Autore: Roberto D’Alimonte

  • Renzi, alta fedeltà e nuovi voti a 360°

    di Roberto D’Alimonte

    Due fattori hanno contribuito in maniera decisiva al successo del Pd di Renzi. Il primo è stato la sua capacità di portare a votare i suoi elettori, quelli che avevano votato Pd nel 2013. Un altro Pd. Il secondo è stato la sua capacità di allargare la base di consensi del suo partito, nonostante questo tipo di consultazione sia difficile per un partito di governo in tempo di crisi. Il primo fattore ha pesato più del secondo.

     A mano a mano che diventano disponibili i voti ai partiti a livello di singole sezioni elettorali si riesce a capire meglio come sono andate effettivamente le cose. Sono cinque per ora le città in cui grazie a questi dati si sono potuti calcolare i flussi tra i partiti e dai partiti verso l’astensione. La base di riferimento sono le elezioni politiche dell’anno scorso. Si tratta di una consultazione ovviamente molto diversa da quella delle europee, ma per quello che ci interessa questo non è molto rilevante. E’ ben noto che alle europee si è sempre votato meno che alle politiche, ed è stato così anche questa volta. Ma questo non altera le conclusioni della analisi sui flussi perché questa comprende per l’appunto anche i movimenti dal voto al non voto e viceversa.

    In fondo non è molto complicato spiegare come Renzi ha vinto. In un contesto in cui i votanti in queste elezioni sono stati circa 6.500.000 in meno rispetto al 2013 il Pd ha conquistato 2.500.000 in più. L’affluenza è andata giù e Renzi è andato su. Semplice. E’ più complicato spiegare perché questo è successo. Perché gli altri partiti hanno perso voti – ad eccezione della Lega che ne ha guadagnati circa 300.000 – e Renzi ne ha presi di più? Cosa dicono i flussi di voto nelle nostre 5 città? Da dove vengono i voti del Pd?

    Il dato più chiaro è che vengono in primo luogo dal Pd stesso. Il tasso di fedeltà del suo elettorato in queste elezioni è stato straordinario. Quelli che lo avevano votato nel 2013 sono tornati quasi tutti a votarlo nel 2014. Una mobilitazione molto efficace. E tanto più sorprendente perché queste erano elezioni europee e non politiche. Anche tenendo conto del fatto che l’elettorato Pd è più propenso a votare anche in questo tipo di consultazione un tasso di fedeltà così elevato è inusuale. Questo è stato il primo merito di Renzi e la base principale del suo successo. Infatti, la prima- e più importante- regola per vincere è quella di portare a votare i propri elettori. Renzi c’è riuscito. Gli altri no.

    A Firenze hanno votato Pd oggi addirittura il 95% dei suoi vecchi elettori. E questo- sia detto per inciso- spiega anche lo straordinario successo di Dario Nardella, neo sindaco. Il tasso di fedeltà più basso si è registrato a Palermo – e non è una sorpresa- ma siamo sempre al 71%. Il confronto con gli altri partiti è impietoso. A Venezia il Pdl ha perso il 58% del suo elettorato verso l’astensione, a Palermo il 61%. Va meglio-si fa per dire- a Torino con il 35% e a Firenze con il 20%, ma perché qui la base di consensi era inferiore. Più o meno la stessa cosa è successa al M5s. A Venezia non sono tornati a votarlo il 25% di quelli che lo avevano scelto nel 2013, a Firenze il 38%, a Palermo il 45% e così via.

    Questo fenomeno va sotto il nome di astensionismo asimmetrico. Renzi avrebbe vinto anche solo grazie a questo fattore. Ma ha vinto ancora meglio perché è scattato un altro meccanismo. Per vincere – o per vincere bene- si devono conquistare nuovi elettori e non solo tenersi i vecchi. E qui si vedono i frutti della capacità di attrazione del premier. Come avevamo anticipato ieri, e come si vede nei dati di oggi nelle 5 città, il Pd ha pescato in misura variabile nell’elettorato di quasi tutti i partiti rivali. Ma, tra tutti, c’è un flusso che è particolarmente significativo, ed è quello che proviene da Scelta Civica. La vecchia formazione di Monti praticamente non esiste più. Una buona parte dei suoi elettori sono andati verso il Pd, ma molti non si sono recati alle urne. A Torino ha ceduto al partito di Renzi il 60% del suo elettorato del 2013 mentre un 15% è andato al partito di Alfano. In questa città il flusso verso l’astensione è minimo. Stessa cosa più o meno a Firenze. Ma non è così a Palermo. Qui oltre alle defezioni verso il Pd e il Ncd, si nota anche un flusso verso Forza Italia (11%) e verso l’astensione (14%). E così grazie a Scelta civica una quota di elettori moderati sono stati traghettati gradualmente verso il centro-sinistra, destinazione prima Monti e poi Pd. Ma senza Renzi non sarebbe successo.

    I flussi verso il Pd non si fermano qui. Agli elettori di Scelta civica vanno poi aggiunti anche quelli del M5s e di Fi. Sono passaggi di voto di entità più modesta, pare. Ma tutto fa brodo. Nel complesso sembra che il movimento di Grillo sia stato relativamente più ‘generoso’ nei confronti del partito di Renzi. A Firenze il 17% dei suoi vecchi elettori ha scelto il Pd, mentre ha fatto la stessa cosa il 12% degli elettori Pdl. A Torino i dati sono rispettivamente 12% e 9%. Da ultimo anche una parte degli elettori della Lega ha ‘tradito’ contribuendo a ingrossare le fila del Pd. A Torino il 12%, a Venezia addirittura il 36%, a Parma il 14%. Sono tutti questi rivoli che hanno portato Renzi ad uno storico 40,8%.

    Fig. 1 – Destinazioni degli elettorati delle Politiche 2013 alle Europee 2014

    Queste elezioni erano per Renzi un passaggio difficile e delicato che ha voluto affrontare senza nemmeno mettere il suo nome sulla scheda. Le europee sono elezioni rischiose per i grandi partiti e soprattutto per quelli di governo. Si è visto quello che è successo in quasi tutti i paesi della Unione, ad eccezione della Germania dove in realtà anche la Merkel ha preso meno voti rispetto alle scorse politiche.

    Adesso la sfida per Renzi è quella di consolidare questo successo. Se ci riesce, ci ricorderemo di queste elezioni come di una tappa importante verso la costruzione, intorno al Pd, di un nuovo blocco sociale e elettorale, tendenzialmente maggioritario. In questo Renzi è, tra l’altro, facilitato dal fattore tempo. Da qui al 2018 non ci sarà più un turno di elezioni a carattere nazionale. Infatti una volta c’erano le elezioni regionali. Chi non ricorda le dimissioni di D’Alema dopo il cattivo risultato per il centro-sinistra delle regionali del 2000? Ma allora la gran parte delle regioni andava al voto nello stesso giorno. Il prossimo anno non sarà così. A causa di vari scioglimenti anticipati ci sono ben 9 regioni in cui non si voterà il prossimo anno. Questo orizzonte temporale rappresenta una grande occasione per portare avanti un programma di governo di medio termine senza distrazioni elettorali. In un paese dove governare è molto difficile anche questo aiuta.

     

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 28 maggio 2014

     

  • Il Pd vince dappertutto, anche nel Nord-Est

    di Roberto D’Alimonte

    Quello del nuovo Pd di Renzi è, in valori percentuali, il terzo miglior risultato elettorale nella storia della Repubblica. Solo la Dc di De Gasperi nel 1948 e quella di Fanfani nel 1958 hanno fatto meglio. Dopo il 1958 nessun partito ha superato il 40% dei voti. Il Pd di oggi è arrivato al 40,8%. E’ il primo partito in tutte le province, con le sole eccezioni di Isernia (Fi), Sondrio (Lega) e Bolzano (Svp), Primo in 107 province su 110. Mai successo in tutta la storia della Repubblica, sia la Prima che la Seconda.

    Fig. 1 – Primo partito per provincia

    E’ diventato una forza nazionale con una presenza territoriale omogenea. Questa è la sua distribuzione di consensi nel paese: 41,1% nel Nord-Ovest, 39,1% nel Nord-Est, 52,5% nel Centro, 36% al Sud. Resta sovra-rappresentato nelle regioni della ex zona rossa (il Centro) e sotto-rappresentato al Sud, ma è diventato il primo partito anche nel Nord-Est. Anzi in questa zona, che comprende Lombardia, Veneto, Friuli V.G. e Trentino A.A. ha preso più voti da solo di quanti ne abbiano preso insieme tutti i partiti del centro-destra: 39,1% contro 35,3%. Non era mai successo prima. A confronto, sia Fi che il M5s sono partiti meridionali. Come si vede nella figura 2, Forza Italia ha raccolto il 47% dei suoi consensi al Sud e il M5s il 46%. Per il partito di Renzi il dato è il 34%. In termini di votanti il Sud pesa per il 39% sul totale dell’elettorato italiano. E’ chiara la sovra-rappresentazione del partito di Berlusconi e di quello di Grillo in questa area.

    Fig.2 – Composizione per zone geopolitiche dei diversi elettorati

    Ma il dato rivelatore è un altro. Nelle elezioni politiche dell’anno scorso hanno votato 35.348.709 di italiani. In queste europee sono stati 28.904.574. Sono quindi rimasti a casa quasi 6,5 milioni di elettori. Eppure il Pd di Renzi ha preso circa 2,5 milioni di voti in più. La affluenza va giù e il Pd va su. Il Pd di Bersani nel 2013 si era fermato a 8.644.187 voti, quello di Renzi è arrivato a 11.172.861. Giusto che si guardi alle percentuali, ma i valori assoluti sono altrettanto importanti. Nelle politiche del 2013 il Pd di Bersani aveva perso quasi 3,5 milioni di voti rispetto a quello di Veltroni del 2008. Adesso la tendenza si è invertita.

    Il 40,8% è quindi il risultato di due fenomeni concomitanti: l’aumento dei voti Pd in valore assoluto e la diminuzione dell’affluenza alle urne che è calata di quasi 17 punti percentuali, passando dal 75% delle politiche del 2013 al 59% di queste europee. Le percentuali di voto sono frazioni: se aumenta il numeratore e allo stesso tempo cala il denominatore, la percentuale di voto sale. Nel caso del Pd sarebbe bastato che Renzi avesse preso gli stessi voti di Bersani per avere una percentuale di voti più alta. Invece ne ha presi di più. Da qui il boom. E tutto questo è successo in un contesto elettorale che, come abbiamo scritto prima del voto, non era favorevole al Pd. Infatti nel resto d’Europa i partiti di governo sono andati male. Da noi è stato il contrario.

    Tra gli altri partiti solo la Lega può essere soddisfatta. Ha aumentato i suoi voti sia in percentuale che in valori assoluti, rispettivamente più 2,1 punti percentuali e più 300.000 voti. Per le altre formazioni le perdite sono significative. E’ vero che si trattava di europee e non di politiche, ma Pd e Lega hanno guadagnato e gli altri hanno perso. Tra gli altri le perdite più pesanti riguardano la coalizione di Monti e in particolare Scelta civica che nella sua versione europea ha preso solo 200.000 voti. Ma anche Forza Italia e il M5s hanno subito pesanti defezioni nell’ordine di milioni di elettori. Nonostante ciò, sia l’uno che l’altro restano forze significative nel panorama politico italiano. Nel caso di Forza Italia non vale solo il dato di questo partito. Facendo la somma di tutte le formazioni del centro-destra si arriva al 31%. Non è poco, viste le condizioni precarie di questo schieramento. Ed è comunque una percentuale sufficiente per andare ad un eventuale ballottaggio. Quanto al partito di Grillo ha preso più voti – in valore assoluto- del Fronte Nazionale in Francia e dell’ UKip in Gran Bretagna. Il M5s ha perso ma non è crollato.

    Come si è prodotto questo risultato? Solo l’analisi dei flussi potrà darci una risposta attendibile. Ma non la si può fare ora perché mancano i dati delle oltre 60.000 sezioni elettorali. Al momento si possono fare solo delle ipotesi. La più semplice e parsimoniosa è che la vittoria di Renzi sia il frutto di un mix di fattori. In primo luogo l’astensionismo che ha colpito più il centro-destra che il centro-sinistra e il M5s. Una cifra di 6 milioni e mezzo di elettori che hanno votato alle politiche e non hanno votato alle europee pesano sul risultato finale. In tante elezioni l’astensionismo asimmetrico è stato il fattore decisivo. Questa volta però c’è dell’altro.

    Il Pd di Renzi ha certamente conquistato nuovi consensi. Molti elettori della coalizione di Monti nel 2013 questa volta hanno votato Pd. Una parziale conferma di questo fenomeno ci viene da Torino, unica città dove è stato possibile calcolare i flussi. Il 50% degli elettori torinesi di Monti ha votato il partito di Renzi. Ma il Pd ha preso voti- in misura inferiore- sia dal M5s che da Fi. Un unico caso è troppo poco per arrivare a conclusioni certe. Ma è plausibile che la vecchia formazione di Monti abbia svolto un ruolo importante nel traghettare elettori moderati verso il centro-sinistra. E’ noto che i passaggi di voto diretti da uno schieramento all’altro sono stati un fenomeno limitato nella Seconda Repubblica. Scelta civica ha funzionato da ponte.

    Prima ci sono state le primarie. Adesso queste elezioni. Il nuovo Pd comincia a prender forma. Ma la strada è lunga. Di questi tempi i voti vanno e vengono. L’incertezza, la volubilità delle opinioni e dei comportamenti è il tratto saliente della politica italiana. Insieme alla rabbia e alla speranza. Fa bene Renzi a predicare prudenza e umiltà, anche nel momento del trionfo. Solo una efficace azione di governo coerente con gli obiettivi annunciati potrà consolidare il successo di oggi creando intorno al Pd e al suo leader un nuovo blocco sociale stabile. Ci vogliono le riforme. A cominciare da quelle istituzionali per rendere il paese finalmente più governabile, più giusto e più europeo.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 maggio 2014

  • L’integrazione nella UE risposta al populismo

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 18 maggio 2014

    Le elezioni europee sono sempre state elezioni un po’ particolari. Queste lo sono ancora di più.  La gente le sente come meno importanti di quelle nazionali. Si vota per un parlamento distante di cui si sa poco o niente. La posta in gioco è minore e si va meno a votare. A partire dal 1979 l’affluenza è sempre calata. Alle ultime elezioni del 2009 è stata il 43%, ma con rilevanti variazioni territoriali. Escludendo i paesi con voto obbligatorio (Belgio e Lussemburgo) si va dal massimo di Malta (79%) al minimo della Slovacchia (20%). L’Italia è sempre stata uno dei paesi in cui si è votato di più, il 65,1%  nel 2009. Ma il calo, a partire dal 1979, è stato costante anche da noi.

                La differenza tra quanto si vota alle politiche e quanto si vota alle europee è un altro dato che coglie bene il relativo disinteresse dei cittadini europei verso la competizione per il Parlamento di Strasburgo. Anche in questo caso gli andamenti sono molto diversi territorialmente. Mettendo a confronto l’affluenza alle europee del 2009 con quella alle ultime politiche tenutesi nei vari paesi (e sempre escludendo i paesi con voto obbligatorio)  si va da una differenza minima di 6 punti in Lettonia ad una massima di 39 punti in Svezia e Slovacchia. Tutto sommato- fino ad oggi- la differenza in Italia è stata modesta: 10 punti percentuali. In Germania è stata di 28 punti.

                Questo è il quadro storico della partecipazione al voto. Il 25 Maggio sarà la stessa cosa?  Sono due le novità che possono fare la differenza. (https://driventheatre.com) La prima è legata a quella norma del  Trattato di Lisbona che parla di un presidente della commissione nominato dal parlamento europeo su proposta del consiglio ‘tenuto conto del risultato delle elezioni europee’. Grazie ad una interpretazione estensiva di questa norma i maggiori partiti europei hanno nominato dei propri candidati alla presidenza della commissione. Così, per la prima volta i cittadini europei voteranno non solo per i propri rappresentanti nel Parlamento di Strasburgo ma anche per un candidato alla presidenza dell’esecutivo di Bruxelles. Quasi una elezione diretta. Peccato che pochi lo sappiano. Resta comunque una novità simbolicamente importante, per quanto controversa. Ma non cambierà molte le cose. Non questa volta almeno. Non è così invece per l’altra novità di queste elezioni. Sono le prime dopo la più grave crisi che la Comunità/Unione Europea abbia attraversato nella sua storia.

                Sono le crisi che producono il cambiamento, soprattutto quelle profonde e prolungate. E quella cominciata nel 2010 certamente lo è. Milioni di persone in tutti gli stati membri ne sono state toccate e sono state costrette a fare i conti con i costi e i benefici dell’appartenenza ad una comunità che prima della crisi era ancora una cosa vaga per i più. Oggi l’Euro e l’Unione sono diventati in molti paesi il tema centrale della campagna elettorale. Da questo punto di vista queste sono le prime vere elezioni europee. Lo sono perché l’Europa è diventata una linea di divisione tra i partiti, tra quelli che difendono le ragioni dell’Euro e dell’Unione e quelli che invece sono scettici o addirittura contrari all’uno e all’altra.

                Partiti populisti, euroscettici o eurofobi sono presenti in quasi tutti i paesi europei. Dove più e dove meno. Non c’è da meravigliarsi se avranno successo. Soprattutto in alcuni paesi. Tra questi in particolare in Gran Bretagna, dove lo UKIP di Lafarge è dato addirittura davanti a Laburisti e Conservatori, in Francia e in Italia.  La rabbia, il disincanto, la paura ne alimentano l’appeal. Giocano a loro favore molti fattori. La crisi economica è uno. Ma c’è anche il fatto che queste sono elezioni in cui, proprio perché la posta in gioco non è il governo nazionale, gli elettori si sentono più liberi di votare in modo diverso, più liberi di punire i partiti maggiori, e soprattutto quelli al governo, e di premiare i partiti più radicali e anti-sistema. Anche Il meccanismo elettorale proporzionale li favorisce.

                Il successo relativo di questi partiti domina il dibattitto sui media, ma in realtà non è un grave rischio di per sé. Anzi, la loro presenza, dando voce alla protesta, servirà a dar vigore al discorso sull’Europa e alla fine a legittimare maggiormente le istituzioni e le politiche dell’Unione. E’ finito il tempo del consenso acritico. E’ giusto che l’Europa non sia più un fatto scontato. I partiti europeisti saranno costretti a chiarire il loro messaggio e a difendere le ragioni dell’integrazione.

                Il vero rischio è che si faccia una lettura distorta del risultato del 25 maggio. E allora è essenziale che tutti tengano ben presente che non è affatto vero che l’idea di una Europa unita sia cosa del passato. Su questo i dati degli ultimi sondaggi dell’Eurobarometro sono molto istruttivi. Nonostante cinque anni di crisi profonda e lacerante, nemmeno l’Euro ha perso il sostegno della maggioranza dei cittadini europei. Questo è vero addirittura in Grecia. Ma ciò che colpisce di più è la convinzione che per affrontare la crisi e la sfida della globalizzazione non si possa più contare sui vecchi stati nazionali. Una convinzione che  è assolutamente maggioritaria e diffusa in maniera omogenea in tutti i paesi della UE. Su questo tema praticamente scompaiono le differenze tra paesi. Ed è la stessa convinzione che spiega il sostegno a una maggiore integrazione nei campi della politica di difesa e di sicurezza oltre che della politica estera.

                Per questo non sorprende che il sentimento di cittadinanza europea sia più diffuso di quanto molti credono. Certo, ci sono differenze importanti tra paesi su questa dimensione. La crisi pesa. Nei paesi più colpiti, come l’Italia, la Grecia, Cipro è un sentimento minoritario. I cittadini di questi paesi sono allineati, ma per ragioni diverse, agli inglesi nel sentirsi meno europei degli altri. E questo deve far riflettere. Non era così una volta. Ma nel complesso il quadro non è negativo. Non si può dire che sia in crisi l’idea di un destino comune dei popoli europei. E’ in crisi il messaggio sul come perseguirlo. Con quali politiche e con quali obiettivi.  Al messaggio nichilista dei partiti populisti, euroscettici e eurofobi si deve contrapporre con forza quello dei partiti convinti che l’Europa se non sarà una non sarà niente.

  • L’ex Cavaliere indebolito ma ancora indispensabile

    di Roberto D’Alimonte
    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 8 maggio 2014

    Quello che è successo Martedì in commissione affari costituzionali del Senato è emblematico. Sulla carta il governo aveva i numeri per fare passare il suo testo per la riforma del bicameralismo paritario senza dover ricorrere ai voti dell’opposizione. Infatti sul totale dei 29 membri della commissione 15 appartengono a partiti della maggioranza di governo. Per la precisione, i 15 sono così divisi: 9 del Pd, 3 del Ncd, 1 Popolare per l’Italia (Mauro), 1 di Scelta Civica, 1 del gruppo delle autonomie (il senatore Palermo, eletto a Bolzano). All’opposizione ci sono 4 senatori del M5s, 2 della Lega Nord (tra cui Calderoli), 5 di Forza Italia, 1 di Sel e il senatore Campanella, fuoriuscito dal M5s e ora nel gruppo misto. Nella votazione sull’ordine del giorno Calderoli, che di fatto tendeva a stravolgere l’impianto della riforma voluto da Renzi, doveva finire 15 a 14 a favore del governo. E invece il governo è stato battuto perché tutte le opposizioni hanno votato contro, compresi i senatori di Forza Italia, e la maggioranza si è divisa, con Mineo del Pd (gruppo Civati) che si è assentato e Mauro dei Popolari per l’Italia che ha votato a favore della proposta di Calderoli.
    Quello che è successo dopo lo ha raccontato Berlusconi in persona quando durante la conferenza stampa di ieri per la presentazione del dipartimento cultura di Forza Italia ha dichiarato pubblicamente di avere subito “una forte pressione per dire che era importante votare il testo base”, per non essere accusati di interrompere la collaborazione con il governo Renzi. E così, in una secondo round, con i voti di Forza Italia il testo del governo è stato approvato e il treno della riforma costituzionale è tornato sui binari giusti dopo aver rischiato di deragliare paurosamente. Certo, resta in piedi il pasticcio di un ordine del giorno che dice una cosa e un testo base che ne dice una altra molto diversa, ma verrà trovato il modo di risolvere la questione sul piano procedurale. Quello che conta è che la discussione in commissione avverrà sulla base del modello di riforma proposto dal governo e non su un modello completamente diverso.
    La proposta di Calderoli è stata una mossa abile fatta da chi conosce bene gli umori del parlamento oltre che le sue procedure. Dentro c’era di tutto: dalla diminuzione del numero dei deputati al rafforzamento del ruolo delle regioni e soprattutto l’elezione diretta di una parte consistente dei nuovi senatori. Questo ultimo era l’elemento su cui il senatore della Lega puntava per spaccare il gruppo del Pd in commissione, visto che tra i suoi membri la maggioranza non è vicina al premier e non è insensibile ai richiami della proposta Chiti, che prevedeva anche essa un Senato elettivo. A Calderoli alla fine non è andata bene. Meglio così. Se l’avesse spuntata tutto sarebbe tornato in discussione con conseguenze difficili da prevedere. Renzi ha ragione quando dice che è stato fatto un passo importante.
    Questa vicenda è comunque illuminante sotto molti aspetti. Al Senato la fragilità della maggioranza di governo è tale che senza il sostegno di Forza Italia Renzi non può fare le riforme che ha messo in cantiere. Questo è un fatto. Già sull’Italicum alla Camera si erano viste le prime avvisaglie del tipo di guerriglia parlamentare in cui rischia di impantanarsi il governo. Al Senato è peggio perché qui il sistema elettorale non ha ingrossato la rappresentanza del Pd, come invece è avvenuto alla Camera. A Palazzo Madama i numeri sono quelli che sono, sia in commissione che in aula. Chi aveva ancora dei dubbi sulla validità della scelta di Renzi di cercare la collaborazione di Berlusconi per fare le riforme istituzionali dovrà ricredersi. Il premier ci ha visto bene. E’ bastata la defezione di Mauro, esponente di un minuscolo partito della maggioranza, per rischiare di bloccare tutto. La esiguità della maggioranza esalta il potere di ricatto di chiunque ne faccia parte. Questa volta Renzi può consolarsi che gli esponenti del suo partito in commissione non hanno defezionato, a parte Mineo. Ma in futuro? Cosa potrebbe succedere sugli altri passaggi della riforma del Senato senza poter contare su una maggioranza allargata a Fi? Per non parlare dell’Italicum che prima o poi dovrà essere discusso a Palazzo Madama e su cui esistono forti riserve da parte di settori consistenti del Pd , e non solo.
    Ma l’appoggio di Fi non è gratuito. Perché i suoi senatori in commissione hanno inizialmente votato un ordine del giorno che era palesemente in contrasto con il patto del Nazareno? E’ vero che il testo del governo comprende elementi che esulano da quell’accordo. Ma sono elementi marginali e sui quali Renzi era, ed è, pronto ad accettare modifiche. Sono le modifiche che nei prossimi giorni saranno presentate al testo base. Si poteva approvare quel testo già in prima battuta. E invece Fi si è schierata inizialmente a favore di una proposta che non c’entra nulla con il patto del Nazareno. Perché? Secondo Calderoli non si voleva dare a Renzi un trofeo da sbandierare in campagna elettorale. Ed è certamente così. Ma si voleva anche dimostrare pubblicamente la dipendenza di Renzi dal sostegno di Fi. Per quanto indebolito Berlusconi resta ancora un attore necessario in questa fase della politica italiana. Martedì scorso ce lo ha ricordato.

  • Per i futuri senatori resti l’elezione indiretta

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 4 maggio 2014

    Come verrà eletto il nuovo Senato delle autonomie?  Fino alla settimana scorsa alla domanda si poteva rispondere sulla base della proposta presentata dal governo Renzi il 31 Marzo scorso . Adesso non più perché dopo i contatti dentro e fuori la maggioranza di governo il premier ha deciso di accettare delle modifiche. Non è una sorpresa. Il pragmatismo di Renzi è una delle sue virtù.  Di queste modifiche però non si conosce ancora il contenuto. Circolano voci. E’ pericoloso commentare solo delle voci ma qualche volta vale la pena di farlo per mettere in guardia lettori e decisori da tentazioni mal riposte.

                Una di queste voci riguarda la composizione del futuro Senato delle autonomie. Come è noto, il modello originale è basato su una doppia parità: quella tra le regioni e quella tra i rappresentanti regionali (presidenti e consiglieri) e quelli delle autonomie locali (sindaci). A parte il Trentino Alto Adige che per ragioni ignote dovrebbe avere 8 senatori tutte le altre regioni ne hanno 6.  Come avevamo scritto su questo giornale tempo fa (13 Aprile) la parità tra le regioni non regge. Nel nostro caso non ha senso che Valle d’Aosta e Lombardia  abbiano gli stessi senatori. L’altra parità – quella tra i rappresentanti delle regioni e quelli dei comuni- è un pallino del premier, Non è uno scandalo,  ma neanche questo è un elemento necessario del modello. E lo stesso vale per la nomina presidenziale di 21 esponenti della società civile. Sono troppi ed è giusto che il loro numero sia ridotto. Se- come pare- ci saranno modifiche su questi aspetti non cambieranno la sostanza delle cose. Anzi la miglioreranno.

                Quello che invece preoccupa, tra le voci che circolano, è che il nuovo Senato non sarebbe più eletto dai presidenti di regione, consiglieri regionali e dai sindaci.

     Si parla infatti di una elezione dei futuri senatori contestuale a quella dei consiglieri regionali.  In questo caso gli elettori chiamati alle urne per l’elezione dei presidenti delle giunte regionali e dei consigli voterebbero anche per i senatori spettanti alla regione. In altre parole sarebbero gli elettori a scegliere i senatori e non i consigli regionali. Sui  rappresentanti dei comuni non si sa nulla.

                Diciamolo chiaramente: questa modalità di elezione dei futuri senatori viola il  principio della elezione indiretta. Sarebbero i cittadini a scegliere i senatori e non i consigli regionali. (https://norvado.com/) Suona bene, ma è sbagliato. E non è quello per cui Renzi si è battuto fino ad oggi. Ci azzardiamo ad immaginare che più o meno il meccanismo funzionerebbe in questo modo.  Il giorno delle elezioni regionali i cittadini sarebbero chiamati a esprimere il loro voto per uno dei candidati alla presidenza della regione , per una lista di consiglieri a lui collegata che faranno i consiglieri regionali e per una lista di consiglieri che in realtà saranno destinati a fare i senatori. Non sarà facile conciliare tutto ciò sul piano tecnico ma conoscendo la fantasia di Calderoli in materia una qualche soluzione sarà trovata.

                Il punto vero è politico. Un sistema così congegnato non è né carne nè pesce o, come direbbe Sartori,  non è né un cane né un gatto. Sarebbe un ‘cangatto’.  Ma in realtà se il cane è l’elezione diretta sarebbe più un cane che un gatto. Si potrebbe dire un finto ‘cangatto’. E’ vero che l’elezione dei senatori non avverrebbe in una unica tornata elettorale, visto che le regioni votano in tempi diversi , ma questa differenza è marginale. Quello che conta è che i futuri rappresentanti delle regioni nel nuovo Senato sarebbero eletti direttamente e sarebbero senatori a tempo pieno. Che poi si dica che le loro indennità verrebbero pagate dalle regioni fa sorridere. Da chi prendono i soldi le regioni per pagarle?  Questo per dire che con questa modifica non solo salta il principio della elezione indiretta ma anche quello della riduzione dei costi della politica.

                E’ solo una voce. E forse è una voce infondata. In questo caso ci scusiamo con i decisori e soprattutto con i lettori per aver sollevato un problema inesistente. Ma su certe cose è meglio parlare prima piuttosto che lamentarsi dopo. Questa è una di quelle.

     

  • Lombardia come Valle d’Aosta. Il limite del Senato “renziano”

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 13 aprile 2014

    Nella riforma del Senato proposta dal governo c’è molto di buono e altro che si presta a una riflessione critica. Fermo restando che la nuova assemblea non debba essere eletta direttamente (Sole24Ore del 3 Aprile),  sulla sua composizione si può e- a nostro avviso- si deve discutere. Il progetto attuale prevede che ci siano 61 membri di provenienza regionale e 61 di provenienza  comunale. A questi rappresentanti di comuni e regioni si aggiungono 21 membri scelti dal capo dello Stato tra cittadini ‘che abbiano illustrato la Patria per altissimi meriti’, oltre agli ex presidenti della Repubblica e agli attuali senatori a vita che sono 5 in tutto. Il totale fa 148. Ma non è il totale che conta ma la sua distribuzione. Prescindendo dai 21 membri non politici la rappresentanza del nuovo Senato sarebbe equamente divisa tra regioni e comuni. E questo è un punto su cui si deve riflettere. L’altro è la rappresentanza paritaria delle regioni.

                Cominciamo da questo ultimo aspetto. A ogni regione spettano 6 senatori. Solo al Trentino Alto Adige – e non è giusto- ne spettano 8. I 6 senatori sono così distribuiti : il presidente della regione, due consiglieri regionali e tre sindaci tra cui  il sindaco del comune capoluogo di regione. Il totale fa 122 (61 più 61). Data la nostra forma di stato, che la Valle d’Aosta con i suoi 127.844 abitanti debba avere gli stessi rappresentanti della Lombardia che ne ha 9.794.525 è una incongruenza. La parità ha una sua ratio in uno stato federale. E’ così negli USA. La California con i suoi 38 milioni di abitanti elegge due senatori come il Wyoming che ne ha 580.000. Ma gli Usa sono appunto uno stato federale. Noi no.

                Ma nemmeno in Germania, che pure è uno stato federale, i Lander hanno gli stessi rappresentanti nel Bundesrat, la camera alta. La tabella 1 in pagina mostra la sua attuale composizione. Come si vede i Lander con meno di 2 milioni di abitanti hanno 3 rappresentanti, quelli tra i 2 e i 6 ne hanno 4, l’Assia ne ha 5 e quelli sopra i 7 ne hanno 6.  La rappresentanza non è perfettamente proporzionale alla popolazione ma il peso dei Lander comunque varia. Non si vede perché il nostro paese, che non è uno stato federale, debba ispirarsi al modello Usa e non a quello tedesco.

                Una diversa composizione del nuovo Senato più rispettosa dei pesi delle diverse regioni non tocca i paletti ritenuti da Renzi non negoziabili. In pagina sono presentate diverse proposte. La tabella 2 mostra come sarebbe il nuovo Senato se fosse formato esattamente come il Bundesrat.  Ma questa è solo una delle possibili ipotesi. Un altro modo di procedere è quello di assegnare a ciascuna regione un numero fisso di senatori e poi aggiungerne una quota variabile in funzione della popolazione. Sia la quota fissa che quella variabile possono essere di grandezza diversa. In questo campo non esistono numeri magici.

                Nella tabella 3 la quota fissa è di 5 seggi e quella variabile è pari a un seggio ogni milione di abitanti. Il totale fa 149. La regione più piccola, la Valle D’Aosta, avrebbe 5 seggi  mentre quella più grande, la Lombardia, ne avrebbe 14. Se questo divario fosse ritenuto eccessivo si potrebbe aumentare la quota fissa oppure fissare un tetto alla quota variabile. Al contrario se invece fosse ritenuto troppo piccolo si potrebbe ridurre la quota fissa da 5 a 4 oppure a 3 con il risultato aggiuntivo di diminuire il numero dei componenti della assemblea. Una altra variante possibile è quella di assegnare i seggi aggiuntivi con una formula diversa da quella di un seggio ogni milione di abitanti. Questo è quello che si è fatto nella tabella 4. In questa ipotesi la quota fissa è pari a 3 seggi mentre quella variabile funziona ‘alla tedesca’.

                Una volta fissato il numero di senatori spettanti a ciascuna regione resta in piedi la scelta se regioni e comuni debbano essere rappresentati in misura paritaria. In Germania sono i Lander, e non i comuni (a parte città-stato come Amburgo e Brema), a essere rappresentati nel Bundesrat. E la stessa cosa vale nella maggior parte dei paesi. E’ raro che i sindaci facciano parte della camera alta. Ma l’Italia vanta una tradizione municipale che in molti casi non esiste altrove. E il nostro presidente del consiglio è giustamente molto affezionato a questa tradizione. Che nel nuovo Senato ci siano dei sindaci non è una cattiva idea ma che questi debbano essere in numero pari ai rappresentanti delle regioni è materia di discussione. Per approfondire questo punto però non si può solo parlare di  composizione della nuova assemblea, ma occorre riflettere anche sulle  sue funzioni. Le due cose non sono indipendenti.  Su questo ci sarà modo di tornare.

  • Con la revisione del Senato l’Italia si allinea ai paesi UE

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 3 aprile 2014

                I paesi della Europa Occidentale che appartengono alla Unione Europea sono 15 (oltre l’Italia), compresi i piccolissimi Lussemburgo e Malta. In 7 la seconda camera non esiste. Vale a dire, in Finlandia, Danimarca, Svezia, Grecia, Lussemburgo e Malta il Parlamento è monocamerale. Negli altri 8 paesi  solo in Spagna la seconda camera è in gran parte elettiva. Questi sono i banalissimi dati da cui qualunque persona di buon senso dovrebbe partire per giudicare la proposta di riforma del Senato approvata l’altro ieri dal consiglio dei ministri . E invece no. L’idea di un senato non eletto direttamente dai cittadini suscita scandalo. Si arriva a parlare di svolta autoritaria. Lo stesso presidente del Senato è sceso in campo a difesa di una elezione diretta dei senatori che nel resto dell’ Europa occidentale esiste in un unico caso.

                In realtà la proposta di Renzi rappresenta una soluzione moderata. Solo alla luce dell’immobilismo degli ultimi trenta anni  può apparire come una riforma rivoluzionaria.  Se il presidente del consiglio avesse voluto innovare radicalmente avrebbe dovuto puntare non solo al superamento del bicameralismo paritario ma alla abolizione stessa del Senato. Ma non è così. Anche se c’è chi parla di abolizione del Senato il fatto è che la riforma verte sulla trasformazione dell’attuale Senato. Avremo sempre un parlamento bicamerale ma con una Camera dei deputati sovraordinata all’altra.  Nel nostro contesto si tratta comunque di un grande passo avanti. L’Italia non sarà come la Svezia, ma piuttosto come la Germania.

                In Germania i membri del Bundesrat sono nominati dai governi dei lander. Ogni lander ha un numero di rappresentanti proporzionale alla popolazione. Solo il Bundestag dà la fiducia al governo. Il Bundesrat però ha un potere di veto (assoluto o sospensivo) sulle materie legislative che toccano le prerogative dei Lander, soprattutto in materia finanziaria. Inoltre per l’approvazione delle riforme costituzionali serve la maggioranza dei due terzi dei suoi membri.

                Rispetto a questo modello la proposta di Renzi presenta analogie e differenze. Nel nuovo Senato non ci saranno solo i rappresentanti delle regioni ma anche quelli dei comuni , nonché 21 senatori nominati dal capo dello Stato. Come nel caso del Bundesrat il nuovo Senato non darà la fiducia al Governo. Quanto alle sue competenze saranno molto rilevanti in tema di riforme costituzionali. In questo ambito i suoi poteri saranno uguali a quelli della Camera dei deputati. Non è cosa da poco. Sulle altre materie, soprattutto su quelle di interesse delle autonomie territoriali, potrà fare proposte ma l’ultima parola spetterà alla Camera che in certi casi potrà far valere la sua volontà solo con la maggioranza assoluta.

                Negli altri tre grandi paesi dell’Europa Occidentale l’elezione diretta esiste solo in Spagna. Ma nemmeno in questo paese si può parlare di una camera alta con poteri rilevanti nonostante il fatto che la maggioranza dei suoi membri siano eletti dai cittadini.

    E lo stesso vale anche per Gran Bretagna e Francia. Così come per Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, Austria. Per trovare una camera alta con poteri simili al nostro attuale Senato bisogna andare negli USA o in Giappone. Il modello europeo è quello del monocameralismo o del bicameralismo asimmetrico.

                In sintesi, la riforma in discussione da noi non si discosta dalla realtà degli altri paesi europei, grandi e piccoli. Né si tratta di una proposta blindata il pragmatismo di Renzi  è tale per cui una volta fissati i punti non negoziabili sul resto è plausibile che il Parlamento possa intervenire con modifiche mirate sia sulla composizione che sulle competenze del nuovo Senato. Alla fine del percorso quello che conta è che la nuova assemblea abbia le quattro caratteristiche più volte ripetute da Renzi : (1) non sia eletto direttamente dai cittadini; (2) i suoi membri non percepiscano  nessuna indennità;  (3) non dia la fiducia al governo (che dovrà ottenerla dunque solo dalla Camera); (4) non abbia voce in capitolo sul bilancio dello Stato. Tutte cose assolutamente ragionevoli e lungamente attese. Tanto ragionevoli e tanto attese che forse questa volta vedranno la luce nonostante l’accanito conservatorismo provinciale di molti parlamentari e di altrettanti intellettuali. Ma non sarà facile visti i numeri. Per questo il ricorso alle urne, anche con il sistema elettorale della Consulta, è una opzione da mettere sul tavolo per non finire nella palude.

  • Alternanza dei sessi in lista compromesso ragionevole

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 9 marzo 2014

    Sulla presenza delle donne in Parlamento l’Italia ha fatto negli ultimi anni notevoli progressi. Nel primo Parlamento della Seconda Repubblica deputate e senatrici erano complessivamente  meno del 13% del totale degli eletti. Nelle elezioni del 2008 la percentuale è salita al 20%. Il balzo significativo è stato fatto alle ultime elezioni, quelle del 2013. Tra Camera e Senato oggi le donne sono circa il 31%.  Questa è una media che nasconde percentuali molto diverse tra partito e partito. Nel caso del Pd e del M5s la percentuale è il 38, mentre è del 19% nell’area che faceva capo al defunto Pdl.

    In prospettiva comparata il 31% italiano non è molto ma nemmeno tanto poco. In nessun paese europeo è stata raggiunta la parità.  Nemmeno in Svezia.  La situazione italiana è migliore di quella della Francia e della Gran Bretagna, ma peggiore di quella dell’Olanda e della Spagna. Nel resto del mondo il quadro è molto variabile. Negli Usa le donne nella Camera dei rappresentanti  sono solo il 18% del totale. La media a livello mondiale è del 21%.  Questa percentuale sale al 22% tenendo conto solo di quei paesi in cui ci sono quote previste dalla Costituzione, dalle leggi elettorali o dagli statuti dei partiti. Solo in Rwanda le donne superano il 50% degli eletti.

    Le attuali norme dell’Italicum non favoriscono la rappresentanza femminile. Sono tre.  A livello di  ciascuna circoscrizione-regione, i partiti sono tenuti a  presentare liste che comprendono il 50% di candidati di ciascun sesso. A livello dei singoli collegi i candidati appartenenti allo stesso sesso non possono essere più dei due terzi rispetto ai seggi da assegnare. In lista non possono essere elencati consecutivamente più di due candidati dello stesso sesso. Con queste regole un congruo numero di donne può arrivare in Parlamento solo se i partiti cui appartengono decidono di candidarle al primo o al secondo posto della lista. Infatti, dato che saranno pochi i collegi in cui un partito potrà vincere tre seggi è chiaro che candidare due uomini nei primi due posti  vuol dire escludere automaticamente la terza candidata donna.

    E’ comprensibile quindi che alla Camera siano stati presentati diversi emendamenti tendenti a rendere più vincolante la formazione delle liste e più facile l’elezione di deputate e senatrici. Queste modifiche sono di due tipi. Nel primo caso si vorrebbe obbligare i partiti a mettere al primo posto in lista, a livello regionale,  il 50% di uomini e il 50% di donne. Questa è una soluzione radicale che farebbe dell’Italia un caso unico al mondo. Naturalmente esistono soluzioni intermedie ma negoziare su percentuali di sicuri eletti non è semplice.

    L’altra soluzione è forse più fattibile. Prevede  l’alternanza in lista tra uomini e donne. Anche questo emendamento è osteggiato da Forza Italia. Ma qui Berlusconi e Verdini sbagliano. Accettare l’alternanza uomo-donna lascerebbe comunque ai partiti una ampia libertà nella formazione delle liste. Infatti, per come funzionerà l’Italicum,  una donna collocata al secondo posto  può sperare di essere eletta solo se in quel collegio il suo partito conquisterà un secondo seggio. Quanti saranno i collegi in cui ciò si verificherà ?  Dipenderà naturalmente dal risultato elettorale ma anche dal come verranno disegnati i collegi. Questa ultima decisione non è ancora stata presa. Ma è plausibile ipotizzare che potrebbero essere un numero sufficiente per garantire  una congrua rappresentanza femminile senza vincolare troppo rigidamente  le scelte dei partiti. Per questo motivo l’alternanza tra i sessi è un compromesso ragionevole.

    Resta una ultima osservazione da fare. Sono pochissimi i paesi europei che prevedono quote di genere fissate per legge. Nella stragrande maggioranza dei paesi, compresi quelli scandinavi, la promozione della rappresentanza femminile passa per un sistema di quote fissate volontariamente dai partiti. In Italia alcuni partiti lo prevedono già. Altri no.

  • Italicum dimezzato, rischio governabilità

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 5 marzo 2014

    Alla fine l’ha spuntata chi non vuole che la riforma elettorale si faccia ora. Questo è il senso di quanto sta succedendo in queste ore in parlamento. Il nuovo sistema elettorale – l’Italicum- verrebbe approvato solo per le elezioni della Camera. In attesa che si faccia la riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo paritario resterebbe in vigore per l’ elezione dei senatori il sistema di voto uscito dalla sentenza della Consulta. Proprio un bel pasticcio. In questo modo, se si dovesse tornare a votare prima che la riforma del Senato fosse fatta voteremmo con l’Italicum – che è un sistema maggioritario -per la Camera e con un sistema proporzionale per il  Senato. Anzi, alla Camera ci sarebbe anche il ballottaggio. E al Senato naturalmente no.

                Il bello è che questa soluzione è stata proposta da coloro che si oppongono alla approvazione dell’Italicum per entrambi i rami del parlamento in nome della governabilità. Infatti l’argomento utilizzato per mettere i bastoni tra le ruote a Renzi  è che un sistema elettorale a due turni potrebbe produrre maggioranze diverse tra Camera e Senato. Quindi meglio lasciare l’Italicum alla Camera e il  proporzionale della Consulta al Senato. Come se questa soluzione non presentasse esattamente lo stesso rischio di ingovernabilità. Anzi, mentre nel primo caso il rischio è potenziale, nel caso è certo. Infatti è vero che sulla carta l’Italicum potrebbe produrre due diverse maggioranze, ma le probabilità di questo esito non sono elevate. Mentre votando con l’Italicum ci sarebbe un vincitore certo alla Camera e certamente nessun vincitore al Senato. Cioè si riprodurrebbe esattamente la stessa situazione creatasi con le elezioni dello scorso Febbraio.

                E’ così evidente la debolezza di questo argomento che non ci vuol molto a capire che la vera ragione di questa manovra parlamentare è quella di non dare a Renzi un sistema elettorale con cui puntare alle elezioni anticipate a suo piacimento.  Renzi ha promesso ai parlamentari di durare fino al 2018. I parlamentari vogliono essere sicuri che mantenga la promessa. Tutto qui. Per loro questa  è ovviamente  una promessa che vale. Ma quanto vale? Qualche giorno fa abbiamo scritto che vale fino a quando non ci sarà una nuova legge elettorale. Fino ad allora avranno una arma potente per frenare l’esuberanza del premier perché con l’attuale sistema di voto non può ricorrere alle urne per cercare quella legittimazione popolare che gli serve per fare quello che veramente vuole. Infatti tornare a votare con il sistema della Consulta vuol dire non risolvere nulla.  Ma adesso sappiamo che non potrà tornare a votare nemmeno con la ‘sua’ legge elettorale perché sarà approvata solo a metà. Quindi è inutilizzabile. Fare una nuova legge elettorale solo per la Camera significa non fare la riforma elettorale. Nuove elezioni diventeranno possibili solo con la riforma del Senato. Quando?  Chi può dirlo?

                E allora perché Renzi ha accettato questo compromesso?   Risposta difficile. Forse ha capito di non avere i voti per far passare la riforma. Di fronte all’ eventualità di uno scacco ha preferito incassare l’approvazione di un Italicum dimezzato per poter dire che comunque una riforma – per quanto parziale- è stata fatta. Meglio metà riforma che nessuna riforma. E’ una spiegazione  coerente con il pragmatismo dell’uomo. Una altra possibile spiegazione è che in fondo a lui avere o non avere un sistema elettorale pronto all’uso interessa poco. La sfida vera è quella di fare le riforme, di realizzare il cambiamento che la gente si aspetta. L’aver rassicurato i parlamentari, rinunciando alla pistola del nuovo sistema elettorale, forse gli consentirà di lavorare meglio con loro. Sono due spiegazioni plausibili e non mutualmente esclusive. Intanto nell’attesa di vedere se la seconda sarà quella buona ci teniamo il pasticcio dell’Italicum dimezzato

  • Pigliaru vince con il porcellum versione regionale

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 19 febbraio 2014

    Renzi è più fortunato di Veltroni. Cinque anni fa nello stesso giorno in cui Renzi ha ricevuto l’incarico per la formazione del nuovo governo. Veltroni si è dimesso da segretario del Pd dopo la sconfitta di Soru nelle elezioni regionali in Sardegna. Quelle dimissioni affossarono, l’dea del Nuovo Pd a vocazione maggioritaria. La storia della sinistra prese una altra strada che l’ ha portata alla drammatica sconfitta del 2013.  Per una strana coincidenza il cammino del Nuovo Pd riprende dall’isola dove si era interrotto 5 anni fa.

                Sarà una strada in salita. Francesco Pigliaru ha vinto ma il suo Pd che pure è risultato il maggior partito dell’isola ha preso solo il 22,1% dei voti, pari a 150.492 elettori. Nelle  regionali perse da Soru nel 2009 ne aveva ottenuti il 24,7% , mentre il Pd di Veltroni nelle politiche del 2008 era arrivato al 36,2%. Ha vinto per la debolezza degli avversari, quelli presenti e quelli assenti. Ha contato l’assenteismo con un calo di ben 15 punti percentuali rispetto alle precedenti regionali. Solo il  52% degli elettori si è recato alle urne. In Basilicata qualche mese erano stati  meno, il 48%.  E’ un segnale chiaro del clima di sfiducia e di distacco. Questa volta non compensato dalla presenza di un partito di protesta come il M5s che qui ha disertato le urne.

                L’analisi dei flussi elettorali ci dirà su chi ha pesato di più l’astensionismo. Il sospetto è che anche questa volta abbia colpito di più il centrodestra. Fi, che è il secondo partito ha ottenuto il 18,5% pari a 126.327 elettori. Ne aveva il doppio nel 2009.  Insieme Pd e Fi hanno preso circa la metà dei voti che avevano nelle regionali precedenti e il 35% in meno rispetto alle politiche dell’anno scorso. Da soli non hanno la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio. Questo descrive bene lo stato di debolezza dei grandi partiti e la condizione di fragilità del sistema politico.  Dopo Pd e Fi non ci sono che liste minuscole, la più grande delle quali ha preso il 7,6% dei voti.  Addirittura 21 liste hanno ottenuto meno del 3%. La stessa frammentazione si riscontra a livello di seggi. Sono 18 le liste con seggi. Di queste 9 hanno preso meno del 3% dei voti. Una lista ha avuto un seggio con lo 0,7%.  Forse una soglia di sbarramento anche per i partiti coalizzati non sarebbe stata una cattiva idea. Ma la via italiana alla governabilità passa per lasciar spazio alla frammentazione nei consigli, ma costringendo i tanti partiti dentro maxi- coalizioni. La coalizione di Pigliaru ne comprende 11, quella di Cappellacci 7. Tutti hanno ottenuto almeno un seggio.

                Con una frammentazione del genere se la forma di governo regionale fosse di tipo parlamentare la Sardegna sarebbe ingovernabile. Invece gli elettori sardi hanno avuto la possibilità di votare direttamente il presidente della giunta. In questa competizione che è di tipo maggioritario la frammentazione si è ridotta drasticamente. I candidati dei due partiti maggiori si sono aggiudicati l’ 82,2% dei voti e Pigliaru con il suo 42,4% si è aggiudicato un premio di maggioranza che ha consentito alla sua coalizione di arrivare al  60% dei seggi, 36 su 60. Sarebbero stati il 55% se non avesse superato il 40% dei voti.  Così elezione diretta e premio consentono a chi vota di scegliere chi governa e a chi governa di avere la maggioranza per poterlo fare.  Il prezzo da pagare è la personalizzazione della politica che supplisce alla assenza di grandi partiti.

                Ma le regole non possono fare miracoli. Pigliaru si trova a governare con una coalizione, che per quanto formatasi prima del voto e quindi legittimata dalle urne, è pur sempre una coalizione con ben 11 liste. A suo vantaggio gioca la forza che gli deriva dalla elezione diretta. Tanto più che nel suo caso non gli sono bastati i voti delle liste per vincere. Le sue liste hanno raccolto infatti 289.573 voti contro i 299.349 mila di Cappellacci. Sono stati gli elettori che hanno votato lui , ma non per una delle sue liste, a garantirgli il successo. La differenza tra i voti a lui e quelli alle sue liste è positiva (24.000 in più)  mentre per Cappellaci è negativa (7.000 in meno).  Alla fine la persona ha fatto la differenza, ma non sarebbe successo senza un sistema elettorale che è una versione regionale del porcellum nazionale bocciato dalla Consulta. In Sardegna un candidato che prende il 25% dei voti può arrivare, grazie al premio, al 55% dei seggi. Trenta punti di premio sono tanti. Sono costituzionali?  Oppure il sistema viola il principio dell’uguaglianza del voto in uscita?  Intanto è grazie al premio che Pigliaru riuscirà a governare. A livello nazionale, quando l’Italicum verrà approvato, sarà la stessa cosa. Ma lì non c’è l’elezione diretta. E questo fa una bella differenza.