

    I diversi scenari per una rimonta di Berlusconi
    La situazione ad oggi

    Intenzioni di voto, media sondaggi recenti (65% di rispondenti)

     

    %

    N.  (migliaia )

    Coalizione Bersani

    35%

    10.728

    Coalizione Berlusconi

    28%

    8.582

    differenza  Bersani-Berlusconi

    7%

    2.146

    Scenari alternativi
    affluenza alle urne

    70%

    75%

    80%

    Elettori indecisi, migliaia

    2.358

    4.715

    7.073

    % indecisi che Berlusconi deve conquistare se Bersani ne prende 0

    91%

    46%

    30%

    % indecisi che Berlusconi deve conquistare se Bersani ne prende il 10%

    Berlusconi non può vincere

    56%

    40%

    % indecisi che Berlusconi deve conquistare se Bersani ne prende il 20%

    Berlusconi non può vincere

    66%

    50%

    % indecisi che Berlusconi deve conquistare se Bersani ne prende il 30%

    Berlusconi non può vincere

    Berlusconi non può vincere

    60%

    Fonte: Centro Italiano Studi Elettorali (cise.luiss.it/cise)
  • Lombardia e Campania, duello per il Senato

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore l’ 8 gennaio 2013

    E’ al Senato che si giocherà la partita decisiva per il governo del paese.  Tanto più ora che si ha la certezza che Pdl e Lega  si presenteranno uniti nelle regioni del Nord. E’ quanto emerge chiaramente dai cinque sondaggi regionali fatti dalla Ipsos per questo giornale. Lo si sapeva, ma senza dati sulle intenzioni di voto nelle regioni chiave era  solo una ipotesi di lavoro che faceva parte di uno schema  per la analisi delle prossime elezioni: vittoria del centrosinistra alla Camera , incertezza al Senato.

                 In Lombardia, Campania e Sicilia l’esito del voto è assolutamente imprevedibile con una sostanziale parità tra la coalizione Pd-Sel e quella guidata da Berlusconi. In Piemonte e Lazio invece il vantaggio dello schieramento di centrosinistra è netto. Manca in questa analisi il  Veneto. Tuttavia, visto il risultato della Lombardia e l’accordo Pdl-Lega, anche questa regione può essere aggiunta alla categoria di quelle contendibili.  Con tutte queste regioni in bilico l’esito della competizione al Senato è del tutto incerto. Il centrosinistra avrà la maggioranza relativa dei seggi ma il raggiungimento della maggioranza assoluta non è affatto scontato. Basterebbe la perdita del premio in Lombardia e in Veneto per mancare l’obiettivo anche vincendo in tutte le altre regioni. compresa la Campania. Lo stesso accadrebbe sia nel caso in cui il centrodestra vincesse in Campania e in Lombardia sia nel caso in cui vincesse in Lombardia e Sicilia. A maggior ragione se a queste regioni si aggiungesse anche il  Veneto. In tutti questi casi si creerebbe di nuovo una situazione simile a quella del 2006  quando l’Unione di Prodi ottenne al Senato solo un seggio in più della Casa delle libertà di Berlusconi. Anzi peggio, perché il vincente della Camera potrebbe non avere neppure una maggioranza risicata al Senato.

                La Campania è la vera sorpresa di questo sondaggio. Di Lombardia e Sicilia  si sapeva. Ma la Campania sembrava una regione sicura per il centrosinistra. Poi però è arrivata sulla scena la formazione arancione sponsorizzata dal sindaco di Napoli De Magistris e guidata da Ingroia e le cose sembrano cambiate.  La stima Ipsos delle intenzioni di voto per gli ‘arancioni’ è al  11,2  %.  Un ottimo risultato che consentirebbe di ottenere seggi anche al Senato, visto che in questa arena la soglia è dell’   8 %.  Si deve alla forza di questa lista la debolezza relativa della coalizione di Bersani.  Il suo  30,5 % non la mette al riparo dalla concorrenza del centrodestra che qui, a differenza per esempio del Lazio, dimostra di raccogliere una quota significativa di consensi, pari al 28,5 %.  Nella lotteria del Senato la Campania pesa molto. Dopo la Lombardia è quella che pesa di più con 29 seggi totali di cui 16 vanno al vincente e 13 ai perdenti che qui saranno relativamente tanti visto il numero di liste in grado di superare la soglia di sbarramento. Così la sinistra massimalista potrebbe  favorire a Napoli la vittoria di Berlusconi e impedire al centrosinistra di governare da solo a Roma.  Anche nel 2006 si andò vicino ad un esito simile in Campania. Il partito marxista-leninista si presentò contro l’Unione.  Prodi vinse, ma per soli 25.000 voti. Chissà se  nel 2013 il voto utile darà una mano a Bersani ?

                A beneficiare della incertezza che regna nelle regioni-chiave potrebbe essere proprio Monti. Da quello che emerge da questi dati l’attuale premier non ha né la possibilità di vincere alla Camera né quella di vincere in alcuna regione al Senato, In queste condizioni, per  poter pesare nella formazione del prossimo governo deve sperare che Berlusconi vinca in alcune delle regioni in bilico. Se questo accadesse i seggi del ‘partito di Monti’  diventerebbero decisivi al Senato  per fare il governo sulla base di una alleanza con la coalizione di centrosinistra. In altre parole Monti deve ‘tifare’ Berlusconi. E’ uno dei paradossi della politica italiana di oggi. Sarà Berlusconi a spianare la strada del governo al professore ?  I dati di questo sondaggio dicono che la cosa è possibile.  Dipende da quello che succederà in Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia.

                Quello che invece è impossibile è che Berlusconi possa diventare determinante al Senato . Può solo impedire a Bersani e Vendola di governare da soli.  In questo contesto la sua funzione preterintenzionale è quella di favorire la formazione di un governo sinistra-centro. Solo se la coalizione-lista di Monti al Senato scendesse  dovunque sotto l’ 8 % dei voti  lo scenario cambierebbe. E questo il Cavaliere lo sa. Ed è perciò che considera Monti e il terzopolismo come i suoi avversari più insidiosi. La polemica sui ‘centrino’ e sui ‘leaderini’, nonché la sua riscoperta  dei vantaggi del bipolarismo, sono funzionali al suo tentativo di  ridimensionare la sfida del premier in modo da prenderne il posto come attore determinante al Senato. Da questi dati sembra una sfida impossibile. Monti non ‘sfonda’ ma la sua percentuale di consensi  supera dovunque l’ 8 %. Le intenzioni  di voto alla sua lista  vanno dal  14,2 % della Campania al 16,8 % del Piemonte. Ma il suo bacino elettorale è anche più ampio e si aggira intorno al 25 % dei voti. Tutto è ancora molto fluido ma è difficile immaginare che questo consenso possa evaporare nel corso della campagna elettorale.  Monti potrà non diventare il secondo polo del sistema politico, ma anche come terzo polo potrebbe giocare un ruolo molto rilevante in queste elezioni e dopo.

  • Duello nelle regioni chiave, tutti gli scenari al Senato

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 9 gennaio 2013

    I dati dei sondaggi regionali pubblicati ieri su questo giornale consentono di fare delle stime più accurate sui possibili esiti delle elezioni al Senato. Come è noto, in questo ramo del Parlamento il premio di maggioranza si assegna regione per regione.  Sono 17 le regioni a premio.  Nella tabella in pagina abbiamo ipotizzato sulla base delle attuali intenzioni di voto ( e con una metodologia spiegata nella nota in tabella) che in 13 regioni il risultato sia favorevole alla coalizione di  Bersani che quindi parte con una dotazione di         seggi, corrispondenti ai 13 premi. Inoltre abbiamo stimato che la stessa coalizione ottenga 4 seggi in Trentino Alto Adige (di cui 2 dell’alleata SVP) , 3 nella circoscrizione estero e uno in Molise. In tutto fanno 108 seggi.  Poi ci sono le regioni in bilico.  Sono quattro al momento. Nella tabella in pagina abbiamo fatto diverse simulazioni a seconda dell’esito in ciascuna delle quattro regioni. Con questo tipo di analisi vogliamo rispondere a due domande. A quali condizioni Pd e Sel  potrebbero non raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi al Senato (158) ?   In quali circostanze la lista Monti potrebbe fare maggioranza con il Pd senza Sel ?

    Cominciamo da una ipotesi estrema. Se la coalizione di Bersani vincesse il premio in tutte e quattro le regioni in bilico avrebbe una maggioranza di 179 seggi. Prodi nel 2006 ne ottenne 158 . Berlusconi nel  2008 ne prese 174.  In questi calcoli la Lombardia ha un peso molto rilevante, come abbiamo fatto notare in altre occasioni,  ma potrebbe anche non essere decisiva. .Dopo l’accordo tra Pdl e Lega  questa regione va certamente annoverata tra quelle contendibili. Però  la perdita della sola Lombardia (simulazione B) darebbe comunque a Bersani una maggioranza di 164 seggi.  Ma la perdita della Lombardia insieme a quella di una qualunque altra delle regioni critiche priverebbe la coalizione di centrosinistra della maggioranza assoluta in Senato. Per esempio, senza il premio in Lombardia e Veneto  i seggi sarebbero 155.  Perdendo in tutte e quattro le regioni  sarebbero 135. Eppure nemmeno in questo caso la coalizione di Berlusconi avrebbe la maggioranza relativa dei seggi. Si fermerebbe a 102 contro i 135 di Bersani. E Monti sarebbe comunque  l’attore decisivo, Quindi anche se il centrosinistra perdesse in tutte queste quattro regioni potrebbe comunque contare sulla maggioranza assoluta insieme alla lista Monti.

    E’ possibile che Berlusconi possa diventare l’attore decisivo al Senato ?  In altre parole è possibile che  la sinistra di Bersani e il centro di Monti non riescano a fare maggioranza ?  Questa è la simulazione L.  Se Berlusconi vincesse nelle quattro regioni in bilico e anche in Piemonte, Friuli, Puglia e Calabria il centrosinistra avrebbe 112 seggi, Monti 40 e Berlusconi 126.  Insieme sinistra e centro arriverebbero a 152, sei meno della maggioranza. Né basterebbero gli arancioni di Ingroia.  Ma il punto è un altro. Non è credibile che Berlusconi possa vincere in tutte le regioni della simulazione L.  E questo vuol dire che non è credibile che Berlusconi possa giocare un ruolo decisivo al Senato. Sarà Monti a poter occupare eventualmente questa posizione. A meno che il suo consenso, che è oggi intorno al 15 %,  non scenda sotto la soglia fatale dell’ 8 %. Se questo accadesse i nostri calcoli andrebbero rivisti completamente . Ma per completare il quadro occorre aggiungere che non è affatto escluso che la coalizione Pd-Sel possa vincere in tutte le 17 regioni rendendo così non strettamente indispensabile il sostegno della lista Monti. La Sicilia è forse la più incerta ma anche senza il premio siciliano  Bersani potrebbe governare, sul piano numerico, senza allargare  la sua maggioranza. E lo stesso vale, come già detto, se al posto della Sicilia ci fosse la Lombardia.

    Resta la questione della possibilità di un governo Pd-Monti al posto di un governo Pd-Sel , nel caso in cui un governo Sel-Pd-Monti non riuscisse a funzionare.  Lasciamo da parte le valutazioni politiche su una soluzione del genere e guardiamo solo alla sua praticabilità numerica.  Sulla base delle nostre stime Sel dovrebbe contare su una ventina di senatori.  Monti, se il suo consenso resta a questi livelli, ne avrebbe circa 41.  Come si vede nella tabella sono numerosi i casi in cui togliendo alla coalizione di centrosinistra i 20 seggi di Sel e aggiungendo i 41 di Monti il risultato finale sarebbe comunque superiore a 158.  Solo nel caso in cui la coalizione Pd-Sel perdesse in tutte e quattro le regioni in bilico i seggi della lista Monti non basterebbero a compensare quelli di Sel.   E tutti tre – Pd, Sel e Monti- dovrebbero stare necessariamente insieme.  Ma è una ipotesi remota.

  • I risultati elettorali: bipolarismo addio?

    D’Alimonte, R., Di Virgilio, A., & Maggini, N. (2013). I risultati elettorali: bipolarismo addio? In ITANES (Ed.), Voto amaro. Disincanto e crisi economica nelle elezioni del 2013 (pp. 17–32). Bologna: Il Mulino.

    Le elezioni che hanno visto il numero più elevato di elettori nella storia repubblicana cambiare voto

    Dovevano finalmente chiudere un ciclo vizioso e segnare un radicale rinnovamento. Non è stato così e le elezioni del febbraio 2013 hanno lasciato tutti con l’amaro in bocca: certamente il Pd, vincitore designato e mancato, ma anche il Pdl, orfano di metà del proprio elettorato 2008. Certamente il nuovo centro montiano, rimasto ben al di sotto delle aspettative, ma anche Rivoluzione civile di Ingroia, rimasta addirittura fuori dal Parlamento. Certamente Lega e Sel, ridotte al ruolo di gregari nelle rispettive coalizioni, ma perfino l’M5S, protagonista di un successo tanto ampio da minacciarne paradossalmente la coesione. Soprattutto, l’ennesimo boccone amaro è stato ingoiato dal paese. Siamo così riusciti nel capolavoro di inventare un gioco in cui tutti perdono? Risponde Itanes, alla luce di quanto è successo qualche mese fa e potrebbe succedere tra qualche mese.

  • I risultati elettorali: bipolarismo addio ?

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2013). I risultati elettorali: bipolarismo addio ? In ITANES (Ed.), Voto amaro. Disincanto e crisi economica nelle elezioni del 2013 (pp. 17–32). Bologna: Il  Mulino.

    Le elezioni che hanno visto il numero più elevato di elettori nella storia repubblicana cambiare voto

    Dovevano finalmente chiudere un ciclo vizioso e segnare un radicale rinnovamento. Non è stato così e le elezioni del febbraio 2013 hanno lasciato tutti con l’amaro in bocca: certamente il Pd, vincitore designato e mancato, ma anche il Pdl, orfano di metà del proprio elettorato 2008. Certamente il nuovo centro montiano, rimasto ben al di sotto delle aspettative, ma anche Rivoluzione civile di Ingroia, rimasta addirittura fuori dal Parlamento. Certamente Lega e Sel, ridotte al ruolo di gregari nelle rispettive coalizioni, ma perfino l’M5S, protagonista di un successo tanto ampio da minacciarne paradossalmente la coesione. Soprattutto, l’ennesimo boccone amaro è stato ingoiato dal paese. Siamo così riusciti nel capolavoro di inventare un gioco in cui tutti perdono? Risponde Itanes, alla luce di quanto è successo qualche mese fa e potrebbe succedere tra qualche mese.

  • The Italian Elections of February 2013: the End of the Second Republic ?

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2013). The Italian Elections of February 2013: the End of the Second Republic ? CONTEMPORARY ITALIAN POLITICS, 5, 113–129.

    The recent Italian elections ended in gridlock, contrary to what most observers expected. The left won in the Chamber but not in the Senate. To make things worse, the result in the Senate made it impossible to form a majority coalition between Bersani’s left and Monti’s centre, which many considered the most likely outcome of these elections. This left the Democratic Party, the winner in the Chamber, with the unpalatable option of having to form a cabinet seeking the support of either the Fivestar Movement or Berlusconi. Eventually the latter option prevailed with the formation of the Letta cabinet. There are a number of factors behind this unexpected result. The success of the Five-star Movement is one. Surprisingly it has become the largest party in the country, attracting votes from across the political spectrum and from all sectors of society. The weakness of the Democratic Party coalition is another. It missed the goal of extending its electoral base at a time when the right lost almost eight million votes. Actually, it also lost 3.5 million. Another factor yet is the poor performance of the Monti coalition, which failed to become a competitive actor in spite of the popularity the outgoing prime minister enjoyed until he decided to step into the political arena. Last but not least, a key role has been played by the weird electoral system used for the Senate.

  • Bersani al 36%, Monti è secondo polo

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 30 dicembre 2012

    La coalizione di Monti è la nuova realtà della politica italiana. E’ nata ufficialmente ieri nel convento delle suore di Sion sul Gianicolo, ma tra gli elettori esisteva già come rivelano i dati del sondaggio Sole-Cise di fine anno.  Il 23,3 %  degli intervistati intenzionati a votare dichiara di preferirla rispetto alle altre due coalizioni in lizza, quella guidata da Bersani e formata da Pd e Sel  e quella guidata da Berlusconi e formata da Pdl e Lega Nord. La coalizione di sinistra è sempre prima con il  36,2 % delle intenzioni di voto mentre quella del cavaliere arriva addirittura terza con appena il 21,8 %, superata dalla coalizione di Monti. Il Movimento 5 Stelle è quarto con il 13,8 %.  A questa domanda sul voto alle coalizioni ha risposto il 66, 8% degli intervistati. Una percentuale più alta di quella della domanda sul voto ai partiti che è il 57,1 %. E anche questo è un dato significativo.

                I sondaggi sono strumenti imperfetti e quelli fatti a ridosso delle feste lo sono ancora di più. Inoltre questo sondaggio è stato fatto in parte prima e in parte dopo la conferenza stampa del presidente del consiglio del 23 dicembre in cui ha annunciato la sua disponibilità a entrare in campo come leader di un progetto centrista. Alla fine la curiosità di indagare il potenziale elettorale di una coalizione guidata da Monti ha prevalso sulla prudenza.  Per questo i dati raccolti possono essere presi solo come timidi segnali di una tendenza che solo il tempo, e altri dati,  potranno dire quanto solida sia.  Per ora si può dire che il polo di centro attira una quota significativa dell’elettorato italiano. E’ una grossa novità in tempi di bipolarismo. Durante la Seconda Repubblica nessun terzo polo è mai arrivato a percentuali di voto così elevate. Ma qui si tratta ancora solo di intenzioni.

                La coalizione di Berlusconi testata in questo sondaggio in realtà non esiste ancora. Le trattative con la Lega Nord sono in corso e non si sa come andranno a finire. Ma i nostri dati dicono che nel caso in cui vedesse la luce potrebbe non essere più né il primo e nemmeno il secondo polo della politica italiana. Se questa tendenza si consolidasse nel corso dei prossimi due mesi il terzo polo centrista potrebbe veramente diventare il secondo polo della competizione. E  questo attiverebbe una dinamica totalmente nuova all’interno del centrodestra. La scelta dei moderati non sarebbe più tra Bersani e Berlusconi ma tra Bersani e Monti.

                Questo scenario però precorre i tempi. Ci sono due mesi di campagna elettorale prima del voto e molto può ancora succedere.  Alcune tendenze però sembrano ormai  consolidate.  Il Pd resta saldamente in testa come primo partito del Paese e insieme a Sel  ha la maggioranza relativa dei consensi. Questo lo mette in condizione di ottenere alla Camera la maggioranza assoluta dei seggi.  Semmai sorprende in questo sondaggio vedere che la somma delle intenzioni di voto alle liste di Pd e di Sel è superiore alla percentuale di voti alla coalizione che li vede insieme. Questo è il risultato di due fattori. Ci sono elettori che dichiarano di votare la lista del Pd ma che allo stesso tempo preferiscono la coalizione guidata da Monti. E ci sono elettori che non dichiarano una preferenza per alcun partito ma che sono disponibili a votare per una coalizione. Tra questi sono in maggior numero quelli che scelgono la coalizione di Monti rispetto a quella di Bersani. La stessa cosa avviene a destra anche se in misura minore. A beneficiare di questi flussi è il polo di centro. Prese separatamente le liste centriste valgono relativamente poco, ma messe insieme nel nome di Monti diventano improvvisamente il secondo polo della politica italiana. Ma sarà così anche dopo il ‘patto di Sion’ ?

                L’altro ieri le formazioni di centro che hanno deciso di affidarsi a Monti hanno preso delle decisioni importanti. Hanno scelto di presentarsi come una lista unitaria al Senato, ma come una coalizione di liste apparentate alla Camera.  In realtà al Senato non è stata una scelta ma una necessità imposta dalla legge elettorale. La vera scelta è stata alla Camera. E non è detto che sia una scelta vincente. Perché Monti abbia accettato questa doppia soluzione è un mistero. Perché- come sembra- Italia Futura si sia schierata con Casini a favore della coalizione e contro la lista unitaria è un altro mistero. In questo caso forse la cosa è un po’ meno misteriosa ma comunque difficile da spiegare a chi crede che il ‘progetto Monti’ debba segnare una svolta nella politica italiana.  Infatti presentarsi con la stessa offerta in entrambe le arene della competizione  avrebbe dato un segnale chiaro che la ‘lista Monti’ voleva essere veramente una cosa nuova. Adesso si è introdotto un elemento di forte ambiguità che può costare caro in termini di credibilità.

                Su questo il nostro sondaggio non dice nulla. Qualcosa invece dice la storia elettorale della Seconda Repubblica. Nel 2006 Ds e Margherita fecero una scelta simile a quella fatta da Monti. Ma in questo caso contro il volere di Prodi. Si presentarono insieme come ‘Lista uniti nell’Ulivo’ alla Camera e come liste separate al Senato. Finì che ottennero una percentuale di voti più alta alla Camera che al Senato. Ma soprattutto al Senato persero il premio di maggioranza in Piemonte e con ciò Prodi perse la possibilità di governare con una maggioranza meno risicata. Si sa come è andata a finire. Nelle prossime settimane si vedrà come andrà a finire questa volta.