Autore: Roberto D’Alimonte

  • Lo statuto del Pd, una corsa a ostacoli

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 ore del 19 novembre 2013

    Lo statuto del Pd è una cosa molto complicata. Anche gli addetti ai lavori fanno fatica a capire cosa sta succedendo. Figuriamoci i cittadini.  Da giorni i giornali danno le cifre della competizione tra i quattro candidati che si sono presentati per la segreteria del partito  ma chi veramente conosce il significato di questi numeri ?  Non è da questi numeri che verrà fuori il nuovo segretario nazionale del PD né la composizione del massimo organo dirigente del partito che è l’assemblea nazionale. Tutto questo verrà deciso  dalle primarie aperte che si svolgeranno l’ 8 dicembre. Ma intanto i contendenti si sono fronteggiati in una gara che apparentemente non ha una vera posta in palio. Solo apparentemente però.

    In questo momento il Pd è alle prese con uno dei passaggi di un percorso logorante fissato dallo statuto e che non finirà nemmeno l’ 8 dicembre ma che andrà avanti fino alla prossima primavera. Questo percorso è iniziato con il voto nei circoli per la nomina dei segretari dei circoli, segretari cittadini e di federazione da parte degli iscritti. Questa fase si è conclusa qualche giorno fa. Poi si è aperta la fase attuale che ha visto ancora come protagonisti i circoli e gli iscritti.  In questa fase si dovevano selezionare i candidati alla segreteria nazionale che si contenderanno la carica nelle primarie dell’  8 Dicembre. Ne sono stati ammessi tre. Pittella non ce l’ha fatta. Ma in ogni caso ciò che veramente contava in questa fase non è se siano tre o quattro i candidati ammessi . La vera e unica posta in palio era il primato all’interno del partito.

    Renzi ha preso più voti di Cuperlo, 46,7 % contro 38,4 % . Con questa vittoria può rivendicare da oggi di essere il candidato preferito dagli iscritti di un partito in cui tanti fino a qualche mese fa lo consideravano un alieno . Per lui, che è il candidato favorito per la vittoria finale, questo è un fatto che non si può sottovalutare. Ha conquistato il Pd da dentro. E’ questo che spiega la durezza dello scontro e le ripetute battute polemiche tra lui e D’Alema. Questo esito non era affatto scontato. Dai dati al momento disponibili sembra che la vittoria del sindaco di Firenze sia non solo netta ma anche ben distribuita su tutto il territorio nazionale. Non c’è dubbio che questo successo rappresenta un viatico molto importante in vista delle prossime primarie. Prima del 25 Febbraio che Renzi potesse prevalere contro il vecchio apparato era una cosa impensabile. E questo la dice lunga su quanto abbia pesato quella sconfitta elettorale nel cambiare lo scenario politico dentro il Pd e fuori.

    I conti definitivi però si faranno solo alla fine del percorso statutario. Infatti l’ 8 dicembre non si sceglierà solo il segretario ma verranno eletti anche i componenti della assemblea nazionale che a sua volta eleggerà la direzione nazionale. I seggi saranno ripartiti tra le liste collegate ai candidati con metodo proporzionale. Sia l’assemblea che la direzione sono organi pletorici ma con poteri rilevanti. E’ l’assemblea che deve decidere su eventuali modifiche dello statuto ed è la direzione nazionale che deve approvare le liste di candidati alle prossime elezioni politiche. Solo se Renzi vincerà bene a dicembre controllerà veramente il partito. E a questo proposito non potrà nemmeno trascurare l’ultima fase di questo lungo percorso, quella in cui verranno scelti con le primarie aperte i segretari regionali. Questo avverrà nella primavera 2014. A quel punto, e solo allora, si potrà fare un bilancio complessivo. Ma per Renzi la vittoria di oggi è un tassello importante. Non si potrà più dire che è il candidato che viene da Marte.

  • Voto col Mattarellum? Niente vincitori

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 ore del 17 novembre 2013

    L’ennesima scissione nella politica italiana non solo complicherà la vita del governo ma anche le prospettive della riforma elettorale. Con la formazione del partito di Alfano si accrescono le fila di coloro che vorrebbero il ritorno al proporzionale visto che anche il nuovo partito intende collocarsi al centro della politica italiana sperando di diventare l’ago della bilancia tra destra e sinistra. Invece in questi giorni si è tornato a parlare di ritorno al mattarellum, che è cosa ben diversa da quella che servirebbe in questo momento a Alfano e Casini.

    Se alle ultime politiche si fosse votato con il mattarellum quale sarebbe stato il risultato ? A questa domanda non si può rispondere con assoluta certezza. Infatti l’espressione del voto non è indipendente dalle regole con cui si vota. Se si cambia il sistema elettorale cambia anche il comportamento degli elettori. Questo succede perché le regole elettorali influenzano la competizione tra i partiti e il rapporto tra partiti e elettori. Quindi utilizzare i risultati di una elezione con un dato sistema elettorale per simulare i risultati della stessa elezione con un altro sistema elettorale è una operazione che va presa con molta cautela.  E’ comunque un esercizio utile perché consente di analizzare i possibili effetti di diversi sistemi elettorali.

    Ciò premesso, vediamo cosa sarebbe successo a Febbraio se al posto del porcellum ci fosse stato il mattarellum.  Ricordiamo che quest’ ultimo  è un sistema in cui il 75 % dei seggi vengono assegnati in collegi uninominali a un turno e il 25 % con formula proporzionale. Come si vede nella prima tabella in pagina, con questo sistema alla Camera non avrebbe vinto nessuno, perché nessuno avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi (316). Esattamente quello che è successo con il porcellum a causa della lotteria dei premi regionali del Senato. L’altro risultato interessante è che la coalizione di Berlusconi avrebbe avuto più seggi (259) di quella di Bersani (234). La spiegazione del primo risultato sta nel successo del partito di Grillo: 74 seggi uninominali e 121 seggi totali. Con un sistema di collegi uninominali a un turno se i terzi poli hanno abbastanza voti possono riuscire a ottenere seggi. A certe condizioni possono prenderne addirittura tanti da rendere impossibile che uno degli avversari maggiori possa arrivare alla maggioranza assoluta.  Recentemente è successo anche in Gran Bretagna, la patria dei collegi uninominali a un turno. E il partito di Cameron ha dovuto per la prima volta dalla fine della guerra rassegnarsi a fare una coalizione con i liberal democratici  Con i liberali, non con il M5s o con il Pdl  Questa è la differenza con l’Italia.

    A dire il vero, il collegio uninominale a un turno nella maggiore parte dei casi rende la vita molto difficile ai terzi poli. Ma il caso inglese non è unico.  Quando i due maggiori partiti si indeboliscono, quando la protesta anti-establishment prende piede, quando si allentano i legami elettorali e crescono disaffezione e volatilità un terzo polo ben costruito può farcela a rompere lo schema bipolare. Ed è quello che è successo alle ultime elezioni con il M5s.  E’ successo con il porcellum, ma potrebbe succedere anche con il mattarellum. La Lega Nord nel 1996 ci andò vicino. Con il suo 10,8 % dei voti vinse in 39 collegi alla Camera. Pochi seggi in più e Prodi non avrebbe avuto la maggioranza. Non così il Patto per l’Italia nel 1994 perché il suo 15,6 % distribuito a pioggia in tutto il paese, e non concentrato in alcune zone come nel caso della Lega, non fu sufficiente a battere la concorrenza dello schieramento di sinistra e di quello di Berlusconi. (https://uniforumtz.com/)

    Una possibile, e legittima obiezione, che si può fare alla nostra simulazione è che con il mattarellum la sinistra, anche nel 2013, avrebbe preso più voti e quindi più seggi uninominali grazie al suo miglior rendimento nei collegi. E’ un fatto che sia nelle elezioni del 1996 che in quelle del 2001 la coalizione di Berlusconi  prese più voti alla Camera nella parte proporzionale (le liste di partito) che nella parte maggioritaria (i candidati nei collegi), mentre per la sinistra fu il contrario.  In media questa perdita fu di 3.5 punti percentuali. Senza questo fattore Berlusconi avrebbe vinto le elezioni del 1996 e si sarebbe avvicinato alla maggioranza dei due terzi dei seggi in quelle del 2001. Questa fu la vera ragione che convinse il Cavaliere a fare la riforma elettorale nel 2005. Fu un errore perché senza il porcellum avrebbe probabilmente vinto le elezioni del 2006. Ma questa è una altra storia.

    Proprio per tener conto di questo fattore che a suo tempo definimmo come  il cattivo rendimento coalizionale della destra abbiamo voluto fare una altra simulazione togliendo , collegio per collegio, ai voti presi dalla coalizione di  Berlusconi nel 2013 quei 3,5 punti persi nel passato. I voti tolti a Berlusconi sono stati distribuiti agli altri partiti e verso l’astensione in proporzione al loro peso. Come si vede, nemmeno in questo caso lo scorso Febbraio ci sarebbe stato un vincitore.  La differenza è che la coalizione di Bersani avrebbe preso più seggi (272) di quella di Berlusconi (194).

    In conclusione, in un contesto tripolare un sistema elettorale con collegi uninominali a un turno non garantisce una maggioranza assoluta dei seggi a nessuno. Tanto più che nel caso del mattarellum  il 25 % di quota proporzionale e lo scorporo (di cui non abbiamo tenuto conto nelle simulazioni) attenuano l’effetto maggioritario rendendo ancora meno probabile un esito decisivo. Solo il premio di maggioranza con il doppio turno può garantire in maniera accettabile che il partito o la coalizione più votati abbiano la maggioranza assoluta dei seggi. Nemmeno un sistema di collegi uninominali a due turni come in Francia può farlo. Ma è certamente vero che un tale sistema aumenterebbe le probabilità di un esito maggioritario.

    Detto questo, è anche vero però che l’offerta politica può fare la differenza. Questo è vero sempre, ma lo è ancor più con un sistema maggioritario. Basterebbero pochi voti in più a Bersani nella nostra seconda simulazione per dare alla sinistra la maggioranza assoluta. Anzi, l’ offerta politica ‘giusta’  potrebbe dare al vincente una maggioranza assoluta di seggi ben più alta di quella del porcellum. Con l’attuale sistema al massimo si può avere il 54 % dei seggi. Con il mattarellum, nelle mani di chi lo sappia sfruttare appieno, questa percentuale potrebbe essere molto più alta. Con buona pace di chi vuole modificare ora il porcellum perché potrebbe distorcere troppo la rappresentanza con il suo premio senza soglia.

    Simulazione   sui 474 collegi della Mattarella, Camera dei deputati

    Berlusconi Bersani Grillo

    Monti

    Totale

    Seggi Maggioritari

    Nord-Ovest

    17

    21

    12

    50

    Nord-Est

    81

    44

    4

    129

    ex Zona   rossa

    1

    71

    8

    80

    Sud

    113

    52

    50

    215

    Italia

    212

    188

    74

    474

    Seggi Totali

    Nord-Ovest

    20

    27

    18

    3

    68

    Nord-Est

    98

    55

    14

    5

    172

    ex Zona   rossa

    6

    80

    15

    2

    103

    Sud

    135

    72

    74

    5

    286

    Italia

    259

    234

    121

    15

    629

     

     

    Simulazione   sui 474 collegi della Mattarella con correzione (1), Camera dei deputati

    Berlusconi Bersani Grillo Monti Totale

    Seggi Maggioritari

    Nord-Ovest

    12

    22

    16

    50

    Nord-Est

    62

    57

    10

    129

    ex Zona   rossa

    1

    71

    8

    80

    Sud

    72

    76

    67

    215

    Italia

    147

    226

    101

    474

    Seggi Totali

    Nord-Ovest

    15

    28

    22

    3

    68

    Nord-Est

    79

    68

    20

    5

    172

    ex Zona   rossa

    6

    80

    15

    2

    103

    Sud

    94

    96

    91

    5

    286

    Italia

    194

    272

    148

    15

    629

    Note: è escluso il collegio valdostano; Nord Ovest = Piemonte e   Liguria; Nord Est: Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia   Giulia; ex Zona Rossa = Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria; Sud = le   altre regioni
    (1) alla coalizione di Berlusconi sono stati sottratti 3 punti e   mezzo in ogni collegio, riassegnati agli altri partiti in proporzione al loro   peso elettorale (astensione inclusa)
    Fonte: Cise – Centro italiano studi elettorali – cise.luiss.it

    Nota metodologica

    Le simulazioni sono state ottenute grazie ai dati elettorali di tutte le circa 60.000 sezioni in cui si è votato alle ultime politiche per l’ elezione della Camera dei deputati. I dati sono stati proiettati sui 474 collegi uninominali della legge Mattarella. Ringraziamo la Camera e in particolare il suo vice-presidente, on. Luigi Di Maio,   per la disponibilità di questi dati.

  • Tra Mattarellum e proporzionale rischio ingovernabilità

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 7 ottobre 2013

    Superato lo scoglio della fiducia è ricominciato il balletto sulla riforma elettorale. E’ curioso che sia considerata una questione urgente ora che il pericolo di elezioni anticipate si è allontanato. Certo, non si puoi mai dire. L’unica cosa sicura è che non si voterà entro la fine dell’anno. Ma nessuno può garantire che non si voti nella primavera del 2014 invece che nel 2015. In questa ottica forse ha senso che si metta a posto lo strumento di voto nel caso che serva prima del tempo. Il problema è cosa fare. A parole tutti rifiutano l’idea che si possa  utilizzare di nuovo il cosiddetto porcellum. In realtà dietro le dichiarazioni di facciata c’è ancora chi pensa che sia meglio per ora non cambiare nulla. Ma a favore della riforma giocano due fattori. Uno è il presidente Napolitano che più volte ha ribadito con forza la necessità di una modifica del premio di maggioranza  in modo tale che con pochi voti non si possa ottenere troppi seggi, come è successo lo scorso  Febbraio alla Camera. L’altro fattore è rappresentato dalla corte costituzionale che è stata chiamata in causa su diversi aspetti dell’attuale legge , tra cui la legittimità del premio.

    Però, per quanto autorevoli siano presidenza della repubblica e corte costituzionale non è detto che il loro intervento sia sufficiente a sbloccare la situazione. Né l’uno né l’altra si possono sostituire al parlamento, cioè ai partiti. Neanche la corte ha questo potere.  Cosa potrebbe fare?  Abolire il premio di maggioranza introducendo di fatto un sistema proporzionale al posto dell’attuale?  Oppure introdurre una soglia per far scattare il premio?  Che soglia?  Per la corte è una decisione impossibile da prendere. Per questo l’ipotesi più probabile è che si limiti ad un altro monito solenne per spronare la classe politica ad agire. Altro non può fare. La riforma elettorale è una decisione eminentemente politica e deve essere presa nelle sedi competenti.

    La commissione affari costituzionali del Senato ha già cominciato ad occuparsene. Non esiste ancora un testo base ma solo numerose proposte che si possono sintetizzare in  tre opzioni alternative:  il ripristino della legge Mattarella (con correzioni), il doppio turno di lista con premio di maggioranza e la Mattarella rivista con premio di governabilità.

    In passato abbiamo sempre escluso la possibilità che la Mattarella potesse essere resuscitata a causa della opposizione della destra ai collegi uninominali.  Con tutto quello che è successo in questi giorni le cose potrebbero cambiare. Alfano e Quagliariello forse sono più disponibili di Berlusconi e Verdini a ipotesi che prevedano la resurrezione dei collegi. La Lega Nord ha già dato la sua adesione al ritorno della Mattarella. Bisognerà vedere cosa ne pensa il M5s. Il difetto sistemico di questa proposta è che non è affatto detto che, data la frammentazione esistente, le elezioni producano un vincitore con una maggioranza di seggi. La seconda opzione riguarda un sistema di voto proposto da tempo sulle pagine di questo giornale. Invece di assegnare il premio, come ora, in un turno solo lo si assegna in due turni. In questo modo  verrebbe corretto il maggior difetto del cosiddetto porcellum.  La terza opzione è stata presentata di recente da Mario Monti. Il 50% dei seggi verrebbe assegnato in collegi uninominali con la formula della maggioranza relativa, l’altro 50% con formula proporzionale. Se nessuna lista arriva al 55% dei seggi nelle due camere le due liste più votate si contendono al ballottaggio il premio di governabilità a meno che una lista non abbia superato il 42% dei voti. In questo caso il premio verrebbe assegnato già al primo turno.

    A loro modo sono tutte proposte valide, ma tutte si scontrano con un problema che in tempi brevi è irrisolvibile. Come si può fare una legge elettorale che funzioni bene sia alla Camera che al Senato senza riformare la Costituzione superando il bicameralismo paritario o quanto meno concedendo il voto ai diciottenni? E’ da anni che andiamo dicendo che per vari motivi la riforma del Senato è una priorità assoluta. Uno di questi motivi è che i profondi mutamenti nel  comportamento di voto degli italiani hanno aumentato notevolmente la probabilità di maggioranze diverse nelle due camere. A questo proposito nulla si è fatto nemmeno per dare il voto ai diciottenni. Una riforma condivisa da tutti.

    E così siamo ancora qui alle prese con il problema che il voto produca pasticci. Nessuna delle proposte citate dà alcuna garanzia che questo non avvenga . Solo con un sistema proporzionale esiti elettorali diversi nelle due camere sarebbero meno problematici, ma al prezzo di rendere le elezioni irrilevanti ai fini della formazione del governo e lasciare tutto nelle mani dei partiti.  Sotto, sotto è quello che molti vogliono. Il rischio è che con la confusione che regna riescano a spuntarla. E allora addio governabilità. Ma c’è dell’altro. Sia la legge Mattarella che la Calderoli hanno introdotto sistemi elettorali mal disegnati. Siamo sicuri che non accadrà di nuovo vista  l’approssimazione con cui si sta procedendo?  Né  può rassicurarci l’idea che la riforma in gestazione introdurrà un sistema elettorale transitorio in attesa delle riforme costituzionali. In materia di regole di voto modificare lo status quo non è facile, come vedremo nelle prossime settimane.

  • Elezioni in Germania: la Merkel non salva i liberali e si costringe alla grosse Koalition

    di Roberto D’Alimonte

    Un esito molto simile a quello delle recenti elezioni tedesche è successo anche da noi nel 1994. In quella tornata elettorale al Senato la coalizione di destra non ottenne per un soffio la maggioranza assoluta dei seggi. Per la precisione si fermò al 49,6%. Per Berlusconi però non fu un problema. Un gruppo di volenterosi senatori eletti nelle file del Patto per l’Italia (tra questo il più noto era Giulio Tremonti) si trasferirono armi e bagagli dentro Forza Italia e il Cavaliere ottenne tranquillamente il voto di fiducia. Di simili trasmigrazioni è piena la storia della Seconda Repubblica. Trasmigrazioni bipartisan. Di volta in volta ne hanno beneficiato sia la destra che la sinistra, a seconda degli esiti elettorali spesso precari. In Germania non sarà così. A Angela Merkel mancano solo  5 seggi per governare da sola. Li cercherà facendo una coalizione con i verdi o con i socialdemocratici. La seconda soluzione è più probabile della prima. E sarebbe la terza grande coalizione della recente storia tedesca. La seconda negli ultimi quindici anni. Eppure da noi c’è ancora chi pensa che si possa importare il modello tedesco per assicurare maggiore stabilità e funzionalità dei governi. Come se le grandi coalizioni potessero funzionare da noi come funzionano in Germania.

    Come abbiamo già scritto su questo giornale il bipolarismo si è inceppato in Germania a partire dal 2005. L’esito delle elezioni del 2009 lo aveva resuscitato. Ora è di nuovo in crisi. Ma questa volta le cose avrebbero potuto anche andare diversamente. Infatti, il risultato di queste elezioni ha un lato oscuro. Bastava uno 0,2 di voti in più per i liberali della Fdp perché fosse oggi possibile mettere insieme la stessa coalizione e lo stesso governo uscenti. Con quel piccolo 0,2 la Fdp avrebbe superato la soglia di sbarramento del 5% e avrebbe avuto una percentuale di seggi tale da consentire alla Merkel di arrivare con loro alla maggioranza assoluta. Altre volte nel passato la Cdu aveva aiutato i liberali invitando una parte dei propri elettori a votare i candidati della Cdu nei collegi e le liste della Fdp nella arena proporzionale. Perché questa volta il partito della Merkel, pur sapendo che i liberali rischiavano di restare fuori dal Bundestag, ha fatto esplicitamente una campagna elettorale contro il voto diviso?

    Tab. 1 – Come sarebbe cambiata la composizione del Bundestag se la Cdu avesse rinuciato a qualcuno dei suoi voti per fare superare la soglia ai Fdp.

    Certo, il voto diviso avrebbe avuto un costo per la Cdu sia in termini di voti e ancor più in termini di seggi. Il 5% di seggi eventualmente ottenuto dalla Fdp sarebbe stato sottratto a tutti i partiti e in particolare ai maggiori. Con i liberali sopra la soglia di sbarramento la Cdu non avrebbe oggi il 49,4% dei seggi, ma in cambio potrebbe fare il governo con loro, come si vede nella tabella in pagina. Anche se la Fdp fosse arrivata al 7% a spese della Cdu sarebbe stato possibile per le due formazioni fare un governo insieme. Insomma, il beneficio derivante da un aiuto ai liberali sembra maggiore del costo. Nel passato il calcolo è sempre stato valutato in questo modo. Non questa volta. Perché? L’unica spiegazione razionale è che la Merkel non volesse rifare il governo con i liberali e preferisse la ripetizione della grande coalizione che aveva già sperimentato nel 2005. Con il vantaggio aggiuntivo rispetto ad allora di avere un peso molto maggiore. A quell’epoca infatti Cdu-Csu e Spd erano quasi alla pari: 36,8% di seggi per i primi, 36,2% per i secondi. Oggi i pesi sono ben diversi e la cosa era chiara già dai sondaggi. D’altronde, ci sono molti buoni motivi a sostegno di questa scelta.

    Se questa erano le reali intenzioni della Merkel ci è mancato poco che il progetto andasse in fumo. La ‘colpa’ sarebbe stata della soglia di sbarramento. Questo è l’elemento chiave del sistema elettorale tedesco. Quando ci sono molti partiti che restano sotto la soglia il sistema produce una distorsione tra voti e seggi che è tanto più forte quanto più alta è la percentuale di voti dispersi. In queste elezioni la percentuale di voti sotto la soglia è stata la più alta degli ultimi 50 anni. Sono stati per l’esattezza il 15,8%. In precedenza la cifra più alta si era registrata nel 1990 con l’ 8%. Di questo fenomeno hanno beneficiato tutti i partiti che hanno superato il 5%. E’ questo il principale motivo per cui la Cdu-Csu ha avuto il 49,4% dei seggi con il 41,5% dei voti, e la Spd si ritrova con il 30,5% dei seggi con il 25,7% di voti. Con un po’ più di disproporzionalità la Cdu-Csu avrebbe ottenuto quei 5 seggi che le mancano per arrivare alla maggioranza assoluta. Forse alla Merkel non avrebbe fatto piacere.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 settembre

  • Renzi come Blair: vince perché il popolo del Pd è stanco di perdere

    di Roberto D’Alimonte          

     La democrazia è come il sesso. Non si insegna a scuola. Milioni di uomini e di donne sono lasciati soli a apprendere quali sono le sue regole. Certo, ci sono i partiti. Ma nemmeno loro hanno interesse o la capacità di svolgere questo compito. Quando va bene parlano della costituzione e dei suoi valori. Ma una cosa sono i valori su cui si fonda un regime democratico e una altra cosa è il suo funzionamento. E così la democrazia si impara per strada nelle discussioni tra gli amici, dalla lettura dei giornali, dalla TV, da internet e soprattutto dall’esito delle elezioni. Elezione dopo elezione, sconfitta dopo sconfitta la gente arriva a capire che per vincere occorre rispettare certe regole. Primo, devi andare a votare anche quando il tuo candidato preferito non è in campo. Secondo, devi avere più voti degli altri e se questi voti non ce li hai devi andare a cercarli anche a costo di qualche compromesso. Sembrano regole banali ma non lo sono affatto. Questo è quello che hanno capito milioni di elettori di sinistra la sera delle ultime elezioni, il 25 Febbraio 2013. Quella sera è morto il vecchio Pd. E si è spianata la strada della segreteria per Matteo Renzi.

    E’ un film già visto. Le regole della democrazia non valgono solo in Italia. Mutatis mutandis, in Gran Bretagna è successa la stessa cosa tra il 1979 e il 1997. Il vecchio Labour è arrivato al capolinea il 9 Aprile 1992 quando non riuscì a vincere nemmeno dopo l’uscita di scena della Thatcher. Era la quarta sconfitta consecutiva. Finalmente i suoi militanti e elettori hanno fatto i conti con la realtà. Hanno capito che erano una minoranza che per tornare a vincere doveva allargare i suoi confini rinnovandosi. Questo è stato il ruolo di Blair. Detta così sembra facile ma non lo è stato per niente. Ci sono voluti quasi venti anni per apprendere la lezione.

    Nel corso degli ultimi venti anni la sinistra italiana ha vinto solo una volta, nel 1996, e solo perché la destra era divisa. Nel 2001 e nel 2008 ha perso nettamente. Nel 2006 e nel 2013 non ha vinto. Nel frattempo ha continuato a perdere voti. Alle ultime elezioni la coalizione di Bersani si è fermata al 29 %, meno di Veltroni e addirittura di Occhetto (Tabella). Questa è la realtà nuda e cruda. Eppure ci sono voluti 20 anni per capire che la sinistra, così come si è organizzata dal 1989 a oggi, non ha i voti per vincere, se la destra non le dà una mano.

    Per più di due decenni dentro il Pd ci si è cullati nella illusione che si potesse vincere senza cambiare, o cambiando il minimo indispensabile. Questa illusione è stata violentemente cancellata dal disastro del 25 Febbraio. La sera di quel Lunedì milioni di persone sono rimaste con il fiato sospeso e le dita incrociate mentre assistevano increduli alla rimonta di Berlusconi nello spoglio dei voti alla Camera. Alla fine il Cavaliere non ce l’ha fatta a superare Bersani. Ma solo per 125.0000 voti. Quella che doveva essere per la sinistra una vittoria netta si è ridotta a un misero vantaggio dello 0,4 % dei voti. La stessa cosa era successa sette anni prima con Prodi.

    Quel restare incollati alla TV per ore a vedere quel piccolo margine assottigliarsi sempre di più è stata una dura lezione sul funzionamento della democrazia. Non sarà dimenticata facilmente. Il Pd di Bersani non è riuscito a sconfiggere nemmeno un Berlusconi dimezzato. Dal 2008 il Cavaliere ha continuato a perdere pezzi e alla fine gli è rimasta vicina solo una Lega allo sbando. E nemmeno in questo contesto così favorevole la vecchia sinistra è riuscita a vincere. E’ stato un trauma. Per di più aggravato dalle vicende successive.

    E’ allora che, prima inconsciamente e poi sempre più consapevolmente, Il popolo di sinistra ha finalmente deciso di voler vincere e che per farlo doveva accettare Renzi. Entrambe le cose non sono scontate. La voglia di vincere non è un assioma. Ci sono ancora tanti elettori di sinistra che pur di non vincere con Renzi preferiscono perdere. E ce ne sono altri che ancora pensano di poter vincere senza Renzi. Ma la maggioranza oggi è arrivata alla conclusione, per convinzione o per rassegnazione, che Renzi sia la carta da giocare alle prossime elezioni. Ed è vero. Tutti i dati dicono inequivocabilmente che Renzi è l’unico candidato del Pd che può allargare i confini della sinistra andando a prendersi i voti sia tra gli incerti e i delusi sia tra coloro che a Febbraio hanno votato Grillo o Berlusconi. E’ l’unico. Perfino i vecchi militanti del PCI lo hanno capito. Per questo affollano le feste del partito per andare a sentire quello che una volta era il marziano e oggi sembra essere diventato il salvatore.

    Solo così si può spiegare quello che fino a pochi mesi fa era assolutamente impensabile: Renzi segretario del Pd. Il nuovo Pd. Quanto nuovo si vedrà. Intanto, a pensarci bene, la cosa è così straordinaria che fa sorridere. Improvvisamente, invece di dover conquistare il partito dall’esterno con il rischio di spaccarlo, Renzi ne diventerà probabilmente il segretario, e non solo il candidato-premier, dall’interno con il consenso di buona parte dell’apparato. Che poi riesca a fare la rivoluzione che ha annunciato e di cui l’Italia ha bisogno è tutto da vedere. Molti ci credono. La voglia di novità, di voltar pagina è tanta. Da tempo è così. Prima Berlusconi e più di recente Grillo ne sono stati i beneficiari. Adesso tocca a Renzi. Molti sono pronti a dargli una chance. Questo è il bello della democrazia. I leader si provano. Se non funzionano si cambiano.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’8 settembre

  • Il doppio turno di coalizione non assicura la maggioranza

    di Roberto D’Alimonte

    Recentemente Gianfranco Pasquino ha rivendicato i meriti di una sua vecchia proposta di riforma elettorale presentata negli anni 80. Il ‘modello Pasquino’ prevede una camera di 500 deputati. Al primo turno vengono assegnati 400 seggi con sistema proporzionale in circoscrizioni elettorali relativamente piccole. I restanti 100 seggi vengono assegnati in un secondo turno. Settantacinque vanno al partito o alla coalizione con più voti, a condizione che ne ottenga almeno il 40 %, mentre 25 seggi vengono assegnati a chi arriva secondo. Al secondo turno possono partecipare tutti i partiti o le coalizioni che presentano un programma di governo e indicano in maniera vincolante un candidato primo ministro e un candidato vice-primo ministro.

    Se questo fosse stato il sistema elettorale in vigore per le ultime elezioni politiche quale sarebbe stato il risultato alla Camera? Ci saremmo trovati nelle stesse condizioni in cui ci troviamo ora a causa del pasticcio del Senato. In altre parole senza maggioranza chiara. Ipotizzando una camera di 500 deputati, e ammesso che o la coalizione di destra o quella di sinistra avessero ottenuto il 40 % dei voti al secondo turno (ipotesi ardita), sia l’una che l’altra avrebbero avuto circa 200 seggi complessivi, cioè il 40 %. Solo se ci fosse stata una elevata percentuale di voti dispersi e quindi si fosse prodotta una fortissima distorsione nella distribuzione dei seggi al primo turno la coalizione più forte avrebbe potuto superare la soglia del 40 % dei seggi totali, ma senza riuscire ad arrivare al 50 %.

    Se invece si fosse utilizzato il doppio turno di lista proposto su questo giornale le elezioni di Febbraio avrebbero prodotto con certezza un governo con una maggioranza assoluta di seggi. Questa è la differenza, che a Pasquino sfugge, tra il suo doppio turno e il doppio turno di lista. Nel ‘modello Pasquino’ non è affatto detto che i 75 seggi di premio assegnati a chi ottiene più voti al secondo turno siano sufficienti a creare una maggioranza. Nel contesto attuale il suo premio è in realtà un premietto annegato in un proporzionale che genera ingovernabilità. Tra l’altro, se nessuna forza politica raggiungesse il 40 % dei voti al secondo turno i 75 seggi di premio verrebbero distribuiti proporzionalmente. Un esito ancora più probabile data la previsione di un secondo turno aperto praticamente a tutti e non solo ai due partiti o coalizioni con più voti al primo turno. Poi ci sono i paradossi. Se già al primo turno dovesse emergere una coalizione con la maggioranza assoluta di seggi, questa maggioranza diventerebbe al secondo turno una super maggioranza. Peggio ancora. Potrebbe anche accadere che un partito o una coalizione che ottiene la maggioranza dei seggi al primo turno ottenga meno voti di una altra coalizione al secondo turno.

    Il doppio turno di lista non ha questi difetti. E’ un sistema semplice. Soprattutto è un sistema ‘majority assuring’. Assicura sempre e comunque una maggioranza. Può essere applicato secondo due diverse modalità. Nel primo caso se un partito o una coalizione arriva al 40 % dei voti ( o qualcosa di più) ottiene un premio che la porta al 55 % dei seggi. In questo caso non c’è secondo turno. Se invece nessuno arriva al 40 % i primi due partiti o coalizioni vanno al ballottaggio. Nel secondo caso si va al ballottaggio tra i primi due se al primo turno nessuno arriva al 50 % dei voti. Con questo sistema un vincitore c’è sempre e la sera delle elezioni si sa chi fa il governo. E il vincitore sarebbe legittimato dal fatto di aver ricevuto o il 40 % dei voti o addirittura il 50 %.

    In breve, non basta parlare di doppio turno di coalizione. Ci sono doppi turni e doppi turni. Non si possono confrontare mele e pere. Quella di Pasquino è una mela, il doppio di turno di lista è una pera. Inoltre quando si propongono certe riforme elettorali occorre tener ben conto dei contesti. Non si possono mettere sul tappeto modelli diversi come se fossero intercambiabili. Non esistono sistemi buoni per tutti i contesti e tutte le stagioni. In questo momento storico, tra i sistemi elettorali con qualche possibilità di essere approvati, il doppio turno di lista è quello più adatto per conciliare rappresentanza e governabilità. Naturalmente ci sono problemi. Uno è che per essere efficace dovrebbe essere abbinato ad una riforma del Senato che semmai vedrà la luce non sarà certamente in tempi brevi. E finché questo non avverrà correremo sempre il rischio di maggioranze diverse nelle due camere. Il secondo problema è che il doppio turno di lista, essendo un sistema che dà sempre un vincitore, potrebbe non essere gradito a chi invece preferisce che un vincitore non ci sia.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del primo settembre

  • Le sorti del Cavaliere ipotecano la riforma elettorale

    di Roberto D’Alimonte

    Prima o poi il Senato voterà sulla decadenza di Berlusconi da senatore. A essere precisi il Cavaliere potrebbe evitare il voto dimettendosi. Ma oggi non sembra proprio essere questa la sua intenzione. Sulla carta non dovrebbero esserci dubbi sull’esito del voto, visto che a favore della decadenza esiste una netta maggioranza. A quel punto Berlusconi darà seguito alla sua minaccia di far cadere il governo? (www.tgigreek.com)

    Non è certo, ma è altamente probabile, anche se è una mossa che potrebbe non giovargli affatto. Se questo accadrà si aprirà una crisi di governo dagli esiti imprevedibili.
    Il capo dello Stato ha ribadito più volte di ritenere la riforma elettorale una priorità. Ma che possibilità esistono di approvare un nuovo sistema di voto in uno scenario così confuso? Ragioniamo su due possibili ipotesi. La prima è che, nonostante tutto, il governo non cada e che Pd e Pdl cerchino un accordo su una riforma “ponte” che vada incontro alle preoccupazioni del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale. Ma quale riforma può venir fuori da un accordo in punta di possibili elezioni anticipate? Dipenderà dai sondaggi. Ma non solo. Conteranno anche le idiosincrasie dei due maggiori partiti. La tenace avversione del Pdl nei confronti del collegio uninominale elimina dal novero delle opzioni possibili sia la resurrezione della legge Mattarella sia l’introduzione del doppio turno francese. In campo restano i sistemi proporzionali con o senza premio di maggioranza e prima di tutto la correzione del cosiddetto Porcellum.

    Come è noto da tempo, i problemi dell’attuale sistema di voto sono due: un premio che può risultare eccessivo perché viene assegnato indipendentemente dai voti presi dal primo arrivato e le liste bloccate. La soluzione al secondo problema è semplice e si chiama voto di preferenza. Berlusconi non lo ama, ma potrebbe accettarlo se la riforma complessiva fosse di suo gradimento. La correzione del premio è invece molto più complicata. E qui conteranno i sondaggi. Come abbiamo scritto anche recentemente (Sole 24 Ore dell’11 Agosto) il premio di maggioranza andrebbe assegnato con il doppio turno se nessuno ottiene al primo turno almeno il 40% dei voti. È un meccanismo semplice e efficace. Ma è anche un modo per far sì che il voto dia sempre e comunque una maggioranza di seggi a un partito o una coalizione. Lo stesso meccanismo dovrebbe essere previsto per il Senato sostituendo i 17 premi regionali con un unico premio nazionale. Dopodiché si dovrà incrociare le dita sperando che i due corpi elettorali diversi non producano risultati diversi tra le due Camere.

    È difficile che una destra con un leader dimezzato accetti una riforma del genere. A parte la sua storica idiosincrasia per il doppio turno, se i sondaggi la daranno per sicura perdente non vorrà un sistema elettorale che produrrà un sicuro vincente. È più probabile invece che punti ad una soluzione per cui se nessuno arriva al 40% dei voti il premio non viene assegnato oppure viene assegnato un premietto che non garantisce la maggioranza assoluta dei seggi. Questa riforma risolverebbe il problema della incostituzionalità del Porcellum, ma ne creerebbe un altro. Se il sistema politico rimane tripolare, con un M5S come terzo polo, è impossibile che qualcuno arrivi anche solo al 40% dei voti (per non parlare del 45%). E allora cosa succede? Si tornerebbe alla situazione attuale. Con una differenza. Avremmo un sistema elettorale “costituzionalizzato”, ma un sistema politico comunque ingovernabile.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 agosto

  • L’intreccio inaspettato fra governo e corsa al voto

    di Roberto D’Alimonte

    E se fosse Berlusconi il miglior alleato di Letta? Potrebbe apparire una affermazione azzardata. A giorni alterni sembra che l’attuale governo sia moribondo e che un altro esecutivo o le elezioni anticipate siano alle porte. Invece la sentenza della Cassazione, che dal prossimo 15 ottobre forse confinerà Berlusconi agli arresti domiciliari o ai servizi sociali, potrebbe paradossalmente averlo rafforzato. Per un motivo banale che è ancora più valido dopo le recenti parole del presidente. Dal 15 Ottobre 2013 al 15 Ottobre 2014 Berlusconi non potrà fare campagna elettorale. Questa impossibilità è cosa diversa sia dalla interdizione dai pubblici uffici di cui non si sa ancora la durata che dalla incandidabilità sancita dalla legge Severino. Alla luce di questo dato di fatto, per quale ragione il Cavaliere dovrebbe preferire le elezioni anticipate? E’ vero il contrario. Deve sperare invece che il governo Letta duri fino al 15 Ottobre del 2014 .

    Certo, siamo un paese con poche certezze e può anche darsi che tra qualche giorno si scopra che un condannato in via definitiva affidato ai servizi sociali o confinato in casa, possa apparire in televisione come un cittadino normale. Se così fosse il ragionamento di cui sopra salterebbe. Ma se così non è la domanda da farsi è banale: in caso di elezioni anticipate, e con un Berlusconi che non può far campagna in video, che chance avrebbe la coalizione di destra? Chi ne sarebbe il candidato-premier ? A parte la figlia Marina, oggi non c’è nessuno che possa farlo con una credibile possibilità di vittoria. Le successioni vincenti non si inventano lì per lì. Al momento pare che la figlia non lo voglia fare. Su questo c’è stata nei giorni scorsi una smentita categorica che sembra non lasciare spazio a dubbi. Ma su una questione del genere possono sempre esserci ripensamenti dell’ultima ora. In ogni caso anche se Marina cambiasse idea e decidesse di scendere in campo, come suo padre 20 anni fa, avrebbe bisogno di tempo.

    L’ipotesi di un Berlusconi che succede a un Berlusconi è credibile. Chi pensa che l’Italia sia allergica alle dinastie politiche modello-USA si sbaglia di grosso. Finché vivrà, Silvio Berlusconi sarà sempre il gran burattinaio della destra italiana. Qualcuno tra i suoi ha provato alla fine del 2012 a conquistare un po’ di autonomia, ma la straordinaria performance elettorale del Cavaliere a Febbraio ha convinto anche i più riottosi che la destra italiana è lui e solo lui. Chi non ha accettato questa realtà se ne è andato. Gli altri accetterebbero la figlia Marina come l’ erede naturale, se cambierà idea. E così l’accetteranno quei 7 -8 milioni di elettori che rappresentano il nocciolo duro del berlusconismo. Sono elettori ‘suoi’, che lo hanno seguito sempre e che non avranno difficoltà a seguire la figlia. Ma non bastano. Sono troppo pochi. Per vincere ce ne vogliono parecchi altri. E per questo ci vuole tempo. Ancora più tempo se alla fine la figlia restasse indisponibile e lui incandidabile. Solo un ingenuo può pensare che Berlusconi non si renda conto di tutto ciò. Certo, potrebbe contare sul moto di simpatia che la sua vicenda umana suscita in una parte dell’elettorato. Ma non basterebbe di certo per vincere. E lui lo sa. E qui entra in ballo Letta.

    Anche se è vero che oggi a Berlusconi serve un Letta che sopravviva, non è detto che gli serva un Letta che governi. Non ci si prepara a una campagna elettorale, che prima o poi verrà e che sarà l’ennesima “drammatica” sfida, andando d’amore e d’accordo con i futuri avversari. Quello che sta avvenendo sull’Imu e dintorni potrebbe essere solo l’inizio. Letta deve sopravvivere ma senza governare. O governando il minimo necessario. Possibilmente dovrebbe andare avanti offrendo alla destra ripetute occasioni per rimarcare le differenze tra “noi e loro”. Questo è uno scenario.
    Ma ce n’è anche un altro. Se Berlusconi si rendesse conto che deve passare la mano. Che la successione non è più evitabile perché tra interdizione, arresti domiciliari-servizi sociali e incandidabilità non potrà più guidare la destra alle elezioni. E se a questo aggiungiamo una eventuale decisione irrevocabile della figlia di non scendere in campo, allora avrà bisogno di ancora più tempo per preparare la successione e trovare un nuovo assetto stabile dentro il partito. Intanto eviterebbe diversi rischi in un momento per lui molto delicato: una riforma elettorale sfavorevole, la candidatura di Renzi e l’accusa di danneggiare il paese nel momento in cui lo spread è in calo e l’economia forse sta per ripartire. Meglio allora che l’attuale governo sopravviva senza troppi lacci e lacciuoli. Per Letta e per l’Italia questo è certamente lo scenario migliore. Non ci vorrà molto a capire da che parte soffierà il vento. In autunno si dovrà decidere su legge di stabilità (e quindi Imu) e riforma elettorale. Queste sono le due cartine di tornasole da cui si capiranno le vere intenzioni di Berlusconi e degli altri attori in partita.

    Nel frattempo Letta dovrà guardarsi soprattutto dalle tentazioni che serpeggiano nel suo partito di fronte alla prospettiva di una prolungata coesistenza con il Pdl. I veri pericoli per lui vengono da lì. Ma il Pd deve stare molto attento a non fare errori. Con o senza Marina, Berlusconi non può essere sottovalutato. Mai. Nemmeno agli arresti domiciliari. Primo, non è detto che la figlia non ci ripensi. Secondo, non è escluso che riesca a pescare dal cappello un altro candidato attraente. E così ancora una volta potrebbe riservare alla sinistra italiana l’ennesima amara sorpresa elettorale dopo quelle del 1994, del 2006 e del 2013. Come minimo, eventuali elezioni anticipate potrebbero lasciare tutto come ora: un Grillo all’opposizione e la necessità di una nuova grande coalizione. Un altro bel pasticcio. E allora lunga vita al governo Letta, in attesa di una nuova legge elettorale e magari di qualche altra riforma come, per esempio, il superamento del bicameralismo paritario che aspettiamo invano da decenni. E poi si torni a votare possibilmente con due squadre rinnovate, da una parte e dall’altra.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 18 agosto

  • La riforma elettorale ‘ponte’: Il doppio turno di lista

    di Roberto D’Alimonte

    Il sì unanime all’interno della conferenza dei capigruppo alla calendarizzazione della riforma elettorale alla Camera non deve ingannare. E’ un segnale. Ma il cammino verso una riforma resta lungo e complicato. Le divisioni tra i partiti e dentro i partiti restano profonde. Il resto lo fanno l’incertezza sugli scenari futuri e soprattutto il ‘fattore Berlusconi’. Dal 15 Ottobre di questo anno al 15 Ottobre del 2014 il Cavaliere potrebbe essere agli arresti domiciliari e quindi- si presume- sarà impossibilitato a fare campagna elettorale a modo suo. E’ credibile che, in queste condizioni, voglia una riforma elettorale che potrebbe avvicinare la data delle elezioni? E’ credibile inoltre che sia disposto a sostituire un sistema elettorale che, così come è, gli può garantire comunque un ruolo determinante con un altro che dovrebbe invece favorire la governabilità con il rischio di una sua emarginazione? Certo, se tra qualche mese avesse risolto il problema della successione alla guida della coalizione e i sondaggi fossero favorevoli, allora cambiando le convenienze cambierebbero anche le preferenze. Ma a quel punto bisognerà vedere cosa deciderà il Pd. Per ora però facciamo finta che questi dubbi siano irrilevanti. In fondo c’è il Presidente Napolitano che preme. E questo fattore non va certo sottovalutato.

    Tra le riforme possibili la più discussa in questo momento è quella già tentata senza successo alla fine della scorsa legislatura: una soglia del 40% di voti per far scattare il premio di maggioranza e la sostituzione delle liste bloccate con il voto di preferenza. Non è una cattiva proposta, ma ha un problema. Cosa succede se nessuna lista o nessuna coalizione arriva al 40 % dei voti? Da quello che si sente dire la risposta è preoccupante: i seggi verrebbero assegnati con formula proporzionale, tutt’ al più con un premietto di consolazione per chi arriva primo. Il risultato di una riforma del genere è che le elezioni non sarebbero decisive e i governi si farebbero dopo il voto. Esattamente come è accaduto dopo le elezioni dello scorso Febbraio.

    Questo non sarebbe un problema se l’Italia fosse la Germania. A Berlino i governi si fanno normalmente dopo il voto e sono frutto di accordi post-elettorali tra i partiti. E così sarà dopo le prossime elezioni di Settembre. Ma noi non siamo la Germania. Siamo un paese molto più frammentato e diviso e per di più afflitto da una cultura politica che non privilegia responsabilità e stabilità. Per questo sarebbe meglio che il prossimo sistema elettorale fosse decisivo, cioè che mettesse gli elettori, e non i partiti, in condizione di scegliere chi governa. In breve, la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto. Questo fa un sistema elettorale decisivo.

    Per ottenere questo risultato occorre un sistema di voto disproporzionale, vale a dire un sistema che dia a chi vince più seggi dei voti che ha ottenuto. Così funzionano, per esempio, Francia e Gran Bretagna. Visto che il sistema in vigore, il vituperato porcellum, viene considerato potenzialmente troppo disproporzionale, la soluzione più efficace per combinare decisività e disproporzionalità è quella di assegnare il premio di maggioranza al secondo turno se nessun partito o coalizione arriva al 40 % dei voti al primo turno. In alternativa, il ballottaggio potrebbe scattare se nessuno arriva al 50 % dei voti al primo turno.

    Per fare le cose bene la riforma dovrebbe contenere anche altre modifiche. Per esempio il superamento del bicameralismo paritario in modo che sia solo la Camera a dare la fiducia. In questo modo si eviterebbe il rischio di risultati diversi nei due rami del parlamento. Un rischio che resterebbe anche introducendo al Senato un unico premio a livello nazionale al posto dei 17 premi regionali. Ma si tratta di modifica costituzionale e quindi almeno per ora non si farà. Invece si può e si deve abolire la possibilità che partitini e liste fasulle che restano sotto le soglie di sbarramento possano comunque apportare i loro voti alla coalizione cui appartengono per la assegnazione del premio.

    Il doppio turno di lista di cui stiamo parlando qui non risolverebbe certo tutti i nostri problemi, ma servirebbe quanto meno a favorire un minimo di governabilità. In aggiunta darebbe al vincente una legittimità che il sistema attuale non può dare dato che, nell’attuale contesto così frammentato, il cosidetto porcellum potrebbe produrre un eccesso di disproporzionalità, come è successo alle ultime elezioni. Con il doppio turno di lista invece, anche nella ipotesi di vittoria al primo turno con il 40 %, il premio sarebbe limitato ( il 40% dei voti diventerebbe il 54 % dei seggi). Mentre nella ipotesi che il premio scatti solo al raggiungimento del 50 % dei voti al primo turno il vincente al ballottaggio avrebbe comunque la maggioranza più uno dei consensi. Inoltre un sistema del genere introdurrebbe di fatto una specie di elezione diretta del primo ministro senza bisogno di riformare la costituzione. Il modello di governo resterebbe parlamentare, conservando così la flessibilità di questo tipo di regime politico. Senza contare che su questo sistema di voto si potrebbe facilmente innestare la riforma dei poteri del primo ministro e il rafforzamento del ruolo dell’esecutivo.

    Quanto alle liste bloccate, vista la loro demonizzazione universale, la soluzione più semplice è quella di reintrodurre il voto di preferenza. Con una importante differenza rispetto al passato. Invece di utilizzare circoscrizioni molto ampie, sarebbe opportuno dividere il territorio nazionale in circoscrizioni più piccole. Sarebbe più facile per gli elettori conoscere i candidati e si ridurrebbe di molto il costo delle campagne elettorali. Certo, anche piccole circoscrizioni non funzionerebbero come i collegi uninominali maggioritari. Ma i collegi, dopo essere stati introdotti ‘per caso’ nel 1993, sono stati purtroppo eliminati nel 2005 e difficilmente ritorneranno oggi. Con buona pace di chi pensa che sia ancora possibile la resurrezione della ‘legge Mattarella’.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’11 Agosto

  • Centrodestra e centrosinistra perdono quasi 11 milioni di voti

    di Roberto D’Alimonte e Nicola Maggini

    pubblicato su Il Sole 24 Ore del 28 febbraio 2013

        Uno dei dati più rilevanti che emerge dalle elezioni politiche del 2013 è stato senza dubbio l’arretramento elettorale delle due coalizioni di centrosinistra e di centrodestra rispetto alle precedenti elezioni del 2008. Le due principali coalizioni, infatti, hanno perso complessivamente quasi 11 milioni di voti. In particolare il centrodestra ha perso poco più di 7 milioni di voti, ossia il 42% dei suoi consensi del 2008, mentre il centrosinistra ha perso più di tre milioni e mezzo di voti, vale a dire il 27% dei suoi consensi nel 2008. In altre parole quasi la metà degli elettori del centrodestra ha deciso di non rivotare più per lo schieramento di Berlusconi, mentre il centrosinistra è stato abbandonato da un quarto circa dei suoi elettori. Si tratta quindi di un’emorragia elettorale che ha riguardato entrambe le coalizioni, anche se è il centrodestra lo schieramento che ha registrato le perdite maggiori, passando dal 46,8% del 2008 al 29,2% del 2013. (https://thereader.com/) Inoltre nel 2008 le due coalizioni considerate insieme rappresentavano ben l’84,4% dei voti validi, mentre nel 2013 rappresentano “solo” il 58,7%. Tutto ciò è indubbiamente un indicatore di come il nostro sistema partitico sia entrato in una fase di destrutturazione con un aumento della volatilità elettorale.

       Il centrodestra perde voti in tutte le regioni, ma in particolare in Liguria (-51%), Sicilia (-49%), Sardegna e Trentino Alto-Adige (-48%), Marche (-46%), Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia (-45%). Al di sotto della media nazionale sono invece le perdite registrate nella maggior parte delle regioni meridionali e in Umbria. In maniera simile, il calo del centrosinistra avviene in tutte le regioni del paese (con l’eccezione del Trentino-Alto Adige). Le perdite maggiori, al di sopra della media nazionale, si registrano nelle regioni meridionali, e in particolare in Molise (-40%), dove sicuramente si è scontato il fatto che Di Pietro non fa più parte della coalizione, in Abruzzo (-38%), in Sicilia (-34%), in Sardegna, Puglia, Campania e Calabria (-31%) e, infine, in Liguria (-32%) e nelle Marche (-36%). Attorno alla media o al di sotto di essa sono invece le perdite registrate nella maggior parte delle regioni della ex zona rossa e del Nord.

        Questa emorragia di voti delle due principali coalizioni politiche del Paese si verifica in concomitanza con alcuni fenomeni che ne possono essere una possibile causa. In primo luogo la partecipazione elettorale è diminuita di circa cinque punti percentuali, pari a poco più di due milioni e seicentomila votanti in meno, ossia più del calo fisiologico della partecipazione dovuto all’avvicendamento generazionale (stimabile attorno a 2 punti percentuali di flessione). Pertanto è ipotizzabile che una parte dei voti dati nel 2008 alle due principali coalizioni sia finito nell’astensione. Inoltre alle recenti elezioni politiche si è registrato il boom elettorale del Movimento 5 Stelle, che alla Camera ha ottenuto poco più di 8 milioni e mezzo di voti divenendo il primo partito con una percentuale pari al 25,6%. Sicuramente molti voti in uscita dalle coalizioni di centrosinistra e di centrodestra sono stati intercettati da Grillo, il quale mostra una capacità di raccogliere consensi che è abbastanza omogenea a livello nazionale, registrando dei picchi in Sicilia (33,5%), nelle Marche e in Liguria (32,1%). A tal proposito è da sottolineare come la Liguria e la Sicilia siano anche le regioni dove il centrodestra perde più voti rispetto al 2008 (praticamente la metà) e allo stesso tempo sono due regioni dove il centrosinistra (sempre rispetto al 2008) subisce delle perdite superiori alla media nazionale. Inoltre, per quel che riguarda il centrosinistra, è da notare il fatto come la perdita minore si registri in Lombardia (-18%), una regione dove il Movimento 5 Stelle raccoglie il 19,6%, ossia la percentuale peggiore ottenuta dal movimento di Grillo escludendo il Trentino Alto-Adige (dove prende il 14,6%). L’unica regione della ex zona rossa dove le perdite per il centrosinistra sono superiori alla media nazionale, come abbiamo visto in precedenza, sono le Marche. E le Marche sono anche una delle regioni dove il Movimento 5 Stelle ottiene una delle sue migliori percentuali elettorali.

        Infine, la coalizione di Monti, rispetto al solo Udc del 2008, ha aumentato in tutte le regioni i propri voti in termini assoluti, con l’eccezione della Sicilia dove ha perso circa 50.000 voti rispetto all’Udc del 2008 (-19%). Ed è proprio la Sicilia la regione dove al Senato la lista Monti è andata peggio in termini percentuali, prendendo il 5,9% e quindi nessun eletto. A livello nazionale la coalizione centrista guidata da Monti ha ottenuto circa tre milioni e mezzo di voti, mentre l’Udc da solo nel 2008 aveva ottenuto poco più di due milioni di voti. Nel confronto diacronico il dato più importante che emerge è che la coalizione di Monti ha una distribuzione territoriale molto differente rispetto all’Udc nel 2008. Le regioni in cui cresce di più sono infatti il Trentino-Alto Adige (+229%), la Lombardia (+164%), la Liguria (+145%), il Piemonte (+119%), l’Emilia-Romagna (+108%), il Veneto (+104%) e il Friuli-Venezia Giulia (+102%): la crescita maggiore si registra cioè nelle regioni settentrionali. A tal proposito è significativo il fatto che le regioni dove al Senato la lista Monti non raggiunge la soglia dell’8% siano tutte regioni centro-meridionali: Lazio, Sardegna, Abruzzo, Calabria e, come detto in precedenza, Sicilia.

         In conclusione, queste elezioni hanno segnato un evidente arretramento elettorale per le due coalizioni principali di centrosinistra e di centrodestra, incapaci di trattenere un quota significativa dei propri elettori. Questa accresciuta volatilità elettorale può essere spiegata da un lato con la crescente disaffezione nei confronti della politica e con il conseguente significativo aumento dell’astensione e dall’altro con la differente dinamica competitiva: non più bipolare come nel 2008, ma quadripolare. In particolare, un nuovo attore politico, ossia il Movimento 5 Stelle, ha dimostrato di essere altamente competitivo, risultando appetibile in termini elettorali per molti elettori che nel 2008 avevano votato per il centrodestra o per il centrosinistra.

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